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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"La solitudine e l'amicizia" pag. 2

Vittorio era il difensore libero della Juve, il libero si diceva. Anche lui scartava mezzo Milan e tirava bordate che sembravano palle dei cannoni di Navarrone. Fiorello era il portiere del Milan. Era molto bravo, si buttava sul cemento del cortile della parrocchia come se ci fosse il prato di San Siro, ma Vitttorio aveva gambe di cavallo di Frisia, un inizio di baffetti a undici anni e una sopracciglia solitaria che gli solcava centrale la fronte neandertaliana. Con una pallonata tirava dentro anche Fiorello. Gli altri urlavano, correvano dietro il pallone che passavano di prima ai loro capi, cadevano, si tiravano qualche pugno e qualche spinta, alzavano le braccia al cielo con grida di gioia ferina quando la squadra marcava o bestemmiavano, nonostante fossero nel cortile della parrocchia, quando Passatempo o Tirofisso aggiungevano un altro errore alle svirgolate precedenti.
Raramente arrivava una palla a Tirofisso e quando un rimbalzo o un errore gliela facevano capitare tra i piedi, Tirofisso s’emozionava, s’imbrogliava e chi capitava vicino, avversario compagno di squadra, gliela toglieva e riprendeva il gioco. Passatempo si buttava a destra se gli tiravano a sinistra e a sinistra se gli tiravano a destra. Quando il tiro era centrale, la palla gli sgusciava dalle mani o gli rimbalzava sul petto o sul faccione e il gol era comunque assicurato.
Poi la Juve pareggiò, undici a undici. Vinceva chi arrivava a dodici. Passò un’altra mezz’ora di batti e ribatti. Vittorio era azzopato e i tiri gli venivano lenti. E Fiorello riusciva a prenderli. Orestino non aveva più fiato e Beppe non ne aveva mai avuto, le spalle larghe ma il petto sottile come la carta velina.
Rimbalzò una palla nell’area della Juve e Tirofisso se la trovò davanti all’altezza del viso. Era spalle a Passatempo. “Rovesciata di Combin !” pensò tutto felice. Ci provò e gli venne perfetta con tanto di sforbiciata d’accompagnamento. La palla filò al sette, dura e secca come una schioppettata alle anatre. Passatempo volò come un gabbiano che fugge all’onda. A pugni uniti cacciò il pallone fino all’area del Milan, dove Vittorio la mise in un angolo. Juve dodici e Milan undici.
Juventini abbracciati, urlanti, distesi felici sul cemento e milanisti la testa bassa, sconsolati e tristissimi, sconfitti, vinti, umiliati.
Tirofisso guardò disperato Beppe.
Visto che tiro ? – disse - il parmigiano non para neanche se gli metti la palla nelle mani e mi piglia quel tiro!
E’ lo stesso – disse Beppe – tanto te giocavi di burro.
Di burro ?! – fece Tirofisso, le lacrime che già gli inondavano il viso.
Mo’ cosa vuol dire “di burro” ? – chiese Passatempo.
Che anche se marca – rispose Beppe – il gol non vale.
Mo’ perché non vale ? – domandò di nuovo Passatempo.
Perché é un brocco – rispose Beppe – come te.
Come me ?! – Passatempo si erse in tutta la sua struttura e fece tre passi verso Beppe, solo Vittorio era più grosso di Passatempo.
Beppe lo guardò sorridendo.
Torna in porta e vediamo quante ne pari – disse.
Passatempo tornò in porta mentre Tirofisso s’alzò da terra dove era rimasto dopo la rovesciata e usci’ dall’area stropicciandosi gli occhi arrossati dal pianto.
S’avvicinarono Orestino e Vittorio. Gli altri si misero in semicerchio per meglio ammirare i tre campioni e i loro rigori.
Fu una gara a chi tirava più violento. Vittorio era il più forte, ma anche gli altri due sapevano calciare secco e potente.
Soprattutto miravano bene, con precisione riveriana, ma potenti come Luison rombo di tuono (1) .
Oé, le para tutte – fece Vittorio nelle risate e nelle grida da scimmie pigliaperilculo degli altri, milanisti e juventini uniti nella lotta.
Le pallonate arrivano tutte sul cocomero di Passatempo e quando aveva fortuna gli finivano sul petto e sulla pancia. Non lo sbagliavano mai. L’ultima venne tirata come colpo di grazia da Beppe. Secca nei testicoli. Passatempo si piegò e cadde in ginocchio, le orecchie rosse e gli occhi viola. Poi si lasciò andare a terra e si rannicchiò in un pianto basso, di gola, come se fossero i suoi testicoli a piangere e non i suoi occhi.
Tirofisso scattò di corsa e colpi’ Beppe in pieno mento. “Griffith ! difensore dei negri contro quel fascista di Benvenuti !”. Beppe andò giù a far compagnia a Passatempo, gli occhi girati di là, come quelli che svengono. Tirofisso dall’impeto del pugno era andato a terra anche lui, ma si rialzò come Tiramolla e scaricò destri e sinistri e calci negli stinchi e sputi in faccia su Vittorio Nembo Kid Superman, che fini’ KO quasi come Kid Paret (2). Orestino lo prese per la gola da dietro e Tirofisso si senti’ ancora meglio, pestata ai piedi, gomitata allo stomaco e giù destri e sinistri e KO anche Orestino panzon !
E’ un portiere – fece Tirofisso ansante – non un passatempo.
Allora milanisti e juventini uniti nella lotta gli furono addosso, calci, pugni, schiaffi e sputi, a lui, ma già che c’erano anche Passatempo.
Tirofisso cercò di coprire Passatempo abbracciandolo.
Arrivò il prete con il campanaro e tutti se la filarono correndo.
Il figlio del Professore, figuriamoci – fece con disprezzo il campanaro mentre aiutava i due bambini a rialzarsi.
Salutami tuo papà e tua nonna – disse il prete. La nonna di Tirofisso aveva una trattoria e faceva pensione ai turisti. Andava in chiesa la domenica e fingeva d’andare d’accordo con tutti, ma tenendoli a distanza.
Il prete era un bell’uomo alto, i capelli bianchi pettinati all’indietro, la voce da play boy da night versiliesi. Ogni tanto in paese, qualche marito gli chiedeva spiegazioni.
E mia mamma no ? non gliela saluto ? – chiese Tirofisso, con tutta la durezza che poteva mettere nella voce.
Certo, anche la tua mamma – accondiscese il prete con tanto di sorrisi.
La mamma di Tirofisso era un’ubriacona fumatrice di Stop senza filtro che faceva debiti in paese, orfana tirata su dagli zii comunisti, ma sempre allegra e le famiglie operaie le volevano bene.
Tirofisso usci’ dal cortile della parrocchia e cominciò la salita del paese per tornare a casa. Ormai imbruniva.
Senti’ una corsa e si girò sperando che non fosse Vittorio.
Era Passatempo.
Mo’ anch’io abito le case nuove in cima al paese ! veh, andiamo su insieme ?
Certo – rispose Tirofisso.
Grazie – disse Passatempo – anche per prima, veh, sono cattivi i bambini di Portino !
Belin, proprio il mio tiro dovevi a parare.
Non l’ho fatto apposta.
Lo so – disse Tirofisso.
Ma che giornata, però – disse Passatempo – che giornata !
E poi salvati da un prete ! – fece Tirofisso.
Camminavano già abbracciati, come due vecchi amici che se la raccontavano.
Come la loro solitudine, anche la loro amicizia non si ruppe più. Ebbero mogli e figli. Furono sempre poveri e a cinquant’anni rischiarono di morire di cancro, poi ne vissero altri cinquanta.

(1)daGianni Brera riferito a Gigi Riva, ala sinistra del Cagliari e della Nazionale italiana
(2)pugile che perse la vita in un incontro di boxe contro Griffith.

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