scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Fabrizio Chiesura

Gianpaolo Rugarli - Il Superlativo assoluto

"La tentazione" sonetto di Fabrizio Chiesura

Sono stato tentato dalla vita
c'è chi la chiama bulimia
di certo la giornata è stata tradita
e in salita ho preso la via

oggi che tanto tempo è passato
il fiume di Marilina non più impetuoso
oggi che due seni d'accarezzare m'è dato
sono tranquillo, quieto, sornione, non più voglioso

resta che la pace con me stesso
questi chili di continuo mettono in discussione

"Danilo Dolci, oggi" di Fabrizio Chiesura

Intorno a Danilo Dolci e al suo siciliano “Borgo di Dio” (alias “Centro di formazione per la pianificazione organica”) si sono spesi fiumi di inchiostro: nel bene e nel male. Qui si vuole ricordare, anche se di sfuggita, il Premio Lenin per la Pace del 1956 e fare memoria del più importante angolo di mondo in Italia, luogo della pratica nonviolenta per trent'anni circa.
E allora come non risalire a quel giovane vittima della droga, di passaggio al “Borgo” nel 1979 e subito cacciato da Danilo? Allontanandosi, il nostro lanciò un grido che era un palese riconoscimento di tutta l'opera nonviolenta di Danilo: “Voi siete uomini di pace!”, sentenziò il ragazzo.
Io, a quel tempo, dirigevo il “Borgo di Dio”, beffardamente chiamato così dai siculi che volevano essere riconosciuti e dunque subito così battezzato perché lo strapotere del padrone li annichiliva.
Si trattava di “legittima difesa” o di un malcontento con basi profonde? Per capire, consiglio di leggersi il “Poema umano” di Danilo Dolci uscito presso Einaudi. E' un canto della nonviolenza in versi, con il dito puntato contro tutti i signori della guerra. Ricordo anche che, a quel tempo, nasceva a Partinico, poco lontano da Trappeto (ove era situato il “Borgo”) e poco distante da Palermo, “Radio Città Terrestre”. E il messaggio era: oggi non si può più essere e vegetare da provinciali, pena la scomparsa delle pur buone intenzioni.
Ma ancora mi piace dare la parola a Aldou Huxely: “Danilo Dolci – scriveva Huxely – è di quei moderni francescani muniti di laurea”. Dolci, aggiungiamo noi, non si laureò mai in architettura, ma in lui “vi è un alone di cultura scientifica generale” (sempre Huxely). Lasciamo la parola, la più significante proprio a Danilo Dolci: “Ho iniziato a scrivere in versi, giovanetto ripieno di avide letture... In un momento di saggezza, verso i venticinque anni, ho bruciato tutto, millecinquecento versi, allora li contavo”.
Già, perché “Poema umano” mostra in filigrana il diario di un programma esistenziale. Ed è una poesia civile di atavica grazia e di verità moderna, scandita con la coscienza che nella vita ciascuno è – può, deve essere – ostia agli altri. Mangiare è un dramma: cosmico. Danilo accettava di mangiare per poter farsi mangiare.

"Bambi" di Fabrizio Chiesura

di Fabrizio Chiesura

“Questo è un racconto vecchia maniera:
non vuole dire altro che se stesso”

Bambi trotterellava per la radura come il suo solito (da poco). La mamma, una strega, ne seguiva con orgoglio malcelato i passi armonici. Diluiti cioè con neonata armonia. E lo osservava con amorosa dedizione. Anche una strega può.
Alle volte Bambi inciampava: soprattutto nelle zolle di terra divelte. La strega allora faceva “Oh, Oh”, come tutte le mamme.
E alle volte Bambi sostava sulla riva del ruscello, per bere. La strega ammutoliva, stupefatta.
La strega amava il suo Bambi, il suo pargolo la sua creatura. Dire che lo amava è perfino troppo poco. Lo amava per lo meno quanto odiava suo padre: l'Uomo.
Si era unita a lui in una notte non lontanissima ma di preciso non sappiamo dire quando.
E aveva imprecato al cielo: “Non voglio un bambinò, ma un bambisì, cioè un Bambi”. E di lassù l'avevano esaudita.
Perché una strega odia l'Uomo? Ma per via del cruccio delle streghe: il rogo. O mi dai un figlio o la tua vita è segnata. Io non uccido, moglie mia, io do la morte (fra gli spasimi).
E adesso che era nato Bambi?
Adesso i sogni divaricati portavano l'uomo ad arzigogolare le sue intenzioni. Bambi gli stava sul groppo. Comunque. Ma ci voleva un movente. Dove? Ma nel cervello.
Bambi pascolava ignaro della congiura ai suoi danni. E invero non c'era motivo per un attentato o che so io.
“Ma Bambi ti piace?” faceva la strega al suo Uomo.
“Non è che mi dispiaccia” rispondeva lui “Ma è una femmina di bestia. Anche si accettasse una bestia in casa mia ...”
La strega sapeva che l'Uomo avrebbe preferito un guerriero. Eppure era posseduta da una soverchia tenerezza per il suo piccolo.
E guardava il suo Bambi stupito: da una farfalla sul codino posata. Meraviglia del Creato.
E venne anche il giorno della resa dei conti. I tempi erano maturi. Della strega bisognava, urgeva sbarazzarsi. Senonché non era facile avere una strega fra i piedi. I suoi passepartout con il demonio facevano accapponare la pelle. Che fare, che fare, che fare?
L'Uomo non aspettava che il momento adatto. La strega quando fiutò il pericolo si eclissò. L'Uomo trovò Bambi nella radura. Che brucava. Ma cercava la strega. Inavvertitamente toccò il pelo di Bambi, che schizzò via.
Poi, a casa trovò la strega. Davanti al camino, le spiegò che doveva sacrificarla: alla finestra ascoltava il demonio. La donna guardava per terra. “L'hai fatto?” domandò allora lei. E l'Uomo: “L'ho fatto”, disse. Così Bambi vaga per la radura perché l' insopportabile carezza dell'Uomo lo fa scappare lontano rendendolo orfano dei suoi. E di quando in quando si unisce al branco nel canto dolcissimo di grazie a Dio.

Antonio Lugli - La storia di Odisseo

"La storia di Odisseo" di Antonio Lugli

LA STORIA DI ODISSEO

I
Il cinghiale del Parnaso
Il ragazzo si era fermato a guardare il dirupo e intanto aveva preso dalla bisaccia una manciata di olive grosse come uova di piccione. Sentì gli altri che gridavano, mentre i cani latravano, avventandosi contro la macchia dove da secoli non filtrava pioggia né sole.
Quando si volse, il cinghiale usciva con grande strepito di frasche nella radura. Il ragazzo era figlio di re, e stette fermo a guardarlo: fissò i suoi occhi in quelli minuscoli e malvagi, affioranti tra il pelo lurido del gigante.
Di lassù venivano le voci dei figli di Autolico. Odisseo sollevò lentamente il braccio stringendo nel pugno la lancia spropositata, tese i muscoli in un fascio e in quel momento i cani forsennati dilagarono nella radura. Così il cinghiale rotolò contro di lui e mentre la lancia gli penetrava profondamente nel dorso, gli sfregò la gamba con la zanna curva, appena sopra il ginocchio.
Il vecchio Autolico, apparendo come un dio corrucciato, mostrò il sottile disegno delle rughe in un riso silenzioso nel vedere il cinghiale ucciso. Poi, con un repentino e comico mutar d'espressione, accorse accanto al nipote per guardare la ferita, la prima ferita seria del ragazzo. Vennero anche i suoi figli e si dettero da fare con larghe foglie di un'erba aspra e fresca, muovendo le dita con una delicatezza che stupiva in quegli esseri avvezzi a maneggiare lance da giganti e rozze spade di bronzo.
Furono però gli incanti del vecchio Autolico ad arrestare immediatamente il sangue. Odisseo lo lasciava mentre raccontava come aveva trapassato il cinghiale.
Erano alle pendici del monte Parnaso. Il sole, stridendo come uno scudo di rame, stava per tuffarsi in mare.
Autolico, il brigante che aveva sparso il terrore in tutta la Grecia mitica, venne a Itaca quando nacque Odisseo. Sua figlia Anticlea e il buon Laerte gli avevano presentato il pargolo; Euriclea, la nutrice che allora era giovanissima e fresca, aveva posto il piccolino sulle ginocchia dell'avo, dicendo:
Autolico, trovagli un bel nome, a questo bambino, tu che hai stancato gli dèi a forza di pregarli!
Brava! E' vero! E voi mettetegli nome Odisseo, così come io sono, da buon figlio di Ermes, dio dei ladri, terrore di molti sulla terra, feroce nel furto e nello spergiuro. E quando sarà cresciuto, mandatelo da me e gli darò un regalo che lo farà contento.
Odisseo viene dal verbo <>: vuol dire <>, <>. Un brutto nome, insomma. Ma avrebbe dovuto chiamarlo Astuzia, invece. E si vedrà il perché.
Quando Odisseo ragazzo giunse a casa di Autolico, gli imbandirono un bue di cinque anni, un colosso candido che gli zii stessi avevano scuoiato, squartato e infilato negli spiedi di legno.
Erano rimasti a tavola per tutto il giorno, e Odisseo estasiato aveva ascoltato quasi incredulo i fatti di quei favolosi furfanti.
Poi erano andati a caccia.
Fra i molti doni che Odisseo aveva ricevuto dal nonno, l'unico di cui si era sempre ricordato era stata quella cicatrice con la quale era entrato da vittorioso nella vita degli uomini.

II
L'arco di Eurito

Fabrizio Chiesura - Erano i giorni dei capelli lunghi

Sono passati degli anni, pieni di lotta, e di quello che si usa chiamare la Vita. Tu dici: tutto il senso dei tempi favolosi in cui ogni cosa che vediamo sembra volerci parlare, se n'è andato da un pezzo. C'est la vie, questa è la vita: così era previsto, amico.

Fabrizio Chiesura - Erano i giorni dei capelli lunghi

Erano i giorni dei capelli lunghi. Immediatamente il pensiero va indietro nel tempo, agli anni 60, 70, quando i giovani portavano i capelli lunghi ed erano impegnati a rivoluzionare il mondo, impegnati socialmente e politicamente.
E infatti. Siamo negli anni 70, l'allora giovane autore ci porta in viaggio per l'Italia, un po' in treno, un po' in corriera, un po' a piedi; un viaggio da nord verso sud, a visitare paesi immersi nelle campagne e gente dell'Italia centrale. Gente comuni, che sa di terra, di cose buone e genuine, di lavoro e fatica, di studio, di arte. E perché no? Un viaggio a scoprire un po' se stesso.
L'autore racconta il suo viaggio, con una scrittura leggera, estasiata, ma mai banale, accurata; tra le parole, riferimenti letterari, ora a Vittorini, ora a Carducci, si alternano a splendide metafore sognanti.
I racconti, brevi quanto intensi, si tramutano in versi, piccoli poemi e sonetti.
Ma gli anni delle lotte giovanili e l'impegno politico? Affiorano qua e là tra le righe dei racconti. L'autore apre questo libro proprio dicendo che gli anni pieni di lotta sono passati. Adesso è il tempo delle bombe sui treni, anche queste affiorano tra le righe, ma ciononostante Fabrizio Chiesura, con i suoi racconti, infonde tranquillità, serenità. C'è calore in questo libro, che non è solo quello dell'estate, è un calore che viene da dentro, dall'anima.
Racconti datati 1975, che l'autore ha custodito gelosamente per lungo tempo e solo ora ha voluto condividere con tutti noi.
Stefano Chiarato

Per un assaggio clicca sul seguente link: http://scrignoletterario.it/node/1338

Giuseppe Pederiali - I ragazzi di Villa Elma


L'America? Grattacieli, cow-boys e torte di mele. Siamo abituati a pensarla così. L'Europa? Vecchia e cara. Sarà la stessa cosa – uno stereotipo, cioè – per questa Villa Emma di Nonantola, vicino a Modena? I cento ragazzi quivi rifugiati nel 1942, dice la quarta di copertina, “ hanno la tua stessa età, i tuoi stessi gusti: giocano a pallone e a pingpong, sono golosi di gelati”. Ma fino dalle prime pagine si capisce che la musica di questo bel racconto, fra realtà e fantasia, è un'altra. Leggendo la storia di Lola, Marko, Yoshka e compagnia, tutti ebrei che “perciò devono morire, capirai meglio il più grande dramma del nostro secolo attraverso le dolorose peripezie, le paure, i sentimenti d'amicizia e solidarietà vissuti dai nostri giovani eroi”.
Un solo appunto, un isolato ma grosso neo. Allorché si scrive ( non un datze-bao o una lettera, s'intende), si scrive, a nostro parere, per se stessi e basta. Il referente siamo noi, il “dialogo intimo” si svolge con noi medesimi. Se invece il destinatario della scrittura diventa il pubblico, o come in questo caso i ragazzi, non bisogna comunque tradire la complicità con noi stessi.
Andersen lo sapeva (anche e soprattutto quando dava anima agli oggetti delle sue fiabe); Giuseppe Pederiali (autore del bellissimo “Il tesoro del Bigatto”: avventure in un Medioevo fantastico, con personaggi storici e anche creature straordinarie, come draghi, mostri, maghi e un diavolo in perenne lotta contro un eremita; e de “Le porte del tempo”: racconto di un viaggio attraverso la storia del nostro pianeta dalla nascita della vita ad oggi, e con protagonista un ragazzo e un anziano mago) un po' meno.

Fabrizio Chiesura

Per un assaggio del romanzo clicca sul seguente link: http://scrignoletterario.it/node/1330

Gian Luigi Piccioli - Il delitto del lago dell' Eur

“ … la corruzione della Capitale, gli intrighi della mafia, l'inquinamento della droga, la violenza sessuale, un killer-scout, un magistrato pigro, un misterioso atelier di moda, un transessuale, un fantomatico mendicante, un chirurgo di successo, un ex attore, un maresciallo ingenuo, un nevrotico campione di pagaia ...” Sono troppi gli ingredienti di questo “Delitto del Lago dell'Eur”? A una prima occhiata, sembrerebbe di sì (si incontrano, nel breve volgere di poche righe, il suddetto campione di pagaia, lo “zio” Buby, la madre Ester, Lisa, il cocker Xirbi e il, sempre suddetto, mendicante). Ma la risposta, a lettura ultimata, è perentoriamente no.
Il lettore dal palato fino non cerchi la letteratura per la letteratura in questo romanzo. Si tratta infatti di un “thrilling”, nel senso etimologico del termine: e un fremito, un palpito si prova a leggerlo. Guardare perciò all'intreccio per provare emozione. E per gustare appieno – con l'autore di “Sveva”, 1979, Premio Villa San Giovanni – una prova assai riuscita.

(Fabrizio Chiesura)

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