scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Marlowe ti amo. Una storia in sette giorni" di Frank Spada

1.
Aria calda dal mare a folate grigie nel cielo. Schiena umidiccia e pantaloni appiccicati guido la mia vecchia Olds lungo Bel Air. Accosto dietro uno scassato furgone rosso ed entro nel bar lì accanto per chiedere da che parte per Sausolito Road. Dentro, solo il barista, in fondo al bancone con la testa china a leggere chissà cosa; ordino spremuta e gin. Tolgo con le dita il ghiaccio e gli chiedo di rabboccare. Solo liquore, mescolare bene, prego.
Due lunghe sorsate m’imperlano la fronte, accendo una sigaretta e guardo il filo azzurrognolo turbinare verso il ventilatore, sputando un grosso seme contro una mosca che si rigira sullo sgabello, cuoio rosso, sudicio. Pollastrelle appollaiate, bere e fumare aspettando i loro ganzi – ogni tanto al cesso per rifarsi i musi – e nel cuore il sogno di vivere lontano.
Riparto fischiando sull’asfalto un’inversione a U, poi mi metto tranquillo sulle 50 miglia. Wild Corner Bridge, girare a destra e salire lungo i tornanti verso Sunnyhotline.
Accendo la radio – cra-cra – forse stasera un bel temporale, nel frattempo godetevi la grande orchestra di Stan Kenton e i brividi dei “No Press” di Maynard Ferguson. Spero che questa volta le previsioni faccia-no centro, il polveroso vento caldo delle ultime settimane ha reso l’aria davvero irrespirabile.
– Marlowe, fammi un piacere, è la vedova di un mio vecchio compagno d’armi, vedi cosa puoi fare – ha chiesto il Capitano qualche giorno fa, dicendo che la donna, Angela G., ha una piccola tenuta sull’altopiano della Sierra do Sol, dove vive tra aranci, qualche baio e conti in ordine, e che dopo la morte del marito è incalzata da alcune compagnie di assicurazione.
Per nulla al mondo vorrei scontentarlo, quello che mi ha chiesto è pur sempre un lavoro e “un lavoro tira l’altro”, come ripeteva spesso mio padre guardando mamma che preparava le frittelle senza decidersi su quale brocco fare la puntatina settimanale, mentre io cercavo di partecipare ai suoi problemi promettendogli che una volta saremmo andati assieme alle corse.
E invece lo lasciavo sempre lì con gli occhi ai piedi, immobilizzato nella sua poltrona a ricordarmi che il lavoro non perdona, quando lo si prende a grandi dosi e per lunghi anni.
Il Capitano della Sezione omicidi ha origini italiane, siciliane, di nome fa Santini e suo padre era amico del mio. Lo conosco da quand’ero bambino, esattamente dal giorno in cui venne a farci visita tutto in tiro nella sua divisa di giovane cadetto di polizia e fece uno scherzoso baciamano a mia madre tenendo il cappello a visiera sotto il braccio come si conviene, e io pensai fosse Petrosino e lo guardai ammirato accanto a mio padre che si complimentava dandogli manate pesanti come macigni sulle spalle. Ma tutto questo è ormai lontano nel tempo, quanto il vecchio quartiere dove abitavo allora e che oggi ha lasciato il posto al Pacific War Memorial, un luogo di ricordi.
Svolto all’indicazione e mi fermo al numero 1517 di Longsdale Road. Dalla grata di un citofono mezzo nascosto da una lussureggiante tuberosa in fiore qualcuno gracchia qualcosa, poi lentamente il cancello automatico si apre e salgo lungo un viale inghiaiato che scricchiola sotto i pneumatici.
La casa è quasi un palazzetto, due piani falso inglese di mattoni rossi e torrette a ogni angolo. Intravedo nell’avancorpo delle rimesse una limousine nera, sul lato opposto, seminascosta dietro un’aiuola alberata, una Austin MK azzurra senza capote, ultime due lettere della targa “J-Y”. Una tenda si scosta leggermente al primo piano. Ad attendermi un cinese in maniche di camicia e grembiule rosso che mi sorride fasullo.
La grande stanza, dove mi lascia pregandomi di aspettare, è zeppa di libri in marocchino rosso ben allineati dietro le vetrine di una libreria che racchiude l’intero ambiente in penombra. Spessi tendaggi alle finestre appena socchiuse, divani larghi come letti, molte poltrone, un lungo tavolo ingombro di carte, un imponente caminetto in pietrame e accanto un elegante scrittoio di legni multicolori, oltre a tappeti uno sull’altro e un soffocante profumo di gardenie che si mescola all’odore d’aria in scatola.
Avverto la presenza di qualcuno alle mie spalle, mezzo giro con la testa e me la trovo quasi di fronte: trent’anni, o qualche giorno di più, si accomoda flessuosa su un divano lasciando uscire allo scoperto due lunghe gambe da far rabbrividire un cieco. La sua voce roca m’invita a servirmi del posacenere sul tavolo e cerco subito di far sparire un resto grigio cadutomi sui pantaloni, prima di sentirmi già in castigo dietro la lavagna.

...

Per la recensione clicca sul link: http://scrignoletterario.it/node/980

Mentre a questo link: http://www.robinedizioni.it/marlowe-ti-amo si può leggere tutto il primo capitolo, rassegna stampa e pareri di altri lettori.

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