scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

narrativa

"Culone" di Francesco Pomponio

L'aspetto fisico è davvero così importante nella vita? O è solo una questione di accettazione di sé?

"Non sporgerti dal balcone" di Erik Sullivan

di Erik Sullivan

Dedicato a tutte le Mamme

Mamma gridava forte da sotto, ma tu alla ringhiera lasciavi piegare i capelli nelle linee di vento, distratta, lontana verso un cielo buio come il cuore di una strega. Ci volevi abitare dentro, e così allargavi braccia, provavi ali per poi andar oltre - almeno con la fantasia - quel lento frastagliare dei muri che circondavano il paese. Già volavi, anche se, come oggi, a ripararti dall'istinto di cadere, già era salita tua madre che abbracciandoti proteggeva dal primo tuono. Due corpi immersi in uno.

"All'ombra" di Stefano Santarsiere

di Stefano Santarsiere

una storia d'amore
Io mi siedo e osservo.
Lo faccio per intervalli lunghissimi. Per ore, giorni interi.

"La figlia del guerriero" di Massimo Tessitori

di Massimo Tessitori

Personaggi:
Danaail'el (protagonista)
Atar'el (madre)
Leon'clot'os (padre)
Kadetik'os (fratello maggiore)
Pitl'inos (fratello minore)
Lior'el (sorellina piccola)
Matsuk'is (guerriero)
Leeb'el (istruttrice guerriera)

La figlia del guerriero

Chi vedesse Ashasvir per la prima volta non capirebbe perché è considerata una città. Ciò che potrebbe descrivere, piuttosto, sarebbe una campagna ondulata, punteggiata di edifici sparsi: casupole di contadini, quelle più vicine ai campi coltivati; case signorili, quelle vaste e cinte da muri.
Altri edifici, più raggruppati, gli sarebbero difficili da interpretare: le piramidi di pietra che si profilano in distanza potrebbero sembrare templi, mentre quei complessi vasti, circondati da mura, gli ricorderebbero caserme, o collegi. Certo non penserebbe a definirli Giardini.

Una bambina di dieci anni ha appena lasciato uno di questi luoghi, salutando il portiere con un inchino marziale, e si è incamminata a piedi scalzi attraverso i prati, dove piccole greggi di pecore stanno brucando.
La fascia arancione in vita, come pure i simboli e le orlature del suo kimono, la identificano come un’Allieva Guerriera del Giardino dei Due Soli.

Anche oggi sarebbe una splendida giornata, pensa triste Danaail'el. Come ieri. Deve significare qualcosa, se mio padre è morto in un giorno così. Ma cosa?

Risale il dolce pendio, assorta nei suoi pensieri. I suoi sensi acutissimi possono percepire ogni dettaglio del panorama nitido, ogni odore, ogni fruscio dei fiori, dell’erba e dei mille esseri, grandi o invisibili, che condividono con lei questo luogo che sembra di pace.
Giunta alla sommità dell’altura, vede una villa signorile a un piano, dalla leggera ed elegante struttura di legno e con diafane finestre chiuse da riquadri di carta oleata. Eccola laggiù, la casa della sua infanzia. Sono tre anni che vi manca.
Mille ricordi la assalgono mentre scende piano il pendio, salutata con deferenza da due pastori che ricambia con cortese condiscendenza, come suo dovere.

"Il campanellino" di Mauro Gnugnoli

Siamo nel pieno del periodo natalizio e Scrigno vuole regalare ai suoi lettori un racconto pieno di magia

di Mauro Gnugnoli
Achille ricordò di aver sentito un simile stridio da bambino, quando suo padre lo aveva portato per la prima volta in stazione a vedere il treno.
“Ma cos’è?” chiese appoggiando il bicchiere sul banco da lavoro e dirigendosi verso il portone.
“Oh, siamo in chiusura. Se qualcuno ha finito i freni ci pensiamo dopo le feste!” lo apostrofò Pasquale.
“Non può essere! Devo aver bevuto troppo spumante. Vieni un po’ a vedere!”
“E che ci sarà mai da veder…” lo stupore fu tale che il bicchiere scivolò dalle mani del collega.
In aria, qualche metro sopra le loro teste, volteggiava una slitta trainata da otto renne. Ma più che volteggiare, fluttuava scomposta nel tentativo di atterrare. Ad ogni bordeggio, un cigolio stridulo obbligava i due meccanici a tapparsi le orecchie, fino a quando, dopo alcune pericolose imbardate, non riuscì a prendere terra davanti all’officina senza danni. Il respiro affannato delle renne, sfinite dalla difficile manovra, si addensava lattiginoso nel freddo della sera. Dalla slitta scese un gigante; barba bianca e blusa verde, stretta in cintura da una fascia marrone, e si parò davanti ai due meccanici sbalorditi.
“Oh oh oh, che diamine! Non avete mai visto Babbo Natale?”
“Come no?” mormorò Achille.
“Siete voi che aggiustate quelle carcasse puzzolenti a quattro ruote?” disse indicando alcune automobili parcheggiate.
“Ehm… sì. Siamo noi” risposero all’unisono.
“Bene, ho un problema alla slitta e devo assolutamente risolverlo entro questa sera.”
“Un problema… alla slitta… ma certo.”
“Un pattino si sta staccando e le mie renne non riescono più a governarla.”
Pasquale e Achille si guardarono sbigottiti.
“Certo… il pattino e… che ci vorrà mai?”
“Bene. Vixen, Blitzen, forza!”
All’ordine, le due renne di testa, manovrarono per portare la slitta all’interno dell’officina accompagnate da un tintinnio di campanellini. Una volta dentro gli animali, sfiniti, si accasciarono a terra cercando di riposare.
“Brave le mie bambine. Grazie per aver tenuto duro.” le consolò Babbo Natale accarezzandole a turno sul collo.
“Signor…Babbo Natale, le sue renne… avranno sete. Posso portare loro dell’acqua?” chiese Pasquale.
“Oh sì, grazie.” rispose l’omone. Poi rivolto di nuovo agli animali “quando avranno finito andremo a cercare anche un po’ di cibo.”
“Guardi che posso portare del fieno. Allevo alcune caprette qui dietro.”
“Sarebbe davvero fantastico. Avete sentito? Si mangia!”
Pasquale uscì dal retro mentre Achille, alle prese con la saldatrice, cercava di riparare il pattino. Rientrò poco dopo con una carriola piena di paglia e la scaricò davanti alle renne che cominciarono a mangiare. Nonostante la rottura in più punti Achille, abile fabbro, riuscì a sistemare la lama in modo egregio.
“E’ tornata come nuova, ora può riprendere il viaggio!” annunciò con orgoglio.
“Achille, Pasquale. Non so proprio come ringraziarvi.”
“Conosce i nostri nomi?”
“Conosco molte cose io. Piuttosto, come posso sdebitarmi?”
“Offre la ditta per Babbo Natale!” esclamò Pasquale.
“Senta, potrei prendere un campanellino dalla slitta?”
“Ma certo Achille!” quindi montò al posto di guida e a un potente colpo di redini le renne, rifocillate, scattarono veloci librandosi leggere sopra i tetti delle case. La slitta compì un paio di virate e tornò ad abbassarsi a livello della strada sfrecciando davanti all’officina.
“Oh oh oh. Grazie ragazzi, grazie!”
“Ciao Babbo Natale, ciao Babbo Natale, ciao Babbo Nat…”

“Allora! Ma basta! E’ tutta notte che vai avanti con sta’ storia.”
“Ma, cara…” tentò di spiegare l’uomo ormai sveglio.
“Cara un corno. Arrivi tardi, puzzi come un ubriacone.”
“Ma, era solo un goccio di spumante.”
“E poi, quella storia. Abbiamo fatto tardi perché è rimasto a piedi Babbo Natale. Ma inventane un’altra.”
“E’ la verità!»
“Sì, e stamattina fai il tagliando alla scopa della Befana?”
“No, devo solo pulire l’officina.”
“Che stupida, certo dalla popò delle renne. Ma fammi il piacere…” disse alzandosi dal letto e sbattendo la porta del bagno.
Achille rimase qualche minuto a rimuginare sotto le coperte. Non avrò davvero esagerato con lo spumante? Si chiese incredulo.
“Papà, papà!”
La piccola Susanna arrivò di corsa arrampicandosi sul lettone.
“Dimmi tesoro.”
“Hai aggiustato davvero la slitta di Babbo Natale?”
“Non ne sono più tanto sicuro.”
“Io dico di sì.”
“Allora è sì, amore.”
“E non ti ha lasciato nessun regalo?”
“No! I regali li vuole portare tutti lui la notte di Natale.” Poi rammentò: “aspetta, qualcosa mi ha lasciato.”
“Che cosa papà?” chiese raggiante la piccola.
“E’ rimasto sul carrello assieme alle chiavi inglesi, te lo porto quando torno a casa.”
“No, glielo dai questa mattina!”- ordinò la madre all’uscita dal bagno-“Non ricordi? La tengo io la bambina, tu va pure dalla parrucchiera, tanto è la vigilia. Quindi, Susanna sta con te.”
“Che bello mamma, vado con il babbo a lavorare in officina?”
“Si, così lo aiuti a pulire la popò delle renne. Vero caro?”

“Ora facciamo colazione, ma dopo devi stare coperta, perchè in officina fa freddo.” disse Achille parcheggiando il furgoncino davanti al bar di Mario. Mentre la bambina finiva la brioche, Achille si avvicinò al banco e chiamò l’amico barista.
“Senti, ho un problema!”
“Dimmi, posso aiutarti?”
“Mi servirebbe uno di quei campanellini che sono sul vestito del Babbo Natale che hai in vetrina.”
“Cosa?”
“Ti spiego poi, va bene?”
“Contento tu…”
“Ah, non farti vedere da Susanna, ti prego.”
Achille uscì dal bar soddisfatto. Il campanellino era al sicuro nelle sue tasche e, almeno con la figlia, avrebbe fatto un figurone appena arrivato in officina. Euforica la bambina aiutò il padre a far scorrere il pesante portone.
“Babbo, babbo. Aveva ragione la mamma. Dobbiamo pulire la paglia delle renne!”
Achille, sbalordito, guardava la figlia correre felice raccogliendo a piene mani mucchietti di fieno.
“Lo sapevo che il mio babbo non dice le bugie. Lui ha davvero aggiustato la slitta di Babbo Natale.”
D’istinto cercò con lo sguardo il carrello degli attrezzi, ma Susanna lo precedette e cominciò a rovistare tra le chiavi inglesi. Non sapeva più cosa pensare. Nella tasca della tuta rigirava nervoso il campanello di Mario.
“Papà, papà, è bellissimo. Grazie!” gridò Susanna all’improvviso correndo verso il genitore.
Quando Achille si chinò sulla bimba per poco non svenne. Nell’incavo dei piccoli palmi aperti a coppa, luccicava un campanellino con un grande fiocco rosso. Immagini di Babbo Natale, sulla doratura, lo decoravano in rilievo.
La gioia della bambina esplose incontenibile.
“Non so che dire piccola, io… io…”
Susanna lo abbracciò forte e avvicinate le labbra all’orecchio bisbigliò: “Non dire niente papino. Rimarrà il nostro segreto. Inutile, raccontarlo a chi non crede!”

"La gloria dell'alba" di Massimo Tessitori

di Massimo Tessitori

Puoi volare, raggiungere il cielo
è il sorgere della gloria del mattino
gridalo, urlalo, gridalo di nuovo: stiamo tornando in vita
da "Rise of the morning glory" degli Edguy

I cumuli-nembi all’orizzonte sembrano il confine tra due mondi diversi. La loro sommità, illuminata da un sole nitido, somiglia a una catena di montagne innevate, altissime ma come morbide.
La faccia inferiore, invece, piatta e scura, proietta un’ombra che sembra ingoiare il mondo fondendolo in toni di grigio; sembra quasi il limite oltre il quale il cielo terso e il terreno dai vivaci colori autunnali cessano di esistere.

Lui osserva la elegante sagoma da anatra di Lei, il collo proteso in avanti, le ali forti che divorano distanze immense. Non vede segni di esitazione quando lo stormo inizia a salire di quota, passando tra le valli di quel paesaggio morbido e candido su cui sembra quasi di poter appoggiare le zampe palmate.
Questo non è il primo temporale che incontrano migrando. La prima volta fu un anno prima. L’immagine che si offre ai suoi occhi è quasi uguale, ma le sensazioni che ispira oggi non sono più le stesse di allora.
Volando, un’anatra ha molto tempo per rivivere il passato.
Ricorda la sua nidiata. Le sue tre sorelle dalle delicate e femminee striature marroni, la bella testa dai cangianti riflessi verdi di suo padre, e sua madre, affascinante e tenera.

Quel giorno, galleggiando pigramente sul loro stagno natio, guardavano i grandi stormi che solcavano il cielo tutti nella stessa direzione, verso il sole di mezzogiorni sempre più malati. Migliaia di richiami risuonavano lontani, mentre nuove anatre lasciavano il suolo aggiungendosi a quel rito collettivo.
Lui capiva vagamente che qualcosa stava cambiando nell’aria, nel sole, nella vegetazione, in loro stessi. Ma cosa?
Ricorda uno scambio di sguardi tra mamma e papà, poi verso di loro, poi ancora verso uno stormo che stava per sorvolarli.
Un lampo di decisione attraversò i loro occhi. Chiamando la loro nidiata a gran voce, i genitori decollarono, prendendo la rincorsa sulla superficie dello stagno e innalzandosi con grandi colpi d’ala.
Papà! Mamma!
Anche i quattro anatroccoli decollarono, faticando a star loro dietro. Li seguirono mentre manovravano per aggregarsi ad uno dei bracci a V dello stormo.
Quando fu il suo turno di prendere posizione, Lui si accorse subito che, in formazione, battere le ali gli costava meno fatica.
Con la coda dell’occhio, vedeva lo stagno della sua infanzia farsi sempre più piccolo, mentre l’orizzonte, sempre più ampio, sempre più circolare, gli lasciava intuire un mondo di una vastità che non aveva mai sospettato.
Il primo giorno di quell’avventura il cielo in quota era terso, con un piacevole contrasto di caldo e di freddo.

"L'alleanza" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

“ Prendete e bevetene tutti:
questo è il calice del mio sangue,
per la nuova ed eterna alleanza “
(Messale di Paolo VI)

Gli alieni erano verdi, viscidi e brutti.
L’invasione, come ormai la definivano tutti, era cominciata circa due settimane prima.
Un’astronave enorme appariva all’improvviso sopra il centro di una città, un bagliore verde inceneriva strade e palazzi, poi centinaia di astronavi più piccole scendevano per sterminare i pochi sopravvissuti.
Così avevamo perso Los Angeles, Mosca e Dublino.
E Atlanta, Venezia, Lima, Pechino, Seul, Anchorage, Tokio.
E la lista potrebbe continuare per giorni.
Allungandosi di un paio di nomi a settimana.
I governi o quel poco che ne restava, nascosto in innumerevoli bunkers dagli Urali alle Montagne Rocciose, cercarono di intervenire.
Naturalmente.
I migliori cervelli del pianeta tentarono di entrare in contatto con gli invasori, alla ricerca di un minimo comune multiplo che permettesse la comprensione e la pace tra esseri viventi.
E i migliori cervelli furono inceneriti.
Allora toccò all’esercito, dopo aver morso il freno mentre i cervelloni si affannavano con simboli matematici e luminosi, prendere in pugno la situazione.
Una divisione corazzata si schierava lungo il previsto percorso dell’astronave aliena, scavando trincee, piazzando mine e puntando cannoni.
Un bagliore verde e della divisione rimaneva soltanto ferraglia da rottamare e pozze di plastica fusa.
Allora i militari usarono le atomiche.
Ci vennero restituite come palle da baseball battute fuoricampo.
Ed ogni colpo era un’altra città cancellata dalle guide turistiche.
Usarono aerei stealth, sommergibili atomici, satelliti armati di laser.
Tutti questi giocattoli vennero spazzati via con apparente noncuranza, mentre milioni di persone fuggivano davanti agli invasori, che continuavano ad allargare inesorabilmente i loro immensi cerchi di desolazione.
...

"I gelati di Leopardi" di Teodoro Lorenzo

di Teodoro Lorenzo

... ebbe il tempo di fare il bambino? Crediamo di no, Leopardi non fu mai bambino

Tutto quello che serviva al conte Monaldo e a sua moglie Adelaide era racchiuso nello spazio di poche decine di metri.
Il palazzotto in cima alla salita dove abitavano, la piazzetta, e subito la chiesa, di lato, dove si recavano giornalmente per gli uffici del loro spirito.
Il loro mondo era tutto lì, si misurava coi passi di un uomo. Hortus conclusus non aveva altri passaggi o sentieri che conducessero al di là di quel recinto.

Il palazzo mostrava una faccia lunga e austera. Rimandava e faceva il paio con la personalità del suo proprietario, il conte, di nero vestito, reazionario fino al midollo, pseudo letterato dalle velleitarie ambizioni inseguite senza talento nel tempo lasciato vuoto dalle novene e dai rosari recitati instancabilmente in compagnia della moglie. Anche lei rigida e austera, come il marito e il palazzo.

Uscire uscivano poco, appena lo stretto necessario. Fuori mancava l’aria. Boccheggiavano come pesci sulla sabbia. Solo dentro, nel loro palazzo, riprendevano a respirare, solo lì si sentivano al sicuro. Sbarrato in fretta alle loro spalle il portone d’ingresso lasciavano all’esterno la follia del mondo.
Nulla di ciò che si trovava fuori doveva penetrare all’interno, nulla di nuovo, nulla di fresco doveva scivolare su quella muffa.

"Incertezze" di Nadia Zapperi

di Nadia Zapperi

Sto cercando di studiare Storia ma non riesco a concentrarmi neppure sul titolo del capitolo.
Poco distante da me, dietro a uno degli scaffali della biblioteca, intravedo la ragazza dei miei sogni. Capelli lunghi castano scuri, occhi neri, bocca perfetta.
Mi ha colpito al primo istante in cui l'ho vista, due settimane fa, all'ingresso della scuola."E` nuova - mi hanno riferito gli amici - viene dall'Emilia Romagna".
"Fantastico - ho pensato - gente solare e accogliente".
Solo oggi però ho avuto il coraggio di seguirla fino a qui. Il mio primo passo per iniziare a conoscerla. Anche se lei e` troppo bella per me.

"Vagabondi a Vendicari" di Maria Pizzuoli

di Maria Pizzuoli

Nel comune di Noto, in provincia di Siracusa, nel lembo sud della Sicilia, c’è una zona pianeggiante straordinaria, perché lì si trovano i “pantani”, sorta di paludi costiere, le cui acque finiscono per unirsi a quelle del grande mare Jonio.

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