scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Max" di Franco Ferdori

Di Franco FerdoriMax era un amico.
Quando la mia famiglia si trasferì io avevo sì e no quattro anni.
La nostra casa, un semplice appartamento in realtà, faceva parte del primo palazzo costruito nella zona nuova della città.
Allora non c’erano auto che sfrecciavano, le strade non erano pericolose e si poteva stare in giro tutto il giorno. Gli unici pericoli reali erano quelli che noi bambini ci creavamo con i nostri giochi e con la nostra fantasia.
Il nostro palazzo si trovava nel bel mezzo di un unico grande cantiere.
I colori non mancavano di certo: dal marrone scuro con macchie verdi della terra smossa dalla ruspa, al bianco della ghiaia ammucchiata in attesa dell’utilizzo; dal ruggine delle sbarre per l’anima del cemento armato, al nero-fumo delle piastre di ferro per i muri; dall’arancio della gru industriale, al blu elettrico del comando a distanza con suoi pulsanti verdi e neri; dall’azzurro del cielo, al rosso del vino nelle bottiglie dei muratori; dal beige dei guanti da lavoro, al bianco dei sorrisi in risposta alle mie domande banali.
Dal giallo e nero della betoniera per finire con le tante tonalità di grigio presenti qua e là: quello chiaro delle strisce delle fondamenta già finite, quello più scuro della polvere di cemento nei sacchi, quello intermedio delle piramidi di sabbia che la domenica diventavano ottime piste per le palline con le foto dei corridori
Per i primi mesi successivi al trasloco, quello fu l’ambiente nel quale trascorsi intere giornate solitarie piene di fascino a causa delle esplorazioni e delle continue nuove scoperte.
Poi arrivò Max.
Venne ad abitare con i nonni in una piccola casetta confinante con il nostro cortile e facemmo subito amicizia.
Non poteva essere altrimenti, dopo tutto eravamo solo noi due contro tutto quello che ci circondava, dovevamo per forza essere uniti.
E lo fummo.
Pattugliamenti in bici per quelle che ormai erano diventate le nostre strade, incursioni serali nei cantieri alla ricerca di un cacciavite dimenticato o di un fascio di chiodi, per non parlare poi del famoso “martello con la lingua di serpente”, il trofeo più ambito.
Fughe precipitose, campi da ciclocross improvvisati, prove di forza e gare contro il tempo, non ci facevamo mancare nulla.
Tre ricordi rimangono vivi nella mia mente: quelle tre o quattro bisce uscite all’improvviso da sotto la pietra che Max stava spostando, che paura!
La mia rovinosa caduta in bici mentre si andava a rubare la catena bianca e rossa di quel cantiere per farne la nostra nuova rete da tennis, che male!
E il furgone scuro nel garage di quella casa ancora in costruzione, ma già con il portone chiuso a nascondere qualcosa! Noi entravamo dalla finestrella della cantina e ci chiedevamo timorosi cosa potesse esserci all’interno.
Erano gli anni di Goldrake e tutto ci sembrava possibile tranne che il furgone potesse essere vuoto.
Il mio amico Max!
Si diceva che vivesse con i nonni perché il padre era in prigione e la madre bloccata a Bologna per motivi di lavoro.
Per diversi anni fummo inseparabili.
Certo, le case del quartiere vennero consegnate ai proprietari e tanti altri bambini cominciarono a frequentare la zona, ma in fondo erano solo bambini. Noi eravamo noi!
Ogni tanto Max partiva per qualche giorno, poi tornava e tutto ricominciava come prima.
Un brutto giorno però, arrivò la notizia.
Se ne sarebbe andato a Bologna ad abitare con la madre.
Non so cosa fosse accaduto, ma questo era quanto.
Da quel momento tutto cambiò.
Si cominciò a pensare con rimpianto a tutto quello che avevamo fatto insieme.
Il futuro non rappresentava più un elenco interminabile di cose da fare, ma si era trasformato all’improvviso in una cosa buia e cupa fonte di preoccupazione al solo pensiero.
In un momento tutto era andato perso, si poteva solo guardare alle cose già fatte.
L’ultimo pomeriggio ci trovammo come sempre nell’orto di casa mia all’interno del nostro rifugio fatto di assi inchiodate.
L’atmosfera era pesante: si parlava di uno scrigno, di un mese, novembre, e di un anniversario, il terzo…
Proprio tre anni erano passati dal giorno in cui ci autorizzarono a costruire quel rifugio.
Quella volta mio padre ci regalò un piccolo baule con tanto di serratura e lucchetto, un vero e proprio scrigno da pirati, dove mettere tutte le nostre cose più preziose.
Era davanti a quello scrigno, simbolo della nostra amicizia, che ci stavamo salutando.
Avevamo dieci anni e in quel momento per noi il mondo sembrava essere finito.
Poi la scuola, gli altri amici e soprattutto il passare del tempo sistemarono le cose secondo il loro ordine naturale.
Un giorno, diversi anni dopo la sua partenza, Max ritornò.
Io stavo giocando con i soliti amici nel solito cortile. Era tardi e dovevo rientrare.
Avevo appena preso la via di casa quando mi sentii chiamare: “Ehi! Vieni qui un momento!”
Era Marco che dal giardino di casa sua mi faceva segnali con la mano: vieni vieni.
Uff…avevo fretta, era tardi…
Andai un attimo solo per sentire cosa volesse e lo trovai insieme ad un altro ragazzo sorridente.
Un breve scambio di parole, un appuntamento per l’indomani con Marco, un rapido saluto e poi me ne andai a casa.
Solo la sera prima di addormentarmi, ripensando alla giornata, mi venne in mente all’improvviso che il ragazzo che era con Marco era Max.
Non lo avevo riconosciuto!
Lo cercai il giorno dopo, ma seppi che era passato solo perché la madre doveva sbrigare una pratica in città.
Non ho più saputo nulla di lui.
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Max

Andrea
Descrittivo, scorrevole, senza "sbaffi"...
Quasi una fotografia disincantata della nostra infanzia vista con i nostri occhi di adulti: si cresce, e il tempo cambia e stinge tante cose.
Realistico.

Bella storia!

Ricordi giovanili. Sono quelli che più affascinano. Peccato: la conclusione lascia con l'amaro in bocca senza nulla togliere alla storia.

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