Fu allora che Mustafà incominciò a disegnarmi. Dapprima si limitò a
ricopiare il disegno che aveva fatto il soldato. Lo ripeté due,tre, quattro volte. La sua mano divenne più sicura e riempì il taccuino di miei ritratti.
Fu allora che Mustafà incominciò a disegnarmi. Dapprima si limitò a
ricopiare il disegno che aveva fatto il soldato. Lo ripeté due,tre, quattro volte. La sua mano divenne più sicura e riempì il taccuino di miei ritratti.
I soldati uscirono di corsa e non si videro più. La maestra Shajida
riordinò lo hijab e si sedette al tavolo con il volto tra le mani.
All’improvviso nella scuola irruppero dei soldati. Americani. O forse
Europei, per Mustafà non c’era differenza. Torsi corazzati, teste da
crostacei, divise maculate, zaini come gobbe di cammelli. Dalle
CI FU UN TEMPO in cui la terra dove sono nato si chiamava Persia. Ma io
non appartengo alla razza persiana né a nessun’altra razza. Non sono un
meticcio e, al contrario di tutti gli altri gatti del mondo, non ho neppure
un nome. Meglio così, piuttosto che quei nomi idioti del tipo: Fuffi,
Pallino o Ginger. Per il mio piccolo amico, Mustafà, ero semplicemente
“il gatto del soldato”.
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