scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Fabrizio Chiesura

Salwa Salem - Con il vento nei capelli

In questo primo approccio a Salwa, il pensiero vola a Paolo e Francesca (Dante, Inferno, Canto V) ma qui non c'è alcun libro galeotto che istighi al delitto. Al contrario, qui la “crescita nella liberazione” è un dato di fatto ineludibile, e leitmotiv della narrazione stessa.

"Aforismi" di Fabrizio Chiesura

di Fabrizio Chiesura
CROCEVIA
La mamma sputò la mascherina dell'ossigeno. Si aiutò a liberarsi anche con le manine. Le manine della mamma. Piccole, tozze, ma tanto care. Poi fece dei movimenti scomposti. Voleva strapparsi il camice di dosso. Di tutto quanto ho sopraddetto incredibilmente non è successo niente. Io le tenevo la manina, come fosse un gomitolo da carezzare. La mamma non era sopita, guardava, furtiva, qua e là. E invocava: “Vino, vino.” E accennava alla casa dove voleva tornare al più presto. Le lasciai la mano, le carezzai la fronte e i capelli sporchi, poi senza voltarmi traversai la stanza con un passo dolente che voleva dire che noi non dovevamo più percorrere la strada insieme.

TUTTE LE MAMME
Sono belle tutte le mamme. Anche Moravia sosteneva che fra mamma e figlio insorge il rapporto più bello. Allora bisogna dire che sono belle tutte le mamme dei figli maschi. Gli Americani (e chi se non loro?)

Fabrizio Chiesura

Fabrizio Chiesura nasce a Milano nel 1950, da padre veneziano e madre ungherese. Giornalista professionista, scrive nel 1968 su “La zanzara”, il primo fra i giornalini di liceo, e dal 1981 al 1997 su “L'Unità” e dal 1979 al 1985 su “Rinascita”, il giornale fondato da Palmiro Togliatti e che forma i quadri dirigenti del Partito Comunista.

"Poesie" J. Rodolfo Wilcock


Poesie
J. Rodolfo Wilcock
Adelphi ed.

Durante il seminario “Il notes magico” organizzato nell'aprile '80 dalla Pratica freudiana, Giorgio Agamben - “La memoria, la voce, la morte” - si è mosso verso quel culmine dove la parola ritrova, e ne soffre quasi, il peso di tutta la sua memoria, la corposità della voce, la storicità della propria morte: e, con Hegel, con una citazione tratta dalle “Lezioni di Jena”, “ogni animale ha nella morte una voce/esprime sé come abolito”, ha indicato forse la qualità di ciò che si nomina “apparato psichico”. Nello stesso tempo, e in altra sede, dentro le fila di un dibattito “per il romanzo degli anni '80” organizzato dalla rivista “Tabula”, Antonio Porta, non a caso un poeta, conferma che “I più grossi linguisti del secolo hanno alla fine scoperto questa specie di doppio binario del linguaggio che, da una parte muta autonomamente, dall'altra muta nella storia. Queste due parallele che non dovrebbero incontrarsi mai, in realtà continuano a incontrarsi e intrecciarsi, ed è stranissimo: è un processo che nessuno è riuscito veramente a spiegare, come nessuno è riuscito spiegare veramente come funziona il cervello, il fatto che noi si ricordi per immagini molto più che per parole, eccetera.”
Tutta l'opera poetica di J. Rodolfo Wilcock in italiano – da “Luoghi comuni” a “La parola morte”, da “Italienisches liederbuch” a “I tre stati” fin'anche alle “Poesie inedite” - pubblicata sotto il titolo “Poesie” da Adelphi, ci sembra muovere, anche se molto vi è di deviante, lungo questo asse: dalla parola al “come conosciamo”, cioè. Già “Luoghi comuni” quasi si aprono con “Nonostante i trionfi della scienza applicata/gli strumenti migliori per osservare l'universo/sono ancora la penetrante lempada del verso,/la musica, la voce, di una gola privilegiata,” per chiudersi con “Oh tornare al nulla informe,/al nulla senza tempo e senza varietà!/Tornare al caos uniforme/in cui si annienta la diversità/ e sprofondano le rose, i busti dei tiranni,/le migliori pellicole e gli esseri umani!”, dove il nodo è senz'altro fra distinto e indistinto, fra determinato e indeterminato, fra parola e, appunto, caos.
Ma più avanti, ne “I tre stati”, l'indagine si fa più specifica, “Chi è legato alla carne deperisce,/come la carne che in noi deperisce./Ma la morte mentale avviene prima,/forse alla prima accettazione/di un ordine che non è concordia dei diversi/ma inganno e privilegio del potere.”, per uscirsene in una pagina di puro godimento estetico: “Cade una piuma bianca, di colomba,/arruffata, leggera, lentamente,/attraverso lo spazio immobile,/attraversa l'aria di vetro,/dal cielo latteo al lago contenuto,/dall'azzurro all'azzurro, la piuma bianca./Galleggerà sull'acqua, rispecchiata./Mai un rumore, né disordine di vento/ne turberà la discesa obliqua./E il pensiero che arriva alla coscienza.”
E più oltre, ne “La parola morte”, Wilcock dirà: “Noi fatti di parole e di null'altro,/noi fabbricati a caso da un linguaggio” e “Chi non ha nome non può morire,/la bestia ignora il proprio nome e vive, chi non ha la parola non perisce.”; “Ogni parola nome di una cosa/è un nome singolare della morte/tranne la vita che non è parola” e “infatti io non è, perciò non muore,/ma appena dici io gli dai morte,/ ogni io detto è un io assassinato.”
In tutto ciò, Wilcock ci pare attingere dal motivo contenuto nella citazione hegeliana ma di continuo cozzando, con la sua ricerca del mostrare “come conosciamo”, nel bisogno di imbattersi nella rima o nella cesura, per cui il verso risulta spesso, e diremmo ossessivamente, tagliato nei due emistichi. E' una misura poetica dunque, questa di J .Rodolfo Wilcock, che vale forse come “approssimazione alla grazia” (la definizione, a ben altro livello, riguarda il fare leopardiano ed è di Gianfranco contini) in quanto grazia impedita da quella espressività che egli insegue, pescando a piene mani nel passato, senza posa.

Fabrizio Chiesura

"Gioventù" di Fabrizio Chiesura

di Fabrizio Chiesura

Sulla gradinata stava seduto un vecchio dal lungo volto cavallino; teneva sulle ginocchia un barattolo di latta, pieno di minestra che ancora fumava.
Si fregò le mani con allegria; cavò dalla tasca un cucchiaio, lo strofinò più volte sulla manica della camicia strappata, e attaccò la minestra a grandi cucchiaiate.
Di fronte aveva i ruderi del teatro, e io, d'un tratto, vidi il vecchio, le scarpe rotte e la camicia strappata, come parte delle macerie che si intestardiva a voler vivere un altro po' per conto suo, ma che fra non molto vi si sarebbe saldato per sempre. Lo guardavo da basso senza ch'egli mi vedesse, tutto preso com'era a mandar giù cucchiaiate di minestra.
“Olà, nonno. Vi va?”
Il vecchio mi guardò solo un minuto, come uno che ha molta fretta, strizzò l'occhio, e riprese a mangiare, ingoiando un'altra palata di minestra di orzo o di riso: non la masticava nemmeno, la rigirava con furia un paio di volte nella bocca senza denti, poi giù, con il pomo d'adamo mobile, sul collo, come una palla da biliardo.
“Buon appetito, nonno” gli dissi. “E' buona, nevvero?”
Egli lasciò per un istante il cucchiaio nella minestra, mi guardò.
Sopra di noi c'era una gran fetta di cielo azzurro, e il vecchio disse: “Gioventù”, vedendo forse in me la grande fetta di cielo appena lavato, e mi sorrise riprendendo a divorare.
“E il secondo, nonno, dov'è?” gli chiesi.
Adesso nel cielo passava veloce uno stormo di colombi, con forte fruscio di ali, e il vecchio di nuovo mi guardò, e aveva un grano di orzo o di riso appiccicato al mento quando mi disse: “ Gioventù”, vedendo forse in me lo stormo di colombi, e con esso potere di correre, viaggiare, volare, scavalcando montagne. Seguitò a mangiare, ma di minestra doveva restarne ben poca dentro al barattolo, perché il cucchiaio toccava già il fondo.
“E il dolce, e la frutta, nonno, dov'è?” insistetti.
Stavolta non disse niente, sorrise compiaciuto, scrollando paternamente la testa; e vide in me capacità di schiamazzare, entrare nelle pasticcerie di domenica pomeriggio con ragazze che hanno baffi di vaniglia e si puliscono le dita in fazzoletti di profumo.
“Ma un po' di vino, nonno; due dita soltanto ci vorrebbero, no?” gli dissi ancora, ed egli grattò il cucchiaio contro il fondo , ingoiò l'ultima scarsa palata, leccò il cucchiaio e lo lasciò cadere nel barattolo.
Si alzò, guardò i ruderi, di fronte, che lo chiamavano a sé con insistenza; poi, dall'alto gradinata, osservò me in basso. Sorrise e di nuovo scrollò il capo.
“Eh, gioventù” sospirò allontanandosi, con il barattolo che gli penzolava vuoto nella mano.

Raffaele La Capria - La lezione del canarino (Il Sole 24 Ore, 79 pagine)

di Fabrizio Chiesura
Dentro la cupa notte dei tempi che ci attraversa – kamikaze e grande e diffusa crisi economica – il grido di dolore di Raffaele La Capria prende le mosse, nel suo bestiario tenero e malinconico, sino dalle prime pagine.
Questa filippica, dalla parte degli animali e in difesa delle creature più minute e sguarnite (ma non solo), è anche una compagine strutturata ed esile a un tempo, è un canto d'amore.
Il dito è puntato contro “Bisanzio...” e la sua “civiltà dove raffinatezza e crudeltà andavano di pari passo”. E' contro altro, dunque, e non contro la disponibile barbarie ordinaria, peraltro sottesa.
Ma ecco irrompere sulla scena dopo, fra gli altri, la “gentil farfalletta” e l'occhio vitreo del gufo reale, ecco fa il suo ingresso lo zoo: azzerato subito con il grido di bambino: “Andiamocene!”
A questo punto, La Capria ci lascia interdetti perchè ha ancora molte frecce al suo arco, basti pensare alla doviziosa messe che il creato gli offre, e ciononostante ci lascia immobili al suo cospetto, come bambole rotte nel pianto.
Ma ecco che l'invettiva, fondata sui singoli animali, si dispiega dopo aver imboccato, “indovinato” con la strada dello zoo, la denuncia della collettività a due o quattro zampe.
E puntuale, la scoperta: “è strano – avverte La Capria – come la prigionia provochi in ogni essere vivente, uomo, animale e perfino pesce, comportamenti analoghi, e una simile sofferenza”.
E allora: “Quando il 'pesce fresco' agonizza sale il suo prezzo, non lo sai?” sentenzia La Capria.
E il messaggio del pregiato volumetto del nostro diventa un invito alla democrazia nei riguardi anche di chi non ha registrato i natali e gli manca l'uso della parola.

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