scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

narrativa

"Germana" di Loretta Fusco

di Loretta Fusco

Germana, come dimenticare la sua algida bellezza racchiusa in un viso di porcellana nel quale spiccavano due incredibili smeraldi e una bocca dai denti candidi e perfetti.
I capelli corvini scendevano lungo la schiena lisci e compatti mentre il vitino da vespa, sapientemente strizzato, metteva ancor più in risalto le sue forme generose.
Era impossibile non notarla perché la sua bellezza era altresì valorizzata da un abbigliamento che evidenziava un corpo perfetto su un volto da bambina imbronciata.
Ebbene quella bambina era stata la mia più cara amica

"Nevraz"

di Fabrizio Chiesura

Stanco di una vita passata dinanzi alla cinepresa, deciso finalmente i sogni a sognarli e non a viverli, il Nevraz, di professione attore, una notte chiese aiuto a Morfeo: pregò il Dio, figlio del Sonno e della Notte, di accoglierlo per sempre fra le sue braccia. Sogni a iosa – pensò – sogni lunghissimi, eterni, sogni a colori e senza, sogni meravigliosi dove il cielo e la terra sono fusi in miscela, in mulinello dolce, e il cuore riposa e batte leggero: io vi aspetto.

"Gioventù" di Fabrizio Chiesura

di Fabrizio Chiesura

Sulla gradinata stava seduto un vecchio dal lungo volto cavallino; teneva sulle ginocchia un barattolo di latta, pieno di minestra che ancora fumava.
Si fregò le mani con allegria; cavò dalla tasca un cucchiaio, lo strofinò più volte sulla manica della camicia strappata, e attaccò la minestra a grandi cucchiaiate.
Di fronte aveva i ruderi del teatro, e io, d'un tratto, vidi il vecchio, le scarpe rotte e la camicia strappata, come parte delle macerie che si intestardiva a voler vivere un altro po' per conto suo, ma che fra non molto vi si sarebbe saldato per sempre. Lo guardavo da basso senza ch'egli mi vedesse, tutto preso com'era a mandar giù cucchiaiate di minestra.
“Olà, nonno. Vi va?”
Il vecchio mi guardò solo un minuto, come uno che ha molta fretta, strizzò l'occhio, e riprese a mangiare, ingoiando un'altra palata di minestra di orzo o di riso: non la masticava nemmeno, la rigirava con furia un paio di volte nella bocca senza denti, poi giù, con il pomo d'adamo mobile, sul collo, come una palla da biliardo.
“Buon appetito, nonno” gli dissi. “E' buona, nevvero?”
Egli lasciò per un istante il cucchiaio nella minestra, mi guardò.
Sopra di noi c'era una gran fetta di cielo azzurro, e il vecchio disse: “Gioventù”, vedendo forse in me la grande fetta di cielo appena lavato, e mi sorrise riprendendo a divorare.
“E il secondo, nonno, dov'è?” gli chiesi.
Adesso nel cielo passava veloce uno stormo di colombi, con forte fruscio di ali, e il vecchio di nuovo mi guardò, e aveva un grano di orzo o di riso appiccicato al mento quando mi disse: “ Gioventù”, vedendo forse in me lo stormo di colombi, e con esso potere di correre, viaggiare, volare, scavalcando montagne. Seguitò a mangiare, ma di minestra doveva restarne ben poca dentro al barattolo, perché il cucchiaio toccava già il fondo.
“E il dolce, e la frutta, nonno, dov'è?” insistetti.
Stavolta non disse niente, sorrise compiaciuto, scrollando paternamente la testa; e vide in me capacità di schiamazzare, entrare nelle pasticcerie di domenica pomeriggio con ragazze che hanno baffi di vaniglia e si puliscono le dita in fazzoletti di profumo.
“Ma un po' di vino, nonno; due dita soltanto ci vorrebbero, no?” gli dissi ancora, ed egli grattò il cucchiaio contro il fondo , ingoiò l'ultima scarsa palata, leccò il cucchiaio e lo lasciò cadere nel barattolo.
Si alzò, guardò i ruderi, di fronte, che lo chiamavano a sé con insistenza; poi, dall'alto gradinata, osservò me in basso. Sorrise e di nuovo scrollò il capo.
“Eh, gioventù” sospirò allontanandosi, con il barattolo che gli penzolava vuoto nella mano.

"Il suo nome in un anagramma" di Frank Spada

Disegno originale di Giorgio Camuffo / © Frank Spada

di Frank Spada

Un artista del trapezio – arte che sappiamo la più difficile per chi si cimenta in alto, lassù, tra le volte di un teatro, un baraccone o un caravanserraglio in viaggio da una fiera all’altra o sul soffitto di una camera da letto tinteggiata azzurro cielo per l’immaginario degli spettatori più animati del privato – aveva organizzato la propria vita soltanto per cercare la solitudine dagli altri; in modo tale da rimanere, fintanto che gli era dato vivere, solo con se stesso per perfezionare i suoi numeri, notte e giorno, al riparo di un nome privo di generalità documentate e di un’abitazione che in qualche modo potesse intendersi reale.
D’altro canto, gli osservatori, attirati da ogni dove dal suo fare acrobatico, muniti di uno strumento in grado di avvicinare o allontanare il panorama affacciato sui dintorni, un cannocchiale a rovescio fornito da un ente turistico aziendale finalizzato a promuovere la diffusione culturale tutt’altro che locale, se ne stavano con gli occhi vitrei sugli schermi, fissi sulla virtualità delle esibizioni aeree, quasi quotidiane, di un figurino asciutto dalle sembianze in là con gli anni, per studiarlo e carpire il segreto dei suoi voli.
A tutte le sue necessità, peraltro modestissime, provvedevano le sue estimatrici. Che si davano il cambio e vigilavano in basso per mandare su e giù tutto quello che occorreva in alto dentro un contenitore piccolo e leggero, ideato a tale scopo –, carezze, baci, frivolezze, attenzioni, appaganti leggerezze, insomma. Mentre gli altri, gli osservatori, erano soltanto dei visionari o degli istruiti ricercatori, o uomini saggi, o filosofi tardo-cristiani, o sognatori poco interessati a lui; se non per quanto detto.
Questo modo di vivere non creava particolari difficoltà a chi gli stava intorno; ad eccezione di chi, non visto e desideroso di colpire il trapezista con un tiro fionda per farlo cadere a terra e sgomberare il campo dal gioco a tiramolla che da più tempo avvicendava i tempi in corsa, si angustiava senza pace malignando. A dirla tutta, però, il trapezista dava fastidio anche a molti altri – perché lui rimanesse lassù, e che non si potesse nasconderlo nemmeno quando se ne stava seduto tranquillo a soffiare le sue bolle insaponate, iridescenti l’aria degli specchi aperti come ante di una credenza tarlata polverosa, desueta, e il pubblico pareva distrarsi per lo svolgimento di una fiera letteraria, o un parco giochi che la società dei benpensanti organizzava per trattenerli nell’inconscio – sempre fuorviante per chi non ha radici iconografiche – era un mistero.
Solamente una donna dal nome anagrammato di una divinità, una madre generosa con tutti i suoi figli, intuì il pericolo che stava per abbattersi anche su quello che viveva in levità e senza reticella, ed era sempre in viaggio verso la fine programmata dal mistero della vita: il regalo non richiesto da nessuno ma accettato in quanto genera perpetua sofferenza.
Fu lei la prima ad avvertire, dal cantuccio di uno Scrigno magico, da dove origliava per tenersi informata, che l’imberbe trapezista aveva iniziato a piangere smettendo di soffiare bolle in aria, e che la sua esistenza era ormai lì lì per trascinarlo via nel torpore di quel sonno che… sulla sua fronte, liscia di bambino, cominciarono a disegnarsi le prime rughe.

"Domani è un altro giorno - Storia di un istante" di Stefano Chiarato

di Stefano Chiarato
Quando qualcosa finisce, capita di avere la percezione che sia la fine di tutto. Quando qualcosa finisce, qualcosa di nuovo ha inizio.
Quando un giorno finisce, di lì a poco uno nuovo prende vita con le sue, magari poche, certezze, con le sue incognite, con le sue preoccupazioni, con le sue ansie e le sue paure. E, se il giorno si conclude in un bel tramonto, questo sarà di buon auspicio per il giorno a venire.
“Domani è un altro giorno.” E' il titolo che ho dato all'immagine di questo tramonto con la speranza di un bel giorno a venire.
Il “domani” è stato raggiante, proprio come questo tramonto, perché è valso il I° posto al concorso fotografico indetto dal CAI di Muggiò.
La foto (Nikon D60, 55 mm, f11, 1/125) è stata scattata a Rosolina Mare la scorsa estate; è una foto fortemente voluta, pensata, cercata e soprattutto aspettata. E' l'immagine di un istante che non ritorna, che non capiterà più un'altra volta nella vita.
Io e mia figlia eravamo lì a vivere quell'istante magico.

Storia di un istante
28.08.12 Rosolina Mare.
“Vieni Martina, saliamo al solarium a vedere se ci riesce di fotografare il tramonto.”
Io con la mia reflex e vari obiettivi, lei con la sua nuova compattina rossa fiammante. Il punto di ripresa è buono, anche se la pineta lascia intravvedere solo un piccolo scorcio di laguna; dalla parte opposta la vista spazia sul mare.
I primi scatti deludono un po', il sole è ancora abbastanza alto sull'orizzonte; bisogna aspettare un po'. Ci sono nuvole, proprio dalla parte del tramonto, potrebbero essere determinanti nel bene e nel male.. Ho una gran paura che mi nascondano il sole. Provo le inquadrature, armeggio con gli obiettivi. Intanto Martina, alle mie spalle, fotografa il mare. La raggiungo. Sotto di noi si stende la via che porta alla piazza. Si accendono le luci, fervono i preparativi per la serata. Oltre sta la spiaggia, deserta. Riposa dopo le fatiche del giorno. Gli ombrelloni si addormentano alla ninna nanna della risacca. Il mare è calmo, riflette l'azzurro intenso del cielo fino là dove incontra le tenebre della notte. E ad esse si unisce. Proprio là, dove mare e cielo diventano un tutt'uno, spiccano le luci del rigassificatore. Luna-park della solitudine in mezzo al nulla. Sempre in mezzo al nulla, più a sud, sta il faro, nel punto dove il Po si concede all'Adriatico. Il faro fa l'occhiolino a una Luna, rotonda, pallida, alta nell'azzurro profondo. Ma la Luna malinconica, guarda il nord, suo sogno proibito, e ai cumuli di panna montata che si sforzano invano di conservare il loro candore. Al di sopra di essi, cirri uncinati si aggrappano disperati alla sommità del cielo.
Tutto. Fotografiamo tutto.
Poi torniamo a guardare ad occidente. Ora il sole si appoggia alla pineta ormai in ombra e ne fa una silhouette nera. Le nuvole si sono disposte in cordoni che suddividono il cielo in vari strati e ogni strato assume una tonalità diversa. Tra di essi si disegnano gli strali del sole. La luce è ancora un po' intensa, perché il sole non è proprio basso, il vero orizzonte è al di sotto della pineta. Scatto.. Scatto ancora fino a quando il sole è una strisciolina sottile e lancia i suoi raggi, gli ultimi disponibili. Ora disegna una corona di raggi che trafigge ogni strato di cielo. Nel mirino vedo la foto desiderata a lungo, e ho una sensazione: non solo la vedo, ma la sento. La sento nella testa e mi si ripercuote nel petto. Sento l'emozione. Mi appoggio coi gomiti alla balaustra del terrazzo, trattengo il fiato e scatto l'immagine di un istante magico, unico e irripetibile.
Per la legge che dice che quando qualcosa finisce, qualcosa comincia, finito il tramonto ha inizio il crepuscolo. Ora il cielo si accende di un arancione di fuoco, con sfumature gialle, rosse, violette. Continuiamo a scattare foto. I toni cambiano rapidamente. Dalla parte opposta le tenebre hanno avuto la meglio sul mare. Al di sopra di esse si riflette il crepuscolo in una tonalità rosa rassicurante. Non avere paura. Sarà una notte tranquilla. La luna bianca è quasi allo zenit.
Poi anche il crepuscolo si spegne, rimane solo una fascia luminosa al di sopra della pineta.
“Vieni, Martina, la magia è finita. Ora possiamo andare a mangiare.”

"C'è un negozietto dalle parti di Soho" pag.2

Lo trovai dopo un paio di giri a vuoto. Era in un piccolo vicoletto a mattoni rossi, che terminava con la porta del negozio in questione.
Old Italia diceva l’insegna. Vecchie lettere scrostate che un tempo, più o meno all’epoca di Pitt il giovane, dovevano essere state dorate.

"C'è un negozietto dalle parti di Soho" pag.1

Non bisogna credere a chi dice che Londra sia inospitale e invivibile, per noi italiani. E’ solo diversa.
Innanzi tutto piove.
Trecento giorno all’anno. La nebbia invece è fenomeno più raro di quanto si pensi.
La pioggia basta e avanza.
Quel giorno c’erano pioggia e nebbia. Tanto per dare un’idea della situazione.

"C'è un negozietto dalle parti di Soho" di Alessio Pracanica

Il caffè italiano, il migliore del mondo

"Culone" pag.3

Uscì, mentre la ragazza si soffiava il naso con un tovagliolo di carta e controllava se il rimmel non le fosse colato sulle guance.
Lui camminava al centro della strada, e il vento fresco faceva svolazzare la sua camicia che cominciava a stargli larga.
Nel prezzo della cura era compresa anche una bilancia pesapersone.

"Culone" pag.2

«Se non dimagrisco con questa cura, alla fine di questo mese non avrò comunque i soldi per mangiare con quello che mi costi, e quindi dimagrirò per forza.»
«Io sono pagato da tua sorella, che si preoccupa della tua salute.»
«Mia sorella non ha soldi, sono io che finanzio tutti in casa.»
«Meglio, così ti sentirai ancora più coinvolto.»

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