scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Capitolo 1 Sotto l'albero del gelso

di Silvia Armanini

Sotto l’albero del Gelso.

Esco dal portone con la cartella a tracolla, attraversando a passi lenti il cortile, diretta verso la palazzina dal lato opposto. Un passo, uno sbadiglio, un altro passo, un altro sbadiglio… tiro su col naso, maledicendo il solito raffreddore invernale e mi stringo nel bomber, guardandomi le scarpe. Ecco, penso, l’ho fatto di nuovo: ho messo gli scarponcini con il bomber. Quante volte dovrò sentire mia madre gridarmi dietro, prima di capire che le scarpe eleganti vanno con vestiti eleganti e i giubbotti sportivi si usano solo con le scarpe da ginnastica? Forse tante volte quante dovrò ricordarle che io, alla mattina, riesco benissimo a scambiare i doposci con le scarpe da basket e gli scarponcini con le scarpe «da gonna». Ma sono cose a cui, se si sta nella mia famiglia, ci si deve abituare.
Una folata di aria gelida mi sale lungo la schiena e mi risveglia dal torpore dei miei pensieri. È una tipica mattina lombarda, dalle mie parti non è strano vedere la nebbia mattutina, anche se vedere è un termine improprio da usare, particolarmente oggi. Non che sia più fitta di altri giorni, anzi, ma c’è qualche cosa di strano, nell’aria, qualcosa che non riesco a non identificare. Qualcosa che è da tanto, troppo tempo, che non avvertivo più.
Citofono al mio amico, quello della palazzina di fronte alla mia, che mi avvisa di essere pronto e che arriverà fra due minuti. Appoggio la cartella per terra, la mia spalla me lo supplica, e mi preparo alla lunga attesa: so bene quanto durino i suoi due minuti, sicuramente è ancora in mutande. Ieri sera avrà certamente fatto tardi, intento come al solito a provare e riprovare la sua canzone, per tentare di entrare nella scuola di canto. Non sono sicura che il suo sogno si avvererà, ma ci spero lo stesso: in fondo, anche se è insopportabile il suo modo da non-mi-merito-meno-di-otto e i suoi ripetuti commenti sugli insegnanti incompetenti, gli voglio bene. In fondo gli voglio bene, l’ho detto sul serio? Allora direi di aggiungerci molto prima di «in fondo». Volgo lo sguardo oltre la recinzione del cortile, osservando le cartelle che gli studenti assonnati trascinano per strada: che ci facciamo Noi, in mezzo a tutta questa gente? Noi che siamo soliti rintanarci nel nostro antro buio leccandoci inesistenti ferite sanguinanti e maledicendo persone mai nate. Noi, il vecchio gruppo dell’albero del Gelso, lo storto e strabico padrone al centro del cortile, dove siamo finiti? Dispersi negli anni, portando solo il ricordo di quello che, con tanta felicità, eravamo un tempo. In questo cortile siamo rimasti solo in tre, noi superstiti: io, il mio amico che ora, vestito, sarà passato alla fase gel – e questo occupa altri due suoi minuti – e il mio protettore, quello della portineria B. Quello che, anche se non l’ho mai ammesso, era il mio migliore amico. L’Attore, il Cantante, e la Lettrice. Così ci chiamavamo, in quei gloriosi giorni. Ma l’età avanza, me ne accorgo ogni attimo di più: un tempo non mi sarei permessa certi ricordi, né tanto meno la debolezza di ammettere un ti voglio bene o un migliore amico. Un tempo sarei stata ferma per ore a ricevere gli insulti del solito gruppo di ragazzi, con la testa bassa ed evitando di parlare, per non far vedere che sotto la spessa coltre di capelli arruffati spuntava un sorriso che già pregustava ciò che sarebbe successo dopo il mio ritorno a casa. Per certi versi le loro offese erano divertenti: buffo come dei ragazzotti grandi e grossi assalissero con tanta foga uno scricciolo di un solo metro e venti, spaventati da una semplice occhiata. È sempre stato un nostro vizio, una brutta cosa, quello di guardare dall’alto in basso la gente, ma che ci potevamo fare? Eravamo giovani, felici, stolti e convinti che il mondo ci appartenesse, sentendoci superiori agli altri. Non era la prima volta che succedeva, non sarebbe stata di certo l’ultima. A volte la situazione si risolveva prima della riunione pomeridiana sotto il Gelso, perché arrivava lui, l’Attore. Dai racconti che poi riportavo alle altre ragazze del gruppo il suo intervento veniva immaginato come il salvataggio del principe azzurro che, sul suo cavallo bianco, cinge la vita della bella principessa in pericolo e la porta al castello, sconfiggendo i cattivi ma la realtà era ben diversa: non ho mai capito se ero io a incentivare quelle immagini, o solo il fatto che tutte loro, piccole e in balia delle fantasie adolescenziali, fossero innamorate di lui, ma fatto sta che il suo, più che un intervento principesco, era un uragano vero e proprio. Più simile al famigerato cavaliere nero sul suo sbuffante cavallo scuro dalle narici dilatate. Dopo che era passato lui, sia sul campo emotivo che su quello reale, i poveri sventurati si ritrovavano a terra, demoralizzati e con parecchie macchie bluastre. E io, nella mia sporca innocenza di ragazzina stupida, ridevo sguaiatamente di quelli che fino ad un attimo prima ridicolizzavo senza darlo a vedere. Lui non era il principe azzurro, sotto nessun aspetto. Lui era il mio protettore, la mia fedele guardia del corpo. Il mio più caro amico. Ecco, ci sono cascata di nuovo.
«Treccina Bionda!» mi volto al buffo richiamo e vedo la mia amica venire verso di me. «Buongiorno, Cappuccetto Rosso…». Ridacchia quando sente il nomignolo che le ho affibbiato e per cui lei, in risposta, mi ha battezzato Treccina Bionda. Ma se sapesse perché lei è Cappuccetto Rosso, penso non riderebbe poi così tanto. Quando l’ho conosciuta mi sentivo sporca: il gruppo del Gelso si era appena diviso, ognuno per la sua strada, perché noi più grandi entravamo per la prima volta alle superiori, ma in me erano ancora profonde le abitudini, le idee di superiorità del mio passato. Le nostre Azioni. Ero sempre in silenzio, in quella classe chiassosa piena di idioti, credo di averli definiti così il primo giorno, seduta vicino alla finestra al primo banco. Era lei che mi stava affianco, sperduta come un uccellino appena uscito dall’uovo e caduto dall’albero, che pigolava per richiamare la madre, ma a bassa voce per non farsi udire dai predatori. Non sarei stata io a rimetterla nel nido, pensavo, e non mi sbagliavo: fu lei a insegnarmi a volare. Non fu difficile, la parola silenzio non è contemplata nel suo vocabolario, e così, volente o nolente, dovetti iniziare a parlare con lei. Fu un’esperienza interessante: una ragazzina tanto chiassosa, ma dai modi tanto gentili e follemente innamorata dell’amore che veniva a contatto con me, una ragazzina ciarliera solo per nascondere le proprie emozioni, scorbutica e non curante delle buone maniere, chiusa nella convinzione della sua superiorità. Fu allora che compresi la sua fragilità, anche se era stata così forte e in gamba da riuscire a far rompere la ragnatela del passato non solo a me, ma anche al Cantante, ed iniziai a chiamarla Cappuccetto Rosso e a difenderla dai pericoli della vita scolastica. Anche se, come spesso penso quando la vedo agire, è una Cappuccetto che ha trovato il modo di convincere il Lupo Cattivo ad aiutarla a raccogliere i fiori: picchiandolo con il cestino del pranzo.
Finalmente il portone dietro di noi si apre ed il Cantante ci degna della sua presenza. È sempre stato legato alla sua immagine esteriore, in questo neanche Cappuccetto è riuscita a cambiarlo, ma ora, almeno, ci risparmia le sue paturnie e non si specchia in pubblico. Riafferro la cartella mentre la ma amica comincia a parlare del compito in classe che dobbiamo affrontare alla prima ora e, con quel fiume di parole che si riversa nelle mie orecchie e nella mia testa, non c’è più posto per altri ricordi. Poi, improvvisamente, si interrompe: «Certo che oggi c’è proprio una bella nebbia. Non si vedono neanche i fanali posteriori delle auto…» Sento ancora quello strano brivido risalirmi la schiena e mi volto di scatto verso il cortile dall’altro lato della strada. È solo l’albero di Gelso che riesce a sollevarsi oltre la coltre di nebbia, cattivo nel ricordarmi che lui è sempre lì. Quasi senza pensarci mi volto verso il Cantante: anche lui guarda l’albero, con uno sguardo strano, poi si volta verso di me e muove le labbra come a volermi dire silenziosamente qualcosa. Non c’è bisogno che lo faccia, ho già capito: anche lui ha sentito quello che ho sentito io, anche lui si è ormai rassegnato. Non riusciremo mai a liberarci del nostro passato, è sempre lì che preme sul collo e che, dispettoso, slaccia le fibbie della mia cartella per far riaffiorare ricordi per troppo tempo felicemente dimenticati. Lo sapevamo, tutti noi del gruppo dell’albero del Gelso, che ciò che eravamo era annidato ancora nel nostro petto ed aspettava solo il momento giusto per riaffiorare. Ed ora so per certo che aspettava questa giornata di nebbia, simile a quelle in cui si rifugiavano le nostre Azioni, per far venire fuori la parte più schifosa del nostro spirito.
Senza che me ne accorga una lacrima viene scaraventata sul marciapiede, rifiutata dai miei occhi: questa notte il gruppo del Gelso si riunirà. Per l’ultima volta.

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