scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

recensione

Dino Buzzati - Il deserto dei Tartari

“Il deserto dei Tartari” è senz'altro l'opera più importante dello scrittore bellunese Dino Buzzati.

Antonio Gramsci - L'albero del riccio

Di questo volumetto di Antonio Gramsci, uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano nel 1921, che morirà nel 1937, dopo undici anni di prigionia, gli anni nei quali scrive i “Quaderni del carcere”, ormai tradotti nelle principali lingue e studiati in tutto il mondo, di questo volumetto dicevamo che raggiunge il l

"Poesie" J. Rodolfo Wilcock


Poesie
J. Rodolfo Wilcock
Adelphi ed.

Durante il seminario “Il notes magico” organizzato nell'aprile '80 dalla Pratica freudiana, Giorgio Agamben - “La memoria, la voce, la morte” - si è mosso verso quel culmine dove la parola ritrova, e ne soffre quasi, il peso di tutta la sua memoria, la corposità della voce, la storicità della propria morte: e, con Hegel, con una citazione tratta dalle “Lezioni di Jena”, “ogni animale ha nella morte una voce/esprime sé come abolito”, ha indicato forse la qualità di ciò che si nomina “apparato psichico”. Nello stesso tempo, e in altra sede, dentro le fila di un dibattito “per il romanzo degli anni '80” organizzato dalla rivista “Tabula”, Antonio Porta, non a caso un poeta, conferma che “I più grossi linguisti del secolo hanno alla fine scoperto questa specie di doppio binario del linguaggio che, da una parte muta autonomamente, dall'altra muta nella storia. Queste due parallele che non dovrebbero incontrarsi mai, in realtà continuano a incontrarsi e intrecciarsi, ed è stranissimo: è un processo che nessuno è riuscito veramente a spiegare, come nessuno è riuscito spiegare veramente come funziona il cervello, il fatto che noi si ricordi per immagini molto più che per parole, eccetera.”
Tutta l'opera poetica di J. Rodolfo Wilcock in italiano – da “Luoghi comuni” a “La parola morte”, da “Italienisches liederbuch” a “I tre stati” fin'anche alle “Poesie inedite” - pubblicata sotto il titolo “Poesie” da Adelphi, ci sembra muovere, anche se molto vi è di deviante, lungo questo asse: dalla parola al “come conosciamo”, cioè. Già “Luoghi comuni” quasi si aprono con “Nonostante i trionfi della scienza applicata/gli strumenti migliori per osservare l'universo/sono ancora la penetrante lempada del verso,/la musica, la voce, di una gola privilegiata,” per chiudersi con “Oh tornare al nulla informe,/al nulla senza tempo e senza varietà!/Tornare al caos uniforme/in cui si annienta la diversità/ e sprofondano le rose, i busti dei tiranni,/le migliori pellicole e gli esseri umani!”, dove il nodo è senz'altro fra distinto e indistinto, fra determinato e indeterminato, fra parola e, appunto, caos.
Ma più avanti, ne “I tre stati”, l'indagine si fa più specifica, “Chi è legato alla carne deperisce,/come la carne che in noi deperisce./Ma la morte mentale avviene prima,/forse alla prima accettazione/di un ordine che non è concordia dei diversi/ma inganno e privilegio del potere.”, per uscirsene in una pagina di puro godimento estetico: “Cade una piuma bianca, di colomba,/arruffata, leggera, lentamente,/attraverso lo spazio immobile,/attraversa l'aria di vetro,/dal cielo latteo al lago contenuto,/dall'azzurro all'azzurro, la piuma bianca./Galleggerà sull'acqua, rispecchiata./Mai un rumore, né disordine di vento/ne turberà la discesa obliqua./E il pensiero che arriva alla coscienza.”
E più oltre, ne “La parola morte”, Wilcock dirà: “Noi fatti di parole e di null'altro,/noi fabbricati a caso da un linguaggio” e “Chi non ha nome non può morire,/la bestia ignora il proprio nome e vive, chi non ha la parola non perisce.”; “Ogni parola nome di una cosa/è un nome singolare della morte/tranne la vita che non è parola” e “infatti io non è, perciò non muore,/ma appena dici io gli dai morte,/ ogni io detto è un io assassinato.”
In tutto ciò, Wilcock ci pare attingere dal motivo contenuto nella citazione hegeliana ma di continuo cozzando, con la sua ricerca del mostrare “come conosciamo”, nel bisogno di imbattersi nella rima o nella cesura, per cui il verso risulta spesso, e diremmo ossessivamente, tagliato nei due emistichi. E' una misura poetica dunque, questa di J .Rodolfo Wilcock, che vale forse come “approssimazione alla grazia” (la definizione, a ben altro livello, riguarda il fare leopardiano ed è di Gianfranco contini) in quanto grazia impedita da quella espressività che egli insegue, pescando a piene mani nel passato, senza posa.

Fabrizio Chiesura

Raffaele La Capria - La lezione del canarino (Il Sole 24 Ore, 79 pagine)

di Fabrizio Chiesura
Dentro la cupa notte dei tempi che ci attraversa – kamikaze e grande e diffusa crisi economica – il grido di dolore di Raffaele La Capria prende le mosse, nel suo bestiario tenero e malinconico, sino dalle prime pagine.
Questa filippica, dalla parte degli animali e in difesa delle creature più minute e sguarnite (ma non solo), è anche una compagine strutturata ed esile a un tempo, è un canto d'amore.
Il dito è puntato contro “Bisanzio...” e la sua “civiltà dove raffinatezza e crudeltà andavano di pari passo”. E' contro altro, dunque, e non contro la disponibile barbarie ordinaria, peraltro sottesa.
Ma ecco irrompere sulla scena dopo, fra gli altri, la “gentil farfalletta” e l'occhio vitreo del gufo reale, ecco fa il suo ingresso lo zoo: azzerato subito con il grido di bambino: “Andiamocene!”
A questo punto, La Capria ci lascia interdetti perchè ha ancora molte frecce al suo arco, basti pensare alla doviziosa messe che il creato gli offre, e ciononostante ci lascia immobili al suo cospetto, come bambole rotte nel pianto.
Ma ecco che l'invettiva, fondata sui singoli animali, si dispiega dopo aver imboccato, “indovinato” con la strada dello zoo, la denuncia della collettività a due o quattro zampe.
E puntuale, la scoperta: “è strano – avverte La Capria – come la prigionia provochi in ogni essere vivente, uomo, animale e perfino pesce, comportamenti analoghi, e una simile sofferenza”.
E allora: “Quando il 'pesce fresco' agonizza sale il suo prezzo, non lo sai?” sentenzia La Capria.
E il messaggio del pregiato volumetto del nostro diventa un invito alla democrazia nei riguardi anche di chi non ha registrato i natali e gli manca l'uso della parola.

Carla Sermasi Calvi e Luca Martini - L'amore spaccato


L'amore spaccato nasce da un desiderio di collaborazione tra i due autori che si conoscono da tempo e si stimano da sempre. In comune hanno solo la passione per la scrittura e un grande affetto per il marito di Carla che è anche cugino di Luca. Quest'ultimo, oltre alla parentela, ha la stessa passione del cugino per la musica... Insomma, una serie di intrecci, di casi della vita, di collaborazioni hanno dato vita al romanzo a quattro mani. Un romanzo che non è neppure un romanzo, ma quattro pièce teatrali, due per autore, che portano in scena storie dell'amore dei nostri tempi. L'amore è miele e zucchero. Ma c'è anche il rovescio della medaglia. E' spesso anche dolore e le quattro scene raccolte nel libro ne raccontano le sfumature attraverso i personaggi e, più ancora, le comparse, che fanno comprendere quanto, per gli altri, la vita va avanti lo stesso al di là delle tragedie personali.
Come disse Jung:"L'amore è follia", spesso una dolce follia, altre volte un delirio psicotico che porta ad estremizzare la vita come nel monologo finale di Martini o a inventarsela, a raggiungere compromessi come succede invece alla protagonista del secondo pezzo della Sermasi.
"Quando farò sesso con te significa che non ti amerò più" è la triste rivelazione di un uomo alla sua donna nel pezzo di Martini. Sono due attori porno e il sesso è lavoro per loro. Un rovesciamento di pensiero forte, forse anticipatore di una realtà subdola dove il sesso è divertimento, denaro, violenza, sopraffazione e si può fare con chiunque, non certo con la persona amata. L'amore si sta trasformando in qualcos'altro?

"La voce invisibile del vento" di Clara Sànchez

"Scorie d'anima" di Antonino Mazzaglia

Una silloge poetica dalle sensazioni intense e contrastanti

La casa editrice Edizioni Galassia Arte ha pubblicato la prima raccolta di poesie dello scrittore Antonino Mazzaglia dal titolo “Scorie d’anima”.

Flavio Pagani - Lapsus

Ho utilizzato il tag "favola" per questo romanzo perchè è raccontato in maniera bislacca, una favola dietro l'altra. In fondo, il protagonista è un favoliere.

Barbara Bolzan - Requiem in re minore

Copio/incollo questa meravigliosa notizia che riguarda la nostra carissima BARBARA BOLZAN che è al secondo posto tra i selezionati nella selezione "Romanzo":

Silvia Obici - Ipotesi di viaggio

Leggendo “Ipotesi di viaggio” mi sono ritrovata a pensare ad un grande puzzle. L'autrice conosceva l'immagine d'insieme ma l'ha ridotta in numerosi pezzi per poi ricomporla in modo concentrico.

Condividi contenuti
Creative Commons License Salvo dove diversamente indicato, il materiale in questo sito
è pubblicato sotto Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.
Powered by netsons | Drupal and Drupal Italia coomunity | Custumized version by Mavimo
Based on: ManuScript | Optimized for Drupal :www.SablonTurk.com