scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il gatto del soldato" pag.3

I soldati uscirono di corsa e non si videro più. La maestra Shajida
riordinò lo hijab e si sedette al tavolo con il volto tra le mani.
Un’esplosione fece tremare i vetri delle altre finestre. La maestra Shajida non si mosse. Mustafà guardò fuori con i suoi grandi occhi neri che brillavano. Sdraiato per terra, lo sguardo verso il cielo, c’era il soldato con le efelidi. Aveva una macchia rossa all’altezza dell’ascella sinistra. Non si muoveva. Un corpo come tanti, buttato là in mezzo alla strada. Di lui ero rimasto solo io, il suo gatto disegnato. Mustafà mi raccolse e mi parlò.
Disse che sarebbe stata una bella cosa spedirmi alla famiglia del soldato con le efelidi, in qualche parte del mondo. Spedire altri gatti disegnati a tutte le famiglie di quei soldati. Per farlo avrebbe dovuto portarmi nel Castello dalle mille e una porta e lì, nella stanza esagonale, gli specchi mi avrebbero moltiplicato un numero sufficiente di volte per spedirmi in tutto il mondo. Ma forse non sarebbe servito a niente. I grandi non capiscono i gatti disegnati.
– I grandi no, – gli dissi con un miagolio, – però ti capirebbero i
bambini di tutto il mondo. E forse anche quei grandi che di notte
sognano di essere bambini. Ma raccontami di questo castello, a noi gatti piacciono molto le storie.
– Sì, gatto del soldato, – disse Mustafà. – Una notte ho sognato che
Allah, il Clemente e il Misericordioso, mi mostrava un Castello con mille e una porta. Erano porte di legno massiccio. Ogni califfo che vi aveva regnato ne aveva aggiunta una, ma soltanto la prima, quella più interna,nascondeva il terribile segreto. Nella serratura di ogni porta era infilata una chiave. La gente del vicino villaggio diceva che il castello era abitato dal leggendario Harùn al-Rashìd, il califfo dei califfi, colui che decide il destino di ogni credente. La porta più interna nascondeva il futuro di ciascuno di noi. Ma io non davo ascolto e le aprivo tutte. Alla fine c’era una stanza esagonale con le pareti ricoperte di specchi. In mezzo a questa, moltiplicato mille e una volta dagli specchi in fuga, trovavo il leggendario califfo Harùn al-Rashìd e il suo fedele portaspada Masrur. La mano del destino, per mezzo del portaspada Masrur, stava per giustiziare una fila di condannati. Mi avvicinavo e inorridivo. Era un solo bambino riflesso negli specchi mille e una volta. E quel bambino ero io.
– Non so cosa significhi, mio piccolo amico, – gli dissi con un
miagolio, – ma non è certo un bel sogno.
– Non lo è. Come non lo è il destino che è toccato a noi bambini di
Baghdad. Ma io sono fortunato perché ho te, gatto del soldato.
Prese la matita e sotto le mie zampette gommose disegnò un minareto.
– Dall’alto del minareto vedrai tutto, – disse Mustafà, – potrai persino sognare di volare. Io lo faccio spesso, sai? Quando c’è il vento che soffia dal deserto chiudo gli occhi e sogno di volare. Ci riesco davvero. Persino quando scoppiano le bombe. Sogno che lo spostamento d’aria mi faccia volare via. Nella vita l’importante non è volare ma sognare di farlo.

Creative Commons License Salvo dove diversamente indicato, il materiale in questo sito
è pubblicato sotto Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.
Powered by netsons | Drupal and Drupal Italia coomunity | Custumized version by Mavimo
Based on: ManuScript | Optimized for Drupal :www.SablonTurk.com