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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

narrativa

" In vacanza con la morte accanto" di Stefano Chiarato

di Stefano Chiarato

È tardo pomeriggio, quando finalmente mettiamo piede sotto le volte della Stazione Centrale, il sole batte ancora su di esse e le arroventa. Dentro un caldo umido, appiccicoso, è il caldo di Milano. La città è deserta, sono tutti qui ad aspettare un treno per il mare. Come noi. La stazione è un formicaio, gremita di gente all'inverosimile. Gente che va, gente che viene, che si sposta di binario in binario carica di bagagli. Un vociare assordante rimbomba sotto le volte della stazione.
A che ora è il treno per Riccione? Chiediamo informazioni. Otteniamo risposte vaghe. I tabelloni non sono di conforto, segnano treni con ritardi paurosi, sia in partenza che in arrivo.
Dai treno, che dobbiamo andare al mare.
E che caldo! Alle fontanelle si deve far la coda per un sorso d'acqua. E attenti ai piccioni che dall'alto ti scagazzano addosso!
Partono treni stracolmi verso il sud, ma la stazione non si svuota. Teniamo le orecchie in allarme, attente agli annunci dell'altoparlante. Ci spostiamo da una parte all'altra col nostro armamentario di bagagli. Passano le ore, è buio e siamo ancora qui. Per ammazzare il tempo stendiamo una stuoia a terra e giochiamo a carte tra l'infinito andirivieni. Qualcuno commenta: beata gioventù! Sì, giochiamo, ma nervosamente e con l'orecchio teso al famigerato annuncio.
Eccolo! Finalmente. Il nostro treno lentamente, quasi in silenzio, fa il suo ingresso sotto le volte della Centrale. Non è ancora fermo e già c'è chi sale a bordo. È un assalto, come nel Far West, come l'assalto alla diligenza. Entriamo dai finestrini anche noi, issiamo i bagagli: la tenda, gli zaini, la chitarra... e occupiamo lo scompartimento. Evviva! Ce l'abbiamo fatta, grondiamo sudore, si va. No non si va. E ora perché non parte? Non c'è una risposta. E dentro al treno fa ancora più caldo.
Dai treno, che dobbiamo andare al mare.
È da poco passata mezzanotte, quando finalmente usciamo dalla stazione. Ora ridiamo, scherziamo, mentre attraversiamo le vie deserte e addormentate della città, ma poco dopo c'incazziamo di nuovo perché siamo di nuovo fermi. Sarà un viaggio a singhiozzo. È un treno straordinario e ha tutte le caratteristiche di un treno locale: si ferma dappertutto, anche in campagna, dà la precedenza a tutti. Poi stanchi cediamo le membra a Morfeo.
Quando ci risvegliamo è già chiaro; e siamo fermi. E ti pareva?
Dove siamo? Mettiamo la testa fuori dal finestrino, siamo in stazione, siamo a Bologna. L'orologio lungo il binario segna le sei.
Dai treno, che dobbiamo andare al mare.
Dai cazzo, che dobbiamo montare la tenda!
Dai, che ci fregano le ragazze! Dai treno, dai!
Finalmente alle otto il treno riprende la sua corsa verso il mare. Era ora!
Alle dieci e mezza siamo davanti alla reception del campeggio. Fa caldo, cielo azzurro, rondini, gabbiani, aria salmastra... già pregustiamo un tuffo in mare.
Dai, che dobbiamo montare la tenda!
Passa gente spensierata con gli asciugamani e va verso la spiaggia, bambini con secchiello e paletta. E guarda che ragazze! Il collo ci si torce per seguire il loro sinuoso andare.
Nella reception c'è la televisione accesa. Edizione straordinaria. Tendiamo l'orecchio. Improvviso il cielo si oscura, un fulmine. Fa freddo, è buio. Brividi di ghiaccio corrono lungo la schiena.
È scoppiata una bomba alla stazione di Bologna. Si parla di decine di morti.
Ci guardiamo esterrefatti, increduli, ammutoliti. Eravamo lì due ore fa! Due ore prima che “NESSUNO” spegnesse per sempre il sole a ottantacinque vite umane che andavano in vacanza!
Erano i giorni delle vacanze.
Era un giorno di morte.

"La più grande mezzala della storia" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

“L’uomo che è venuto da lontano,
ha la genialità di uno Schiaffino.”
(Paolo Conte- Sudamerica)

Arturo Evaldo Fruimiento Do Santos non era un semplice fuoriclasse.
La storia del calcio d’altronde è zeppa di numeri dieci dal dribbling ubriacante, di mezze punte dal tocco fatato, di fantasisti con una lucida visione di gioco e di trequartisti implacabili su punizione.
Arturo era molto più di questo.
Un frullato di Pelè e Maradona, con la genialità di Schiaffino, l’estro di Eusebio, la raffinatezza di Di Stefano, la potenza di Beckenbauer e le geometrie di Crujff.
Alla verde età di venticinque anni aveva già in bacheca quattro palloni d’oro, sette scudetti, due Champions League e una Libertadores.
E duecentoottantasette goal in trecentoquindici partite ufficiali, tra nazionale, campionati e coppe.
Come molti calciatori del suo paese, era nato in una famiglia povera, in un quartiere di catapecchie situato nella periferia della grande capitale.
Cosa di cui i giornalisti di tutto il mondo gli erano particolarmente grati, perché permetteva loro di imbastire un’infinità di articoli sull’infanzia disagiata del grande campione, sulla miseria come stimolo alla dedizione e sullo sport come occasione di riscatto per i miseri e i derelitti.
Ultimo di dodici fratelli, Arturo un bel giorno spalancò alla stampa le porte della sua immensa villa, situata in un quartiere esclusivo di una nota località balneare, permettendo così di intervistare tutti i membri della sua numerosa famiglia.
- Certo che sono orgogliosa di lui, ma ho sempre paura che quei difensori gli facciano male. - disse mamma Rosa continuando a sbattere lo zabaione dentro un enorme ciotola - Alcuni sono dei ragazzoni belli robusti, mentre il mio Arturinho è sempre stato così gracile. Pensi lei che al provino con il Fluminense l’avevano scartato. Un perna de pau, disse l’allenatore, una gamba di legno e stava per mandarlo via. Per fortuna che mio marito … -
- … l’ho preso per il collo e ho cominciato a stringere. - ridacchiò Paco do Santos, padre di Arturo e marito di Rosa, indifferente alle occhiatacce della moglie - Quello non era un allenatore, ma un venditore di tapioquinha. E poi era un gran vigliacco. Se l’è fatta addosso e dal giorno dopo mio figlio era titolare nella squadra primavera e a fine stagione capocannoniere. Ventidue goals in ventisette presenze. Sempre in campo, tranne tre settimane fermo per il morbillo. Perna de pau di sua sorella! -

"Il caffè del ragionier Burrascano" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

- Ragioniere, ce lo preparo un caffè? –
- No, no. Che poi la pressione … - risponde il ragioniere Burrascano, facendo un largo gesto con la mano in direzione del barista.
- E che ci offro, allora? – insiste quest’ultimo – per una volta che mi fate il piacere di entrare … -

"Il collega" di Giorgio Ottaviani

di Giorgio Ottaviani

“Come devi uscire? Non finisci nemmeno di mangiare?”
“No, te l’ho detto, devo vedere uno.” Un’occhiata all’orologio poggiato sopra la televisione che trasmette un telegiornale. “Sono quasi le nove, va a finire che quello se ne va.” Franco Rigosi poggia il tovagliolo sul tavolo e si alza.
“Papà, posso guardare i cartoni?” Senza aspettare risposta la bambina cambia canale. Laura lo segue in camera da letto. Lui infila la mano nel vaso di ceramica sopra il comò, ne estrae una chiave e apre il cassetto. La pistola ènascosta sotto mutande e calzini.
“Sei proprio sicuro che devi solo vedere uno?” chiede Laura.
“Si.”
“E ci vai con la pistola?”
“Si ci vado con la pistola.”
Sul viso di Laura, un’espressione preoccupata fa fiorire piccole rughe agli angoli della bocca. Rimane sulla porta a guardare Franco scendere in fretta le scale. Fuori, nel pianerottolo, galleggia odore di soffritto, cipolla e sedano, quello della Lina.
Pochi passi svelti per raggiungere l’auto

"Grossi guai a Gotham City" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

Batman è nei pasticci.
Voglio dire, da quando Joker e il Pinguino si sono alleati, la faccenda si è fatta seccante. Gotham City è in balia del crimine.
Almeno così direbbero i giornalisti.
Delinquenti dappertutto. Auto in divieto di sosta e continui furti nei negozi di giocattoli.

"Gina" pag.2

Palombaro, anni passati a respirare aria pompata a forza in un tubo. Ma almeno si stava per mare, in mare, come nel ventre di una madre o fra le gambe della donna che non si avrà mai, sunto di tutte le donne sognate.

"Gina" pag. 1

A Lipsi, Caterina ed io eravamo soliti cenare in uno dei tre o quattro locali affacciati sulle acque trasparenti e immobili del porto, con i tavolini che parevano fluttuare lievi tra le barche ormeggiate.

"Gina" di Luca Occhi

Luca Occhi. Racconto vincitore del premio città di Lodi “Il mare sopra e sotto”

“Conosco una scuola sul fondo del mar
laggiù i pesciolini ci vanno a studiar,
c'è un vecchio merluzzo che fa il professor
insegna a fuggire se c'è il pescator...
oh,oh !! pesciolino non piangere più

"Cucinando di stagione in stagione" di Carla Sermasi Calvi

di Carla Sermasi Calvi
“Guarda i colori delle foglie” le disse lui al primo incontro,mentre percorrevano i campi della valle alla ricerca di funghi. “Osserva i ventagli sui pioppi che si aprono e lasciano le loro ali al vento, lungo il crinale del calanco.
Accompagna anche tu le foglie che si accartocciano e si posano sul greto del fiume“.
Lei guardava ma non capiva tutta quella poesia d’autunno. Perché mai a lui piaceva così tanto?
“Io sono nato un autunno"
Col tempo la loro frequenza divenne più assidua. Lui divenne il suo cuoco autunnnale.
Zuppe portate in ebollizione in acqua abbondante, cipolle dorate lasciate sobbollire poi sgocciolate, asciugate e sistemate con cura fetta dopo fetta.
Donava amore a ogni piatto.Prelibatezze in ciascuna scodella.
Lei lo guardava sparpagliare il parmigiano, quello rigorosamente stravecchio. Si incuriosiva a vederlo versare con calma il brodo sugli ortaggi. Lo scrutava mentre completava con una manciata di pepe, e poi...Condivisione. Invito a cena autunnale. Per lei e per i suoi amici. Per farla felice. E lui allora la vedeva sorridere mentre serviva le sue prelibatezze. Cipolle, tartufo e autunno. Poi...sparì dalla sua vita all’improvviso, in un giorno di fine dicembre.
Volatilizzato.
Lei non cucinava da sola. Dimagriva e non vedeva nemmeno più gli amici. Arrivò il secondo lui. Era nato in un antico febbraio. Adorava proporre piatti che ricordavano il freddo, come quando la neve sul monte conservava la carne della scrofa, quando si vestivano i lardelli bollenti dei ciccioli di una veste di stoffa di lino stretta e di foglie di alloro, poi li si premeva con la forza di due mattarelli per estrarre lo strutto bollente. Cuoco invernale, un giorno le cucinò il fegato. Lo teneva per un paio d'ore in acqua fresca corrente. Toglieva con cura le pelli, inerti, lo tagliava, fettina su fettina. Lo saltellava rapidamente in un tegame e, quando con la coda dell'occhio lei lo guardava, sfiorava i fegatelli con la mano per comprendere se erano ben rosolati. Era poi il momento in cui li bagnava col Lepanto, brandy prezioso con il quale accompagnava le fredde serate, poi continuava paziente la cottura, finché il liquido seduceva completamente l’anima ormai intirizzita e molliccia. Allora lo lasciava intiepidire, toglieva le foglie aromatiche e col mortaio di marmo pestava e frollava.
“Usa il mio moderno tritatutto! Fai prima”.
“No, non sarebbela stessa cosa. Se usi un robot il mondo della gastronomia andrà a rotoli.”
Versava il passato di fegato in una casseruola fonda e batteva col ghiaccio,fino a ottenere una spuma bianca. Aggiungeva da ultimo il tartufo, un tiro di panna e via, in serbo in uno stampo, sempre quello da tante stagioni, lo aveva portato dalla sua casa d’origine, affidabile attrezzo della cucina, come fosse una persona di famiglia. Poi, lentamente, si avvicinava al frigorifero e adagiava il patè appena preparato nel ripiano più basso. E si sedeva, pronto a gustarlo in compagnia di lei. Ma non volle invitare mai un amico a cena. Poi un giorno anche il cuoco d’inverno se ne andò. E non ritornò.
Lei ridivenne magra e affamata.
“Mi piace stare a bagno nell'acqua del mare, in riviera, mi fa bene, ammorbidisce la pelle, mi toglie le fatiche della giornata”.
Lei ascoltava questo nuovo terzo lui, che era nato a luglio.
Un giorno gli propose di cucinare per lei.
Lui accettò. Si cimentò in due primi.
Orecchiette impastate con il grano duro del caldo tavoliere pugliese e spaghetto alla chitarra.
Con quello che l'orto assolato offriva. Aglio, peperoncino, foglie larghe di basilico, prezzemolo. Capperi della nera vulcanica Pantelleria. Cime di rapa e rosmarino, quelli che lui era solito rubare dal giardino rustico della vicina di casa, di nascosto, per vezzo,senza che lei se ne accorgesse. Tutto sminuzzato con una precisione chirurgica grazie a un robot ultramoderno. Senza perdere una briciola o un millimetro di foglia. Metteva poi in padella con olio e pepe, scioglieva le acciughe che aveva lasciato sotto l'acqua corrente a dissalare, poi aggiungeva la pasta e augurava buon appetito. Lei era contenta e stava per iniziare a mangiare, ma... non invitò amici e nemmeno lui rimase a pranzo.
Estate, basilico, salse, robot. Poi silenzio assoluto e fuga.
Una mattina di primavera lei finalmente capì, poteva frequentare un corso di cucina, allenarsi e arrangiarsi a cucinare.
Imparò da sé, invitando anche amici, di stagione in stagione. Tutto andò per il meglio.
Poi...ritornò l’autunno.
“Guarda i colori delle foglie”disse un nuovo lui…

"Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" di Elisa Pederzoli

«Hanno parlato di ferita da coltello.»
«Non possiamo esserne certi. Ancora niente arma.»
«Che altro ti sembra?»
«Di sicuro una lama.»
«Cos’ho detto, io?»
«Lama, non coltello.»
«E che differenza c’è?»
Mi guarda, serissima.
«Che domanda mi fai, stupide.»
Spalanca il portone blindato con una forza che non avresti mai sospettato, in quelle braccia esili.

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