Riflessioni e Realtà

"24 Dicembre" di Autore Anonimo

dedicato a G.

“Farò tutto oggi, nel pomeriggio”.
Ripetevo questa frase a mia madre ogni volta che mi chiedeva qualcosa.
E lei non capiva.
L'ho accompagnata a fare la spesa stamane. Nonostante le sue insistenze, non mi sono preso nulla per me.
“Il tuo dietor è finito. Qui costa meno. Perchè non lo prendi?”
“Farò tutto oggi pomeriggio”.
Lei, convinta di non essere vista, ne ha fatto scivolare una confezione nel carrello.
“Va bene – ho pensato – la utilizzeranno lo stesso”. E l'ho lasciata fare, fingendo di non vedere.
Sono terminate anche le pastiglie. Quelle del colesterolo e quelle per dormire.
Lei me lo ha fatto notare e, quando sono uscito di casa nelle prime ore del pomeriggio, avrà pensato che stavo andando in farmacia.
E' rimasta perplessa quando, sulla porta di casa, l'ho salutata sfiorandole il viso con un bacio. Mi ha detto: “Perchè mi saluti? Tanto ci vediamo tra poco...”
Le ho sorriso. Ma non ho risposto.
E' tutto pronto.
Nel portafogli ho i soldi, i documenti e le ricette della dottoressa.
Ho indossato tutti i miei vestiti preferiti. Anche quelli di quando ero grasso. Fa molto freddo oggi ma non so come sarà dove sto andando.
Ho preso la metropolitana e sono sceso una fermata a caso.
C'è molta gente in banchina ma nessuno bada a me che scendo sulle rotaie e cammino a ritroso lungo i binari fin dentro la galleria.
La gente è egoista. Pensa ai fatti propri e non capisce. Potevano fermarmi e non lo hanno fatto, voltando lo sguardo dall'altra parte.
Qualcuno avrà anche chiesto: “ma che fa quello là?”. Qualcun altro gli avrà risposto: “lascia perdere. Son fatti suoi”.
Ma forse è meglio così. Significa che questo è il mio destino. Che è la cosa giusta.
Mentre sono qui, sdraiato sulle rotaie, poco prima di chiudere gli occhi e attendere l'avvicinarsi della luce e un urto che non sentirò, la paura è tanta ma la determinazione mi inchioda, immobile, al mio fato. Penso al volto di mia madre, al suo dolore ma anche al suo sollievo.
Amerà il ricordo di me e non le botte che le davo incitato dalle voci nella testa.
Amerà il figlio che avrei voluto essere e che non sono stato nonostante le medicine.
Troverà il biglietto che le ho lasciato sotto al materasso, con la data di oggi, 24 Dicembre.
Piangerà.
E le sue lacrime laveranno via la mia follia.

"88 tasti" di Silvia Armanini

di Silvia Armanini
dedicato ad A. Baricco in "Novecento"
quante donne di oggi con lo stesso interrogativo? "Come dirlo a mia figlia?"

"88 tasti" pag.1

Roberta rimane a guardare l’acqua che scorre rapida nel canale, con le bollicine abbandonate dai detersivi trascinate dalla corrente e Chérie, sdraiata al suo fianco sulla panchina, che non sa decidersi tra il ringhiare all’insegna dei cani di passaggio o il continuare a mordicchiare le dita con cui la sua padrona le accarezza le orecchie. Così si limita ad alternare le due azioni.
La padrona, però, non bada a quello che fa il cane, ma alza la testa verso le nuvole, più scure man mano che la luce diminuisce, e nota tutti i moscerini che le girano attorno alla testa, attirati dal lampione ronzante sopra di lei.
Non c’è proprio nulla di romantico in tutto ciò.
Se quel canale si trovasse in uno dei libri di sua sorella Paola ci troverebbe bollicine blu cobalto e stelle splendenti, aitanti uomini d’affari che casualmente fanno jogging sulla pista ciclabile che costeggia la panchina su cui lei e il suo cane sono seduti, pronti a invitarla a cena in qualche luogo lussuoso, giurarle amore eterno e riempirla di una marea di regali costosi. E vissero tutti felici e contenti.

In uno di quelli di sua figlia, forse, qualche macabro non morto risorto dalle acque per qualche insensata vendetta, raggiungendo il suo scopo dopo aver provocato immani disastri economici, politici e ambientali. Magari partendo col mangiarsi lei, il cane e pure la panchina. Una fine triste, ma fortunatamente veloce.

Ma a lei non piace leggere libri d’amore né horror eccessivamente splatter. Ultimamente, a dire il vero, riesce solo a leggere i racconti di Camilleri e le guide illustrate sui cani maltesi, quindi crede che se ne rimarrà seduta su quella panchina, con Chérie a mordicchiarle le mani ed a ringhiare, le nubi sempre più nere e le acrobazie dei moscerini a darle il mal di testa. ‘Che poi, lei, l’uomo perfetto ce l’ha già. Sufficientemente dolce ed intelligente, amante dei cani – e principale fornitore di tutte quelle guide che lei si fagocita – e anche di bell’aspetto. Ed è proprio questo il problema.

Come dirlo a sua figlia?

Interromperla nella lettura di uno di quei suoi libri, oppure bloccarla nel corridoio di casa, la sera, quando non riesce a dormire perché vede in ogni angolo scuro uno di quei maledetti mostri di cui legge? Magari mentre torna da un esame universitario – in cui il professore gli avrà dato buca per l’ennesima volta – o mentre parcheggia la bici tornando dal lavoro, maledicendo l’Amministratore delegato che non sa nulla di contabilità, la collega troppo inesperta e la macchinetta del caffè che la odia visceralmente e le rifila puntualmente il solito caffè macchiato al posto del tè al limone.

Sospira, sorridendo. Sua figlia la rimbecca sempre, perché ride in continuazione e non dice mai niente di serio, ma ancora una volta ha la conferma che pensare seriamente porta solo un gran mal di testa e tanta noia. Chérie ringhia all’insegna del solito botolo bavoso di 15 chili, rizzandosi sulle zampe e mostrando i dentini candidi da maltese di 4 chili scarsi, guadagnandosi un abbaio profondo e minaccioso che la costringe a rifugiarsi sulle ginocchia della sua padrona. La leggera pressione delle zampine del suo cane sulle gambe le fa ritornare alla mente quel pomeriggio, quando Mario le è venuto incontro sorridendo serio, stringendo quella stramaledetta scatolina blu contenente un ancora più stramaledetto anello sbarluccicante.
E’ troppo presto, si sente ripetere.

"88 tasti" pag.2

Ne’ domani, ne’ il giorno dopo ancora, sorrideva lui, non capendo la portata di ciò che stava facendo

neanche il prossimo mese, o il prossimo anno.

Si sentiva ancora scossa dai brividi, a pensarci. Lei, che non piangeva mai, aveva dovuto chinare la testa verso il tappettino dell’auto per nascondere gli occhi lucidi.

Non ho fretta: aspetterò per tutto il tempo che vorrai, finché ti sentirai pronta.

Cherié, accucciata sulle sue gambe, che sollevava la testolina bianca, chinandola di lato in una tacita domanda… “Perché piangi?” …

Un nuovo ringhio la riporta al presente, con tutti i suoi moscerini ronzanti ed il borbottare dei cani. Infila la mano in tasca, stringendo con forza la scatolina di velluto, sincerandosi – con una certa dose di orrore – che è ancora lì. Non ha tempo di pensare a come disfarsene, e se disfarsene, perché il gracidio di una catena mal oliata le fa alzare la testa.

“Heilà mamma! Sapevo che vi avrei trovata qui…”

Cheriè lancia un abbaio che è tutto un programma, saltando giù dalle sue gambe per andare a salutare la giovane appollaiata su una bicicletta sgangherata.
“Come è andata oggi?” le chiede sorridendo, già conoscendo la risposta. “Ma, nulla di nuovo…sempre le solite cose… l’amministratore delegato che pensa che la parola sconfino sia sinonimo di saldo, la macchinetta del caffè che oggi mi ha rifilato i cantucci scaduti il mese scorso al posto della barretta al cioccolato… ho finito il libro che stavo leggendo, in treno.”

“Davvero?” domanda sorridendo “e di cosa muore la popolazione mondiale, questa volta?”

Sua figlia la guarda scocciata, poi sorride. “Tanto è inutile che te lo dico, l’unica volta che ti ho parlato seriamente di un libro che ho letto ed ho fatto un commento personale mi hai preso in giro per una settimana!”

Roberta annuisce, ripensando alla “grande rivelazione” di quel giorno, mentre le raccontava di T.D. Lemon Novecento, del pianoforte, di come poter scegliere anche in mezzo a possibilità infinite.

Guarda la schiena di sua figlia, mentre si muove al ritmo delle parole che le riversa addosso come un fiume in piena, senza prendere fiato e con tono scocciato; poi guarda Cheriè, che scodinzola allegra al fianco della bicicletta sgangherata con la lingua penzoloni e la testina rivolta verso la sua sorellina bruna, abbaiando allegra quando il tono si fa divertito e ringhiando quando si fa contrariato. Stringe il tessuto blu. Per quanto tenti di dimenticarla, Roberta sa che la scatolina rimarrà sempre nella sua tasca.

E non c’è niente di più sbagliato, ne’ niente di più giusto.

Ma io sono convinta, mamma, che anche se ci sedessimo al seggiolino sbagliato, su quell’immenso pianoforte che sa suonare solo Dio, troveremmo quegli ottantotto tasti che conosciamo.

Racconterà a sua figlia di Mario, un giorno, e poi indosserà quell’anello.

Forse.

Perché Roberta sa’ di aver avuto sempre ragione:

Pensare seriamente porta solo un gran mal di testa. E tanta, tanta noia.

"Aforismi" di Fabrizio Chiesura

di Fabrizio Chiesura
CROCEVIA
La mamma sputò la mascherina dell'ossigeno. Si aiutò a liberarsi anche con le manine. Le manine della mamma. Piccole, tozze, ma tanto care. Poi fece dei movimenti scomposti. Voleva strapparsi il camice di dosso. Di tutto quanto ho sopraddetto incredibilmente non è successo niente. Io le tenevo la manina, come fosse un gomitolo da carezzare. La mamma non era sopita, guardava, furtiva, qua e là. E invocava: “Vino, vino.” E accennava alla casa dove voleva tornare al più presto. Le lasciai la mano, le carezzai la fronte e i capelli sporchi, poi senza voltarmi traversai la stanza con un passo dolente che voleva dire che noi non dovevamo più percorrere la strada insieme.

TUTTE LE MAMME
Sono belle tutte le mamme. Anche Moravia sosteneva che fra mamma e figlio insorge il rapporto più bello. Allora bisogna dire che sono belle tutte le mamme dei figli maschi. Gli Americani (e chi se non loro?) hanno teorizzato anche che il figlio maschio nasce dall'amplesso più intenso, più pieno, più carico di fuoco da entrambe le parti. L'altro giorno ho visto un nano bruttissimo e ho pensato ai tanti nani bruttissimi e alle loro mamme bruttissime.

AMARSI
Sì, la loro può dirsi un'avventura. O anche una cavalcata per le praterie dove guida e pulsa soltanto il cuore. Ma non basta. La loro è stata un'investitura: io do a te perché tu dia a lui (o a lei). Parliamo di una coppia che mette su famiglia. Tre sono i prodotti di questa coppia. Tre maschi. La femmina è rimasta cartuccia inevasa. Bene. Questa coppia ha concluso la sua vicenda terrena. Ovvio, non lasciare tracce del percorso incidentato. Ma più che ovvio, affidare al vento le pagine e pagine di un incartamento fra innamorati. Così l'atto di mia mamma, che prima di riposare al fianco del suo uomo, straccia e butta all'aria la fitta corrispondenza di una vita corsa sui binari e della bontà e del disinteresse, e si colora delle tinte di un'aurora boreale.

UNO SU CINQUE
Mamma, se io ti penso è come ti guardassi, scrutassi negli occhi. Raramente, in vita, è successo che i nostri sguardi si incrociassero. Succede in morte. Contento? Paralizzato. Annichilito. Ho una tua foto che, col sottoscritto stretto al seno, mi regala il tuo sguardo fisso. Ma è diverso. E allora ti penso, ma senza scrutarti negli occhi. Parlandoti l'universale linguaggio del silenzio. La mia schizofrenia? Mamma, uno su cinque sulla Terra soffre, patisce la mia malattia. Vedo, scorgo: I tuoi occhi – mi hai sempre capito e sai che le statistiche sono la mia forza – sorridono.

1982
Salivo il Golgota del mio malheur. Della mia disgrazia. Del mio dispiacere. Volevo morire a ogni istante e qualcosa o qualcuno me l'impediva. Il medico di guardia era stato una carogna con me. Ma non lo odiavo. Pensavo troppo a me. Salivo, secondo lui, i gradini della turpitudine. E' che volevo farmi male. Quando mi “inchiodarono” a un letto, i miei cenci sudavano come un colabrodo. Udii anche un martello che picchiava i chiodi “pronti” per me. Il Talofen impedì che gridassi al Cielo il nome di Dio. Chiusi gli occhi che non mi avevano ancora “crocifisso”. Gesù è la vittima.

"Altruismo o egoismo" di Nadia Zapperi

di Nadia ZapperiTra gli animali, quando è in arrivo un pericolo, il primo che lo avverte, segnala a tutti, mettendo in pericolo se stesso per puro istinto altruistico.
E l’uomo? Anch’egli è così?

«Sono in ritardo… come sempre!!!» Pensavo a questo mentre mi dirigevo al ristorante per una cena con i colleghi di lavoro. Il mio Capo Redattore mi aveva chiesto di vestirmi elegante ed io avevo perso buona parte del mio tempo a cercare nel mio armadio qualcosa che non fosse un jeans scolorito ed un maglione extra large. Per non parlare del trucco!!! Comunque, lo specchio mi aveva rimandato un’immagine di me abbastanza decente da darmi il coraggio di uscire.
L’orologio correva più di me; il ticchettio dei miei tacchi segnava i secondi che passavano nella mia grande incapacità di camminarci sopra.
«Saranno già tutti a tavola… ed il mio ingresso lo noteranno tutti. Che figura! Conciata così poi! Domani mi metteranno in prima pagina!» pensai mentre mi facevo forza e, ormai davanti all’ingresso del ristorante ne aprii la porta, già pronta ad accogliere un imbarazzo che avrebbe accentuato sul mio volto il rosso del fard che mi ero messa.
Un cameriere mi venne incontro e mi condusse al tavolo da me indicato facendomi accomodare nell’unico posto libero che era lì ad attendere me, così come tutti i presenti.
Con lo sguardo basso chiesi scusa per il ritardo ironizzando su me stessa come sono solita fare: «…Sono stata in restauro e ci hanno impiegato più del previsto…» Risata generale e qualche apprezzamento che mi fece alzare il viso verso la tavolata. Solo in quel momento mi accorsi che ero l’unica donna tra una decina di colleghi, alcuni dei quali non sapevo neppure chi fossero.
Nessuna collega aveva partecipato e gli sposati non avevano condotto le loro mogli!
Di che cosa e con chi avrei parlato? Che cosa avrei ordinato? Quante forchette!!! Qual è quella del primo? E due bicchieri? Qual è quello dell’acqua? Nessuna lì a darmi l’esempio!!! «Oddio…»
Il mio panico fu arrestato da Enrico, il mio collega preferito, il più gentile e carino a mio parere, seduto accanto a me che mi disse: «Stavamo discutendo, abbastanza animatamente, sul concetto di altruismo. Non ricordo neppure come ci siamo arrivati, però ora siamo bloccati sulla convinzione di molti che, in fondo, altruismo è sinonimo di egoismo. È l’altra faccia della stessa medaglia. Tu che cosa ne pensi?»
«Oddio» pensai, «ma gli uomini non parlano mai di cose serie! Proprio stasera devono farlo?»
Per prendere tempo risposi: «Ma che cosa e quanto avete bevuto nell’attendermi?»
Altra risata generale ma qualcuno in fondo alla tavolata continuò: «Molti si considerano altruisti nel dare all’altro il proprio superfluo; in realtà, il vero altruismo è il condividere ciò che si possiede». Lo disse più per rimarcare la sua posizione che non per mettere al corrente me di ciò che pensava. Era Antonio, addetto in genere alla prima pagina.
In effetti, non era un pensiero errato.
Accennai semplicemente che, secondo la mia opinione, altruismo significava: «Fare il bene dell’altro, con l’altro e per l’altro senza un vantaggio secondario personale».
«Quindi escludi l’egoismo» mi rispose Roberto, giornalista addetto alla cronaca nera, seduto di fronte a me.
«Certo. Il significato puro del termine “altruismo” è infatti “amore per l’altro, dedizione all’altro”».
«Ma spesso, non so, quando si fa una buona azione in fondo la si fa per “guadagnarsi il Paradiso”, o comunque per sentirsi bene in coscienza». Era ancora Roberto, che mi costrinse così ad esprimere meglio il mio pensiero scordando l’imbarazzo dell’essere l’unica donna. Ero una collega, al pari loro e il pensiero di vendetta sul mio capo il giorno dopo se ne andò nel piacere della conversazione. Continuai quindi: «Sì, è vero quello che dici. Ci si sente sempre bene dopo una buona azione. Però, ad esempio, il Cristiano sa che “la sua sinistra non deve sapere ciò che fa la sua destra”, la ricompensa per il bene fatto arriverà da Dio e non dagli uomini sulla Terra. Il Cristianesimo chiede l’umiltà unita all’altruismo».
«Allora convieni con noi che fare qualcosa per gli altri ha un secondo fine personale, che sia guadagnarsi il Paradiso o le lodi delle persone» ribatté ancora Roberto.
«Se lo si vive in quel modo, sì. Nel Buddismo, ad esempio, l’altruismo è uno stato mentale così come la compassione ed il buon cuore. È “fare ciò che si può, con il livello di saggezza acquisita e dedicando tutto al bene dell’altro”».
«Sì, ma vivere al meglio delle proprie capacità è di beneficio anche a se stessi, non solo agli altri» intervenne Enrico.
«Condividere ciò che si ha e ciò che si sa in fondo pone colui che dà e sa su un piano superiore a chi riceve. Non c’è umiltà» continuò il mio capo.
«Dipende da come dai» mi difesi. «La saggezza del buddista sta nel comprendere la Legge della vita, cioè nella consapevolezza che la vita di tutti gli esseri viventi è collegata l’una all’altra costituendo essenzialmente una sola entità».
«Quindi, se cerchi la felicità per gli altri è come se, in fondo, cercassi la tua. E ritorniamo allora al tornaconto personale, all’egoismo». Mi voltai verso il mio ultimo interlocutore senza riconoscerlo. «Chi sarà mai? È proprio vero che quando c’è una cena gratis saltano fuori persone nuove, mai viste in ufficio» pensai mentre rispondevo: «La sottigliezza sta nel fatto che per il buddista è proprio impossibile cercare la propria felicità senza avere a cuore quella degli altri, perché sono interdipendenti l’una dall’altra. Capisci?»
«Beh, è proprio una sottigliezza però…!»
«No…» lo corressi: «…è uno stile di vita dove l’azione altruistica non è intesa solo come assunzione e risoluzione del problema dell’altro bensì è incentrata a mettere l’altro nella condizione di autonomia. Nel senso, non solo si dà il pesce a chi ha fame oggi ma gli si insegna anche a pescare affinché non abbia più fame domani».
«A proposito di cibo, sta arrivando il cameriere con le ordinazioni» mi interruppe Enrico.
Non ricordavo di avere ordinato nulla ma, subito, rammentai che il menù era segnato sul biglietto d’invito che mi aveva consegnato il mio capo quando mi aveva invitata.
Il discorso continuò tra i vari passaggi del cameriere che portava pasta, carne, pesce, contorni, dolce e caffè, il tutto inondato da vino e acqua in abbondanza.
La serata è terminata bene nonostante non si uscisse dal dilemma: altruismo sinonimo di egoismo?
Ciò che si fa per l’altro in fondo risponde a bisogni etici personali ai quali occorre dare risposte per riuscire a vivere meglio con se stessi.

Mentre mi preparavo per andare a dormire pensavo alla bella sensazione provata durante la serata. Mi ero sentita parte di un gruppo confermando la certezza che non era importante il vestito o il fatto di essere donna bensì quello che si ha dentro e la disponibilità sia a raccontarlo sia ad ascoltarlo.
In fondo, pensavo, anche questo è altruismo. Far sentire l’altro importante prestando attenzione a ciò che ha da dire arricchendosi così di novità e di saggezza.
"Forse, il concetto di altruismo in se stesso, riporta sempre ad un vantaggio personale", conclusi a me stessa poco prima di chiudere gli occhi ed abbandonarmi al sonno. Tutto sta però nel modo di agire, nei motivi che spingono le persone a metterlo in atto poco importandosene del significato che chi sta a guardare può attribuirgli.
(anno 2006)

"Amore violento" di Attilio Meoli

di Attilio Meoli

Quando l’amore cambia volto.

Buio, silenzio, paura, il sangue mi cola dal naso, sento il suo sapore in bocca, quel sapore che ormai conosco così bene. La porta che sbatte mi avverte che lui è uscito. Il cuore ricomincia a pulsare, mi rilasso, cerco di alzarmi ma la gamba mi duole e ricado. Quanto tempo è passato? Mezz’ora, forse un’ora. Devo rialzarmi, ripulirmi e poi c’è ancora la cucina da sistemare. Per fortuna il nostro piccolo angelo è con i nonni, povero caro, così piccolo e fragile. Presto, devo far presto, se lui rientra e trova la cucina in disordine si arrabbia e ricominciano le botte.
Eppure Fabio, quando l’ho conosciuto, era così gentile, così galante, così bello. Dio, sembra passato un secolo da allora e invece sono passati solo tre anni. Tre anni lunghi come secoli, ed io a soli ventisei anni mi sento come n’avessi il doppio. Ritorno con il ricordo al giorno del nostro matrimonio, com’ero felice. «Nella buona e nella cattiva sorte finché morte non vi separi», disse don Angelo, e mi sembrò una frase bellissima. Anna, cara amica che ho ripudiato perché cercavi di mettermi in guardia, dove sei? Sei stata fidanzata un anno con Fabio, poi lo hai lasciato, così, improvvisamente, senza dare spiegazioni a nessuno, nemmeno a me, che ero la tua migliore amica. Qualche tempo dopo, quando ti dissi che ci amavamo e che ci saremmo sposati, mi raccontasti delle cose terribili sul conto di Fabio, così terribili che pensai fossi invidiosa di noi e ti allontanai. Cara Anna, potrai perdonarmi? Mi manchi, come vorrei averti qui ora ad aiutarmi, a proteggermi.
Finalmente la cucina è in ordine, le scale, che fatica salire al secondo piano. L’acqua della doccia mi ripulisce, la lascio scorrere sul mio corpo, a lungo, mi insapono più e più volte, ma mi sento sempre sporca. Finalmente mi getto sul letto, mi infilo sotto le coperte e mi rannicchio il più possibile in un angolo, immaginando di non essere lì.
La porta d’entrata sbatte, una bestemmia, è lui, è tornato e capisco da come si muove che ha bevuto. Lo sento salire le scale, barcollante, apre la porta della camera con violenza, come spesso è solito fare. Mi rannicchio impaurita, vorrei scomparire, annullarmi, non esistere. Lui si spoglia piano, sento il suo sguardo su di me e il terrore mi attanaglia la gola.
Eppure una volta ero felice quando lo sentivo rientrare, allora le sue mani non mi facevano paura e le sue parole per me erano dolci come il miele. Poi è nato Luca, il nostro piccolo angelo. La felicità era così grande che mi scoppiava il cuore. Fabio però incominciò a cambiare, mi accusò di trascurarlo, di occuparmi ormai solo di nostro figlio. Certo il nostro bambino occupava molto del mio tempo, ma il mio amore per Fabio non era diminuito, però lui non lo capiva. Poi una sera, rientrando ubriaco, mi accusò di trascurare la casa, disse che era tutto in disordine, sporco, ed iniziò ad insultarmi dicendomi cose che non gli avevo mai sentito dire prima. Quella sera mi violentò e mi picchiò selvaggiamente e da allora le violenze sono diventate quasi quotidiane.
Si infila nel letto, sento il suo corpo che si avvicina e l’alito pesante sul mio viso. «So che sei sveglia, lo sento da come respiri». Scoppio a piangere, il mio corpo è attraversato da spasmi di paura, ma questo non lo ferma, anzi, si getta sopra di me e mi prende con una violenza inaudita. Buio, silenzio, paura… domani… domani me ne andrò via per sempre… domani… forse… ritroverò la pace.

Due giorni dopo, il giornale locale, in un articolo di cronaca parlava di una donna trovata impiccata nella sua camera. Lasciava un marito e un figlio di un anno e rimaneva «incomprensibile» – così citava l’articolo – il motivo del suicidio. Eppure, continuava l’articolo, aveva un marito d’oro, gran lavoratore, che non le faceva mancare niente… neanche le botte, ma questo l’articolo non lo diceva.
(anno 2008)

"Andata e ritorno" di Marco Bianchi

di Marco Bianchi

Un'esperienza di vita vissuta, una sensazione che si espande e lascia traccia di sè per la vita...sperando non sia solo solitudine

La paura è la sensazione peggiore, sono steso sul letto completamente sudato con una sensazione di freddo terribile, non è il freddo d’inverno che ti fa venir voglia di mettere il cappello e i guanti, è un freddo primordiale, come se dentro di te una fiamma si spegnesse, come se tutto quello di cui eri sicuro fino a un attimo fa stesse facendo le valige per andarsene per sempre.. La mia anima mi sta abbandonando penso, e grido, si grido con tutto il poco fiato che mi rimane che il mio compito qui non è finito, che ho ancora molto da fare e da dire in mezzo agli uomini e che alla fine non voglio morire, proprio non voglio, devo avere il terrore disegnato in faccia quando il medico del 118 tenta di farmi qualche domanda intanto che un’altra persona che percepisco e basta sta tentando una flebo nelle mie vene collassate, mi dice stai calmo, mi chiama per nome, mi dice di non preoccuparmi che adesso mi rimettono in sesto, lo sento come un angelo, lo percepisco come il mio salvatore e in effetti lo è.. Sono passati nemmeno 20 minuti dall’inizio del freddo, il dolore aumenta e a un certo punto dico al medico: “ guarda che svengo”, me ne vado. Succede così in effetti, mi ritrovo in uno spazio dilatato completamente bianco, sono presente a me stesso e ho la sensazione di girare la testa ma la completa mancanza di punti di riferimento mi disorienta, è come essere sospesi nel niente assoluto, la prima cosa di cui mi rendo conto è che è sparita la paura, sparito il dolore sparito il freddo glaciale, sparito tutto, anche il ricordo, sono quello di un attimo fa ma è sparita la mia casa, la mia vita la mia compagna mio figlio, tutto inghiottito da questa luce che mi dona una pace e una tranquillità che non ho mai nemmeno lontanamente sognato. Non ho il tempo di rendermi conto di altro, uno scossone mi riporta al freddo e al dolore, adesso sono sul pavimento, il medico è forse più spaventato di me, sento le parolacce di quello della flebo di prima che non trova le vene e una terza persona mi sta tagliando con le forbici i vestiti da dosso. Una persona di fronte alla morte è nuda, è vero... Non riesco a mettere a fuoco niente se non il fatto che dopo alcuni farmaci il dolore cala molto, ma sono intontito, passo due giorni in un miscuglio di facce al limite del distinguibile, sono occhi e sorrisi che il mio sguardo velato mette da qualche parte in fondo alla coscienza, in fondo a quell’Anima che per un momento se n’è andata altrove ma che è tornata. Tutti intorno a me fanno qualche cosa, misurano iniettano calcolano toccano oscultano osservano e poi le visite, gli amici che ritornano facce conosciute, una ragazza che conosco e che scopro lavora proprio li, il primo sorriso lo faccio 5 giorni dopo mi raccontano, come le prime parole, escono pianissimo dalla mia bocca credo 5/6 giorni dopo.. Ho ancora una paura verde, sono così stanco da non essere in grado di alzarmi e bere un bicchiere d’acqua e non mi permettono neanche di farlo. La mia vita è finita ed è ripresa il 24 luglio 2004, era una domenica di sole calda e splendida, nemmeno una nuvola, domani è la vigilia del quarto anniversario, non riesco ancora a viverla come una rinascita sebbene mi sia ripreso gran parte della mia vita, mi rendo conto che l’ombra della vecchia signora che è calata su di me ha spento parte della fiamma, quella fiamma che muove il nostro essere vivi e parte di questo mondo, quella fiamma che ti fa vivere il presente e gioire per questo cielo di oggi, per questo sole estivo e per il vento che soffia via l’odore di chiuso. La mia compagna di sempre ha deciso di non vivere più con me, la prossima volta che la paura e il freddo torneranno sarò da solo ad aspettare una fine che a quel punto nessuno eviterà. Oggi è stata una giornata di pensieri neri, una giornata dove a furia di scavare mi si sono disfate le unghie, le braccia mi fanno un male atroce e le mani sono piene di fiacche e di graffi; Ho il fiato corto e sto piangendo perché in fondo al buco ci sono io, solo io, solo come poche volte nella mia vita, solo con questo dolore dentro e questa sconfitta addosso che non riesco a digerire ma solo a camuffare, le mie giornate sono fatte di poche parole, parte scritte sui muri e parte lette nel mio cuore, nella mia testa, poco altro mi accompagna in questa città che a luglio si svuota di tutto, in questa città che col caldo diventa ricordo e il ricordo si trasforma in dolore e il dolore non passa, non passa.

"Blu" di Leila Mascano

di Leila Mascano

Com’è difficile, Ada, pensare a te che dormi abbandonata nel nostro letto, col braccio piegato sotto il cuscino e l’altra mano poggiata sulle labbra, quasi a voler suggellare quei segreti che potrebbero sfuggirti nel sonno. Un tempo non dormivi così, semplicemente non avevi segreti, o se li avevi erano davvero piccoli, tanto piccoli da fare sorridere. Eri una natura semplice, luminosa, e quasi mi chiedevi perdono per quei piccoli lati d’ombra cui pensavi non avere diritto, e che ti riservavi più per smussare la mia impazienza, le mie collere, che per un tornaconto tuo.
Un giorno, durante una discussione, alzai la voce e mi accorsi con stupore, con pena quasi, da un tuo piccolo gesto, che avevi paura di me. Avevi un diario, dove annotavi le tue giornate, e di cui scorsi poche righe, quasi senza volerlo: «Carlo è sempre più lontano, chissà se è ancora innamorato di me.» Ne provai vergogna. Non ero mai stato innamorato di te, l’unico amore della mia vita era stata Francesca, mai dimenticata, e solo Dio sa perché, visto che non valeva un decimo di quello che vali tu. Eppure, dopo anni, il suo ricordo ha continuato a mordermi il cuore. Ti vedevo semplice, nella tua semplicità meravigliosa, tentare di arrivare fino a me, umile nelle tue domande, maternamente sollecita, e pensavo che eri tutta lì, e che saresti stata appagata da un figlio che mi somigliasse. Ma dopo quello al quale moltissimi anni fa ti chiesi di rinunciare, altri non ne sono venuti e tu hai offerto questo ennesimo, inutile sacrificio a me, che tutto sommato quel figlio che non volli me lo sarei potuto anche tenere. Ma mi irritava la tua gioia, la pienezza che ti sembrava d’avere raggiunto, e la mia semplice indifferenza si tingeva dell’acre gusto di sentirmi padrone della tua vita, di poterti chiedere ancora una volta una dimostrazione d’amore. Soffristi tanto, Ada, di quell’orrore che ti imposi, che andasti ad affrontare da sola , e di cui non parlammo mai. Perché non ti ribellasti, non perorasti la tua causa con forza, non mi opponesti le tue ragioni, che erano quelle del cuore, e della vita? Prima d’ogni altra cosa venivo io, il tuo uomo difficile, che aveva ogni diritto, e ancora non so perché. Forse era quell’indulgenza infinita a sfidarmi, a metterti alla prova, e negarti le piccole gioie come t’avevo negato le grandi divenne una specie di gioco crudele. Con quanta buona grazia ti spogliavi perché il mio mal di testa m’impediva d’accompagnarti a quel cinema, a quel concerto lungamente attesi, cui t’eri preparata con gioia. Alla fine non speravi neppure più nelle cose che ti sarebbero piaciute, “tanto succede sempre qualcosa”, dicevi, con affettuoso rammarico, quasi non volessi vedere che io, proprio io, con atto di deliberata volontà ti negavo la gioia ...Volli perfino che lasciassi l’insegnamento, perché potessi dedicarti alla casa, quella casa dove stavo sempre di meno, e che tu curavi con tanta sollecitudine...Facevo tardi, e mi aspettavi in finestra, solo una volta o due te ne sei andata a letto, perché stavi male, con un’umile letterina di scuse. Mi sono chiesto perché diavolo provassi tanto gusto a negarmi a te. La risposta era che eri piena d’amore, ed io non ne sentivo affatto, né per me, né per i miei, né per i pochi amici, né per il mio lavoro di cui me ne importava e m’importa sempre meno, e dove andavo avanti facendo carriera proprio per la freddezza spietata delle mie scelte. Tutto il mio amore s’era esaurito per una donna stupida, superficiale e crudele, che mi aveva usato come un gradino per la scala che l’avrebbe portata in alto, dove voleva lei, in quel suo paradiso di cose che certo rassomiglia ad un enorme, lussuosissimo e inutile grande magazzino. Ora il grande magazzino ce l’ho anch’io, e tu non sei la moglie di rappresentanza che magari ci sarebbe voluta. Ma mi ha fatto gioco anche questo, mi ha umanizzato un po’ agli occhi di chi contava che avessi anche “un lato umano”.
Scoprii quello che credevo il tuo tradimento, finalmente, da una multa. Una strada di periferia: che ci andavi a fare? Mi tornarono in mente certe tue telefonate brevi, reticenti...Certi sabati che passavo a vedere le partite che odiavi tanto, in cui te ne scappavi quasi, in punta di piedi. Per andare, scoprii, a trovare i genitori ormai vecchi dell’unico fidanzato che avevi avuto, un poliziotto di scorta, morto per cause di servizio. Andavi umile, struccata, a farti perdonare dopo anni d’essere ancora viva, e accanto a un altro.
Non ti hanno reso felice queste vacanze. Non è il tuo ambiente, questo residence riservatissimo per ricchi veramente ricchi, dove perfino le tate ti snobbano, e te ne stai in un angoletto a prendere il sole vergognosa del tuo corpo “di ragazzona”, del quale ti appunto vergogni. Stupida anche in questo, perché se ne avessi il coraggio saresti una dea, invece di quel fagotto in cui riesci a trasformarti.
Io sono stato a mio agio. Volendo, riesco perfino simpatico. Gioco benissimo, e quello come sai in certi ambienti è un validissimo biglietto da visita. E ho scoperto il blu.
Questo mare è magnifico, specialmente di notte. Scendo dalla scaletta sulla roccia, senza prendere l’ascensore, dalla terrazza a picco sul mare, e respiro l’aria che profuma di salsedine e un poco di campagna, forse è l’odore dell’erba che tutto il giorno assorbe il sole, fin quasi a seccarsi, e delle piante grasse che qui si riproducono spontanee, coi loro fiori fucsia e viola. La spiaggia di sassi è riparata, quasi segreta, e con la luna sembra invasa da una lava d’argento. C’è un fresco umido, che quasi ti fa rabbrividire, ma l’acqua è tiepida, accogliente, e blu. Profondamente blu. Non si è neppure soli, ci sono le lampare, le barche che di notte escono a pescare, e una brezza leggera. Stanotte finiscono le vacanze. Domattina saremo sull’autostrada assolata, lasciandoci alle spalle questa costiera meravigliosa. Di nuovo il lavoro, i viaggi, le attese in aeroporto, le facce tutte uguali, perfino la tua, che quando sono lontano neppure ricostruisco più. Sei Ada, e sei lì. La mia Ada disponibile, il vino fresco che non desidero, la cena che sottilmente mi rattrista, e che consumo malvolentieri mentre ne pago il prezzo, i tuoi occhi buoni, affettuosi, che mi chiedono che ho fatto, chi ho incontrato...ed è tutto grigio, tutto uguale dentro di me. Il tuo abbraccio nulla può contro questo freddo che mi sento dentro, Ada bellissima che non desidero, perché Ada tu sei bellissima, nonostante i tuoi sforzi per renderti grigia, come tutto il resto. E mi fai una tenerezza infinita, ormai, con la tua attesa inutile d’amore, con la tua vita che si consuma così, senza un perché.
La prima volta sono venuto qui perché non riuscivo a dormire. Mi sono tuffato per una nuotata e volevo stancarmi. Ho trovato l’abbraccio del mare, e una pace infinita. Il cielo stellato mi ricorda quando da bambino bucavo con lo spillo un cartone blu per metterlo davanti a una fonte di luce per creare le stelle. Sono stato un ragazzino come gli altri, Ada, e poi non so cosa è successo. Tanti s’innamorano della donna sbagliata, la vita continua. E’ continuata anche la mia, e non è andata come speravo. Mi dispiace per te. Ho scoperto di volerti bene, forse è per quello che ti ho trattata così male, anche se è difficile da capire.
Non so se riuscirai a partire, non certo domani mattina. Mi spoglio piano, godendo dell’aria fresca. Piego con cura i vestiti, con i miei documenti nelle tasche. Sapessi come sono sereno, Ada. Non c’è più niente di grigio nella mia vita. Nuoterò e nuoterò verso l’orizzonte. Dilaga il blu.

"Boh" di Frank Spada

di Frank Spada

risposte elusive che fanno riflettere

"Boh" pag.1

dedicato a Deborah e Nicholas

Sabato, mezzogiorno, campanella: “Raffaele! Portami il libretto!” Dietrofront e un’altra nota di biasimo sopra la firma della prof.
A casa, nemmeno il tempo di mandar giù un boccone e mio padre mi chiese il sunto della cosa. “Benissimo! – urlò – Oggi non esci e domani verrai con me a lavorare”. Mia madre si accucciò con gli occhi dentro il piatto e lui – un giardiniere che va in giro a tagliar erba con un potente Holland caricato sopra un cabinato Piaggio Ape, e che lavora anche la domenica, sempre che non piova – mi nominò suo aiutante allungandomi uno scappellotto come anticipo. Andò da sé che lasciai sbuffando il resto della paga in tavola, i soci dell’azienda famigliare “verdi in verde” a litigare e mi rifugiai in camera.
L’indomani, giù dal letto di buonora, uscimmo dall’androne, rallentò in piazza per un caffè corretto e un pieno di miscela, e ci allontanammo dal paese – io imprigionato tra lui che cantava “Bella mia, bella eh, salta in groppa bee-beh” e i comandi del manubrio.
Quel giorno doveva occuparsi nientemeno che del giardino dei “sega-ossi”: proprietari di macellerie a Udine e dintorni, e di una casa sulla provinciale, erano la famiglia più ricca della zona.
Affrontammo con acrobatica andatura la curva farla-piano, e mi ricordai che una volta ero andato a curiosare la loro proprietà da un cancello. Ero seduto in motorino, dietro a un mio compagno, un ripetente detto il Bullo come da cognome, che provava un’attrazione così forte per certe storie su quei tizi che io – da dove mi trovavo non potevo mica manovrare, veh – mi ero aggrappato a quel bestione solo perché non mi chiamasse cacasotto.
Fatto sta che i sega-ossi mi terrorizzavano per due cose: il soprannome, perché mi ricordava i film di paura, e il loro giardino, perché era chiuso da una muraglia dietro la quale chissà cosa si nascondeva.
Stop alla traversa, e un bandierone bianconero al vento della Bora mi rimandò l’eco di una domenica al ‘Friuli’: quella volta allo stadio c’era anche lo zio. La notte vennero a prenderlo degli uomini – io, dalla finestra, vidi mia nonna correre in cortile... poi lei si sentì male – quella fu l’ultima volta che lo vidi.
Ripartimmo sfiorando una bionda seminuda sul ciglio della strada che passeggiava pigramente con dei stivali a mezza coscia – e mio padre ricominciò a cantare e io gli rivolsi i miei pensieri: “Andare a scuola, non è forse già un lavoro? Vorrei vedere te al posto mio, in banco con uno grande e grosso che tira sempre su col naso. Come si fa a stare attenti, se quello manda su e giù in continuazione un moccio grigio-giallo? Io non ci riesco”. E poco dopo apparve la muraglia.
Un tasto premuto a lato del cancello e la ghiaia del vialetto scricchiolò sotto i pneumatici. Piante dappertutto, ma non come me le aspettavo; il giardino era curato e aveva ben poco di pauroso – a parte certe zone con enormi alberi che intrecciavano i rami tra loro formando una foresta impenetrabile. Della casa dei sega-ossi, comunque, nemmeno una finestra.

"Boh" pag.2

L’Ape arrestò la corsa in uno spiazzo e scaricammo gli attrezzi: – Alé, comincia a lavorare! – ordinò indicandomi un’aiuola e dandomi il rastrello con le lamelle in fondo. Io mi avviai a muso lungo e lui si diede da fare per tirar giù il taglia-erba.
Qualche strattone all’avviamento e:– Raffaele! Non quella, l’altra. Quella laggiù vicino agli alberi – urlò indicando con la mano.
– Ma papà, non fa lo stesso se rastrello qua? Tanto, con questo vento...
– Guarda che non sei qui per discutere.
M’incamminai verso gli alberi che muovevano i rami come se fossero tentacoli, come quelli di una piovra degli abissi che avevo visto in un film di fantascienza; e arrivato dove lui mi aveva detto mi fermai. Dunque, se avessi tenuto le spalle rivolte a mio padre, avrei avuto davanti quella foresta che mi metteva paura, se invece... e se saltava fuori un sega-ossi? Decisi di mettermi di fianco: così avrei avuto sottocchio tutti, mio padre e la foresta.
Rastrellavo, rastrellavo e a un tratto avvertii il soffio di un lamento. Sorpreso perché il rombo dell’Holland era sparito, provai come... ecco, come quando mi dissero che la nonna era appena andata in cielo. Alzai lo sguardo e... Mammamia! Una figura grigia, immobile, mi fissava con due... mollai il rastrello, andai indietro come i gamberi e inciampai sbattendo contro mio padre, contro il sacchetto che teneva in mano perché era già ora di pranzo.
– Cos’hai?
– Chi è? – chiesi puntando in dito.
– Quella della statua? È la figlia dei signori Rossi, è morta che aveva quasi la tua età. – E scuotendo la testa mi raccontò che i genitori avevano fatto collocare la statua proprio dove a lei piaceva venire a leggere d’estate.
– Ma i sega-ossi sono buoni?
– Penso di sì.
– Papà, andiamo a vederla da vicino?
– Se vuoi.
Più alta di me, stava in piedi sopra un basamento. Domandai a mio padre se l’aveva conosciuta e lui annuì, mentre si sedeva su una panchina aprendo il sacchetto.
Non so perché, ma pensai al colore di due occhi intravisti tra il fogliame, e glielo chiesi.
– Erano celesti, come i tuoi – rispose. E quasi sussurrando aggiunse: – Sai, Raffaele, quella bambina una volta incontrò un orco che...
– Se la mangiò? – lo interruppi d’istinto.
– Sì.
– Ma gli orchi, non sono quelli delle favole che mi leggeva la mamma?
– No. Purtroppo ci sono anche gli orchi veri – e mi passò un panino.
– Cotolette! Caspita papà! Piacciono anche a te?
– E come no? Sai che la nonna quando andavamo in gita preparava dei panini come questi?
– Sul serio?
– Guarda che la cotoletta in un panino è tutta un’altra cosa, eh! Coltello e forchetta, e cambia gusto.
– Piacevano anche allo zio?
– Non mi ricordo. Adesso mangia – disse addentando il suo a piccoli bocconi.
Divorai il mio in un baleno: – Ma lui dov’è sparito?
– Boh! – rispose.
Terminò di masticare e: – Forza, aiutante! Diamoci da fare, che stasera portiamo il resto dell’azienda a mangiare la pizza!
Poi si alzò, mi scompigliò i capelli e io pensai che da grande avrei voluto essere come lui; perché sapeva molto di più di quello che diceva, non come quel bestione del mio amico.

"C'è un negozietto dalle parti di Soho" di Alessio Pracanica

Il caffè italiano, il migliore del mondo

"C'è un negozietto dalle parti di Soho" pag.1

Non bisogna credere a chi dice che Londra sia inospitale e invivibile, per noi italiani. E’ solo diversa.
Innanzi tutto piove.
Trecento giorno all’anno. La nebbia invece è fenomeno più raro di quanto si pensi.
La pioggia basta e avanza.
Quel giorno c’erano pioggia e nebbia. Tanto per dare un’idea della situazione.
Mi svegliò il solito odore di salsicce fritte, che la padrona di casa preparava ogni mattina, disponendole nei piatti a gruppi di tre.
Sperava sempre di coinvolgermi in quel rito pagano. Solo i sassoni riescono ad apprezzare salsicce fritte nello strutto, uova strapazzate e pomodori grigliati a così tanta distanza dal tramonto. Oddio pure in certe parti della Francia, vabbè non divaghiamo.
Diciamo che avrei dato qualsiasi cosa per un caffè.
E non mi riferisco a quella schifezza solubile che certe popolazioni trangugiano a boccali.
Un caffè vero. Nero, forte e concentrato come un dado da brodo.
Estratto di adrenalina pura.
All’estero non pretendo mai la mia solita dose mattutina di tre caffettiere da quattro tazze cadauna.
Sarebbe come chiedere l’impossibile. Quella mattina mi sarei accontentato di una semplice tazzina. Forte e senza zucchero.
Sigaretta, bagno, doccia.
In mancanza di caffeina, la nicotina è un surrogato passabile.
Fuori c’era un tempo infame. Nebbia e pioggia, l’ho già detto.
E vento. Sembrerà strano, vista la nebbia, ma sono privilegi che solo il nord Europa ti permette di godere appieno.
In cucina, osservai con ripugnanza la tavola imbandita. Quella mattina c’erano anche i cetriolini sottaceto.
La padrona di casa inzuppò nel latte un sandwich di segale con burro e salame.
Trattenni a stento un brivido. Non sono un vigliacco, ma ci sono cose che mi fanno davvero paura.
Mentre accendevo l’ennesima sigaretta, cercò di coinvolgermi in una di quelle splendide discussioni sul tempo che piacciono tanto agl’inglesi.
Risposi con un grugnito.
Dopo due mesi, non ero ancora riuscito ad addestrarla bene. Per esempio sul fatto che i popoli latini, a parte qualche disgraziata eccezione, al mattino presto non gradiscono lunghe conversazioni.
Dopo il tramonto e soprattutto in presenza di grandi quantità di vino e distillati è tutto un altro discorso, ma di mattina non se ne parla proprio. Nel senso letterale dell’espressione.
Invece niente. Joanna, la padrona di casa, continuava a parlare a ruota libera, alternando al latte con salame le salsicce con contorno di cetriolini. Di cui, che Dio la perdoni, mi fece gentilmente offerta.
Risposi a monosillabi. Cosa che, mentre si avviluppava in una vaporosa vestaglia a fiori di taglia extralarge, le fece pensare che fossi di cattivo umore.
Me ne chiese la ragione.
Non ero in vena di lunghi discorsi, e addebitai il fenomeno alla mancanza di caffè. Si alzò da tavola, c’erano ancora due o tre salsicce incustodite, per frugare dentro uno stipetto, da cui estrasse, con un sorriso trionfale, un barattolo di quell’orrenda cosa istantanea che i popoli barbari chiamano caffè.
Scossi ripetutamente la testa.
- Non è colpa vostra. – dissi – E’ che avete colonizzato la parte sbagliata dell’America. Pretendendo, per di più, di civilizzarla introducendo il the. E il fatto che i locali ne abbiano gettato un carico intero nelle limacciose profondità del porto di Boston, dovrebbe indurvi più di una riflessione in proposito. –
Non dissi esattamente limacciose profondità. Diciamo che usai un termine leggermente più cockney, ma la grassona non diede segno di accorgersene. Si limitò a sospirare, chiudendosi la vestaglia sopra l’ampia e lattea scollatura.
Spazzolò via le salsicce residue, poi accese uno di quei cilindretti di vomito, con i petali di rosa disegnati sopra il filtro, che si ostinava a definire sigarette.
- C’è un negozietto dalle parti di Soho – disse con voce roca, dopo aver sbuffato un soffio di fumo.
Accesi una sigaretta anch’io. Una vera.
- Lo gestisce una coppia di vecchi. Sono tutti e due italiani. Lo so perché ci andava sempre il mio ex marito. Andava matto per il prosciutto di Palermo. – concluse con un largo sorriso.
A beneficio delle mie origini siciliane, I suppose.
- Di Parma – la corressi – A Palermo non usano il prosciutto. Posso nutrirsi solo di frittura, milza di vacca e farina di ceci. E’ un fatto religioso. –
Sollevò un sopracciglio, poi scosse le spalle. Gli italiani le sembravano già abbastanza strani così, senza bisogno di approfondire.
- Comunque in quel negozio vendono il caffè italiano. Se i vecchi non sono morti, nel frattempo. E’ tanti anni che non ci vado. –
Le spiegai che il problema non era il caffè. Quello si trova. Quanto il procurarsi una buona caffettiera. In sei mesi di Londra avevo cercato dappertutto, perfino da Harrods. Hanno voglia di vantarsi. Dallo spillo all’elefante, dalla cipria alla portaerei, ma caffettiere niente.
Solo una volta mi era capitato di vedere una vecchia napoletana arrugginita nella vetrina di un antiquario in Church Street. Autentic italian coffepot, diceva il cartello. Costava quanto un monolocale in periferia, o quasi.
- Oh, ma li ce l’hanno – disse Joanna – tutte le caffettiere che vuoi. Così la mattina te lo puoi preparare nella tua stanza, sul fornello elettrico. –
Immagino fosse un modo per tenermi fuori dai piedi, visto che non funzionavano né le salsicce, né le generose esibizioni di scollature. Il mito del maschio latino doveva essere decisamente ribasso da quel lato del Tamigi.
Comunque mi diede l’indirizzo.
Ci andai durante la pausa pranzo, il che, data la distanza, significava praticamente saltare il pasto. Mi consolai pensando che avrei potuto gustare l’autentico prosciutto di Palermo. Roba fine, da intenditori.

"C'è un negozietto dalle parti di Soho" pag.2

Lo trovai dopo un paio di giri a vuoto. Era in un piccolo vicoletto a mattoni rossi, che terminava con la porta del negozio in questione.
Old Italia diceva l’insegna. Vecchie lettere scrostate che un tempo, più o meno all’epoca di Pitt il giovane, dovevano essere state dorate.
L’intelaiatura era in legno verde marcio, con vetri scuri. Mi congratulai mentalmente. Quel posto doveva essere sopravvissuto a un sacco di cose. Il grande incendio, la grande puzza, la grande peste. Londra è un posto dove le disgrazie non sono mai piccole.
In ogni caso sulla porta c’era scritto open.
Quindi entrai.
Dentro era buio, a parte una minuscola lampadina che illuminava, si fa per dire, lo spazio dietro alla cassa.
Nessuno in vista.
- Buongiorno – dissi a voce alta.
In italiano.
Pian piano cominciai ad abituarmi all’oscurità. Più che la vista, mi fu d’aiuto l’olfatto. Quel posto era ingombro di odori. Sacchi di caffè a grani. Legumi secchi. Salumi e formaggi che penzolavano dal soffitto. Pepe, cannella, noce moscata. Un intero scaffale di pentole. Un macinino per il caffè. Pomodori pelati. Pasta. Funghi e carciofi che galleggiavano nell’olio, dentro enormi vasi di vetro.
- C’è nessuno? –
La tendina che separava il negozio da quello che doveva essere il retrobottega tremò leggermente, poi si aprì per lasciar passare una vecchina piccola e curva, con i capelli raccolti dietro la nuca.
- Buongiorno – disse allegramente, esibendo una fila di denti sgangherati – aspetti che chiamo mio marito. –
Scomparve dietro la tendina, per ricomparire dopo pochi secondi, preceduta da un vecchietto arzillo, con una ragnatela di rughe sulla faccia.
- E’ venuto per il caffè, vero? – mi domando il vecchio, tirandosi su le bretelle sopra le spalle.
Feci un’espressione stupita.
- Oh, non si preoccupi. Non c’è bisogno di fare quella faccia. So capire sempre cosa cercano i clienti. Lo conosco bene il mio mestiere. E’ tanto tempo che lo faccio – disse sedendosi sopra uno sgabello vicino alla cassa.
Poi interrogò la moglie con lo sguardo.
- E’ quasi pronto – rispose la vecchia, prima di scomparire nuovamente dietro la tendina.
- Veramente cercavo uno caffettiera – dissi guardandomi intorno, ma il vecchio fece finta di non sentire, limitandosi a mettere in bocca uno stuzzicadenti.
- Mia moglie non vuole che fumi in negozio – spiegò – e così … -
La vecchia tornò reggendo un vassoio, che depose sul bancone.
Sopra c’erano tre tazze e una caffettiera fumante.
- Zucchero? – domandò. Quando scossi la testa, vidi che scambiava con il marito uno sguardo soddisfatto.
- E’ da molto che avete questo negozio? – chiesi mentre versava il caffè.
- Oh si – rispose lei, scambiando un’altra occhiata con il marito –da moltissimo tempo. Ecco, prenda. E’ da molto che non ne beve, vero? –
- Un espresso, un paio di volte. In qualche bar italiano, ma non è la stessa cosa. –
- Oh, no. Non lo è. Noi lo sappiamo bene. – ridacchiò.
Avvicinai la tazzina alle narici. L’aroma era stupendo.
- Avete molti clienti? – domandai, terminando la frase con un sussurro. Ero sicuro di aver fatto una gaffe.
- Pochi. Lei è il primo questa settimana, ma non è il caso di fare quella faccia imbarazzata. A noi non importa. –
- Magari … trasferendo l’attività in un posto più in vista – farfugliai sorseggiando il caffè. Era davvero ottimo.
- Oh no. E molti non comprano niente. Gli offriamo solo il caffè. A noi non importa. Non è vero caro? – disse rivolgendosi al marito.
- Ci sono posti diversi da altri. – disse il vecchio.
- Ci sono posti dove si entra per comprare – disse la moglie.
- E posti dove si va per vendere – completò il marito.
- Negozi in cui si esce – continuò lui.
- E altri in cui si entra – proseguì lei – non bisogna fare di tutt’erba un fascio. –
- Io cercavo solo una caffettiera – balbettai.
- Non sempre è possibile scegliere ciò che si trova – disse il marito.
- Andiamo caro? E’ tardi – lo ammonì la vecchia. Poi, rivolgendosi a me – si troverà bene qui, vedrà. –
- Come qui? – chiesi – Che cosa state dicendo? –
- E’ naturale che all’inizio sia un po’ frastornato, ma col tempo si abituerà. Questo giovanotto mi sembra proprio la persona adatta, non è vero caro? – rispose la vecchia togliendosi il grembiule da sopra il vestito
- Si. – disse il vecchio strizzandomi l’occhio – Proprio la persona adatta. –
Quindi si presero per mano e sparirono dietro la tendina.
Arretrai fino alla porta. Cercai la maniglia dietro la mia schiena e la girai. Mi voltai di scatto precipitandomi fuori.
Per un attimo chiusi gli occhi, temendo una qualche specie di sortilegio. Mi sarei certamente ritrovato dentro il negozio. Ci sono posti da cui si esce. E altri in cui si entra, aveva detto la vecchia.
Rimasi con gli occhi chiusi per un tempo lunghissimo.
Trovai il coraggio di aprirli solo quando mi giunse all’orecchio il suono di un clacson. Ero nel vicolo. Dal cielo scendeva la solita pioggerellina gelida.
Da qualche parte c’era un lavoro noioso ad aspettarmi. E una teoria infinita di risvegli mattutini all’odore di salsiccia. Ed ero ancora senza caffettiera.
Ci sono cose che è possibile fare e altre no.
Maledetti vecchi, pensai. Lo conoscevano bene il loro stramaledetto mestiere.
Scrollai le spalle.
Così, se siete italiani e vi trovate a Londra, sappiate che c’è un negozietto dalle parti di Soho.
Se entrando non trovate nessuno, non preoccupatevi.
Non fumo mai in negozio.
E anche se non comprate niente, posso sempre offrirvi un vero caffè.

"Certi giorni" di Giuliana Barontini

di Giuliana Barontini
Mi allontano da casa voglio camminare... pensare .
Ci sono giorni come questo che nella testa i pensieri si intrecciano corrono non li puoi fermare.
Ti lasci portare in terre incantevoli che hai visitato vissuto , in teatri dove hai cantato ore di dolci melodie , momenti di grande soddisfazione .In montagna d’inverno dove la neve ti assicura silenzi carichi di emozioni .Pianto , vicino al mare , nel mio angolo preferito ed è li che passo dopo passo adesso sono arrivata.
I pensieri corrono ancora li lascio andare ... mi siedo ,di fronte a me l'infinito e il tutto si racchiude inverosibilmente in pensieri più tristi, consapevoli, profumati non certo dall'odore del mare che canta.
Il cielo ora sereno ora più grigio si alterna tra luce e attimi più scuri ,il mio sentire cambia seguendo i suoi capricci . Malinconia ? Nostalgia ? Credo proprio di si.
Mi lascio andare non faccio più resistenza . E penso a tutto quello che di tremendo, angosciante sta accadendo nel mio conosciuto mentre guardo da sola il mio mare.
Ci sono nel mondo decine di guerre che ancora devastano questa nostra meravigliosa terra, alcune conosciute altre che per volere dei potenti di ogni razza rimangono occulte. Ai bambini che ancora oggi muoiono di fame senza genitori, magari uccisi in lotte tribali, alle persone che dormono sopra un cartone sui marciapiedi, a quelle che soffrono e muoiono sole negli ospedali. Alle violenze assurde su donne e bambini... a tutti i militari che volere o non volere sono in zona di guerra.
A quanta indifferenza ci siamo abituati a provare di fronte a tragedie che ci toccano da vicino o da lontano, a quanto triste sia il senso di impotenza che regna in ognuno di noi.
Di fronte a tanta bellezza, meravigliosa potenza del creato, mille sono le domande che mi pongo, ma so che oggi o forse mai avrò le risposte.
Un leggero alito di vento, inseguendo nuvole bianche panna, ha riportato l’azzurro nel cielo.
E' di nuovo sereno, un sereno che non riesco a sentire nel cuore.

"Cesare Maestri" di Stefano Chiarato

di Stefano Chiarato

Dopo aver letto vari romanzi e vari saggi, ho ritenuto opportuno cambiare genere e leggere qualcosa d'altro. Da appassionato di montagna quale sono, un bel libro di avventure sulla stessa è quello che ci vuole. Gli scaffali della biblioteca di Muggiò, a riguardo, ne sono ben forniti. Messner, Bonatti, Jon Krakauer, e poi guide sui vari gruppi montuosi. Ho solo l'imbarazzo della scelta, ma come sempre non sono io a scegliere, ma è il libro che sceglie me. Un libro più di tutti mi chiama a gran voce. E' la voce di Cesare Maestri che mi chiama dalle pagine di “... e se la vita continua”. Lo prendo in mano, è un formato tascabile, non per niente la collana è “I nani” edizioni Baldini & Castoldi. Soltanto a tenerlo in mano sento fluire l'adrenalina tra le pagine. Do un'occhiata alla quarta di copertina: “Sto invecchiando. Cerco di farlo con orgoglio e coerenza, cosciente che, se invecchiare è un privilegio, farlo con dignità è un dovere.” […] “La montagna mi ha insegnato che al mondo nulla ci è dovuto e che ogni conquista deve essere pagata con dolore e sacrifici. Mi ha fatto comprendere che la vita è stupenda e degna di essere vissuta.” Mi basta e lo prendo in prestito.
Cesare Maestri racconta se stesso dall'infanzia ad oggi, 1995, anno in cui ha terminato di scrivere questo libro. Figlio di un irredentista trentino che con la moglie si guadagna la vita allestendo e interpretando spettacoli teatrali. Una vita difficile alla ricerca di una dimensione in cui stare; dopo avere provato vari lavori, scopre l'alpinismo e questo diventerà la sua vita. Diventerà il più forte arrampicatore e sarà soprannominato “Il ragno delle Dolomiti”. Teatro delle sue gesta sono, principalmente le Dolomiti di Brenta. Fare la guida alpina e poi il maestro di sci saranno le professioni che gli permetteranno di vivere. Una vita vissuta con la morte come vicino di casa. Questa si prenderà sua madre quando Cesare è ancora in tenera età. E poi i morti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Una morte addirittura cinica che si porterà via la vita di un alpinista soccorso da Cesare, proprio nel momento in cui lo porta in salvo. E la morte del suo compagno di cordata scendendo dal terribile Cerro Torre in Patagonia. Dopo essersi portata via la vita del suo compagno tenterà di portarsi via anche la sua, ma sarà tratto in salvo giusto in tempo. A leggere queste situazioni si sente l'adrenalina tramutarsi in angoscia che sale a serrarti la gola.
Negli anni Cinquanta l'alpinismo era molto popolare e occupava le pagine dei quotidiani. Nel libro si accenna alla rivalità con Walter Bonatti con conseguenti polemiche. Bonatti e Maestri sono stati per l'alpinismo i Coppi e i Bartali del ciclismo; solo che si sfidavano a distanza. Per un appassionato di montagna come me, non è piacevole questa rivalità, queste polemiche tra i due, perché sono stati due grandi alpinisti, entrambi dei campioni da ammirare. La montagna, l'alpinismo, l'escursionismo è solidarietà, condivisione, amicizia. Sui sentieri ci si saluta sempre, anche se non ci si conosce.
Ma il libro non è solo alpinismo e scalate eroiche, è anche un libro sulla vita e offre numerosi spunti di riflessione. Cesare Maestri scrive: “La montagna mi ha insegnato...” Quante volte ho sentito dire che la montagna è scuola di vita? Tante. E allora citazioni valide per l'alpinismo come: “Non esistono montagne impossibili da salire, esistono uomini che non sono capaci di salirle.” possono essere lette nella vita quotidiana come: non esistono problemi impossibili, ma esistono persone che non sono in grado di risolverli e avere la dignità, altro tema ricorrente nel libro, di ammettere di non esserne in grado. E così si esprime l'autore a proposito della paura: “Imparai che la paura è il termometro del coraggio, che un uomo senza paura è un temerario. Imparai a distinguere la differenza tra lo spavento che dura un attimo e la grande paura che può durare ore o giorni. Imparai che per rimettersi dallo choc di uno spavento basta un po' di sangue freddo, mentre per superare una grande paura, bisogna avere una razionale preparazione psicologica e una profonda conoscenza dei propri limiti.” Per Cesare Maestri un uomo senza paura è soltanto un temerario, per il sottoscritto è uno stupido, un incosciente. Tutti abbiamo inconsapevolmente paura, ma difficilmente ammettiamo di averla. Molti, o quasi tutti, pensano che la paura sia una componente di cui vergognarsi; essa è quella componente della vita difronte alla quale si deve usare raziocinio, è la componente che permette di optare per scelte opportune e adatte alle proprie capacità, capire quali sono i propri limiti oltre cui è meglio non esporsi.
E poi sottolinea ,appunto, l'importanza della dignità: “... perché solo i forti sanno soffrire con dignità, senza lasciarsi sopraffare dagli eventi e dalla frustrazione di sentirsi impotenti.”
“... mi chiesi perché bisogna sempre pagate con sofferenze l'amore che si porta a qualcuno.”
Sono tutte situazioni in cui è facile imbattersi nella comune vita quotidiana.
Dalle pagine del libro traspare anche una genuina filosofia: “Si nasce, si vive, si muore. Tutto stava nel saper morire con la stessa dignità con la quale si era vissuti. 35 anni di alpinismo mi avevano insegnato che i problemi dovevano essere risolti a mano a mano che nascevano.”
Nel libro Cesare Maestri parla molto anche della compagna della sua vita, Fernanda. C'è anche l'amore in questo libro. Attendendo Cesare, di ritorno dalla seconda spedizione al Cerro Torre, così dice Fernanda: “Ecco l'aereo. Viene verso di me come se il pilota sapesse che aspetto il mio uomo […] le gambe mi si piegano. Basta Cesare, ti voglio tranquillo, normale, anonimo. Ti voglio mio. Eccolo là il mio Cesare. Si affaccia allo sportello. Mi sorride. Alza la piccozza in segno di vittoria. Mi guarda e sono già sua. Mi sento smarrita. Ma allora lo voglio davvero normale,tranquillo, anonimo, o lo voglio così, euforico, acclamato e vittorioso? Come potrei costringerlo a una vita qualunque, privandolo di sentirsi vivo e della gioia di rischiare? Se i miei desideri si realizzassero lo ucciderebbero. Sono perduta, ma lo accetto così.” Una sincera dichiarazione d'amore, che dimostra come amarsi sia soprattutto accettarsi, incondizionatamente. Accettarsi e non cambiarsi.
Un libro che è un incitamento alla vita, un inno alla vita, non poteva che concludersi così: “Una vita senza sentimenti profondi e senza ideali è inutile come una goccia d'acqua nel Sahara.”
L'alpinismo insegna ad adattarsi a situazioni particolari, difficili; è sofferenza, fatica, ricompensata da una grande gioia. Cesare Maestri non è solo alpinismo, si è adattato a fare di tutto con successo. Poteva non scrivere libri?
Infatti dimostra anche buone doti di scrittore. Al suo esordio come scrittore con “Lo spigolo dell'infinito”, pubblicato nel 1956, ha avuto l'autorevole prefazione niente di meno che di Dino Buzzati.
Cercavo un libro di avventure e ho trovato molto di più.

"Cindy vi scrive" di Ruben Mosca

di Ruben Mosca
una bambina... una lettera-denuncia per tutti

Ciao a tutti! Sono cindy. Come potete vedere il mio nome è scritto con la lettera minuscola. Io non merito neanche un nome e il solo fatto di sentirmi chiamare mi onora.
Quando ancora non appartenevo al mondo degli angeli avevo un numero che mi identificava, ero 0089. Bello vero? Io qui sto bene: corro tra prati fioriti, gioco con altri bimbi e ho potuto rincontrare i miei genitori. Loro sono morti quando avevo 4 anni e da li mi hanno portata in un paesino vicino casa mia ed è stato proprio in quel luogo che ho incontrato il Padrone. Mi ha presa e mi ha spogliata bruscamente, dopodiché mi ha fatto indossare una strana tunica e mi ha portata in un luogo dove tanti bambini come me giocavano…sì sì… era un gioco orrendo. A me non piaceva! Non avevamo pause e mangiavamo pane bagnato, eravamo attaccati a queste macchine tutto il giorno. Un dì di dicembre, che non dimenticherò mai, andai dal padrone e gli chiesi una pausa perché stavo poco bene. Lui mi picchiò e non mi fece mangiare per due giorni. Io mi sentivo in colpa, non capivo che non ero io a sbagliare.
Gli anni passavano e non mi ci volle molto a capire come stavano le cose. Eravamo bambini sfruttati, il nostro compito era fare tappeti dall’alba al tramonto. Eravamo dannati! Niente giochi, niente affetti, niente! Ho pianto tante notti, ho sognato tante volte di essere felice, ma era solo una dimensione fantastica, dove si può respirare sott’acqua e librarsi tra i cieli più limpidi. Avrei voluto rovinare i sogni del Padrone, fargli capire come ci si sente, ma a lui non sarebbe importato niente, l’unica cosa che a lui importa sono i soldi. L’ultimo anno avevo 13 anni, i grossi giocattoli con cui passavamo il tempo erano rovinati e i tappeti non erano idonei alla vendita. Ovviamente il Padrone dava la colpa a noi, ci picchiava, ci metteva in punizione. Una bambina di soli 5 anni morì perché picchiata troppo violentemente, non la dimenticherò mai. Si chiamava Camilla ed era arrivata da solo una settimana, piangeva sempre, voleva sua mamma. Ora lei è qui con me e siamo diventate migliori amiche, e anche le nostre mamme lo sono diventate. Comunque non mi ci volle molto prima che io e altre centinaia di bambini la raggiungessimo. Una mattina di Agosto i macchinari scoppiarono. L’unica cosa che ricordo…fuoco e poi niente. Aprii gli occhi come quando ci si sveglia la mattina e vidi il viso di mia madre sorridermi. Mi chiese se stavo bene e poi aggiunse “Bentornata a casa! Devi aver sofferto molto senza di me!”. Io la abbracciai riuscendo a sentire il suo solito odore di pesca sui capelli. Un tocco dietro la schiena. Mi girai e vidi Camilla. Non fu facile riconoscerla; il suo viso era bello e felice. Mi sentivo in pace è una sensazione che non si può descrivere. Dopo 14 anni di inferno poter essere in paradiso. Vi scrivo questo perché qualcuno possa capire, possa aiutare chi ancora si trova in quell’inferno. Ehi! Io nei sogni del Padrone mi sono intrufolata…senza risultato. Comunque qualcuno canterà meglio questa storia. Mi affido a voi. Arrivederci dal Paradiso. Ah, Camilla vi manda un grosso bacione.
Ruben grazie per l’aiuto che mi stai dando.
Cindy.

"Cucinando di stagione in stagione" di Carla Sermasi Calvi

di Carla Sermasi Calvi
“Guarda i colori delle foglie” le disse lui al primo incontro,mentre percorrevano i campi della valle alla ricerca di funghi. “Osserva i ventagli sui pioppi che si aprono e lasciano le loro ali al vento, lungo il crinale del calanco.
Accompagna anche tu le foglie che si accartocciano e si posano sul greto del fiume“.
Lei guardava ma non capiva tutta quella poesia d’autunno. Perché mai a lui piaceva così tanto?
“Io sono nato un autunno"
Col tempo la loro frequenza divenne più assidua. Lui divenne il suo cuoco autunnnale.
Zuppe portate in ebollizione in acqua abbondante, cipolle dorate lasciate sobbollire poi sgocciolate, asciugate e sistemate con cura fetta dopo fetta.
Donava amore a ogni piatto.Prelibatezze in ciascuna scodella.
Lei lo guardava sparpagliare il parmigiano, quello rigorosamente stravecchio. Si incuriosiva a vederlo versare con calma il brodo sugli ortaggi. Lo scrutava mentre completava con una manciata di pepe, e poi...Condivisione. Invito a cena autunnale. Per lei e per i suoi amici. Per farla felice. E lui allora la vedeva sorridere mentre serviva le sue prelibatezze. Cipolle, tartufo e autunno. Poi...sparì dalla sua vita all’improvviso, in un giorno di fine dicembre.
Volatilizzato.
Lei non cucinava da sola. Dimagriva e non vedeva nemmeno più gli amici. Arrivò il secondo lui. Era nato in un antico febbraio. Adorava proporre piatti che ricordavano il freddo, come quando la neve sul monte conservava la carne della scrofa, quando si vestivano i lardelli bollenti dei ciccioli di una veste di stoffa di lino stretta e di foglie di alloro, poi li si premeva con la forza di due mattarelli per estrarre lo strutto bollente. Cuoco invernale, un giorno le cucinò il fegato. Lo teneva per un paio d'ore in acqua fresca corrente. Toglieva con cura le pelli, inerti, lo tagliava, fettina su fettina. Lo saltellava rapidamente in un tegame e, quando con la coda dell'occhio lei lo guardava, sfiorava i fegatelli con la mano per comprendere se erano ben rosolati. Era poi il momento in cui li bagnava col Lepanto, brandy prezioso con il quale accompagnava le fredde serate, poi continuava paziente la cottura, finché il liquido seduceva completamente l’anima ormai intirizzita e molliccia. Allora lo lasciava intiepidire, toglieva le foglie aromatiche e col mortaio di marmo pestava e frollava.
“Usa il mio moderno tritatutto! Fai prima”.
“No, non sarebbela stessa cosa. Se usi un robot il mondo della gastronomia andrà a rotoli.”
Versava il passato di fegato in una casseruola fonda e batteva col ghiaccio,fino a ottenere una spuma bianca. Aggiungeva da ultimo il tartufo, un tiro di panna e via, in serbo in uno stampo, sempre quello da tante stagioni, lo aveva portato dalla sua casa d’origine, affidabile attrezzo della cucina, come fosse una persona di famiglia. Poi, lentamente, si avvicinava al frigorifero e adagiava il patè appena preparato nel ripiano più basso. E si sedeva, pronto a gustarlo in compagnia di lei. Ma non volle invitare mai un amico a cena. Poi un giorno anche il cuoco d’inverno se ne andò. E non ritornò.
Lei ridivenne magra e affamata.
“Mi piace stare a bagno nell'acqua del mare, in riviera, mi fa bene, ammorbidisce la pelle, mi toglie le fatiche della giornata”.
Lei ascoltava questo nuovo terzo lui, che era nato a luglio.
Un giorno gli propose di cucinare per lei.
Lui accettò. Si cimentò in due primi.
Orecchiette impastate con il grano duro del caldo tavoliere pugliese e spaghetto alla chitarra.
Con quello che l'orto assolato offriva. Aglio, peperoncino, foglie larghe di basilico, prezzemolo. Capperi della nera vulcanica Pantelleria. Cime di rapa e rosmarino, quelli che lui era solito rubare dal giardino rustico della vicina di casa, di nascosto, per vezzo,senza che lei se ne accorgesse. Tutto sminuzzato con una precisione chirurgica grazie a un robot ultramoderno. Senza perdere una briciola o un millimetro di foglia. Metteva poi in padella con olio e pepe, scioglieva le acciughe che aveva lasciato sotto l'acqua corrente a dissalare, poi aggiungeva la pasta e augurava buon appetito. Lei era contenta e stava per iniziare a mangiare, ma... non invitò amici e nemmeno lui rimase a pranzo.
Estate, basilico, salse, robot. Poi silenzio assoluto e fuga.
Una mattina di primavera lei finalmente capì, poteva frequentare un corso di cucina, allenarsi e arrangiarsi a cucinare.
Imparò da sé, invitando anche amici, di stagione in stagione. Tutto andò per il meglio.
Poi...ritornò l’autunno.
“Guarda i colori delle foglie”disse un nuovo lui…

"Culone" di Francesco Pomponio

L'aspetto fisico è davvero così importante nella vita? O è solo una questione di accettazione di sé?

"Culone" pag.1

«Farai la fine del padre di Salieri se continui così!» Disse l'uomo seduto a tavola sotto la pergola.
«Che mi importa del padre di quello lì, non so neanche chi sia.» Rispose Vittorio pulendosi la bocca con il tovagliolo unto.
«Quindi non lo sai come è morto?»
«Non sapevo neanche che lo fosse. E poi che vuoi da me?» Un rutto soffocato gli gonfiò le guance.
L'altro non rispose, lo osservava in silenzio.
Una leggera brezza muoveva le foglie sopra di loro e il primo caldo indicava la fine della primavera e l'inizio di una lunga estate.
«Si stava ingozzando a tavola quando fu soffocato da un chicco d'uva, se ricordo bene.» Disse infine l'uomo.
Vittorio lo guardò.
«Sei venuto per mettermi paura? Guarda che con me non attacca.»
«Evidentemente la paura ce l'hai già, altrimenti non mi avreste chiamato.»
«Non ti ho chiamato io.»
«Lo so, ti hanno fatto una sorpresa, ma ormai, visto quanto ti costo, forse ti conviene sopportarmi per questo mese.»
«Non lo so se ti sopporterò.»
L'uomo sospirò, gli capitava sempre così all'inizio. Poi lo ringraziavano, ma solo alla fine. Nel frattempo però più d'uno aveva cercato di ammazzarlo, facendolo sembrare un incidente. Questo
Vittorio poi era più grosso della media e con una manata avrebbe potuto renderlo invalido per sempre.
Avrebbe dovuto stare molto attento, perché non è vero, come molti credono, che i grassi siano tutti simpatici.
Era una di quelle giornate perfette, il sole scaldava la fresca brezza quel tanto che bastava a renderla piacevole, il rumore del fiume si fondeva con quello del vento fra gli alberi e piccole nuvole bianche veleggiavano nel cielo blu, lasciando le loro ombre solitarie sui prati della grande pianura.
Arrivò il caffè e Vittorio lo sorseggiò con gusto raccogliendo poi con il cucchiaino le tre bustine di zucchero che ci aveva versato e che non si erano sciolte.
«Ci metti sempre tutto quello zucchero?» Stava per chiedere l'uomo, poi pensò che sarebbe stata una domanda stupida vista la mole di Vittorio, e il grosso sedere che traboccava dalla sedia.
Il conto fu esagerato per due persone, e il cameriere era quasi imbarazzato a portarlo.
«Lo pago io, tanto poi te lo metto in fattura.» Disse l'uomo.
Vittorio non rispose. Stava appoggiato allo schienale e guardava la valle con gli occhi semichiusi, come se dormisse.
«Come sono arrivato a questo punto?» Si chiedeva, ma era abituato a trovare decine di risposte e centinaia di scuse. E anche se nessuna lo convinceva, era comodo prenderle per buone.
«Credo che dovremmo andare, cominceremo domani a mangiare nel modo giusto, questo era il tuo ultimo pasto scelto da te. D'ora in poi sarai impegnato a cercare di ridiventare un bel giovanotto snello e aitante.» Disse l'uomo porgendo al cameriere i soldi del conto e una mancia spropositata.
«La mancia mica me la addebiterai?» Disse Vittorio.
«Penso di sì invece, fa parte della cura.»
Si avviarono verso il cancello che dava sulla strada, salutati da un cameriere molto espansivo e ancora incredulo.
«E ora come torniamo?» Chiese Vittorio ricordandosi che all'andata erano stati accompagnati in auto da un suo amico.
L'altro non rispose e si avviò lungo la strada sterrata che portava al paese.
«Hai telefonato per farci venire a prendere, vero?» Chiese ancora Vittorio.
«E perché? Possiamo fare una passeggiata, siamo quasi arrivati.»
«Ma se non siamo neanche partiti! Ci sono quattro chilometri da qui a casa.»
«Quattro e mezzo, ho controllato.»
«Ma non dovevamo cominciare la cura domani?»
«La dieta domani, l'esercizio adesso, le energie le hai incamerate, ora consumane un po'.»
Vittorio non sapeva che dire, rimase per alcuni istanti a fissare l'uomo che si allontanava camminando nell'erba sul bordo della strada, poi sconsolato, arrabbiato con tutto il mondo, ma un pochino fiducioso che il sacrificio forse sarebbe stato utile, cominciò a seguirlo, passo dopo passo, con il cuore che batteva forte e il fiato che gli mancava ogni dieci metri.
“Non ce la farò mai.” Pensò, poi pian piano raggiunse l'uomo che si era fermato ad aspettarlo.
«Ma che passiamo per la strada vecchia?» Chiese.
«Certo, sull'altra ci sono troppe macchine, è pericoloso andare a piedi.»
«Ma qui è pieno di sassi e buche.»
«Quando non c'erano le auto e si viaggiava a piedi tutte le strade erano così, per questo abbiamo le gambe e non le ruote.»
Camminavano lungo la strada sterrata, sotto un sole primaverile che ora cominciava a scottare nonostante il vento fresco, e Vittorio sudava da tutti i pori.
Le gambe gli facevano male e le ginocchia scricchiolavano ad ogni passo. Ma non voleva arrendersi subito, non avevano neanche cominciato e lui aveva il suo orgoglio, anche se sommerso da chili di
grasso.
Ora procedevano in salita e ogni passo sembrava dovesse essere l'ultimo. Avevano percorso circa un chilometro, il paese stava nascosto dietro la collina e si intravedeva solo la punta del campanile.
«Va bene, adesso ci riposiamo un po'.» Disse l'uomo fermandosi e posando a terra lo zaino.
Vittorio non aveva il fiato per rispondergli perciò si limitò ad annuire e si buttò nell'erba, stremato.
«E cadde come corpo morto cade...» Disse l'uomo sedendo su un sasso.
«Ci mancavano solo le citazioni della Divina Commedia.»
«Meno male che qualcuno la riconosce.»
«Ci mancherebbe altro, sono un sedentario, e un po' di tempo ce lo passo a leggere.»
«Sempre meglio della TV.»
«Guardo anche quella, mentre mangio.»
«Cioè sempre.»
«Mentre mangio.»
«Per diventare così è evidente che mangi sempre, ingrassare è quasi un lavoro per te, anche se
piacevole, almeno all'inizio.»
Vittorio non rispose.
L'uomo tirò fuori dal taschino un pacchetto di sigarette e se ne accese una con un vecchio Zippo.
Una lieve puzza di benzina arrivò a Vittorio e poi il fumo che, come tutti sanno, va sempre verso chi non fuma.
«E poi fai la predica a me.»
«Lo sapevo che l'avresti detto, ma il fumo per prima cosa non fa ingrassare, anzi, e poi mica voglio diventare santo, qualcosa contro le regole bisogna farla altrimenti si diventa matti.»
«Beh, io mangio, anche se troppo. Anche questo è contro le regole.»
«Oggi non più, siete tutti grassi. Ormai è la norma.»
«Il problema è che il cibo si trova ovunque e io non riesco a resistere.»
«Quello non è cibo, è merda, confezionata bene, ma sempre merda.»
«E tu che ne sai?» Disse Vittorio osservando il fisico snello dell'uomo.
L'altro non rispose, si alzò, appoggiò la sigaretta sul sasso e si tirò su la camicia.
«Lo sai cos'è questa?» Disse mostrando una lunga cicatrice sullo stomaco.
«Un'operazione.»
«Infatti, me la fecero perché ero come te, e se avessi continuato ad ingrassare ora sarei in un cimitero, come ospite, in una cassa fuori misura.»
Vittorio non parlava e l'uomo continuò.
«Cominciai a mangiare troppo quando persi il lavoro, non avevo niente da fare tutto il giorno e ciondolavo da un pasto all'altro. Ma più ingrassavo e più diventava difficile trovare un'occupazione.»
«Lo so.» Disse Vittorio.
Una lepre sbucò da un cespuglio, li osservò per qualche istante e poi fuggì nel bosco.
«Così dovrai diventare. Magro e veloce.» Disse l'uomo.
«Questa te la sei preparata, la lepre è tua e l'hai addestrata a comparire nel momento giusto.»
«Magari, è solo che ho la battuta pronta. Il cervello dev'essere agile come il corpo, e viceversa.»
«Non lo so se ci riuscirò.» Vittorio si toccò i fianchi lardosi.
«Se farai quello che ti dirò, in un mese comincerai a vedere i risultati, e allora sarai invogliato a continuare da solo. Io posso solo darti il via.»
«Ma come l'hai trovato questo lavoro?»
«Non l'ho trovato, me lo sono inventato. Cominciai ad andare a piedi ogni volta che potevo; per non mangiare evitavo di fare la spesa, mi facevo portare solo verdura e qualche volta un po' di carne, ma
non più di una volta la settimana. E uscivo senza soldi così non potevo fermarmi a mangiare porcherie in giro.»
«Bel mese mi si prepara.» Sospirò Vittorio. L'uomo continuò.
«Quando vidi che la mia cura funzionava con me, proposi a un mio amico di fare la stessa cosa, così saremmo stati in compagnia. Ma quando si trattava di camminare per giorni interi fra boschi e prati pieni di spine, lui si rifiutava e si lamentava che in fondo non era mica obbligato a farlo.»
«Infatti.»
«Allora mi venne l'idea che avrebbe risolto tutti i problemi, cominciai a farmi pagare e caro anche.»
«Lo so.» Vittorio sospirò di nuovo.
«Il fatto è che se la gente non paga, non apprezza le cose. Mi pagavano anticipato e il pensiero di aver buttato via un sacco di soldi li spingeva a fare quello che dicevo. E quasi tutti arrivavano alla
fine del mese più leggeri, nel fisico e nel portafogli.»
«Vivi?»
«Su quello ci puoi contare, siamo stati progettati per muoverci a piedi, come ti dicevo prima, e per mangiare quando capita, come la volpe che prima o poi catturerà quella lepre che hai visto poco fa.
Ma intanto deve muoversi per non morire di fame. E comunque camminando non si muore.»
«E allora quelli che corrono e ogni tanto ne crepa uno?»
«Quelli sono degli idioti, probabilmente a forza di dimagrire gli è dimagrito anche il cervello.
Hanno quasi tutti i capelli bianchi e si ostinano a correre sforzando un cuore che ha già parecchi anni ma che potrebbe continuare a funzionare per molto tempo ancora, se trattato con rispetto. Ma
loro vogliono ritornare giovani, è questo il loro problema, non il peso. E all'età non c'è rimedio.»
Alcune nuvole coprirono il sole e il vento si fece più fresco. Le foglie frusciavano sulle cime degli alberi e un pesante silenzio ovattava quell'angolo di mondo.
«Abbiamo riposato anche troppo.» Disse l'uomo alzandosi e riprendendo lo zaino.
Vittorio si sollevò a fatica e dovette appoggiarsi ad un albero per non cadere di nuovo.
Dopo più di un'ora arrivarono in paese e Vittorio era conciato da buttare mentre l'altro sembrava fresco come un pesce appena pescato.
Sulla piazza c'erano i soliti nullafacenti e più d'uno si sforzò per non ridere.
Vittorio li salutò con un cenno scarsamente espansivo e si rivolse all'uomo.
«Siamo arrivati.»
«Te ne sei accorto? Vedi, stai già migliorando, mensa sana in corpore sano.»
Lui non raccolse la battuta.
«Adesso che facciamo? E quasi buio.»
«Se vuoi possiamo fare un'altra passeggiata.» L'uomo sorrise.
«Preferisco prendere un caffè, offro io.» Vittorio si diresse verso il bar della piazza.
«Ci puoi giurare, io sono full credit per un mese.»

"Culone" pag.2

«Se non dimagrisco con questa cura, alla fine di questo mese non avrò comunque i soldi per mangiare con quello che mi costi, e quindi dimagrirò per forza.»
«Io sono pagato da tua sorella, che si preoccupa della tua salute.»
«Mia sorella non ha soldi, sono io che finanzio tutti in casa.»
«Meglio, così ti sentirai ancora più coinvolto.»
Nel bar, dietro il bancone c'era solo una ragazza che passava il tempo guardando la TV.
«Ciao». Disse vedendolo, poi si accorse dell'altro uomo e corresse il saluto in un più formale “buonasera”.
Vittorio le sorrise, poi si vide nello specchio fra le bottiglie e gli passò la voglia di sorridere.
«Caffè?» Chiese la ragazza.
«Per me sì.» Rispose e guardò con aria interrogativa l'uomo che era con lui.
«Io acqua minerale, gassata, perché stasera sono in vena di stravizi.»
La ragazza lo guardò di sfuggita, ma non sorrise, quel tipo non gli piaceva e lei difficilmente si sbagliava.
Vittorio cercò di farsi durare il più possibile il caffè in modo da poter riprendere fiato.
L'altro finì la sua acqua e si diresse verso la porta.
“Allora, ci vediamo domani mattina alle sei e mezza, io torno in albergo.”
“Alle sei e mezza? Ma io sono in ferie!”
“Presto a letto presto in piedi il dottore mai non vedi.” Rispose l'altro, poi uscì senza neanche salutare.
“Un vero cafone. Dove l'hai trovato?” Chiese la ragazza.
“Non lo so, è arrivato ieri e mia sorella ha detto che mi rimetterà in forma.”
Lei non disse niente e continuò a sciacquare le tazzine del caffè prima di metterle nella lavastoviglie.
“Non ci credi?” Chiese Vittorio.
“Il contenuto è più importante del contenitore.” Rispose lei guardandolo. Poi senza dargli il tempo di capire prese i soldi dal banco e gli porse lo scontrino.
Vittorio prese a sfogliare gli espositori dei dolci e delle patatine fritte, come faceva sempre, ma stasera non aveva voglia di niente. La ragazza tornò a fissare la TV, e lui come al solito non si accorgeva delle occhiate che lei gli lanciava quando era di spalle.
“Non prendo niente stasera.” Disse appoggiandosi al bancone.
“Allora la cura comincia a fare effetto, di solito fai la scorta per la notte.”
“Non ho soldi, a parte quei pochi per pagare il caffè. Mi ha vietato di portarli con me.”
“Se vuoi ti faccio credito, sei un ottimo cliente.” Disse lei con il viso senza espressione.
“No, lo sai che non voglio debiti, neanche piccoli.”
“Lo so, e sei l'unico.”
“Almeno in qualcosa lo sono.” Sorrise alla ragazza e lei ricambiò il suo sorriso e gli occhi le brillarono sotto i faretti della vetrina.
“Sì, credo di sì.”
Era uno di quei momenti che capitano di rado, quando due persone riescono a comprendersi senza troppe parole. Quei momenti che ricorderai anni dopo e ti chiederai che sarebbe successo se avessi
fatto o detto una cosa diversa.
Ma poi, come sempre, entrò il guastafeste che non poteva vivere altri cinque minuti senza una birra, e il momento passò.
“Allora, ciao.” Disse Vittorio.
“Ciao, e grazie.” Rispose lei.
Il sole era tramontato ma non era ancora notte. Le ombre coprivano piano i vicoli antichi e i lampioni si accendevano, dondolati dal vento ormai freddo. Una luna grande come un'arancia si preparava a percorrere il cielo nero e a nascondere le stelle dietro il suo chiarore.
Vittorio camminava lento e stanco verso casa e il sudore gli gelava la schiena un po' curva.
Andò a dormire subito, senza neanche lavarsi, tanto a chi importava ormai?
Steso nel letto che scricchiolava ogni volta che si girava, Vittorio ripensava al suo primo giorno di ferie. Perché si era lasciato coinvolgere in quella storia? E poi chi lo conosceva quel tipo?
Per quanto ne sapeva lui poteva essere un ciarlatano che gli avrebbe spillato un bel po' di soldi e forse senza alcun risultato. Però sapeva essere convincente, e in fondo lui sperava davvero che alla
fine del mese la sua vita sarebbe stata diversa, quella vera e non solo la circonferenza dei suoi fianchi.
Aveva da fare un mese di ferie perché era stato costretto a prendersele tutte insieme visto che ne aveva diverse accumulate dall'anno prima.
Non aveva posti dove andare e appena uscito dall'ufficio già pregustava un mese intero sdraiato a mangiare e leggere tutto quello che gli pareva. Ma l'arrivo di quel tipo aveva cambiato tutti i suoi programmi, come capita spesso a coloro che sono così ingenui da farne.
E così quella sera si ritrovava con le ginocchia doloranti, i piedi gonfi e le spalle indolenzite.
“Non finiva mai quella salita.” Pensò ricordando il percorso dal ristorante fino al paese e si ricordò di quando da bambino lo faceva tutto di corsa e arrivava senza il minimo sforzo.
Allora non lo chiamavano “arancino con i piedi o culone” e le ragazzine gli giravano attorno, litigando per farsi accompagnare a scuola.
Ma era stato un bel po' di tempo fa, e ormai erano tutte sparite, molte andate verso la città in cerca di una vita se non migliore almeno più varia di quella che le aspettava in quel piccolo paese.
Ma tanto a lui interessavano poco, perché quella che gli piaceva e per la quale avrebbe fatto qualunque cosa stava ancora lì.
Ma il tempo passa e solo quando è tardi ci accorgiamo che quasi sempre è meglio esporsi e ricevere un rifiuto piuttosto che aspettare che le cose si risolvano da sole. E che le persone non capiscono noi
più di quanto noi comprendiamo loro.
Poi un giorno partì per l'università, perché suo padre, analfabeta, voleva che suo figlio studiasse per diventare qualcuno e che gli altri non potessero approfittarsi di lui solo perché era ignorante.
Rimase fuori per cinque anni e quando tornò era un'altra persona.
Portava con sé una laurea, e settanta chili di troppo.
«Bravo che hai portato il cocomero!» Fu la prima frase che si sentì dire appena sceso dalla corriera.
Un suo ormai ex amico gli tastò la pancia e non aggiunse altro solo perché vide nei suoi occhi qualcosa che lo dissuase.
La ragazza del bar, con la quale si erano scritti delle lunghe lettere, lo guardò dalla porta, senza dire una parola.
“Ecco perché non mi ha mai voluto spedire una fotografia.” Pensò, poi distolse lo sguardo, cercando di vedere ancora quel ragazzo che se n'era andato tanti anni prima e che lei aveva immaginato ogni sera rileggendo e consumando quei fogli scritti con la sua calligrafia piccola e ordinata.
E adesso gli tornava quello lì, tutto diverso. Ma è più importante il contenuto che il contenitore, aveva concluso, ed era andata verso di lui per salutarlo, anche se le braccia non le sarebbero bastate
per stringerlo a sé.
Fra sterpaglie e sassi la prima settimana finì.
“Spero che domani piova, così almeno mi riposo.” Aveva pensato Vittorio il quarto giorno vedendo le nuvole nere che si ammucchiavano all'orizzonte.
E infatti la mattina dopo pioveva di santa ragione. Si alzò dal letto con grande sofferenza e trascinò fino alla finestra il suo corpo pesante e indolenzito. Fuori l'acqua scorreva nel vialetto e formava un
piccolo fiume che trascinava con sé le carte dei dolci che egli gettava ogni sera dalla finestra prima di addormentarsi, le carte non i dolci.
Il cielo era di quel grigio che promette pioggia per tutto il giorno e neanche un solo sprazzo di azzurro faceva sperare in un miglioramento.
“Meno male!” Disse Vittorio, poi se ne tornò a letto, deciso a starsene finalmente a riposo.
“Ci vuole, dopo quello che ho passato.” Disse a sé stesso, poi allungò la mano verso il comodino e raccolse dal cassetto una manciata di nocciole glassate.
Un libro, la sua lampada e di fronte la finestra, con la sua luce grigia dalla quale intravedeva i rivoli di pioggia che con frastuono cadevano nelle pozzanghere.
Con un occhio leggeva e con l'altro sonnecchiava, indeciso fra l'una e l'altra cosa. E come sempre quando si è indecisi, la mente vagava verso pensieri che non c'entravano niente.
Ma durò poco perché una lunga scampanellata arrivò ad interrompere le sue fantasie.
Nessuno andava ad aprire perché tutti si aspettavano che ci andasse lui che dormiva al piano terra.
Quindi dovette posare il libro, inghiottire le noccioline che stava gustandosi lentamente passandole da un lato all'altro della bocca e alzarsi.
“Beh? Ancora non sei pronto?” Chiese il suo “allenatore” affacciandosi sulla soglia.
“Ma non lo vedi che è cominciato il diluvio universale?” Rispose Vittorio indicando il cielo nel quale le nuvole si accavallavano vorticose.
“Non credo, c'è già stato tempo fa, questo è solo un acquazzone estivo.”
Stava fermo sotto la pioggia, infilato in un impermeabile giallo che gli arrivava ai piedi e con un cappellone da pompiere che colava acqua da tutti i lati.
“Io non ho impermeabili, mica posso venire a camminare per il bosco con l'ombrello.”
L'altro fece un sorriso furbo.
“Credi che non li conosca i tipi come te?” Disse porgendogli un sacco di plastica.
“Che è?” Chiese Vittorio, anche se temeva di conoscere la risposta.
“I miei ferri del mestiere, perché credi chi mi porti dietro tutte quelle valigie?”
Vittorio prese il sacco grondante e fece cenno all'uomo di entrare.
“No, grazie, rimango qui così farai più in fretta a prepararti.”
La pioggia aumentò e un tuono lontano rotolò fra le montagne, presagio di cose non buone.
Nel sacco c'erano degli stivali di gomma, un cappello d'incerata e un impermeabile.
“Come fai a sapere che mi andrà bene?” Chiese Vittorio.
L'altro si asciugò un po' d'acqua dal viso e mostrò di nuovo il suo sorriso bagnato.
“Io lavoro con i ciccioni, cosa credi? Le conosco le misure. Dai, sbrigati che potrebbe venire a
piovere.” Disse.
Neanche si lavò il viso, tanto ci avrebbe pensato la pioggia, indossò l'impermeabile giallo che lo faceva assomigliare ad un gigantesco anatroccolo, si riempì le tasche di cioccolato e noci, per eventuali momenti di debolezza, e svogliatamente seguì l'uomo dentro il diluvio.
“Non mi piace molto che mi chiami ciccione.” Disse Vittorio mentre si avviavano.
“Ecco un'altra cosa che dovrai imparare, a sopportare le offese.”
“Questo non c'entra con il dimagrire.”
“Lo dici tu.” Rispose l'uomo, poi si avviò lungo la provinciale.
“Oggi viaggeremo su strada visto che il resto del mondo è fango.” Disse poi.
“Stai parlando di politica?”
“No, è proprio fango vero, fatto solo con acqua e terra. Arriveremo laggiù.” Disse indicando il paese vicino che si intravedeva fra le nuvole basse.
Vicino per modo di dire visto che distava più di dieci chilometri.
Vittorio si sentì sconsolato, ma poi pensò che almeno non sarebbe stato in salita, o peggio in discesa quando le ginocchia gli dolevano sotto il suo peso.
Una cosa che gli era sempre piaciuta erano i lavori ripetitivi, quando poteva staccare la mente dal corpo e pensare ai fatti suoi. E anche camminare stava ormai ridiventando per lui una cosa che faceva senza pensarci. Ed era bastata una settimana.
Vittorio si frugò le tasche, poi entrò nel bar con tutti gli spiccioli che aveva, per rifornirsi di dolciumi.
«Brutto stupido, se ricominci ad ingrassare non farti più vedere da me.» Disse la ragazza.
«E perché dovrei farmi vedere da te?» Chiese lui, poi finalmente capì quando vide che, senza ricordarsi dello specchio, lei si era voltata per asciugarsi alcune lacrime.
Vittorio non trovava mai le parole, ma quella volta il suo gesto di buttare nel cestino i suoi acquisti disse molto di più.

"Culone" pag.3

Uscì, mentre la ragazza si soffiava il naso con un tovagliolo di carta e controllava se il rimmel non le fosse colato sulle guance.
Lui camminava al centro della strada, e il vento fresco faceva svolazzare la sua camicia che cominciava a stargli larga.
Nel prezzo della cura era compresa anche una bilancia pesapersone.
“Ma non osare pesarti più di una volta al giorno, solo appena sveglio, poi basta.” Gli avevano detto,senza spiegargli il motivo.
E lui ligio alle regole si pesava ogni giorno appena metteva i piedi sul pavimento freddo, ma finora non aveva visto cambiamenti, anzi una mattina era risultato di mezzo chilo più grasso.
“Stai tranquillo, a volte capita, vedrai che poi comincerai a perdere peso tutto insieme, specialmente se smetterai di mangiare di nascosto.” Aveva detto l'uomo.
Vittorio aveva cercato di negare, ma le sue tasche gonfie l'avevano tradito.
“Ma io ho fame, non posso smettere così all'improvviso.” Si era lamentato.
L'uomo aveva lanciato lontano nel bosco i dolciumi che lui aveva comprato la sera prima. Poi l'aveva guardato con lo sguardo assente, come perso in un ricordo che sapeva solo lui.
“I cambiamenti non avvengono gradualmente, è una convinzione che hanno in molti, ma è sbagliata. Le cose cambiano all'improvviso, che ci piaccia oppure no. E' come quando stai cercando di imparare qualcosa, studi ma non capisci, leggi e rileggi ma niente, poi a un certo momento
d'improvviso vedi la madonna e tutto diventa chiaro. Prima no e un istante dopo sì.”
Vittorio continuava a guardare nel bosco per cercare di identificare dove fossero caduti i suoi zuccherosi acquisti.
L'uomo continuò.
“Per i cambiamenti è la stessa cosa, non puoi cambiare un po' per volta; non ci riesce nessuno. E'come smettere di fumare, non puoi farlo diminuendo di una sigaretta al giorno, devi troncare tutto in una volta se vuoi sperare di farcela.”
“E tu allora perché non smetti, visto che sai tutte queste cose?”
“Semplicemente perché non mi va di smettere. Se devo morire almeno sarà per una cosa che mi piace.”
“Ti piace il tumore ai polmoni?”
“Non intendevo quello, e poi mica è detto che non mi capiti qualcosa prima. Insomma, fumare fa male, ma tutto è nocivo, anche l'aria che respiriamo, altrimenti vivremmo in eterno.”
“Non mi hai convinto per niente, e se riuscirò a dimagrire sarà solo perché ho un sacco di vestiti che mi piacciono e così potrò rimetterli.”
L'uomo sorrise. “Saranno fuori moda ormai. C'è un motivo più valido, ma tu non sai vederlo perché il grasso ti ha offuscato anche gli occhi oltre che la mente.”
Vittorio rimase senza parole, quell'uomo gli leggeva nel pensiero.
“Che ne sai tu di me? Ci conosciamo da neanche una settimana.”
“Siete tutti uguali voi grassoni, non ci vuole niente a capire il vostro adiposo cervello. Dai,andiamo.” Rispose l'altro avviandosi senza aspettarlo.
Vittorio represse la voglia di staccargli la testa solo perché non riuscì a stare al suo passo e quando finalmente l'ebbe raggiunto l'arrabbiatura gli era passata.
Ma intanto, a forza di maltrattamenti, di perquisizioni corporali alla ricerca di cose mangerecce, di camminate sempre più lunghe, qualche risultato si cominciava a vedere davvero.
Un giorno provò da solo a salire le scale che portavano in cima al paese e si rese conto con meraviglia che ebbe bisogno di fermarsi solo due volte. Erano anni che non vedeva dall'alto il posto in cui viveva e fu come quando rileggi un libro letto da ragazzo. Ti piace ancora, anche se ne conosci la storia e il finale.
Il suo allenatore, ormai lo chiamava così, non si era visto quel giorno e forse era partito per affari suoi e lui ne aveva approfittato per girellare un po' da solo.
Adesso che era arrivato in cima, si strinse la cinta dei calzoni che cominciavano a stargli lenti e decise di spingersi fino alla pineta.
I posti non cambiano l'odore e a tornarci si possono ritrovare i ricordi del tempo passato che sono rimasti ad aspettarci. E in mezzo agli alberi che disegnavano pezzi di cielo, fra l'erba e nel fischio
del vento fra le cime, rivide due bambini che si rotolavano nel prato, ignari e indifferenti a vipere e ragni. Lui era magro e lei era bella. Ma nessuno dei due sarebbe rimasto così.
Lui adesso era quel grassone che faticava a mettere un passo dietro l'altro, anche se si illudeva di stare migliorando, lei era rimasta la stessa di quei pomeriggi d'estate, quando Vittorio pensava che
da grande avrebbe sposato lei o nessun'altra. Ma adesso non era più quella ragazzina che parlava continuamente e che gli raccontava tutto di sé.
Adesso era taciturna, passava le giornate nel bar a servire vino scadente a persone scadenti e se diceva qualcosa era solo per lavoro.
“Se non le fai se le inventano, perciò da me non sapranno più niente.” Aveva detto un giorno, e lei era il tipo che manteneva le promesse.
Ed era questo che lasciava accesa una fiammella in Vittorio. Il fatto che un giorno, in quella estate a metà fra la fanciullezza e la vita vera, gli aveva promesso che l'avrebbe amato per sempre.
E lei era una che le manteneva le promesse.
Sedette su un masso in mezzo agli alberi, che nessuno avrebbe mai saputo spiegare come fosse capitato fin là, lo stesso sul quale sedevano tutti e due tanti anni prima.
“Come ho fatto a diventare così?” Si chiese di nuovo, ma lo sapeva benissimo.
Un giorno mangi un dolce di troppo, il giorno dopo lo fai di nuovo, e si fa presto a prendere i chili quando chi comanda è la gola, perché ingrassare non capita d'improvviso, all'inizio allenti un po' la
cinghia, poi ti accorgi che le giacche non ti entrano più, ma tanto sono fuori moda ed è la scusa per ricomprarle. E dopo indossi quasi sempre maglioni che non tirano da ogni parte come le camicie.
Maledisse quelli che lo conoscevano e non l'avevano avvisato in tempo. Ma come si fa a dire a uno che è uno schifoso grassone? E alla fine glielo dissero solo per deriderlo.
Ma ormai era troppo tardi e più ingrassava più gli veniva fame.
Fu così che scoprì che la gola non è solo una parte del corpo, ma qualcosa che non va nella propria testa.
“Avrò perso a malapena dieci chili, non ce la farò mai a tornare come prima.” Disse parlando a voce alta ai pini, che non si interessavano affatto a lui e che già avevano i loro problemi con le processionarie.
Gli veniva da piangere, ma non l'avrebbe fatto mai perché ancora credeva che i veri uomini non dovrebbero piangere. Ma che altro rimane a chi non vede vie d'uscita?
Perché per dimagrire davvero nel corpo bisogna prima dimagrire nell'anima, e avere un motivo valido. E prese a piangere come quando era bambino, prima che tutti cominciassero a sfotterlo e
chiamarlo femminuccia.
Singhiozzava forte e anche se qualcuno fosse arrivato non gli importava più.
E fu così che non si accorse che il suo motivo valido si era avvicinato, e adesso ferma fra l'erba lo guardava senza espressione, perché a volte qualunque cosa si faccia è quella sbagliata.
Se ne accorse solo quando lei spezzò un rametto che aveva raccolto.
“Oggi il bar è chiuso. Ho fatto una passeggiata.” Disse.
Vittorio si asciugò gli occhi con la manica.
“Anche io, avevo da pensare.”
“E l'hai fatto?” Lei si avvicinò.
Lui non rispose. La guardò. Stava in piedi, fra la luce e l'ombra e a parte che era un po' più alta, non era per niente diversa da quella che poco prima rotolava con lui nell'erba della sua memoria. L'unica
differenza era che non rideva.
“Oggi sono da solo, quello lì non si è visto.” Disse lui.
“Lo so, e non lo vedrai più per molto tempo.”
“Perché?”
“Era un imbroglione, si fingeva medico, l'hanno preso ieri sera, c'ero solo io nel bar e ho visto mentre lo portavano via.”
Vittorio non rispose. Solo il vento faceva il suo rumore triste fra i rami dei pini.
“E adesso?” Disse poi.
“Adesso dovrai fare da solo, ma hai cominciato, mi pare.” Rispose lei.
Si avvicinò per sistemargli il colletto della camicia che lui portava sempre in disordine, poi, visto che c'era gli accarezzò i capelli e gli tirò un orecchio.
Lui si alzò e si girò verso di lei.
“Da domani non ti venderò più schifezze, dovrai andare a comprartele da un'altra parte se proprio le vuoi.” Disse la ragazza.
“E chi li vuole?” Rispose lui, poi si frugò nelle tasche piene di dolci e altre cibarie e lanciò nel prato tutto quello che trovò, comprese le chiavi di casa.
Allora lei lo abbracciò e lo strinse forte, in silenzio, perché le cose da dire erano troppe e non è vero che bisogna sempre dirsi tutto.
Nella tasca della gonna aveva ancora quello che rimaneva del suo libretto di risparmi ormai vuoto.
Aveva preteso parecchio quello lì per andarsene, ma tanto che te ne fai del denaro se è la sola cosa che hai?
Il vento smise per un istante di soffiare e gli uccelli di fare chiasso. Nel silenzio, si tenevano stretti e lei riusciva solo a pensare che le sue mani abbracciandolo potevano di nuovo toccarsi.
E finalmente, dopo tanto tempo, sorrise.

"Cyberlynch" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

... ma gli uomini, la vogliono davvero la giustizia?

"Cyberlynch" Pag. 1

- Signor sindaco, che risultati si aspetta da questo esperimento? – chiese uno dei giornalisti presenti in sala.
- Amici della stampa, cittadini di Coltville – rispose il sindaco rivolto alla platea – il progetto RESTORE, da qualcuno informalmente definito Cyberlaw, è molto più di un esperimento. E’ una realtà destinata a modificare totalmente le nostre vite. Ed in meglio. –
Smise di parlare, sotto il lampo dei flashes, con una di quelle pause calcolate ad arte, che erano state parte determinante della sua fortuna politica.
- Lo scopo del nostro progetto è molto semplice. Ripristinare, come lo stesso nome spiega chiaramente, la fiducia dei cittadini nella giustizia del loro paese. –
Altra pausa, stavolta più breve, in cui finse di cercare le parole giuste per far capire le proprie idee all’uomo della strada.
- Tale fiducia, come tutti ben sapete, negli ultimi anni è stata profondamente scossa da gravi episodi di corruzione ed ingerenza della politica, sui quali ritengo opportuno non soffermarmi, per non infliggere ulteriori amarezze al già provato spirito di questo paese. A tutt’oggi Coltville è la terza città del mondo per numero di abitanti, ma la prima per tasso di criminalità. Qualche organizzazione religiosa, armata senz’altro di buone intenzioni, e malconsigliata da elementi dell’opposizione, attribuisce l’alto numero di crimini commessi nella contea che ho l’onore e l’onere di amministrare, alla decisione della mia amministrazione di liberalizzare la vendita e il possesso delle armi da fuoco, ma tutti sappiamo che non è così. Le statistiche in nostro possesso – s’interruppe un attimo per indicare lo schermo dietro le sue spalle – dimostrano che negli ultimi tre anni, il numero di omicidi, rapine e violenze è cresciuto costantemente. Se ciò fosse dipeso dalla liberalizzazione delle armi, avremmo dovuto osservare un rapido aumento iniziale di tali eventi, seguito poi da una stabilizzazione. Invece no, cittadini di Coltville! Non è certo proibendo la legittima difesa dei contribuenti onesti che si blocca la criminalità! La causa di questa nuova pestilenza etica e morale che si abbatte oggi su di noi è da ricercarsi altrove! A mio avviso nella perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni!-
Nuova pausa, in cui ricercò lo sguardo degli spettatori seduti nelle prime file, quasi a dimostrare la sua onestà d’intenti.
Sono uno di voi, dicevano gli occhi del sindaco e siamo tutti nella stessa barca.
Non si sa mai, magari qualcuno ci crede pure.
- Ed è per questa ragione che la mia amministrazione ha dato vita al progetto RESTORE, di cui v’illustrerà i particolari tecnici il dottor Jason Wave. –
Mentre il sindaco si sedeva, tra applausi di circostanza, salì sul palco un giovanotto sui trent’anni, con dei curiosi ed anacronistici occhiali dalla montatura bianca.
- Signor sindaco, cittadini di Coltville, buonasera. Ecco a voi il progetto RESTORE! – esclamò scoprendo un oggetto nascosto da un ampio drappo.
La folla fu percorsa da un mormorio di stupore ed incredulità.
L’oggetto sotto il drappo altro non era che un manichino, a grandezza naturale e con sembianze umane, con indosso una toga da giudice.
- Il giudice bionico – continuò Wave armeggiando dietro la schiena del manichino – è indipendente da influenze esterne, instancabile e soprattutto incorruttibile. D’altronde, che se ne farebbe un androide di un paio di milioni di dollari? Con il suo database contenente tutte le leggi, gli emendamenti e le sentenze emesse nel nostro paese negli ultimi duecento anni, porterà la giustizia nelle strade. E’ finita l’era di processi interminabili, di giudici umani oberati da migliaia di procedimenti e costretti ad operare in tribunali vecchi, scomodi e spesso non informatizzati. Anche la giustizia adesso entrerà nel ventunesimo secolo. In ogni quartiere, in ogni strada di questa città, ci sarà un giudice bionico che opererà notte e giorno, svolgendo inchiesta e processo in tempi rapidissimi e soprattutto nel posto in cui il reato viene effettivamente commesso. Ecco, adesso dovrebbe essere operativo. –

"Cyberlynch" Pag. 2

Ed effettivamente, a queste parole, due piccole scintille azzurre si accesero negli occhi del manichino, strappando dei gridolini a molti dei presenti.
Buonasera. Sono l’unità R-33 407, ma lei può chiamarmi semplicemente vostro onore.
- Buonasera a lei, vostro onore. Potrebbe spiegare ai signori qui presenti quali sono le sue funzioni? – domandò Wave in tono istrionesco.
Sono un giudice artificiale. Il mio compito è amministrare la legge.
- E com’è la legge, vostro onore? –
La legge è uguale per tutti e tutti i cittadini sono uguali dinnanzi ad essa, senza distinzioni di sesso, età, ceto, razza e religione.
- In che modo i suddetti cittadini potranno usufruire del progetto RESTORE? –
In più di un modo. Basta rivolgere richiesta verbale ad una qualunque unità R-33 nei paraggi, oppure inoltrare un’e-mail al sito del corpo di polizia, ma più in generale ogni unità R-33 è in grado di accorgersi da sola dell’esistenza di un reato e procedere nell’inchiesta fino alla sentenza.
- Che garanzie ha la cittadinanza, che la sentenza emessa da un’unità R-33 sia effettivamente rispettata? –
Ogni unità R-33 è in continuo contatto radio con la stazione di polizia più vicina. Se la situazione lo richiede, può diramare un allarme e ordinare l’invio di una o più pattuglie.
- Benissimo. E adesso una dimostrazione pratica. Vostro onore, è in grado di accertare eventuali reati commessi in questa sala? –
Non posso valutare eventi accaduti prima della mia accensione Ogni analisi è possibile solo dal momento della mia entrata in funzione.
- Ha ragione, mi scusi, riformulo la domanda : è in grado di accertare eventuali reati commessi qui in questo momento? –
Inizio la valutazione.
Il manichino scese dal palco con un’andatura insolitamente elegante e si diresse verso le prime file, dov’erano seduti i rappresentanti della stampa.
Buonasera. Sono l’unità R-33 407, ma lei può chiamarmi semplicemente vostro onore.
- Buonasera a te, figliolo. – rispose Tom Pensell, uno dei corrispondenti più anziani e autorevoli.
Tengo a precisarle che non sono suo figlio, sono un giudice artificiale e il mio compito è amministrare la legge. Gradirei si rivolgesse a me con l’appellativo di Vostro Onore.
- Ok vostro onore – rispose Pensell in tono scherzoso, protendendo i polsi verso delle immaginarie manette – ho ammazzato qualcuno?-
Sicuramente non negli ultimi dodici minuti e quarantasette secondi, ma ha comunque commesso un reato, fumando in un luogo pubblico ed al coperto, in spregio della normativa del 12/01/04 n. 3745, cagionando grave rischio alla salute delle persone presenti e mettendo a repentaglio la loro incolumità in caso di probabile incendio. Questa corte la condanna ad una multa di mille e cinquecento dollari.
- Hey, ma è inaudito! – gridò Pensell – questa scimmia di latta non può farmi questo! Col cavolo che pago! –
Improvvisamente comparvero dietro il manichino due agenti di polizia.
- Hey ragazzi, noi siamo amici. Vi ho offerto un sacco di caffè! – disse Pensell in tono lamentoso.
Accertate l’identità del signore, ordinò il manichino ai due poliziotti, ha sei giorni di tempo per pagare la multa. Per sua comodità può inoltrare un assegno alla centrale di polizia, includendo la causale, oppure versare la somma tramite banca sull’apposito conto corrente indicato sul modulo che produrrò a breve.
Ed in effetti dopo qualche secondo, da una fessura nel petto, comparve un foglio di carta, che il manichino consegnò al giornalista.
- Questa è una buffonata! – tuonò Pensell agitando i pugni
– ricorrerò in appello! –
La richiesta di appello è stata registrata ed accettata. L’appello avrà luogo immediatamente! Si inizia procedimento di appello.
L’istanza di appello viene rigettata. Motivazione del rigetto: sentenza nella causa 15734 del 1975. Stato della California contro Kimberly Dalton: la flagranza del reato inficia ogni motivazione addotta dall’appellante, a meno che non intervengano fatti nuovi tra il primo ed il secondo procedimento.

"Cyberlynch" Pag. 3

Si conferma la sentenza precedente. L’appellante viene condannato al pagamento delle spese procedurali, pari a 78,52 dollari e ad ulteriore sanzione di dollari 250 per vilipendio alla corte, avendo definito il giudice : scimmia di latta. Se volesse presentare appello contro questa seconda sanzione, le ricordo che nella mia memoria è conservata registrazione audio video della nostra conversazione. E’ sua intenzione presentare appello? –
- No. – mormorò Tom Pensell a bassa voce, poi seguì i poliziotti per le formalità.
- Benissimo vostro onore – esclamò Wave – per il momento può disattivarsi. Direi che la dimostrazione è perfettamente riuscita. Con il progetto RESTORE inizia finalmente una nuova era. –

Parecchi mesi dopo …

Buon giorno. Sono l’unità R-33 867 ma lei può chiamarmi semplicemente vostro onore.
Buongiorno a lei! –
Mi pregio di informarla che il suo veicolo è parcheggiato in sosta vietata. Avendo già preso nota della targa, il mio unico dovere è emettere il verbale e notificarle l’entità della multa, pari a 146 dollari e 35 cents, incluse spese di stampa e notifica.
- Hey fratello, non potresti chiudere un occhio? Io mi spacco la schiena tutto il santo giorno consegnando la spesa a domicilio, mica l’ho parcheggiato per divertimento il pick-up proprio lì. Non c’era un buco libero! –
Data la mia conformazione strutturale, mi è assolutamente impossibile ottemperare alla richiesta da lei formulata. E’ possibile che in futuro vengano prodotte unità R-33 dotate di palpebre, anche se non saprei bene a che scopo.
- Hey scemo di guerra, col cazzo che ti pago! Ho un mutuo da pagare, a casa tre bocche da sfamare e ci manchi proprio tu con i tuoi 146 dollari di merda a rallegrarmi la settimana! –
Benissimo! In tal caso la multa le verrà recapitata al suo indirizzo. Si aggiunge ulteriore sanzione di dollari 200 per aver definito scemo un giudice di questa corte. Abbia una serena giornata.
- Hey idiota, vieni qui. Hey dico a te! Pezzo di merda girati quando ti parlo! Dico a te! –
Il manichino continuò a camminare imperterrito con passo lento, finchè una sassata non lo centrò sul capo.
- Hey sottospecie di ferraglia sbullonata, girati quando un uomo ti chiama, hai capito? –
Devo avvertirla che qualunque violenza ai miei danni avrebbe gravi ripercussioni sulla sua libertà individuale. Ogni danno volontario ad un’unità R-33 è punibile con un minimo di 6 giorni di reclusione, in caso di danneggiamento lieve, fino ad un massimo di anni quindici in caso di completa disattivazione.
Un’altra sassata raggiunse il manichino, stavolta sul volto.
- Non mi frega niente di quello che dici! Non prenderò ordini da una lavastoviglie che cammina! Non io! Non Jack Johnson!-
- Hey Jack che succede, perché strilli così? – chiesero due tizi di passaggio su un furgone.
- Perché questa specie di televisore scassato vuole farmi la multa per divieto di sosta! –
- Ah sì? – disse uno dei due, scendendo dal furgone con il crick in mano – magari è solo guasto. Io me ne intendo un po’ di roba elettronica. Con un paio di botte s’aggiusta! -
Entro cinque minuti sarà sul posto una pattuglia della polizia. Nel vostro interesse vi consiglio di allontanarvi immediatamente.
- Certo! Tra poco arrivano gli sbirri. Peccato soltanto che il ponte dal lato della stazione sia chiuso per lavori! Come fanno, arrivano a nuoto? – esclamò il secondo tipo scendendo anche lui con una catena di ferro.
Nel frattempo si era raccolta in strada una piccola folla.
- Non è per niente bello quello che sta facendo! – gridò una vecchia rivolta verso il manichino – togliere il pane dalla bocca ad un padre di famiglia! -

"Cyberlynch" Pag. 4

- Io quello lì lo conosco! – gridò un uomo che indossava una felpa a scacchi bianchi e rossi – è lo stesso che mi ha fatto abbattere la casa, perché secondo lui era abusiva! Io e la mia famiglia dormiamo in una roulotte da due mesi, per colpa di questo stronzo! –
- Ha mandato in galera mio fratello! – urlò un altro.
In pochi secondi decine di voci si unirono al coro.
E’ mio dovere avvertirvi che sto registrando l’intera vicenda. Identificati i partecipanti, gli eventuali responsabili della sommossa saranno puniti secondo le norme vigenti.
- E smettila di blaterare, cretino! – gridò Jack Johnson lanciando un’altra sassata.
A quel segnale tutti si gettarono sul giudice brandendo ogni oggetto possibile.
Vi prego di smetterla. Io sono l’unità R-33 867. Il mio compito è amministrare la legge, disse il manichino mentre piovevano colpi da tutte le parti.
La legge è uguale per tutti e tutti i cittadini sono uguali dinnanzi ad essa, senza distinzioni di sesso, età, ceto, razza e religione.
Poi un colpo più forte o più preciso di altri sfasciò la testa dell’androide, che cadde al suolo inerte.
Il manichino rimase sul selciato, in un’innaturale posizione dovuta al collo spezzato. Mentre la folla si accaniva su suoi resti. Nei suoi statici occhi rivolti al cielo, la scintilla azzurra si spense e si riaccese più volte, come una piccola lacrima.
Io sono l’unità R …
Il mio compito …
… legge è … tutti
… uguali dinnanzi …
… uguali …
… uguali …
……………….
In lontananza si cominciò a sentire, sempre più forte, il suono di molte sirene.

"Cybernauti" di Alessandro Bastasi

Incontri ravvicinati nel mondo virtuale

Cybernauti Pag.1

di Alessandro Bastasi

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- Perché dici che non lo possiamo fare?
- Perché così mi sembra triste ...
- E dai! Ci sono io vicino. Sono tua complice. Anzi, sono parte di te, l’hai detto tu, no?
- Lo fai anche tu?
- Sì. Non lo vedi?

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Il Dirigente della Grande Azienda aveva letto il profilo su Facebook della Bella Ragazza Bruna. Tunisina, capelli neri, occhi nocciola, single, aggressiva e passionale. Erano le tre e mezza di notte.

Vedovo, cinquantasei anni, due figli grandi, sposati, una vita tutta dedicata alla Compagnia, stava surfeggiando senza entusiasmo tra i gruppi del libro delle facce, dove trovava gli interventi più disparati, da una ricetta per fare la torta coi pinoli alle minacce contro gli immigrati del leghista di turno. Cliccando a caso sui vari nomi che comparivano uno in fila all’altro nelle sezioni di facebook , si era incuriosito per il nome della donna, aspro da pronunciare, con una j, due h e una w. C'era anche una foto, ed era stato allora che aveva fatto un salto sulla sedia. Dio, che splendore …

"Gentile sconosciuta, ho letto il ritratto che lei fa di sé, e devo dire che mi ha molto colpito. Lei, in poche righe, riesce a suggerire un universo femminile carico di promesse e di aspettative. Mi piacerebbe molto conoscerla. Nel frattempo le invio una richiesta di amicizia. Un caro saluto."

Non aveva mai inviato messaggi del genere, a nessuno, mai, in tutta la sua vita. Ma la notte è pericolosa, in rete. Cadono difese, inibizioni. E dall'altra parte c'è gente sola, insonne ... esattamente come lui. "Sono matto!" pensò il Dirigente. Send. Vai!

La risposta gli arrivò subito, con un invito a chattare.

- Amicizia accettata. Ho letto il messaggio. E anche il tuo profilo. Come sei formale!
- Be', io ... non sono ancora abituato a questo tipo di rapporti
- Strano, eh? :-))
- Che cosa vuol dire ‘:-))’?
- Prova a chinare la testa verso sinistra. Vedrai due occhietti, un naso e un sorriso. E' una "faccina".
- E' vero! Che simpatico! :-))
- Ma tu che fai nella vita?
- Lo hai letto. Sono un Dirigente d'azienda. e tu?
- Giornalista, sono corrispondente economica per un giornale di Tunisi.
- Interessante ...
- Senti, perché non ci vediamo? Domani sera, in San Babila, davanti al Teatro Nuovo, alle sette.
- Ehi ... vedo che non perdi tempo!
- Perché dovrei?Tanto il tempo non esiste.
- Ma guarda che io ... ho cinquantasei anni ... e tu ne hai trenta.
- E allora?

@@@@@@@@@

Già. E allora? Al Dirigente veniva da ridere. Andò in bagno, a lavarsi i denti. Non riusciva a togliersela dalla testa. Gli veniva da ridere, sì, ma era una reazione che gli saliva dallo stomaco, il battito del cuore appena un po' più rapido del solito. Si guardò allo specchio. I capelli ... brizzolati, più scuri che bianchi, però. Pepe e sale. La pelle del viso ancora soda, di un colorito accettabile. Denti perfetti. Non fosse per quegli occhi un po' troppo miopi ...

Cybernauti Pag.2

Il giorno dopo in piazza San Babila aspettò per un'ora, fino alle otto. Poi se ne andò, stizzito e offeso per il bidone che quella tizia gli aveva tirato. Come se lui avesse tempo da perdere con le ragazzine!

Alle nove era collegato. E trovò un messaggio in mailbox, delle ore 16:50.

"Scusami tanto, ma non penso di arrivare stasera. Mi ero sbagliata e non so come avvertirti, non ho il tuo numero di telefono. Ciao ciao."

D’improvviso tutta la rabbia gli passa. Sorride, comprensivo.

"Non importa, cara sconosciuta, sono stato uno sciocco a non pensarci. Il numero del mio cellulare è 349-243567 ... Che ne dici di vederci domani?"

Ogni cinque minuti va a vedere chi è in linea, ma il nome con una j, due h e una w non compare. Non c'è nemmeno l'ultima volta che ci guarda. Sono le due di notte. Spegne il portatile, va in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Si prepara per andare a letto. Poi ci ripensa.

Forse è sulla guida telefonica.

Riaccende il computer. Pagine bianche ... No, niente ... Chissà, forse vive con un'amica ... o un amico! Che strano! Si rende conto solo ora che non sa nulla di lei. Magari è sposata, ha dei figli ... Magari quella della foto non è nemmeno lei ... Che ne sa, lui ...

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- Come mi immagini?
- ... come nella foto ... bruna, occhi da incanto. Mi immagino che ridi buttando la testa all'indietro, con allegria ...
- Bello!
- Non è così, forse?
- ....
- E allora?
- Be', non lo so, sì, forse ... :-))
- E io? Come pensi che sia?
- Con te è più difficile, non c'è la foto!
- Dai, prova.
- Dunque ... sei non tanto alto, capelli radi ...
- Nooooo :-)) Sbagliato! I miei capelli ce li ho tutti.
- Aspetta! ... hai le labbra sottili di chi è abituato a comandare. E gli occhi tristi ...

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Pesano le giornate, nella solitudine della Sala del Consiglio. Il Dirigente della Grande Azienda scarabocchia figure geometriche appuntite e nastri di Moebius sulla carta immacolata della sua cartellina di cuoio. Una voce lontana arriva dall'ultima poltroncina in fondo a destra. Quando il Presidente del Consiglio d'Amministrazione lo interpella sul Piano operativo dell'ultimo trimestre, conferma di non avere niente da dire. Non si accorge del silenzio imbarazzato con cui tutti lo stanno fissando.

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- Ma perché non vuoi che ci vediamo? Eri stata tu a proporlo.
- Sì, ma ho cambiato idea. Ho paura che roviniamo tutto. A me sembra che ci conosciamo molto meglio in questo modo, non trovi?
- Sì, ma io vorrei ...
- Magari mi trovi brutta, non ti piace il mio sguardo, non ti piace come mi vesto ...
- Ma tu hai trent'anni, e io cinquantasei! Che razza di paure sono?
- Insomma ... no! Non mi va.
- ....
- Ehi, ci sei o ti sei addormentato? :-))
- No, no, sono qua. E' che ...
- Che ... cosa?
- .. che così non so neppure se ... esisti!

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Cybernauti Pag.3

Il Dirigente si alza dalla sua scrivania, e si avvicina all'ampia finestra, da cui si vede un grande prato verde, con l'erba perfettamente tagliata, e, più lontano, una fila di alberi tutti uguali, tutti potati nello stesso modo. Oltre gli alberi, la stradina interna, con un furgone che avanza lentamente, e con la coda grigia degli impiegati che si recano in mensa per la pausa di mezzogiorno. La segretaria entra svelta e furtiva, portandogli un toast e una spremuta d'arancia, e fugge via, rapita dalla fame che ormai si fa sentire. Ora è solo, nel suo scranno, mentre mastica in silenzio, attento a non spargere briciole sul ripiano di pelle. Gli viene un grande sonno. Ha bisogno di un caffè.

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- Adesso tu hai un vestito rosso, lungo fino ai piedi, con uno spacco mozzafiato che ti lascia scoperta tutta la gamba ...
- :-)))
- Anzi, no, lo spacco è sul davanti, fino alle mutandine.
- Non le porto ...
- Allora ... si vede ...
- Tu che dici?
- Sì, adesso che sei seduta secondo me si vede … senti, ma perché non attiviamo una web cam?
- NO! Continuiamo così. Dunque … tu invece hai una maglietta bianca, e dei pantaloni neri. Di cotone.
- No. Niente di tutto ciò! :-)))

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Chissà com'è davvero, la sua segretaria! Lui la vede tutti i giorni, sempre ben pettinata, a posto, con vestiti castigati ma alla moda, occhiali rotondeggianti, un sorriso per ogni circostanza. Ha i capelli raccolti sulla nuca, mai il Dirigente glieli ha visti disciolti sulle spalle. Cerca di immaginarsela, ma è difficile.
- C'è qualcosa che non va? - gli chiede, notando come lui la stia fissando.
- No, nulla - si scuote lui - stavo solo pensando alcune cose ...
Lei se ne va, scrutandolo con la coda dell'occhio, cercando di indovinare quali siano i pensieri che da un po’ di tempo gli frullano sicuramente in capo.

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- Sento che non stai bene ...
- Ma no, sta’ tranquillo, va tutto bene.
- Cristo, non poter far niente!
- ... no, non puoi far niente.
- Ho voglia di te, sai, un sacco di voglia!
- Anch'io. Non andartene. Abbiamo ancora tempo.
- Figurati se me ne vado! ... Tu ... tu non sai che cosa mi hai dato, mai avrei pensato di provare emozioni così forti, prima di conoscerti ...
- :-))
- Vorrei vederti ... incontrarti!
- No! Non voglio. Non ora.
- ...
- Che cosa c'è ... ti ho ferito?
- No ... E' strano ...
- ... dimmi ...
- Mi sono accorto d'un tratto che in fondo non ardo più come prima dal desiderio di vederti ... che il termine "conoscerti" non è più adeguato. Ormai io ti "percepisco", senza mediazioni, come se tu facessi parte di un "me" più ampio ... E' una sensazione che mi mette a disagio, ma è molto autentica, naturale, sa di antico …

@@@@@@@@@

Non dorme più, la notte. Dorme di giorno. Ha rassegnato le dimissioni.
Il libro delle facce è costantemente aperto.

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- Perché dici che non lo possiamo fare?
- Perché così mi sembra triste ...
- E dai! Ci sono io vicino. Sono tua complice. Anzi, sono parte di te, l’hai detto tu, no?
- Lo fai anche tu?
- Sì. Non lo vedi? Mi sto già toccando.

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Lo trovano così, con le mani appoggiate sulla tastiera del computer, la testa reclinata su una spalla. Sullo schermo, alcuni caratteri che saltano da un punto all’altro. Sono delle j, delle h e delle w. Nel fondo delle sue pupille, l’immagine di una donna dai capelli neri e dagli occhi color nocciola. Quando lo spostano dal tavolo da lavoro per comporlo nel sacco di plastica, le sue mani hanno un lieve tremito. Solo un attimo, però. Poi un gemito soffocato seguito da un clac metallico. Gli infermieri si voltano di scatto, con una sorta di timore inespresso. Ma è solo lo schermo del portatile che si spegne. I due si guardano, un sorriso tirato, lo zip veloce della chiusura del sacco, i loro passi pesanti sul pavimento di legno, la porta che si richiude con fracasso.

Passa un minuto. Due. Cinque.

Plic. Al centro dello video compare una piccola timida luce azzurra. Poi i colori, a invadere tutto lo schermo. Infine una voce calda, femminile, passionale:

- Lo desideravi tanto, eh?
- Sì.
- Ora staremo insieme. Per sempre. Ti aspetto.

"Dall'imbrunire all'alba" di Frank Spada

di Frank Spada

Serbatoio pieno, un paio di bottiglie e qualche stecca, e lascio che la stazione di servizio sparisca nel retrovisore. Accarezzo mezza suola sul pedale e appendo il fumo della sigaretta a un rettifilo dietro l’altro. Al bivio, con il cielo che ombreggia l’incertezza di turchino, e il sedile a lato vuoto di persone, innalzo il fischio dei tornanti. Lui, il vicino che non vedo, certo di non morire per le mie indecisioni, invece di preoccuparsi per il suo futuro se ne sta lì a sonnecchiare la fatalità delle sterzate. Non guardo l’ora al polso: giù un sorsetto e lascio che gli occhi venati di tungsteno sbircino la strada. Tengo fissi i miei su una coppia di puntini rossi che vanno da una parte all’altra del parabrezza panoramico; sembrano velati... Finestrini chiusi per la temperatura che si abbassa e interni di nebbia appiccicosa, forse è meglio che rallenti – di finire nel precipizio che mi affianca, dove il pietrisco rotola via assieme al vento in quota che si infila giù dall’alto per cercarmi dentro un bosco, stanotte non ne ho voglia.
Schiena dolorante; tiro il freno, premo due pulsanti e le portiere inghiottono l’opacità dei finestrini. Allungo la punta di una scarpa, poi l’altra: fuori c’è posto solo per le quattro ruote. Smarrisco i movimenti nella nebbia del mio fumo, faccio in tempo a bagnarmi anche i calzini e non vedo luci dal basso. Su in alto, invece, tra le macchie scure, osservo qualche stella che non parla e stracci di nuvole che corrono veloci senza tuono. Rientro perché l’aria è più frizzante di un gin liscio e rischierei un capogiro respirando, e di perdere inesorabilmente i piedi oltre il ciglio strada attardandomi troppo da chi inseguo. Non so ancora come sarà l’ambiente in cima e comunque non mi aspetto sorprese entusiasmanti. Il tizio che mi ha saldato in anticipo il conto della spesa per tenere pronta la 45, mi ha detto che lassù, al Passo della Morte, una tana per un orsacchiotto come me l’avrebbero trovata. Sigarette penzolanti dalle labbra al ritmo dei sorsetti che mi lisciano la gola e arrivo su che è quasi l’alba. Affaccio il muso scricchiolando i cerchioni, avanzo leggero sulle gomme come spinto da una mano e imbocco un vialetto. Sul fondo, un’insegna con un cervo con le corna mi indica “La tana del turista” e, poco oltre, seminascosto, il suo pick-up. Portiera oliata e scendo. Avverto un freddo... un cane mi dà il benvenuto alla catena, scodinzolando, senza abbaiare – perdo l’occasione di girarmi; la testa...

Al capezzale di un turbante, e di due occhi chiusi sul cuscino, c’è un’anziana e un articolo ingiallito dal tempo che non muore: “L’ULTIMO ROMANZO DI UNO PSEUDONIMO AUTORE RESTERA’ INCOMPIUTO?” Dopo la scomparsa avvenuta in circostanze strane, in una località non precisata e senza testimoni, gli unici elementi su cui la Polizia sta cercando di far luce sul mistero di un corpo magro, quasi inesistente, e mancante da diversi giorni, sono le ultime dichiarazioni rilasciate alla stampa. Dicono che non è ancora emerso nulla dal buio dove stanno scandagliando. Qualcuno dice che è un accanito fumatore, ma che non è pericoloso – naturalmente per non creare allarme tra la popolazione. Diversi tabaccai, interrogati in tal senso, hanno dichiarato che le vendite non sono diminuite, anzi. Altri invece, e per la stessa ragione, dicono che questo fatto esclude la sua morte. In ogni caso, se un volto estraneo bussasse alla vostra porta dopo il calar del sole, accertatevi che fuori non c’è nebbia e informate la Stazione di Polizia più vicina. Arriveranno in fretta, prima che lui vi chieda se gli offrite un caffè, si accenda una sigaretta e ringraziando vada via per rintanarsi chissà dove.

Entra un camice. Un sorriso, un invito – la donna ripiega il giornale.
Un killer, mezza testa lasciata in una sala operatoria, l’altra mezza a riposo su un guanciale, aspetterà la madre anche domani – reparto lungo degenti, Ospedale di... beh, non ha importanza.

"Dialogo al bar tra scrittore ed editore" di Frank Spada

di Frank Spada
una provocazione per quegli editori che, chiedendo e cercando scoop narrativi, si perdono spesso buoni romanzi...

– Mi chiede il senso della storia? Beh, prende avvio a metà strada e da lì fa un salto indietro nei segreti del protagonista. Si chiama Marlowe. Il nome? Forse qualcosa non ha funzionato nei programmi di suo padre – uno sceneggiatore della RKO a Hollywood, scrittore di gialli, un forte bevitore che aveva tentato per ben due volte il suicidio. La prima, depresso perchè i suoi racconti erano venduti solo nelle stazioni di servizio di La Jalla, la seconda, proprio in occasione della nascita di Marlowe. Perché, appena lo sbirciò da dietro una vetrata, sguardo vacuo di Martini e olive di traverso agli occhi, pensò non fosse figlio suo e imputò la paternità del fagottino al suo segretario, un uomo senza personalità che passava le serate davanti alla TV a lisciare il pelo di una gatta nera tenendo compagnia alla genitrice: una donna di origini irlandesi, gambe lunghe e puritana. Per lo scrittore fu un colpo. Da qui il secondo tentativo. Lasciò la clinica e andò in velocità al bar di un suo amico per cercare conforto tra le parole di una dozzina di Bacardi shakerati rosa e poi…
– Banalità da giornaletto glamour, insomma! – esclama un giovane editore, rivolto all’autore, un esordiente in là con gli anni, terminando il suo frappé.– Mi lasci dire, la prego, perché ora arriva il fatto. Passato agli scozzesi lisci, lui finì per ruzzolare a terra dal sedile incentrato su un perno senza fine, fu aiutato a rialzarsi e lui andò nella toilette e là, disteso tra un vortice nero e un lavabo, la Polizia lo trovò con un graffio sulla tempia e una pistola in mano che cantava “The lady is a tramp”.– Senta un po’, amico mio, perchè non scrive qualcosa… un romanzo erotico, o un trattatello poetico e sensuale su un senso dimenticato, per esempio. I lettori vogliono roba forte, sangue, delitti, perversioni, oppure testi che li indirizzino a sognare immagini sensuali a portata di mano. Lasci perdere l’esotismo americano, datato poi!
– Guardi che il titolo è ‘Marlowe ti amo’! Due sequel già pronti, mica scherzetti, sa - risponde l’autore.
– Caspita che tardi! – guardando l’ora al polso – Mi scusi, ma io vado. – conclude l’altro allontanandosi.
Lui vorrebbe corrergli dietro per strozzarlo, ma il fumo di una vita lo incatena fermo in piedi. Chiama il cameriere, paga tre frappé e s’incammina stringendosi nelle spalle, come per proteggersi dall’ira, e riflettendo sul fatto che ha bevuto solo un sorso d’acqua, da uno dei tre bicchieri che hanno accompagnato i frappé rimasti muti sul tavolo ad interrogarsi sull’andamento dell’incontro, scuote la testa.
Pochi passi e sfiora un altro bar. L’attimo di un desiderio che sembrava essersi assopito e entra. Un chinotto, prego – Poi beve con calma lisciandosi il palato e dice senza voce:– “Che diamine, io non sono mica lui!”.

"Dio è ovunque" di Massimo Vaj

di Massimo Vaj

In trecento battute la dimostrazione che Dio è ovunque

All'aprirsi pesante del grande portone di quercia un soffio gelido entrò prima di tutti, insinuandosi nelle crepe aperte dalla morte dei simboli sacri che un mosaico, antico e consunto, mostrava a un cielo che le alte navate, agitate di demoni, oscuravano. "Deus ubicumque est"... esaltava una scritta gotica, ingrigita di muffe, che dominava l'abside dentro al quale una grande croce inchiodava, impietosa, un Cristo dagli occhi rassegnati e rivolti verso l’alto. In lenta e monotona processione sguardi cupi tagliavano il buio da volti deformati dall’odio, e varcavano il sacro confine che lasciava fuori il dubbio per non far entrare certezze. Quei tenebrosi corpi lentamente si disposero in strette file parallele, legate dall’astio che le teneva tenacemente ordinate, e un comune destino di esecrabile sofferenza le obbligava a invocare una morte atroce per nemici che non potevano perdonare. Rimpiccioliti, in fondo al girone infernale, un prete e due servi parevano artigli coi quali il fetore ornava la bestemmia di trovarsi in quel luogo, voluto dalla santità di coloro che se ne erano andati, disgustati dall’umano degrado. Nessuno di quegli insulti al cielo conosceva il momento esatto nel quale piegarsi, e tutti si inginocchiavano soltanto per mostrare all’altro di esserne stati capaci. La funzione iniziò col solito lamento prolungato, quasi reclamasse una grazia che rifiutava da sempre, e fu seguito dall’incespicare di formule che avanzavano feroci, in un coro imparato dalla memoria che ha ogni meccanismo spento: “Deus ubicumque est, et cum Spirito tuo”…

Cristo, disperato dai chiodi di quelle volontà perdute, aspettava come sempre e guardava alto, pregando il Padre, anche se sapeva che nemmeno quel giorno una mano ne avrebbe accarezzata un’altra allo scopo di farlo scendere dalla croce.

“Deus ubicumque est”… le gole urlavano, ignorando che fosse vero, e che solo un atto d’amore avrebbe potuto fermare il male.

"Domenica di sera" di Frank Spada

Domenica di sera pag.1

– Arrivederci, Timo.
– Buonanotte, professore. – Dice l’altro sottraendo al ceppo braci con una paletta in mano, mentre un paio di braciole macerano sapori dentro una fondina lambita dalla fiamma e due clienti le tengono di mira dal tavolo lì accanto.
“La Patria del Friuli” in tasca e la sua firma in calce all’editoriale quotidiano, e il giornalista esce dalla trattoria.
Nevicherà? Lui alza gli occhi – il cielo soppesa il fumo dei camini, indeciso se appendersi a quell’appendiabiti insicuro o proseguire verso le montagne per togliersi giù il manto. Il letterato lascia il poetico fondale e accosta l’andatura a sinistra – la quinta è chiusa dalla roggia che s’imbuca ai piedi delle ‘Grazie’.
Ammutolita, in centro al prato ovale, la fontana si specchia nella rotondità del gelo. In alto, l’angelo svetta il campanile della Piccola Patria con un dito puntato al vento della rosa: impone il sostare della notte. Ed ecco che una buffata bianca volge di lato il naso al nostro amico. Avverte tanto freddo che si fermerebbe solo per abbracciarsi a se stesso, e sospende il passo per dar strada a un autobus che corre via con gli interni spenti sotto le rive del Castello, poi sale verso l’arco dell’antica porta di mattoni. Giunto là sotto, tra quattro angoli bui, maleodoranti per l’odore acre dei viandanti, zampilla e si allontana non visto.
Svoltato il liberty rotondo del Cinema Centrale, il professore imbocca un vicolo e affretta il nome di una donna nel chiarore di un’insegna. Entra in un’osteria: due persone al banco. Di domenica, a quest’ora?
Amalia lo saluta storcendo... la chiamano ‘bocjate’. Il perbenismo cittadino si riferisce a lei con più eleganza dicendo ‘boccabella’. A parte questo, la donna ha una figura... È una mancata indossatrice offesa al volto dalla brutalità di un mascalzone che ora vive in carcere, in via Spalato. Quanto alle maldicenze cittadine... desideri perpetuati da chi non è capace d’altro.
Una caraffa di Refosco, due calici capovolti tra le dita e Amalia si siede assieme a lui, al solito tavolo.
– Professore, è da un po’ che non la vedo. Mica ammalato? – gli chiede premurosa, sorridendo come può, felice di vederlo.
– No, no, – risponde lui abbassando i baveri del cappotto alzati intorno al collo – ero fuori città per lavoro, – aggiunge consolato dal tepore raggiunto lì dentro e serve lei per prima tintinnando l’amicizia che li lega – la donna impaziente di ascoltare le sue storie, lui di parlarle del suo amore.
– Amalia, sai che nevica, – dice il giornalista eccitato dal colore bianco. – E Gigi? – chiede sorseggiando. – È a casa da una settimana. Quest’influenza trattiene la clientela a letto, professore mio, – risponde allegra – Comunque è quasi un bene, – soggiunge aspirando la voce – se non c’è lui non ce la faccio a portare in qua le damigiane. – E scuote i riccioloni bruni difendendosi la bocca dagli sguardi.
– Màlia! – I due tizi al banco la chiamano. Due occhi appiccicati addosso seguono ondeggiando i suoi passi. Il professore beve crocchiando aromi sul palato e apre il quotidiano. Legge il suo editoriale e rimugina pensieri attorno al vino sfuso che gli accarezza il cuore.
Gigi, il fratello di Amalia, è un levantino che cerca il vino buono di persona; il rosso dalle parti di Faedis, il bianco nel Collio friulano.
Un’occhiata al banco e un cenno lo invita ad aspettare.
Alzando il fondo del bicchiere, lui si ricorda che Gigi qualche anno prima, un pomeriggio di novembre, lo prelevò dalla redazione con la sua Topolino Giardinetta verde chiaro e legno a strisce, diretti alla cantina di un certo Bachèt, vicino a Cormòns.
Si rammenta l’impazienza che Gigi aveva di partire, il cofanetto sul sedile, le spiegazioni circa lo strumento per misurare il grado alcolico del vino, le teorie sull’arte del trattare; finché il guidatore rotolò via in silenzio l’asfalto a buche appendendosi al volante. Lui, invece, sobbalzando il fiato senza parole.

Domenica di sera pag.2

Curve disinvolte e Gigi dimenticava di riposizionare la levetta delle frecce che alternavano sulle fiancate il segnale luminoso, ticchettando dentro l’abitacolo un irritante metronomo a tempo di fox-trot. Dopo una trentina di chilometri dal ’viale della morte’ – era chiamato in questo modo per il via vai dal porto di Trieste a Udine degli automezzi militari inglesi che spesso abbracciavano gli alberi voluti da Napoleone – verso le quattro arrivarono da Bachèt.
La Topolino superò il cancello senza rallentare. Gigi arrestò la corsa con una sterzata stretta, impolverando la porta della casa.
Niente in vista e un cane mostrò il muso dal vano di un gabbiotto, e si rincantucciò senza abbaiare. Il professore sentì la polvere agli occhi e la voce di una donna: “L’uomo è in cantina”, disse la moglie di Bachet, in friulano, e Gigi rise largo incamminandosi con il cofanetto in mano.
Si spalancò un portone ad arco, di legno a doghe maschiate senza chiodi – colore di lucidi marroni e caminetti accesi, e vino stretto tra i denti attorno al fuoco. Una sagoma prestante avanzò dalla penombra. Gigi presentò il compagno. Qualche ruvido ricordo e un artigliere di montagna, appena grigio, prese a dire che quell’anno il vino era speciale, e avanti tra le strettoie degli impalcati delle travi eretti sulla terra nuda, battuta, compensata dai grossi cunei nei livelli per sostenere la fila delle botti.
Un tavolone stagionato dal battere del gioco della ‘morra’, una lampadina sopra per un debole chiarore, due dita spillate nei bicchieri e assaggiarono il bianco – erano lì solo per questo. Gigi roteò il suo, lo annusò, lo aspirò ossigenandolo e lo gorgogliò piano-piano. Bachèt annuiva di lato, sorridendo, per testimoniare la qualità del suo prodotto. Altre due dita e Gigi si ripeté.
– Vero che è buono, professore?
– Altroché, – fece lui convinto.
– Ma dai, professore, è un vinello e basta, – rispose Gigi.
In qua il cofanetto e il levantino tolse il suo strumento. Montò diversi pezzi in ottone, versò un po’ di vino in una serpentina e serrò l’imboccatura con un dischetto a forellini: fuoco allo stoppino. Sei occhi distanziati attorno alla fiammella, zitti!
Pochi istanti e i tre allungarono la fronte verso l’asta di vetro graduata. Bachèt si stropicciò le palpebre. L’attimo di un soffio e Gigi si ritrasse veloce dicendo che quel Tokaj arrivava sì e no a dieci gradi. Un tuono si abbatté sul tavolo. Bachèt rialzò il pugno. L’artigliere ricaricò il colpo fin dietro la nuca; lo trattenne in alto e cominciò a bestemmiare. “Che materiale interessante per i filologi locali”, pensò il professore ascoltando le variazioni estese in ogni dove del creato.
Poi l’artigliere urlò che non era possibile, che la prova della parte zuccherina fatta dopo la vendemmia aveva assegnato non meno di dodici gradi, che lui... Gigi smontò le sue lucide intenzioni e ripose lo strumento. Si spillò un bicchiere fino all’orlo e lo mandò giù senza formalità, offrendo per quel vino centocinque lire al litro.
Iniziò una disputa a suon di numeri: – Centodieci, – diceva Gigi. – Centoquaranta, – l’altro. E dopo una caraffa sul tavolo per calmierare i prezzi, e terminata in fretta, ne seguì un’altra. Ogni tanto, il professore usciva fuori, dietro a un gelso centenario.
Affrontarono ‘il viale della morte’ che era buio; guidava il professore. Gigi dormì per tutto il viaggio. Due damigiane da cinquanta dietro lo schienale portarono in città il primo ettolitro. Il resto... acquistato a centoquindici al litro!
Qualche tempo dopo, la targhetta esposta al banco della mescita “Da Amalia” denunciò che quel vino aveva tredici gradi (prezzo al calice... beh, lasciamo perdere, erano gli anni ’50).

I due tizi se ne vanno. Lei spegne l’insegna. Lui comincia a raccontare. Parte da lontano; procede senza fretta mentre fuori nevica che... fra poco lasceranno le impronte sul tappeto bianco del cortile, saliranno una scala – lei abita di sopra, da sola.
Lunedì, la mescita è chiusa per turno di riposo, la “Patria del Friuli” uscirà senza editoriale.

"Famiglie" di Marina Sangiorgi

di Marina Sangiorgi

Al funerale io, mamma e Giada siamo in piedi, in fondo.
Laura è in primo banco coi bambini, che piange disperata. Abbandonata. Sulla spalla di un’amica.
Mia madre non versa una lacrima. È pallida, con gli occhiali scuri. Mia sorella si è tinta le unghie di nero. A un tratto mi guarda e fa un mezzo sorriso.
Mio padre è morto. È là davanti, nella bara. Mio padre se ne è andato che avevo quattro anni, Giada due. Se ne è andato per tornare da Laura. Ed è lei, è Laura, che l’ha conosciuto e amato più di tutti.
Alla fine della messa usciamo per prime. Piove, corriamo alla macchina.
- Ti sbrighi? - mi dice Giada. Ma io mi volto ancora una volta, per vedere mentre esce, ma no, non esce, uscirà per ultima, ovviamente. - Allora! - mi chiamano. Salgo in macchina.

Mio padre e Laura si conoscono al liceo. Fidanzati per più di dieci anni. Poi litigano clamorosamente. Si lasciano e nel giro di un anno entrambi si sposano. Mio padre con mia madre; lei con un rappresentante di elettrodomestici. Il matrimonio di lei dura due anni. Quello di mio padre cinque. E facciamo in tempo a nascere io e Giada. Lui e Laura tornano insieme, si sposano, e hanno due maschi.
E ora è morto, in un incidente, e definitivamente ci ha lasciato tutti.

- Pronto? -
- Pronto, sei tu Giada? -
- No, sono Daria. Chi parla? -
- Sono io. Papà -
Dopo anni telefonò. Così, tranquillamente. E ci invitò in vacanza con lui, al mare. Lui e la sua nuova famiglia. Andrea cominciava a camminare e Luca era appena nato.
In treno con Giada solenne giuramento: odio e distacco. Ma io cedetti subito. Non subito quando vidi nostro padre in stazione: goffissimo, coi regali, noi rigide mentre tentava di abbracciarci. Non lo guardai, restai muta in macchina, non aprii il regalo. Cedetti quando la vidi, bionda e vestita d’azzurro sulla porta, con Luca in braccio. Sorrideva. Ci salutò senza volerci baciare, ci offrì il gelato e intanto scaldava il biberon di Luca e prendeva al volo Andrea che ogni tanto rotolava per terra e guardava mio padre e gli diceva: - Vuoi una birra? -.

- Vittorio -
- Laura -
Si chiamavano tutto il giorno. Si abbracciavano, si toccavano, ballavano sulla musica della radio. Giada era gelosa e furiosa. Odiava i nostri fratelli, Odiava Laura. Aveva nove anni e non lo diceva, ma era chiaro che pensava che era con noi che lui doveva venire in vacanza. Con nostra madre doveva ballare, con noi due e basta doveva giocare e scherzare e fare il bagno. Lui imboccava Andrea, cullava Luca. Con noi era impacciato. Ci vedeva grandi, estranee. E soprattutto, ora lo so, uguali a nostra madre, brune e sottili. Giada faceva dispetti. Prendeva i giocattoli di Andrea, gli dava pizzicotti, a Luca nascondeva il ciuccio. Laura non la guardava e non le rivolgeva la parola. Mio padre Giada lo fissava. Si metteva a fissarlo mentre rideva o parlava o sfiorava i capelli di Laura o faceva saltare in aria Andrea, e lui smetteva subito. Abbassava lo sguardo, taceva, usciva dalla stanza. Di notte Luca piangeva. Giada si metteva la testa sotto il cuscino e gridava sottovoce: - Basta, basta -, mentre io la guardavo dal mio letto. Dovevamo restare per una settimana, ma dopo quattro giorni papà riaccompagnò a casa Giada, io rimasi.
E la prima notte da sola mi alzai e vidi Laura prendere Luca dalla culla, sedersi, sbottonarsi la camicia da notte e cominciare ad allattarlo.
Mi vide. - Ciao - sussurrò. Scappai nel letto.

Non parlavo molto. Osservavo. Sotto l’ombrellone Andrea col cappellino e la paletta, Luca che dormiva nella carrozzina, Laura che dopo il bagno tirava fuori il sacchetto della frutta: prugne rosse e pesche. Le mangiavo a morsi veloci prima che il succo mi colasse sul mento.
Laura era discreta, gentile. - Torna quando vuoi - mi disse salutandomi davanti alla macchina, mi toccò una spalla. Avrei voluto mostrarmi più dura, ma non ci riuscii. Le sorrisi. E baciai i bambini.

- Chissà come sta Laura - dico.
Giada mi lancia un’occhiata. Alza le spalle.
- Ti rendi conto come deve stare male? Con quei bambini uguali a lui, che glielo ricordano continuamente -
I miei fratelli somigliano a mio padre, ricci, con gli occhi azzurri.
- Sai, io non sento niente - dice Giada.
- Per Laura? -
- No, per tutto. Per - s’interrompe - Mio padre è morto ma io … - alza di nuovo le spalle - Niente -
La guardo ma non trema. Ha gli occhi asciutti, le mani sul libro. Lo chiude. Sono anni che non la vedo piangere. Neanche mia madre l'ho mai vista piangere. Eppure lui è morto, e almeno Laura piange.

Laura fuma. È pallida, con le occhiaie, i capelli ingrigiti.
- Come ti senti? - le chiedo.
- Mi sento - spegne la sigaretta: - Mi sento come una punita per i suoi peccati -
Crolla sul tavolo, nei singhiozzi.
Signore! Potevi aspettare il Purgatorio e lasciarle mio padre per altri moltissimi anni!
L’abbraccio, la consolo.
Laura si asciuga la faccia. Si alza. Tira fuori le pentole, la roba dal frigo, comincia a cucinare.
- Laura, posso farti una domanda? -
- Sì -
- Per quale motivo vi siete lasciati dopo dieci anni?-
- Non lo sai? -
- No -
- Be’ - sorride quasi: - Per Silvia -
- Mia madre? -
- Sì. La conobbe alla sua festa di laurea, figurati, era l’amica di un amico lì per caso e cominciarono a parlare, e così… Ma davvero non sai questa storia? -
- No -
- Fu un colpo di fulmine. Per sei mesi senza che lo sapessi, poi me lo disse: scene, urla, dolore. Io mi sposai per ripicca. O forse per disperazione. Loro due per amore - e ricomincia piano a piangere, senza asciugarsi gli occhi, mentre lava l'insalata.
Per amore. Cos'è l'amore? Ma non le domando più niente. Mentre ci salutiamo sulla porta escono dall’ascensore Andrea e Luca con la babysitter. Si buttano su Laura coprendola di baci e abbracci. Sorrido, guardo la babysitter che è una ragazza con le trecce, un tatuaggio sul braccio e i lustrini sui jeans. Avrà la mia età.
Appena Laura si volta infila la mano in bocca, appallottola tra le dita una gomma da masticare e la lancia rapidissima giù per le scale.

"Gerarchie" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica
Il Capo (Cp) e il Sottocapo (Scp) non vanno d’accordo. E fin qui non ci sarebbe niente di male. Il Partito Unico di Maggioranza Creativa (PUMC) desidera un po’ di competizione tra i sottoposti. Perché la competizione stimola la creatività, aumenta la produttività e soprattutto permette di incanalare la malsana libido animale, verso scopi socialmente più utili ed accettabili.
Come dicevo, il Cp e la Scp non vanno d’accordo. Il problema è che il Cp ed la Scp sono sposati tra loro e questa inopportuna relazione sociale crea continui grattacapi.
Anche il Sovrintendente (Svtd) è imparentato con il Cp, perché l’Svtd e la Consulente del Sovrintendente (C-svtd) sono sposati ed il Cp è nato da quest’altra relazione sociale.
Inutile dire che il Consulente Primario (Cspr) e l’Assistente del Consulente Primario (A-cspr) sono anch’essi sposati e dalla loro unione è nata la Scp. In condizioni normali il Cspr è sottoposto all’ Svtd, ma poiché quest’ultimo è afflitto da sclerosi senile, sia il Cspr che l’A-cspr tendono ad oltrepassare i limiti delle proprie funzioni, interferendo nei rapporti professionali del Cp e della Scp.
Ciò è fonte di ulteriori problemi.
Nella mia funzione di Primo Referente (R-1), mi trovo spesso a mediare tra le rispettive posizioni del Cp e della Scp, ma con scarsi risultati. Poiché io sono nato dalla loro relazione, così come il Referente secondario (R-2) e la Referente terziaria (R-3f), inopportune pressioni psicologiche ostacolano la mia lucidità di giudizio.
In più, pare che la Scp abbia un Ausilio di Primo Grado (Ausl -1), con cui minaccia spesso di sostituire il Cp nelle proprie funzioni. Stando alle leggi vigenti, l’Ausl -1, qualora la carica sia ricoperta, è sottoposto al grado immediatamente superiore con il quale si trovi in relazione, in questo caso la Scp, che a sua volta è ovviamente sottoposta al Cp, ma se la Scp stessa presentasse in Tribunale congrua documentazione, attestante eventuali carenze programmatiche e/o strutturali del Cp, l’Ausl -1 diverrebbe automaticamente il Cp, mentre il Cp precedente sarebbe retrocesso a Supervisore Generico (Sg), almeno fino al momento in cui non entri in relazione con un’altra eventuale Scp. In quel caso verrebbe promosso a Capo di Secondo Livello con Mansione Ausiliaria di Supervisore Generico (Cp2-MaSg).
Se, per ipotesi, il Cp venisse retrocesso ad Sg, sia io che R-2 ed R-3f rimarremmo sottoposti alla Scp, mentre nei nostri confronti le funzioni di Cp sarebbero ripartite tra l’Sg ed il nuovo Cp, nella misura di 70 e 30%.
Nella mia qualità di R-1, tutti questi spostamenti di organigramma mi provocano inopportune tensioni e sbalzi d’umore, che fatico a giustificare con i miei superiori, soprattutto con la Scp, che è molto pignola e tiene a sottolineare ogni mancanza, per mettere in cattiva luce il Cp a vantaggio dell’Ausl-1.
Proprio l’altro ieri, questa continua atmosfera di contrasto programmatico che, devo ammettere, influisce oltre misura sul mio rendimento applicativo, mi ha forse spinto a commettere un errore imperdonabile, in quanto ho rivolto alla Scp un epiteto offensivo ed assolutamente ingiustificabile, sul piano delle normali relazioni sociali.
Di ciò dovrò rendere conto, com’è giusto, di fronte alla Commissione per le Devianze Primarie (CDP), ove spero siano comprensivi e tengano in giusta considerazione il clima di stress ambientale, nonché la mia stessa eccessiva fragilità caratteriale, permettendomi di accedere alle strutture di riabilitazione, che da sole forse permetteranno un mio pieno recupero integrativo nella società civile.
In realtà sono estremamente pessimista. Se fossi io a dovermi giudicare, mi infliggerei la pena massima prevista dalle norme vigenti. L’unica mia speranza consiste in una certa ben maggiore maturità dei membri della CDP, rispetto alla mia povera comprensione degli eventi in questione.
So che la Scp testimonierà contro di me, com’è ovvio, in quanto parte lesa. Il Cp invece non interverrà al dibattimento, perché la sua posizione attuale è fin troppo debole ed ha paura di commettere passi falsi che avvantaggerebbero ulteriormente l’Ausl -1.
L’unica persona che forse interverrebbe a mio favore è l’ Svtd, ma come ho già detto, è afflitto da sclerosi senile ingravescente e le sue parole rischierebbero di produrre l’effetto contrario.
Mentre il Cspr testimonierà a favore di Scp e quindi, in ultima analisi, contro di me.
Mi hanno appena consegnato il mandato di comparizione :

Mandato di comparizione a carico di R-1
(Cod. 890921SDDF) di Cp ed Scp
(Cod. Cp 890920SDDF)
(Cod. di Scp 780962RTGH)

Di anni 11

Oggetto del dibattimento :
Aver leso l’onorabilità di Scp pronunciando più volte la parola mamma

"Germana" di Loretta Fusco

di Loretta Fusco

Germana, come dimenticare la sua algida bellezza racchiusa in un viso di porcellana nel quale spiccavano due incredibili smeraldi e una bocca dai denti candidi e perfetti.
I capelli corvini scendevano lungo la schiena lisci e compatti mentre il vitino da vespa, sapientemente strizzato, metteva ancor più in risalto le sue forme generose.
Era impossibile non notarla perché la sua bellezza era altresì valorizzata da un abbigliamento che evidenziava un corpo perfetto su un volto da bambina imbronciata.
Ebbene quella bambina era stata la mia più cara amica nelle lunghe estati al mare, per diversi anni finchè venne il momento in cui non ci riconoscemmo più o meglio lei non mi riconobbe più.
E come poteva essere altrimenti, lei splendida nella sua appena sbocciata adolescenza, io acerba, goffa, ginocchia perennemente sbucciate per i giochi da maschi che eppure avevamo fatto insieme fino a un’estate prima.
Certo rimasi piuttosto male quando rivedendola dopo un anno le corsi incontro per abbracciarla, abbraccio al quale lei rispose educatamente ma scostante e già lontana.
Infatti scappò con una scusa e da allora a stento mi salutava, persa nei suoi sogni e desideri non più innocenti.
Quel giorno piansi molto, per me fu un tradimento la sua freddezza e vederla trasformata in una creatura bellissima e altera; mi sentii un brutto anatroccolo perché anche in me si stava producendo un cambiamento del quale però non ero ancora pienamente consapevole.
Cominciai a osservarmi per ore allo specchio che era diventato il mio interlocutore più attento riflettendomi un’immagine ora gradevole ora spietata a seconda di come mi sentivo dentro.
In me si agitavano un mare di emozioni, la voglia di diventare grande ma nel contempo il desiderio di prolungare quel periodo della vita che corrispondeva ancora a quella parte di me che si muoveva a suo agio su un terreno conosciuto e privo di incognite.
Vedere Germana ora fasciata in una tuta nera ora in una bianca con al guinzaglio il suo cagnolino, nero pure lui, seguita da una scia di sguardi ad ogni suo passaggio, mi creava ogni volta una sorta di turbamento a mezza via tra l’ammirazione e l’invidia.
E una sera volli imitarla. Con l’aiuto di mia sorella mi vestii con un abitino corto che valorizzava la mia esile figura. Mi truccai in modo pesante e passai il rossetto d’un rosso acceso sulle labbra sbavandolo non poco.
Mi guardai allo specchio, quella che vedevo riflessa non ero io, non mi riconoscevo in quell’immagine, se mi avessero chiamata per nome non avrei risposto, la tristezza mi pervase, andai in bagno a struccarmi mentre due righe nere miste a lacrime (forse di gioia?) percorrevano il mio viso che osservavo con curiosità mano a mano che ritornava normale, mio.
Al diavolo la Germana, i vestiti, il trucco.
Mi rimisi calzoni e maglietta.
“C’è ancora tanto tempo per crescere” pensai e corsi in strada a raggiungere i miei amici.

"Gina" di Luca Occhi

Luca Occhi. Racconto vincitore del premio città di Lodi “Il mare sopra e sotto”

“Conosco una scuola sul fondo del mar
laggiù i pesciolini ci vanno a studiar,
c'è un vecchio merluzzo che fa il professor
insegna a fuggire se c'è il pescator...
oh,oh !! pesciolino non piangere più
oh,oh !! pesciolino non pianger mai più...”.
(Capitani Coraggiosi- Canzone del pesciolino)

"Gina" pag. 1

A Lipsi, Caterina ed io eravamo soliti cenare in uno dei tre o quattro locali affacciati sulle acque trasparenti e immobili del porto, con i tavolini che parevano fluttuare lievi tra le barche ormeggiate. Dopo il tramonto vi potevi ritrovare tutti i volti arrossati o bruniti dal sole della sparuta colonia di viandanti arenatisi su quell’isola che il giorno disperdeva lungo le spiagge o in calette solitarie.
A metà di una collinetta avevamo notato anche una piccola taverna isolata con una terrazza a strapiombo sul mare illuminata come un vecchio faro, ma sempre vuota, simile a una festa mal riuscita a cui nessuno degli invitati si fosse presentato. Così una sera, spinti dalla curiosità del viaggiatore che ci obbligava a cenare presso ciascuno per non far torti e non avere rimpianti, c’inerpicammo su per la ripida scalinata in pietra.
Il locale era arredato in maniera semplice con ovunque oggetti o ricordi legati al mare: conchiglie dalle ampie volute e rami di corallo imprigionati in vecchie reti appese ai muri, attrezzi da lavoro di chi un tempo dissodava con fatica campi d’acqua sudandosi il pane. Proprio sulla terrazza, una coppia di turiste chiacchierava in allegria con un vecchio, alto e secco. Sul tavolo, piatti con teste e lische di pesce e una bottiglia di vino quasi vuota. Solo quando l’uomo, avendoci visti, ci venne incontro sorridendo notai gli occhi azzurri e profondi in cui, nella penombra di luci soffuse, mi parve di scorgere un vago moto d’onde rincorrersi. Ci condusse in cucina, presentandoci la moglie, una signora grassottella con un lieve accenno di barba e baffi a renderla subito simpatica, che ci mostrò con orgoglio spalancando forni e scoperchiando tegami, quello che la casa, non il ristorante, quella sera offriva per cena agli amici.
La coppia approfittò del nostro arrivo per salutare il vecchio, abbracciandolo, e baciare la signora sulle guance con affetto, riservando a noi uno strano sorriso di complicità. Restammo così soli, sulla terrazza sospesa, a osservare lo scemare della gente sotto di noi, lungo le banchine del porticciolo, simile a una processione di marinai in balia dei flutti, incapace di scorgere a soli pochi metri la luce vaga di una salvezza possibile. Ordinammo del saganaki, qualche dolmades, dei calamari alla griglia con tzatziki e un litro di retsina ghiacciata servita in un bricco di rame che la condensa ricoprì subito di un velo di goccioline. Feci cenno al vecchio di unirsi a noi, prendendo un bicchiere pulito dal tavolo vicino. Spesso un bicchiere di vino è sufficiente a colmare gli spazi che ci separano gli uni dagli altri. Fu al terzo che, dopo aver parlato con passione di come stava andando la stagione turistica e del pesce che non era più abbondante come una volta, cominciò senza accorgersene a raccontare di sé.
Prossimo ai settanta, era nato proprio lì, a Lipsi. A tredici già pescava spugne col padre, mentre la madre con l’aiuto delle sorelle gestiva una taverna nella parte vecchia del porto, quella che ora non c’era più. Un paio d’occhialini, una corda con un peso legato in fondo e giù nel verde luminoso che digradava rapido in buio. Ma le spugne fin da allora, nel mare di casa, iniziavano a scarseggiare. E a un ventenne più a suo agio con la testa sott’acqua che con i piedi per terra, cosa restava da fare per sopravvivere? Emigrare in Australia come tanti da quelle isole e lì continuare a fare il solo mestiere che aveva imparato in quel breve scorcio della sua vita. Pescare e cercar spugne in un mare nuovo e sconosciuto, tra pesci dai mille colori e dalle forme più strane. Le industrie però avevano già iniziato a produrre le prime spugne sintetiche dai costi irrisori. Fortuna che l’Australia restava un paese sconfinato che necessitava di braccia per coltivare la terra, estrarre minerali, costruire città, tosare pecore, mungere vacche. E stendere e saldare, a decine e decine di metri di profondità, i cavi che portavano il progresso fin nelle isole più lontane del suo diadema corallino.

"Gina" pag.2

Palombaro, anni passati a respirare aria pompata a forza in un tubo. Ma almeno si stava per mare, in mare, come nel ventre di una madre o fra le gambe della donna che non si avrà mai, sunto di tutte le donne sognate.
Su e giù, fino alla pensione. Presto, perché il mestiere è uno di quelli che non ti perdonano nulla e gli australiani lo sapevano bene e sapevano dare il giusto valore a quel tipo di vita. Così sui cinquanta, con due soldi da parte, cosa poteva fare, se non tornare a casa, nell’unico posto al mondo che considerava casa, quello dei suoi sogni da bambino? Lì, sposare una donna comprensiva e molto più giovane, farci un paio di figli e tenere come una volta la porta di casa spalancata per chi aveva sete e fame. E dalla terrazza continuare a guardare quel mare che non invecchiava mai, che conservava sempre il volto del primo amore.
Fece una pausa il vecchio e sorrise, prima di vuotare un altro bicchiere e riprendere a sgranare il rosario dei ricordi.
“Lo faccio ancora sapete, di tanto in tanto” ci sussurrò complice. “Mia moglie e figli non vogliono e s’arrabbiano se mi scoprono. Ma io lo faccio lo stesso.”
Si guardò attorno circospetto, anche se il locale era vuoto.
“In certe giornate d’autunno” continuò, “quando qui non c’è più gente, indosso muta e scafandro che tengo nascosti sulla barca di un mio amico e vado giù, con Theo che la governa il timone, e lui che pompa aria cattiva e ricordi buoni nei polmoni sgonfi di questo vecchio marinaio.”
Bevve un altro po’ di vino.
“Vecchio e stanco” riprese “ma con il cuore che batte ancora d’alte e basse maree e acqua salata al posto del sangue che fluisce nelle vene. Quando sarà la mia ora, è laggiù che il Padreterno mi verrà a cercare. E non sarò certo io a farlo attendere.”
Si alzò e da una parete che n’era tappezzata prese una cartolina. Ce la mostrò con orgoglio. La dedica sul retro bianco, in italiano, diceva: Grazie per questi giorni indimenticabili. Tua Gina.
Rise, sfidandoci a indovinare chi fosse. Poi, senza neanche aspettare la risposta, voltò la cartolina che in realtà era una foto in bianco e nero di Gina Lollobrigida da giovane, immortalata dall’obiettivo davanti a una taverna sul porto che non c’era più.
Rideva di gusto il vecchio. Con un salto mortale o un bel tuffo si era già immerso in altri ricordi. Ma gli occhi azzurri brillavano come quelli di un tredicenne. E onde immense, in quel momento ne fui certo, veloci vi si rincorrevano.

"Giorno dopo giorno" di Frank Spada

di Frank Spada

Mattina estiva e un uomo in là con gli anni esce traballando nel piccolo cortile dietro casa – un fazzoletto d’erba tra due muretti di pietrame, bassi, contrapposti a pochi metri di distanza uno dall’altro. Sul fondo, una tettoia profumata da un glicine in fiore, un flipper sgangherato, una Gilera Saturno rosso arrugginito, alcuni attrezzi da giardino, un baule...
L’uomo, spesso sofferente di vertigini, si siede subito sul muretto, quello a ovest, accende l’abitudine di una sigaretta rimuginando sull’instabilità delle stagioni e inanella nuvolette grigio-azzurre, a mezz’aria sopra l’erba che ondula il terriccio in montagnole, a destra o a sinistra di dov’è seduto – il pomeriggio, sempre se c’è il sole, si siederà su quello a est a raggrinzirsi il volto.
Un battito di mani per scacciare la monotonia irritante del canto di una tortora, tira una profonda boccata e abbandona con la corposità del fumo un lamento senza voce nel silenzio. E prova ancora a ricalcare la sua vita, seguendo i ghirigori di un’immagine mentale che non gli dice nulla: un groviglio di segni che si allarga a dismisura in modo indecifrabile, che in alcuni punti incrocia linee spezzate, una sull’altra per innumerevoli volte, come macchie di insetti neri spiaccicati sopra un foglio. Lui vive di incubi notturni, di visioni prive di memorie certe, che proietta su una carta stellare dove vaga cercando le origini del tempo, tra costellazioni senza nome, nel buio della mente. Un brontolio su in alto e distrae lo sguardo opaco dai pensieri. Un temporale estivo e inizia a piovere con forza. Lui resta immobile, a fissare una formica che sale tra gli slanci d’erba sullo stelo di una pratolina e un’altra, lì vicino, che sgambetta in una pozza di pantano.
Bagnatosi senza un’emozione, l’uomo in là con gli anni rientra in casa sgocciolando brividi e vertigini. Prende ad imbrogliarsi ancora per capire che senso ha avuto il suo esistere e soffia il fumo di un’altra sigaretta verso il rimpianto di una donna, forse vista in un baule, stecchita.
Intanto, riapparso il sole, cocente per l’ora quasi meridiana, la formica scende dallo stelo indifferente all’originalità casuale della vita; l’altra, invece, resta imprigionata dalla banalità della morte nella fanghiglia ormai rappresa di una buca.

"Gioventù" di Fabrizio Chiesura

di Fabrizio Chiesura

Sulla gradinata stava seduto un vecchio dal lungo volto cavallino; teneva sulle ginocchia un barattolo di latta, pieno di minestra che ancora fumava.
Si fregò le mani con allegria; cavò dalla tasca un cucchiaio, lo strofinò più volte sulla manica della camicia strappata, e attaccò la minestra a grandi cucchiaiate.
Di fronte aveva i ruderi del teatro, e io, d'un tratto, vidi il vecchio, le scarpe rotte e la camicia strappata, come parte delle macerie che si intestardiva a voler vivere un altro po' per conto suo, ma che fra non molto vi si sarebbe saldato per sempre. Lo guardavo da basso senza ch'egli mi vedesse, tutto preso com'era a mandar giù cucchiaiate di minestra.
“Olà, nonno. Vi va?”
Il vecchio mi guardò solo un minuto, come uno che ha molta fretta, strizzò l'occhio, e riprese a mangiare, ingoiando un'altra palata di minestra di orzo o di riso: non la masticava nemmeno, la rigirava con furia un paio di volte nella bocca senza denti, poi giù, con il pomo d'adamo mobile, sul collo, come una palla da biliardo.
“Buon appetito, nonno” gli dissi. “E' buona, nevvero?”
Egli lasciò per un istante il cucchiaio nella minestra, mi guardò.
Sopra di noi c'era una gran fetta di cielo azzurro, e il vecchio disse: “Gioventù”, vedendo forse in me la grande fetta di cielo appena lavato, e mi sorrise riprendendo a divorare.
“E il secondo, nonno, dov'è?” gli chiesi.
Adesso nel cielo passava veloce uno stormo di colombi, con forte fruscio di ali, e il vecchio di nuovo mi guardò, e aveva un grano di orzo o di riso appiccicato al mento quando mi disse: “ Gioventù”, vedendo forse in me lo stormo di colombi, e con esso potere di correre, viaggiare, volare, scavalcando montagne. Seguitò a mangiare, ma di minestra doveva restarne ben poca dentro al barattolo, perché il cucchiaio toccava già il fondo.
“E il dolce, e la frutta, nonno, dov'è?” insistetti.
Stavolta non disse niente, sorrise compiaciuto, scrollando paternamente la testa; e vide in me capacità di schiamazzare, entrare nelle pasticcerie di domenica pomeriggio con ragazze che hanno baffi di vaniglia e si puliscono le dita in fazzoletti di profumo.
“Ma un po' di vino, nonno; due dita soltanto ci vorrebbero, no?” gli dissi ancora, ed egli grattò il cucchiaio contro il fondo , ingoiò l'ultima scarsa palata, leccò il cucchiaio e lo lasciò cadere nel barattolo.
Si alzò, guardò i ruderi, di fronte, che lo chiamavano a sé con insistenza; poi, dall'alto gradinata, osservò me in basso. Sorrise e di nuovo scrollò il capo.
“Eh, gioventù” sospirò allontanandosi, con il barattolo che gli penzolava vuoto nella mano.

"Ho i piedi immersi nella nebbia del mattino" di Marco Bianchi

di Marco Bianchi

Sono le 5 e da questa collina, tutte le mattine osservo il panorama che sotto di me si estende a perdita d’occhio e mi regala la prima emozione della giornata quando, con qualsiasi tempo, la notte si trasforma in giorno e lentamente, in modo impercettibile la prima luce mi colpisce esattamente sulla fronte abbagliandomi. Attendo il sole come attendo tutto il resto. Sono un maestro dell’attesa, il costante esercizio dell’immobilità e della pazienza mi permettono di aspettare qualsiasi cosa, il primo amico come l’avvicendarsi delle stagioni. La calma interiore è il segreto, ora che gli anni hanno disegnato la mia pelle profondamente e il respiro si è legato a tutto il mio essere sono in grado di isolarmi dal mondo, chiudere con i suoni i rumori, il freddo il caldo, gioia e dolore tutto, tutto questo silenzio mi calma e mi fa osservare il mondo con occhi nuovi, consapevoli. Non è sempre stato così, sono stato giovane anche io non credete! Ho avuto voglia di crescere, di cullarmi nel vento, abbracciato dal sole, bagnato dalla pioggia, dai temporali estivi che ti inzuppano fino al midollo, ho avuto un maestro che adesso riposa sereno in una casa in paese, mi ha insegnato tutto quello che sapeva, è stato un esempio una guida un padre... un giorno sono arrivati e se lo sono portato via, così, senza una parola una spiegazione, forse perché sono convinti che io non capisca le parole degli altri, tu sei diverso mi dicono, nessuno a noi spiega nulla; il maestro è andato e io sono qui, senza parole aspetto, un cenno, un sussurro, il vento mi porta sempre buone notizie, ascolto ma niente, l’hanno visto in questa casa, distrutto, a pezzi, in questa prigione di mura si è spento, di lui non è arrivato nemmeno un sussurro d’addio, niente. Aspetto, l’attesa è sorpresa se non ti aspetti nulla da fuori, quando vogliamo qualche cosa con tutto il nostro essere immancabilmente soffriamo... è stata l’ultima cosa che mi ha detto prima che lo portassero via, ricordati quello che ti dico! Non aspettarti mai nulla, tutto quello che arriverà sarà un regalo e una sorpresa, sarai felice. Quanta fatica! Rinunciare a volere, quando ero giovane volevo un sacco di cose, volevo essere forte, volevo essere il più bello, aspettavo di crescere, quando sarò grande farò tutto quello che voglio, piegherò il mondo ai miei voleri, la mia eternità sarà la vittoria su tutto e tutti, questo pensavo quando guardavo il mio maestro, volevo essere come lui e facevo tutto il contrario per riuscire ad assomigliare all’esempio che ha sempre rappresentato per me. Tutto il contrario! Me ne sono reso conto il giorno in cui se lo sono preso. Avrebbe dovuto dimostrare la sua forza, opporsi, rompere tutto invece ha accettato il suo destino, era scritto mi disse, sorridendo se n’è andato, in pace. Ho capito dopo cosa significava quella pace, quando la rabbia mi è scivolata addosso e la mia anima ha ripreso a respirare, quanta fatica aspettare che questo mutamento avvenisse, ma ora che ho capito che non esiste la mancanza, ora che ho capito che il mio maestro vive in me attraverso i suoi insegnamenti l’attesa ha cambiato colore, è diventata pace, armonia, conoscenza. Ora non aspetto più, attendere vuol dire essere in sintonia col mondo, non mi aspetto risultati dall’attesa, tutto arriva in pace, arriva il ragazzo che scrive il suo nome sulle mie rughe, arriva la ragazza che disegna su di me le speranze del futuro, al mio braccio le corde legate cullano il cucciolo d’uomo che felice dondola al vento, sono ristoro refrigerio e ombra per i passanti che affaticati scollinano ai miei piedi, sono ombrello nei temporali, casa di mille esseri che si muovono intorno a me e che con me vivono, sono ombra che si allunga intanto che, trascorso il giorno, la sera si avvicina e il sole mi saluta e mi colora, mi accende anche oggi, in questo giorno che termina e si spegne con grazia signorile, dimostrazione del pendolo infinito che è la vita. Sono la quercia anziana del bosco ora che i secoli del vostro tempo sono trascorsi , attendo immobile che il destino compia quello che per me è scritto.

"Il barboncino bianco" di Frank Spada

L'incipit (in corsivo) è legato ad un concorso bandito da Bianciardi a questo link: http://www.scriviconloscrittore.org/

Mi sono sempre piaciuti i film americani. Soprattutto mi piace fissarmi sulla possibilità che finisca in modo imprevisto, anche se già dal primo minuto, il più delle volte, si conosce il colpevole.
Questa volta poi, con Johnny Deep davanti al magnifico Spinotti c’era poco da scoprire,anche se il saltellante ta-ta-ta dei Thompson... che immagini!
Esco dalla sala, mi affaccio al “Camparino” e incontro Fred al banco – Per me uno scotch,liscio eh! – faccio al barman, e Fred mi dice che è in partenza per Courmayeur e di nuovo... e come se quel giorno fosse oggi, quella vecchia storia si dipana dall’inizio e mi riporta agli occhi una vacanza di lavoro e una brunetta che... ora vi racconto.
Piena estate e puntavo dritto a ovest, verso la riviera. Code, stazioni di servizio e con la radio accesa e il turbo-diesel su di giri arrivai dove dovevo. Il fumo tra le dita, un drink, e mi presentai in scena.
E qui, occhio a lato: un incantevole bikini rosa-arancio appeso a un impettito fondoschiena.
Un buon inizio, mi dissi, e controllai se anche lei imboccava. Ok, e pensai a dopo. Intanto dovevo fare il paio con Fred, uno che di cognome fa Besozzi, il titolare di persona di un incarico, che mi
aveva telefonato il giorno prima chiedendo di raggiungerlo per dargli una mano. Lui doveva rientrare a Milano – motivi di famiglia, aveva detto – dovevo sostituirlo per controllare i movimenti di un uomo che passava le giornate sulla spiaggia di Cap Doreé sdraiato su un lettino. Ragguagli e trascorsi personali degli interessati anticipatimi al passaggio di consegne dal mio amico, un
detective privato, come me.
Il tizio da badare, un brizzolato senza figli con un ricco patrimonio a largo raggio, dopo la morte della prima moglie si era risposato per cullarsi la vecchiaia in compagnia.
La seconda – la committente dell’incarico – da giovane faceva la cassiera in un cinematografo a orario continuato: 18-02, vecchi film americani in bianco e nero, e spettatori in cerca di ricordi. Una sera che pioveva, e il benestante si sentiva malinconico e ancora in lutto, entrò in quel cinema. Pagò il biglietto a una brunetta in cassa e poi un commovente servizietto fattogli dopo l’ultimo spettacolo in un bilocale che lei condivideva con un’amica che amava stare in casa:
lui... incantato con il portafoglio in mano! Da lì, i due iniziarono a incontrarsi anche da soli; meno di un mese e la giovane cassiera andò a vivere nel superattico dell’uomo in via Manzoni. Fede al dito e la fantasista strappalacrime lasciò il suo stringato guardaroba alla coinquilina rimasta a bocca asciutta a sputare dentro un water.
Da allora, e all’inizio di ogni estate, la coppia si trasferiva in una villa con piscina che lui possedeva a Cap Ferrat. Notturni in camere separate e a fine stagione rientravano a Milano – lei,
però, da tempo non si commuoveva più nemmeno se la Madonnina lacrimava di nebbia.
In ogni caso, il marito permetteva alla moglie di fare tutto ciò che voleva, fuorché andarsene via dal matrimonio. Pena: una clausola in un testamento notarile dov’era previsto che lei non
beccasse più di quattro spiccioli se lo avesse abbandonato, o se lui fosse morto per cause innaturali; il resto... devoluto alla Casa dei Miracolati di Segrate. Il tizio stabiliva giornalmente il fabbisogno personale della sua compagna, metteva il denaro in una busta e la infilava con signorilità sotto la porta della camera da letto – la somma variava a seconda dell’umore.
Alla base dell’incarico, dunque, c’era un marito previdente sempre in attesa di non esser deluso, e la volontà della moglie di tenerlo sott’occhio dal sorgere del sole fino al tramonto su una
spiaggia. Avvenimenti premonitori, o fatti accidentali in linea col programma, dovevano essere immediatamente comunicati di persona al proprietario del Caraibi Bar – un amico della donna che forse provvedeva a caricarle gli interessi per sovvenzionare le spese necessarie a dar corso alla faccenda: intuire per tempo se il tizio benestante si decideva a entrare in mare per l’ultima nuotata,
permettere a sua moglie di mettere nero su bianco una scrittura, lasciarla subito dopo in mano al funzionario di una banca riservata e vivere il resto della vita con una rendita miliardaria.
L’azione del detective era diretta a percepire, con intuito e sufficiente anticipo, quando il tizio sotto mira avrebbe smesso solo di provarci, e poi tornare a riva, asciugarsi dopo l’ultima
nuotata e rientrare a casa.
La brunetta, una quarantenne gambe lunghe, tornita come un tentacolo di piovra, – vista in un incontro in previsione del passaggio di consegne – era una donna senz’altro più decisa su come
agghindarsi leggera lungo i fianchi, che a dar aria alle lenzuola – abitualmente lo faceva all’una del pomeriggio. E infatti... arrivò all’appuntamento fissato per le tre due ore dopo.
Slogato al polso, a forza di guardare l’orologio, lei mi sbirciò dagli interni di una Jaguar spider mascherando la sorpresa. E quando Fred le accennò i motivi che lo obbligavano a rientrare in
città... mi pare ancora di vederla: furibonda per come si mettevano le cose, allungò fuori della portiera le movenze e fu lì per togliergli l’incarico su due piedi. Io, d’altronde, osservandole le
scarpe, avevo capito al volo che la donnina era stanca di aspettare e che l’idea di rinviare ancora il lutto stretto le era insopportabile. La sua impazienza? Un fenomeno, certamente non raro, di sincronia tra andatura del bacino, tacchi alti e sfrenata cupidigia.
Il Besozzi mi presentò in dialetto meneghino, dicendole che ero uno di cui poteva fidarsi, e il lavoro proseguì.
Prima di darmi le ultime consegne, seduti noi due soli in un bar con due Pernod, Fred mi disse che la donna aveva architettato un piano forse fantasioso, inappuntabile però; per la qualità
della materia prima che lei stessa avrebbe fornito.
Si trattava, in sostanza, di un meccanismo inesorabile, un pensiero a molla che lei stava caricando già da po’, anche a Milano, dove la brunetta esercitava la sua mente dal parrucchiere e poi la affinava al caldo sotto gli occhi della manicure. La sua femminilità? Quella di un killer che poteva uccidere la vittima a distanza; scoprendo ad arte qualcos’altro, oltre le gambe per mettersi lo
smalto ai piedi.
Il congegno sarebbe scattato perché il marito era pazzo di lei; fatto, in genere, di per sé già grave, ma in questo caso aggravato da una forma persecutoria di eroismo esistenziale che il marito
aveva maturato nuotando in mare aperto: l’unico suo sport, il preferito. Quanto al suo amore per la donna... un abbaglio della vita.
Fred mi confessò che la cosa un po’ lo imbarazzava, ma che la tizia pagava bene. Un altro Pernod e lui aggiunse, ma si rifiutò di dirmi come, o da chi aveva saputo i retroscena, che lei lo sfidava a raggiungere a nuoto uno scoglio... diciamo piuttosto lontano dalla spiaggia, e documentarle il fatto, se voleva in cambio... non mi dilungo nei particolari, perché la fantasista era
una che ci sapeva fare.
La donna lo tormentava in modo raffinato, soprattutto prima del sorgere del sole. Lei rincasava dalla serata trascorsa in qualche letto d’avventure e lui russava seduto in soggiorno con un
barboncino in braccio. – Bello mio, sei finitooo! – gli diceva; prima sottovoce, soffiando a intervalli regolari le parole con le labbra accostate all’orecchio del buon uomo, e prolungando l’ultima vocale sullo stato delle cose, poi aumentando ritmo e tono fino a gridarle a squarciagola – terminava il suo buongiorno con un urlo da far accapponare le ossa a un morto, accentuando con forza solo l’iniziale complimento nella speranza di fargli venire un colpo. Poi la donna proseguiva con l’ultima azione di rilievo: curve sibilanti in mostra alleggerite con perfidia esercitata, e indossava la seta della notte andando a letto a sognare l’indomani in solitudine. Mentre il poveretto... la malinconia dei pantaloni
bagnati perché il barboncino gliela faceva addosso.
Nell’attesa degli eventi, io ero lì per anticipare alla brunetta la notizia che il suo caro si era sbracciato in mare così in là che ormai non si vedeva nemmeno con il binocolo che portavo a tracolla, e che lei poteva agire, prevenire il rischio delle formalità di legge che avrebbero seguito una donna in lutto dietro a una bara in Francia, che poteva essere anche vuota se il corpo non veniva
ritrovato, quindi manovrare un’infilata di scatole cinesi e voilà: les jeux sont faits!
Lui faceva il bagno due volte il giorno, mattino e tardo pomeriggio, e trascorreva il resto delle ore in spiaggia sdraiato sul lettino, a leggere o guardare il mare – lo scoglio, quello da
raggiungere nuotando, era l’aldilà agognato per lui dalla moglie.
Comunque, nelle pause d’attenzione mettevo a fuoco gli occhi su quel bikini – un habituè del posto – per controllare se imboccava il fumo e chiederle se mi faceva accendere. Ne tenevo molti altri sotto osservazione; a volte però, sul lavoro, non porto l’accendino.
Un pomeriggio, mentre il cielo si faceva rosso di vergogna nell’imminenza dei miei abbandoni all’ombra della luna, l’uomo ci provò e io lo agguantai con il binocolo! E lui, che si era girato per un’ultima occhiata verso riva, fu colpito dentro gli occhi dall’accecante doppio lampo delle mie lenti sagomate, puntate proprio verso il sole, basso, a pelo d’acqua dietro la sua testa.
Quel riflesso lo ferì tanto da farlo rientrare. Arrivò sul bagnasciuga piuttosto stanco. Io riportai lo sguardo sulle dune rosa-arancio sparse in giro e lui si appisolò sul suo lettino. Dopo qualche giorno, Fred venne a darmi il cambio e tornai nella calura di Milano con il contante pattuito.
– È mai possibile! – dico; e tolgo il ghiaccio con due dita, mentre l’amico mi dice che quel
tizio è morto l’anno scorso e che la donna si è messa con un altro, un uomo meno tenace del marito
– trovato nel soggiorno in via Manzoni, in una poltrona, assorto nei pensieri attorno a un foro sulla tempia con una pistola in mano e un barboncino bianco che gli guaiva accanto. Ora lei prova con
questo, un appassionato dello sci: Fred partirà munito di catene.

"Il campanellino" di Mauro Gnugnoli

Siamo nel pieno del periodo natalizio e Scrigno vuole regalare ai suoi lettori un racconto pieno di magia

di Mauro Gnugnoli
Achille ricordò di aver sentito un simile stridio da bambino, quando suo padre lo aveva portato per la prima volta in stazione a vedere il treno.
“Ma cos’è?” chiese appoggiando il bicchiere sul banco da lavoro e dirigendosi verso il portone.
“Oh, siamo in chiusura. Se qualcuno ha finito i freni ci pensiamo dopo le feste!” lo apostrofò Pasquale.
“Non può essere! Devo aver bevuto troppo spumante. Vieni un po’ a vedere!”
“E che ci sarà mai da veder…” lo stupore fu tale che il bicchiere scivolò dalle mani del collega.
In aria, qualche metro sopra le loro teste, volteggiava una slitta trainata da otto renne. Ma più che volteggiare, fluttuava scomposta nel tentativo di atterrare. Ad ogni bordeggio, un cigolio stridulo obbligava i due meccanici a tapparsi le orecchie, fino a quando, dopo alcune pericolose imbardate, non riuscì a prendere terra davanti all’officina senza danni. Il respiro affannato delle renne, sfinite dalla difficile manovra, si addensava lattiginoso nel freddo della sera. Dalla slitta scese un gigante; barba bianca e blusa verde, stretta in cintura da una fascia marrone, e si parò davanti ai due meccanici sbalorditi.
“Oh oh oh, che diamine! Non avete mai visto Babbo Natale?”
“Come no?” mormorò Achille.
“Siete voi che aggiustate quelle carcasse puzzolenti a quattro ruote?” disse indicando alcune automobili parcheggiate.
“Ehm… sì. Siamo noi” risposero all’unisono.
“Bene, ho un problema alla slitta e devo assolutamente risolverlo entro questa sera.”
“Un problema… alla slitta… ma certo.”
“Un pattino si sta staccando e le mie renne non riescono più a governarla.”
Pasquale e Achille si guardarono sbigottiti.
“Certo… il pattino e… che ci vorrà mai?”
“Bene. Vixen, Blitzen, forza!”
All’ordine, le due renne di testa, manovrarono per portare la slitta all’interno dell’officina accompagnate da un tintinnio di campanellini. Una volta dentro gli animali, sfiniti, si accasciarono a terra cercando di riposare.
“Brave le mie bambine. Grazie per aver tenuto duro.” le consolò Babbo Natale accarezzandole a turno sul collo.
“Signor…Babbo Natale, le sue renne… avranno sete. Posso portare loro dell’acqua?” chiese Pasquale.
“Oh sì, grazie.” rispose l’omone. Poi rivolto di nuovo agli animali “quando avranno finito andremo a cercare anche un po’ di cibo.”
“Guardi che posso portare del fieno. Allevo alcune caprette qui dietro.”
“Sarebbe davvero fantastico. Avete sentito? Si mangia!”
Pasquale uscì dal retro mentre Achille, alle prese con la saldatrice, cercava di riparare il pattino. Rientrò poco dopo con una carriola piena di paglia e la scaricò davanti alle renne che cominciarono a mangiare. Nonostante la rottura in più punti Achille, abile fabbro, riuscì a sistemare la lama in modo egregio.
“E’ tornata come nuova, ora può riprendere il viaggio!” annunciò con orgoglio.
“Achille, Pasquale. Non so proprio come ringraziarvi.”
“Conosce i nostri nomi?”
“Conosco molte cose io. Piuttosto, come posso sdebitarmi?”
“Offre la ditta per Babbo Natale!” esclamò Pasquale.
“Senta, potrei prendere un campanellino dalla slitta?”
“Ma certo Achille!” quindi montò al posto di guida e a un potente colpo di redini le renne, rifocillate, scattarono veloci librandosi leggere sopra i tetti delle case. La slitta compì un paio di virate e tornò ad abbassarsi a livello della strada sfrecciando davanti all’officina.
“Oh oh oh. Grazie ragazzi, grazie!”
“Ciao Babbo Natale, ciao Babbo Natale, ciao Babbo Nat…”

“Allora! Ma basta! E’ tutta notte che vai avanti con sta’ storia.”
“Ma, cara…” tentò di spiegare l’uomo ormai sveglio.
“Cara un corno. Arrivi tardi, puzzi come un ubriacone.”
“Ma, era solo un goccio di spumante.”
“E poi, quella storia. Abbiamo fatto tardi perché è rimasto a piedi Babbo Natale. Ma inventane un’altra.”
“E’ la verità!»
“Sì, e stamattina fai il tagliando alla scopa della Befana?”
“No, devo solo pulire l’officina.”
“Che stupida, certo dalla popò delle renne. Ma fammi il piacere…” disse alzandosi dal letto e sbattendo la porta del bagno.
Achille rimase qualche minuto a rimuginare sotto le coperte. Non avrò davvero esagerato con lo spumante? Si chiese incredulo.
“Papà, papà!”
La piccola Susanna arrivò di corsa arrampicandosi sul lettone.
“Dimmi tesoro.”
“Hai aggiustato davvero la slitta di Babbo Natale?”
“Non ne sono più tanto sicuro.”
“Io dico di sì.”
“Allora è sì, amore.”
“E non ti ha lasciato nessun regalo?”
“No! I regali li vuole portare tutti lui la notte di Natale.” Poi rammentò: “aspetta, qualcosa mi ha lasciato.”
“Che cosa papà?” chiese raggiante la piccola.
“E’ rimasto sul carrello assieme alle chiavi inglesi, te lo porto quando torno a casa.”
“No, glielo dai questa mattina!”- ordinò la madre all’uscita dal bagno-“Non ricordi? La tengo io la bambina, tu va pure dalla parrucchiera, tanto è la vigilia. Quindi, Susanna sta con te.”
“Che bello mamma, vado con il babbo a lavorare in officina?”
“Si, così lo aiuti a pulire la popò delle renne. Vero caro?”

“Ora facciamo colazione, ma dopo devi stare coperta, perchè in officina fa freddo.” disse Achille parcheggiando il furgoncino davanti al bar di Mario. Mentre la bambina finiva la brioche, Achille si avvicinò al banco e chiamò l’amico barista.
“Senti, ho un problema!”
“Dimmi, posso aiutarti?”
“Mi servirebbe uno di quei campanellini che sono sul vestito del Babbo Natale che hai in vetrina.”
“Cosa?”
“Ti spiego poi, va bene?”
“Contento tu…”
“Ah, non farti vedere da Susanna, ti prego.”
Achille uscì dal bar soddisfatto. Il campanellino era al sicuro nelle sue tasche e, almeno con la figlia, avrebbe fatto un figurone appena arrivato in officina. Euforica la bambina aiutò il padre a far scorrere il pesante portone.
“Babbo, babbo. Aveva ragione la mamma. Dobbiamo pulire la paglia delle renne!”
Achille, sbalordito, guardava la figlia correre felice raccogliendo a piene mani mucchietti di fieno.
“Lo sapevo che il mio babbo non dice le bugie. Lui ha davvero aggiustato la slitta di Babbo Natale.”
D’istinto cercò con lo sguardo il carrello degli attrezzi, ma Susanna lo precedette e cominciò a rovistare tra le chiavi inglesi. Non sapeva più cosa pensare. Nella tasca della tuta rigirava nervoso il campanello di Mario.
“Papà, papà, è bellissimo. Grazie!” gridò Susanna all’improvviso correndo verso il genitore.
Quando Achille si chinò sulla bimba per poco non svenne. Nell’incavo dei piccoli palmi aperti a coppa, luccicava un campanellino con un grande fiocco rosso. Immagini di Babbo Natale, sulla doratura, lo decoravano in rilievo.
La gioia della bambina esplose incontenibile.
“Non so che dire piccola, io… io…”
Susanna lo abbracciò forte e avvicinate le labbra all’orecchio bisbigliò: “Non dire niente papino. Rimarrà il nostro segreto. Inutile, raccontarlo a chi non crede!”

"Il collega" di Giorgio Ottaviani

di Giorgio Ottaviani

“Come devi uscire? Non finisci nemmeno di mangiare?”
“No, te l’ho detto, devo vedere uno.” Un’occhiata all’orologio poggiato sopra la televisione che trasmette un telegiornale. “Sono quasi le nove, va a finire che quello se ne va.” Franco Rigosi poggia il tovagliolo sul tavolo e si alza.
“Papà, posso guardare i cartoni?” Senza aspettare risposta la bambina cambia canale. Laura lo segue in camera da letto. Lui infila la mano nel vaso di ceramica sopra il comò, ne estrae una chiave e apre il cassetto. La pistola ènascosta sotto mutande e calzini.
“Sei proprio sicuro che devi solo vedere uno?” chiede Laura.
“Si.”
“E ci vai con la pistola?”
“Si ci vado con la pistola.”
Sul viso di Laura, un’espressione preoccupata fa fiorire piccole rughe agli angoli della bocca. Rimane sulla porta a guardare Franco scendere in fretta le scale. Fuori, nel pianerottolo, galleggia odore di soffritto, cipolla e sedano, quello della Lina.
Pochi passi svelti per raggiungere l’auto parcheggiata in fondo all’isolato. Sale, mette in moto e si avvia verso l’ippodromo. Se devi incontrare qualcuno senza dare troppo nell’occhio, la cosa migliore è farlo in un posto affollato. Percorre veloce la tangenziale quasi deserta. Un cielo rosa maligno, preludio ad un temporale estivo, si srotola come un tappeto, sopra il parabrezza.
Nella sala scommesse dell’ippodromo, il cartello “vietato fumare” è solo una macchia di colore sulla parete grigia, che tutti ignorano. Rocco è lì, che legge su uno dei monitor i risultati della seconda corsa. Appallottola la matrice della giocata mormorando fra i denti un “fanculo” e la lancia verso il cestino, mancandolo di un buon metro.
“Oh Rocco, serata no?”
“Buonasera, e quando mai? Io qui non vengo mica per vincere, lo faccio solo per beneficenza, per non far perdere il lavoro a quelli che prendono le scommesse.”
“Allora andiamo a fare un pò di beneficenza da qualche altra parte. Ti aspetto fuori in macchina.”
Franco esce e poco dopo Rocco lo raggiunge.
“Allora, Rocco, novità?”
“Si.”
L’auto imbocca di nuovo la tangenziale. Ora la luce dei lampioni si spande nell’aria umida avvolgendo la striscia d’asfalto in un tunnel lattiginoso che si perde in lontananza fra i palazzoni di un quartiere di periferia.
“E allora?”
“È arrivato uno e ha detto che da adesso chi comanda è un altro.”
“E chi è?”
“Che ne sò. Quello l’ ha chiamato o’ Riccio. Mai sentito prima .”
“E gli altri?”
“Hanno detto che va bene. Come hanno fatto ammazzare don Vito, ci mettono poco a sistemare chi non si mete in riga.”
“Devo incontrare quello che ha detto che adesso comanda 'sto Riccio.”
“Io non lo conosco ...” Rocco sorride sornione, poi riprende: “Però giovedì alle undici, c'è una riunione al bar.”
Franco accosta l'auto davanti ad un pub.
“E bravo Rocco, Andiamo che t'offro una birra.”
“No, non mi va che qualcuno ci veda insieme” risponde acido “e poi non ve la cavate mica con una birra.”
“Stronzo, la birra te la offrivo perché ho sete io.” Franco tira fuori dalla tasca dei pantaloni delle banconote tenute
con una clips dorata, ne sfila due da cinquanta e le allunga a Rocco. “Tieni, sanguisuga.”

“Ispettore buongiorno .”
“Buongiorno Caputo.” L'ispettore Franco Rigosi accompagna il saluto con gesto e fa per avviarsi verso il suo ufficio. Polverosi raggi di sole, attraverso i vetri sporchi delle finestre, si riflettono sul linoleum verde scuro del pavimento, disegnando nel corridoio strani giochi di luce. Un canale di scolo che scorre lento fra le porte degli uffici.
Pochi passi e la voce dell'agente Caputo lo raggiunge: “Ah, ispettore, il vicecommissario Morozzi ha detto di andare da lui appena può.”
Franco bofonchia fra i denti un sommesso, ma chiaro “che palle”, poi a voce alta aggiunge: “Grazie Caputo.” e si incammina verso l'ufficio del capo. Si ferma davanti alla porta aperta.
“... dottor Morozzi..”
“Ah Rigosi, venga, venga. Finisco di inviare questa mail...si sieda.”
Il ticchettio balbuziente sulla tastiera va avanti per un minuto buono, poi ilvicecommissario pigia soddisfatto il tasto enter.
“Veniamo a noi.” Morozzi fa una pausa e si aggiusta gli occhiali sul naso porcino. “Rigosi, lei sa che il caso del gruppo emergente che ha fatto fuori don Vito è in mano a Andreetto, vero?”
“Certo commissario, non capisco perché mi fa questa domanda.”
“Invece lo sa benissimo il perché: perché lei continua a fare indagini per conto suo.”
Franco scatta come un congegno a molla: “Ma che indagini commissario, magari avrò chiesto qualcosa in giro.
Andreetto è arrivato da Bolzano sei mesi fa, non è che conosca molta gente ... come dire, da sfrugugliare. Cerco solo di dargli una mano.”
Il vicecommissario lo interrompe con un gesto. Mantenendo le spalle poggiate allo schienale allunga la faccia tonda verso Rigosi, come una tartaruga che si sporge dal guscio. Si toglie gli occhiali e lo fissa con liquidi occhi da miope.
“Rigosi, non è che sono nato ieri e ho imparato a conoscere le persone, specie se lavorano con me da anni. Lo so pure io che sono stati quelli del gruppo emergente che hanno ammazzato suo fratello, e pure io voglio che vengano presi, per mandarli davanti a un giudice. Per questo il caso l'ho dato a Andreetto.”
“Commissario, ma che dice? Guardi che si sbaglia...”
“Va bene, vorrà dire che mi sono sbagliato.”
“Appunto.” Ribatte secco Rigosi. “Se non ha altro, io andrei.”
Morozzi inforca di nuovo gli occhiali. “Vada, vada pure... ma veda di non fare cazzate, sennò a Bolzano ci finisce lei.”

Sopra l'ingresso lampeggia asmatica un’insegna al neon con scritto bar. Il locale non ha un nome, non serve.
Quando si dice “il bar” è quello di via dei Mirti.
Franco entra e si accosta al bancone. “Mi dà una birra?”
Il barista, ha una faccia antica che racconta altre storie. Una cicatrice dai bordi rigonfi, parte dallo zigomo e solca la pelle color tabacco, arrivando fin sotto il mento. Guarda il nuovo avventore senza troppo entusiasmo.
“Beks o Moretti?”
“Moretti. In lattina.”
L'altro emette un grugnito di assenso e si abbassa ad aprire il frigo sotto il bancone. Riemerge con una lattina imperlata di condensa. Prende un anonimo bicchiere e lo deposita assieme alla birra sul piano d'acciaio davanti a Franco.
Attorno a uno dei video-poker, poggiati alla parete di fondo, tre uomini fanno capannello. Uno di loro gioca, gli altri osservano commentano e sghignazzano. Ad ogni giro di ruota, una fastidioso motivo di campane e trombette, allaga l'angusto spazio del locale e spruzzi di luci colorate schizzano le pareti.
Una famiglia bastarda di sedie spaiate circonda tre tavolini rotondi coperti di plastica fiorata. Franco prende la birra e si dirige verso quello su cui è abbandonata la copia di un quotidiano locale.
“Sto per chiudere.” Lo informa il barista.
“Si, il tempo di bere e dare un'occhiata ai cinema.”
Un ragazzo entra deciso, saluta ad alta voce i tre accanto al video-pocker e si unisce a loro. Poi rivolto al barista:
“Albe', dammi una cosa fresca, che 'st'afa m'ha impastato lo gola.”
“Si,” risponde questo, e comincia ad armeggiare con ghiaccio e liquori, poi aggiunge, di sicuro ad uso e consumo esclusivo di Franco: “ma fra un po' chiudo.”
Franco dà un'ultima rapida sfogliata al giornale, poi lo chiude, finisce la sua birra e si alza.
“Quanto?”
“Tre e cinquanta.”

Esce, accompagnato dallo svogliato “buonasera” biascicato del barista. Si dirige verso una piazzetta delineata da fatiscenti palazzi color pastello, soffocata da cassonetti straripanti di spazzatura e macchine parcheggiate. Via dei Mirti termina lì, come un canale irriguo che s'impantana in un in un macero. Alla prima traversa però volta a destra e poco dopo torna indietro. Sono anni ormai che non sta più sulla strada, ma il mestiere non si dimentica:
sa come fare per osservare senza essere visto.
Non fa in tempo a finire la sigaretta che si è acceso, che uno degli avventori si fa sulla porta del bar. Guarda un attimo attorno, poi con un'asta aggancia la saracinesca, l'abbassa a metà e torna dentro. Dopo qualche minuto arrivano due ragazzi in moto e s'infilano dentro, seguiti a breve da un uomo di corporatura robusta che arriva a piedi. Franco vorrebbe coglierne i lineamenti, ma da quella posizione è impossibile. Dovrà aspettare che riescano, per vederli in faccia.
Con una sgasata, un'auto sportiva esce da una traversa e si ferma sul marciapiedi davanti al bar. Ne esce un giovane ben vestito. La saracinesca del bar si solleva, spunta fuori uno degli avventori, che saluta il nuovo arrivato, poi entrambe entrano e la saracinesca si riabbassa, stavolta fino a terra.
La spazzatura fermentata nei cassonetti libera i suoi miasmi. Franco accende un'altra sigaretta per coprire col fumo l'acre afrore che galleggia nell'aria. I minuti passano lenti. Un beep dal telefonino. Un messaggio. -Fai tardi?- è Laura. A lei aveva detto che andava a giocare a calcetto con i soliti, poi forse si sarebbero fermati a mangiare qualcosa. Risponde -andiamo a farci una pizza. Non aspettarmi- La serata potrebbe andare per le lunghe.
Dopo una mezz'ora la saracinesca si solleva esce il giovane arrivato per ultimo e riparte con la sua auto, in direzione apposta a quella da cui era arrivata. Franco cerca di fissarne il volto. Non l'ha mai visto prima, ma di certo l'uomo del riccio è lui. Sul telefonino memorizza il numero di targa. Poco dopo escono gli altri e si fermano ancora un po' a chiacchierare, mentre il barista chiude con il lucchetto. Franco fissa la sua attenzione su quello dalla corporatura robusta arrivato per ultimo. Quella faccia la conosce. Domani sarà il caso di fare un salto al mercato del pesce.

Le grida dei venditori rimbalzano contro le pareti di cemento che delimitano il mercato del pesce sollevandosi sul mare di voci e rumori, come onde contro gli scogli. Mani capaci eviscerano orate o branzini appena acquistati. Franco si fa strada fra i clienti che si assembrano attorno ai banchi e i capannelli di pensionati
che sono li soltanto per far passare le mattina.
Il banco di Armando o pesciarolo è uno dei più affollati. Cassette di seppie, triglie e pesce azzurro, ricoperte di ghiaccio tritato, sembrano specchi rotti che riflettono luci e colori in tutte le direzioni. Come Franco si avvicina Armando lo saluta affettato.
“Buongiorno Ispettò. Finisco la signora e sono subito da voi. Ho le sogliole che sono uno spettacolo, ve ne do una bella bella per la bambina e per voi e vostra moglie faccio un po' di gamberoni, che sono ancora vivi. Che dite?”
“Lascia perdere, non sono qui a fare la spesa. Ho bisogno di fare due chiacchiere con te.”
“Ispettore, lo vedete pure voi che c'ho la fila di gente...”
“Senti, ho fretta, non mi fare incazzare. Capito?”
“Vabbene, vabbene. Un attimo solo.”
Poi rivolto alla cliente che stava servendo:
“Scusate, devo parlare con questo signore. Adesso vi finisce Carlo.” Poi a voce alta per farsi sentire dal garzone:
“Carlo, lascia stare di pulire le seppie e vieni a servire.”
Si asciuga le mani sul grembiule si avvicina a Franco:
“Andiamo fuori però, qui c'è troppa confusione.”
Appena fuori Armando o pesciarolo sbotta:
“Ispettò voi nun me potete fa 'sti numeri. Io so pulito. Sul banco mio si vende solo pesce.”
“Perché l'altra roba la vendi da un'altra parte. Sei furbo e ancora non ti posso incastrare, ma sta tranquillo che prima o poi io in galera ti ci faccio fare la muffa.”
“Vabbè, quando trovate qualcosa, me lo dite. Adesso che la predica me l'avete fatta, io devo tornà al banco che c'ho gente.”
“Aspetta, prima dimmi chi è quello che l'altra sera è arrivato al bar, con una macchina sportiva.”
“Ma di che bar parlate. Io la mattina mi alzo alle cinque e la sera non vado in giro. Se permettete, torno al lavorare”
“Armà, di sicuro la droga non la vendi al mercato insieme alle vongole, ma sono sicuro che se ti arriva un'ispezione della finanza passi lo stesso un brutto quarto d'ora. Lo sai come sono quelli, e la bolla, la fattura, le ricevute... è un attimo e ti ritrovi col culo per terra.”
“Ma che volete da me ispettò?”
“Un nome Armando, solo un nome, te l'ho detto. Non lo saprà nessuno.”

“Montagano, fammi un favore, controllami un nominativo.”
Franco scrive qualcosa su un post it.
“Subito ispettore. Che ha fatto?”
“Niete di particolare, è una richiesta di un'autopattuglia, tu intanto verifica. E controllami pure questo numero di targa.”
L'ispettore legge un numero dal telefonino e trascrive anche quello sul foglietto giallo.
“Se mi dite qual'è la pattuglia mando l'informativa direttamente a loro.”
“No. Lascia perdere, ci penso io. Capito?”
Montagano prende il foglietto che l'ispettore gli sta porgendo e si dirige verso la stanza dov'è il PC collegato alla banca dati. Conosce l'ispettore Rigosi da sempre, sa di suo fratello, e se fosse al suo posto farebbe lo stesso.
Sulla porta si ferma un attimo e si lascia andare ad un sorriso complice.
“Ho capito, ispettore, ho capito, state tranquillo.”
“Grazie, Montagano.”
Franco si alza, spalanca la finestra dell'ufficio e torna alla scrivania. Si allunga sulla poltroncina di finta pelle con l'imbottitura sdrucita e accende una sigaretta. Guarda il cartello -vietato fumare- appeso nel corridoio proprio fuori dalla sua stanza, e con un sorriso soddisfatto scandisce un chiaro “fottiti”. Oggi il commissario Morozzi non c'è e nessuno può scassargli la minchia per una sigaretta.
Non ha ancora finito di godersi la sua bionda proibita, che l'appuntato rientra eccitato, senza nemmeno bussare.
“Ispettore, quel nome è falso, non esiste da nessuna anagrafe. E pure la targa dev'essere clonata, perché alla motorizzazione risulta una Fiat Punto. Se volete controllo a chi è intestata la punto.”
“Lascia stare. Sarà la solita auto rubata, con quelli dell'autopattuglia ci penso io.”
“Come volete... e se avete bisogno d'altro, lo sapete no?”
“Lo so, grazie.”

Sulla porta di casa lo accolgono Laura e profumo di pollo arrosto con i peperoni.
“Non vai fuori pure stasera vero? Ho fatto una cosa speciale per cena.”
Dalla sua stanzetta esce di corsa la bambina e gli si butta addosso. La prende in braccio, la fa roteare sopra la testa come un aeroplanino giocattolo, poi la rimette a terra.
“Vai a lavarti le mani, che si mangia.” Poi rivolto a Laura: “No, stasera non devo andare da nessuna parte. Un attimo e vengo a tavola.”
Non può continuare a dire a Laura che esce per giocare a calcetto. Troppo spesso per sembrare vero.
L'ultima volta, quando aveva riportato a casa tutta la roba ancora pulita e piegata s'era pure dovuto inventare che era arrivato a partita iniziata e era rimasto lì a guardare, poi come al solito erano andati a mangiare qualcosa insieme. Non può nemmeno dirle la verità, o qualcosa di simile, perché quando l'ha fatto gli ha tenuto il muso per una settimana.
Hanno appena iniziato a mangiare, che squilla il telefono. Laura si alza e va a rispondere.
“Pronto, casa Rigosi?”
“Si.”
“Buonasera signora, sono l'appuntato Monatagano. C'è l'ispettore?”
“Si, glielo passo.” Torna nel tinello: “è per te. Montagano.”
Franco si alza con un gesto di disappunto: “ 'azzo vuole mo questo...”
Parlotta un po' al telefono, poi torna a sedersi a tavola.
Laura lo guarda contrariata.
“Oh, mai che si possa stare tranquilli una volta. Fammi mangiare in fretta, che fra un po' viene a prendermi con l'auto di servizio. Hanno trovato uno morto ammazzato: devo andare là, che adesso arriva pure il magistrato.”
La cena prosegue in silenzio, finché non suona il campanello. Franco si alza, prende la giacca ed esce.
“Mi sa che faccio tardi... non mi aspettare.”

Di sotto Montagano aspetta sull'Alfa, con il lampeggiante blu acceso. Dalla finestra Laura guarda Franco salire sull'auto che si allontana veloce.
“Grazie Montagano.”
“E di che? Tanto stasera ero di servizio. Dove vi devo portare?”
“Volta qui a destra, che ho la mia macchina, poi tu tornate pure al commissariato.”
“Ispettore, se vuole vengo con lei.”
“No, non c'è bisogno. E poi se l'impara Morozzi, chi se lo sente?”
Franco parcheggia l'auto un centinaio di metri oltre il bar e aspetta. Come prima che diventasse ispettore, quando ancora usciva di pattuglia, come suo fratello quella sera che l'hanno ammazzato. Dietro il finestrino abbassato a metà per fare uscire il fumo della sigaretta, scorrono indifferenti auto e passanti, insieme ai suoi ricordi.
Il clangore di una saracinesca lo scuote. Guarda nel retrovisore. Stanno uscendo dal bar. Attende qualche istante poi mette in moto, esce dal parcheggio e prosegue lento verso la piazza. È questione di pochi istanti. L'auto sportiva che stava aspettando lo raggiunge e lo supera. Franco la fa allontanare quanto basta per tenerla d'occhio senza essere notato. Deve stare attento: non c'è molto traffico in giro. Se si avvicina troppo quello potrebbe insospettirsi.
Volta a destra, verso una zona più trafficata. Lascia che una Punto si inserisca fra lui e l'altro. Passano sotto il cavalcavia della stazione e imboccano il viale ampio fra palazzine anni cinquanta, ora fatiscenti, ma che ancorano denunciano qualche pretesa di eleganza. Sulle aiuole che bordano i marciapiedi crescono erbacce e margherite e le case vi si affacciavano come vecchie signore nei loro abitini eleganti d'una volta, ormai sciatti e fuori moda.
L'auto si ferma. Franco prosegue lentamente finché vede il ragazzo entrare in un portone. Si ferma anche lui.
Poco dopo si accende una luce al primo piano.

“Montagano, se mi cerca il commissario, digli che sono fuori per una cosa, ma torno prima delle cinque.”
“Vi serve l'auto di servizio?”
“No, vado con la mia.”
Franco esce dal commissariato. Per avere un mandato di perquisizione ci sarebbe voluta un'eternità e comunque l'avrebbe dovuto far richiedere da Andreetto, Troppo lunga la trafila. L'indirizzo lo conosce e di sicuro a quest'ora quello non è in casa. Come aprire una porta non è un problema. Anche un prete a forza di sentirlo raccontare in confessione, impara tutto quello che non sa sul sesso. Figurarsi se un poliziotto non impara come si forza una serratura.
Il portoncino è aperto. Sale al primo piano. Legge i nomi sul campanello della prima porta che trova. Ricci Anselmi. Sull'altra nessun nome.
Prende la sua Beretta calibro 9 dalla fondina, mette il colpo in canna, che non si sa mai e se la infila nella cintura dei pantaloni. Suona. Nessuno apre, nessun rumore dall'interno. Da una tasca prende un paio di guanti, un ferretto ad elle e comincia a lavorarsi la serratura.
Entra con circospezione e richiude la porta alle spalle. L'appartamento è ordinato. Sul divanetto davanti alla televisione una fila di cuscini allineati e gonfi, come se qualcuno li avesse sistemati prima di uscire. Si dirige verso l'altra stanza. Il letto è rifatto. Fruga nel comodino. Una rivista di fotografia e una pistola. Apre un cassetto del comò. Scosta delicatamente mutande, calzini, magliette e camice. In fondo, dietro due maglioni, un rotolo di banconote da cento, fermate da un elastico e un sacchetto di polverina bianca. Non è certo bicarbonato. Sarà almeno un chilo di roba.
Fruga ancora. Trova un'agenda nera, con dei fogli dentro. Forse c'è qualche nome interessante. Inizia a sfogliarla quando sente lo scatto dell'ingresso che si apre. Si appiattisce dietro la porta della stanza da letto. Trattiene il fiato.
S'è cacciato in un bel casino.
L'uomo entra nella stanza butta una giacca leggera sul letto e fa per riuscire. Franco e lì, a braccia tese che gli punta contro la pistola.
“Stai calmo, e non si farà male nessuno.”
“Ma chi cazzo sei?” mormora l'altro, più meravigliato che spaventato, alzando lentamente le mani. Poi ha uno scarto improvviso. S'abbassa e come una molla e gli si butta contro bloccandogli le bracia. Non fa nemmeno in tempo a premere il grilletto. L'uomo lascia la presa spingendolo all'indietro per colpirlo con un pugno. Franco riesce a schivarlo e sferra con tutta la sua forza un diretto in pieno viso. Il colpo violento spinge l'altro all'indietro contro lo spigolo del letto. Perde l'equilibrio e cade steso sul pavimento. Due occhi sbarrati fissano Franco mentre rivoli rossi, dal naso e dalla bocca vanno ad allargare la pozza color porpora che si sta formando sul pavimento, proprio dietro la nuca. Si china gli preme con un dito sulla giugulare. Nessun battito. Morto.
Si rialza lentamente e rimane a fissare quel corpo steso. Non avrà nemmeno trent'anni e, per bastardo che possa essere stato, grazie a lui non li avrà mai più.

Esce lentamente lasciando che il rosso si spanda sul parquet chiaro. È stato un incidente ed è meglio che la verità non venga a galla. Penseranno tutti a un regolamento di conti. Uno così avrebbe fatto comunque una brutta fine, ma adesso quel delinquente ce l'ha sulla coscienza lui.
Appena risale in macchina prende il telefonino e chiama il commissariato.
“Mi ha cercato qualcuno? No? Ascolta, Montagano, non mi sento troppo bene e non sto a tornare, me ne vado direttamente a casa. Se Morozzi ti chiede qualcosa, diglielo. Ci si vede domani.”

Alle sette e mezzo di mattina è strano vedere Andreetto uscire dall'ufficio del commissario, ed è strano pure che Morozzi sia già lì a quell'ora.
“Ciao Andreetto, che è successo, qualche casino grosso?”
“Ah, Rigosi, come non lo sai?”
“E che devo sapere? Ieri sono uscito dopo pranzo e siccome non mi sentivo troppo bene sono andato diretto a casa.”
“Hai presente la storia di quel gruppo emergente che sta facendo un putiferio per prendere il controllo sul territorio, che hanno fatto fuori pure don Vito?”
”Mbeh?”
“Avevamo dentro uno dei nostri sotto copertura. Era diventato l'uomo di fiducia d'un certo Riccio, uno vicino ai boss, ma qualcuno l'ha scoperto e l'hanno fatto fuori ieri a casa sua.”
Franco ha un sussulto.
“Scusa, se vuoi, il resto te lo racconto dopo, adesso devo fare rapporto alla procura. Bastardi del cazzo.”

Franco s'infila nel suo ufficio e chiude la porta. Accende una sigaretta e lascia che il fumo inondi la stanza, senza preoccuparsi di spalancare la finestra. Scrive qualcosa sul computer. Lo rilegge due o tre volte, corregge qualcosa, poi torna a rileggere. Alla fine lancia la stampa. Con un ronzio la stampante si avvia. Un foglio scivola sul vassoio. Mezza paginetta, una decina di righe in tutto. Lo lascia lì ed esce dall'ufficio, chiudendosi la porta alle spalle.
Sale in macchina e va verso la campagna. Campi di grano si stendono sulle colline basse. Imbocca una carrareccia fiancheggiata da un muretto a secco. Ferma l'auto e abbassa i finestrini. Frinio di grilli e odore di terra arsa riempiono l'abitacolo.
Prende il telefonino e chiama un numero che non risponde. Attende il beep della segreteria telefonica sforzandosi di ignorare che i suoi occhi stanno diventando lucidi.
“Laura, sono io. Non torno per pranzo. Non aspettatemi... Laura, vi voglio bene.”
Lascia andare il cellulare sul sedile del passeggero, apre il cassettino sotto il cruscotto, prende fuori la Beretta calibro nove d'ordinanza e mette il colpo in canna.
Uno stormo di corvi spaventai dal rumore improvviso si alza nel cielo sereno.

"Il concerto" di Stefano Chiarato

di Stefano Chiarato

Monza 1988. Il campionato di calcio era da poco terminato con la sorprendente vittoria del Milan di Sacchi. L'orgoglio rossonero di Marco sventolava fuori dal balcone nel sole. E già una nuova emozione stava per bussare alla sua porta.
Una sera, già estiva, nel solito bar, avvolto nella nicotina, tra le bestemmie dei giocatori di briscola e i colpi delle palle da biliardo, Marco e i suoi amici, davanti alle solite birre, sparavano le solite cazzate per ammazzare la noia. Ma quella sera Luca aveva la notizia killer: “Ragazzi! Ci sono i Pink Floyd!”
A Marco la birra andò quasi di traverso. Tra un colpo di tosse e un altro riuscì a malapena a dire: “Come? Dove?”
“A Torino, allo stadio comunale il 6 luglio!”
Non avevano avuto bisogno di decidere se andare oppure no: “Andiamo!”
Giò buttò giù una sorsata di birra e poi disse: “Bisogna festeggiare. Antonio, un altro giro di birra!”

Ruggiva forte la Fiat 127 blu di Marco, lasciandosi alle spalle la grigia metropoli e inoltrandosi nella preziosa campagna vestita d'oro e di smeraldo. Nel tardo pomeriggio, con il sole in fronte e i biglietti in tasca, i ragazzi viaggiavano veloci verso Torino.
Marco era un vero patito dei Pink Floyd, aveva tutti i dischi, libri e spartiti con gli accordi per chitarra. Gli amici non vedevano l'ora di arrivare e si domandavano quali diavolerie avessero potuto inventare per quel concerto. I concerti dei Pink Floyd, da sempre, erano particolarmente spettacolari; non solo musica, ma giochi di luce e attrazioni anche bizzarre. I loro concerti erano veri e propri light show. Mica come quello vergognoso dei Rockets, a cui avevano assistito qualche anno prima, in playback! Che figura!
A quel punto il carniere dei loro concerti era aperto e cominciarono a rovistarvi dentro; tirarono fuori quelli a cui avevano assistito gratis, cominciando da quello dei pressochè sconosciuti Police al Palalido di Milano. La tattica per vedere gratis i concerti consisteva nell'appostarsi nei pressi del luogo del concerto e aspettare che Autonomi e Centri Sociali sfondassero i cancelli d'ingresso.
“Ecco che sfondano! Dai andiamo!” e si infilavano dietro l'ariete di sfondamento.
“No, no! Caricano! La polizia... Via, Via!” Nel fuggi fuggi generale si ritiravano in angoli più tranquilli in attesa di nuovi eventi.
“Dai sfondano di nuovo! Stavolta è la volta buona!” Poco dopo erano dentro, in una bolgia indescrivibile e si godevano gratis il concerto, magari già cominciato, magari strizzati come panni in lavatrice, ma gratis!
E così era stato per il concerto dei Dire Straits al Vigorelli, per Bennato a San Siro. Il più bello fino ad allora era stato quello dei Queen e quello più tosto un concerto della Premiata Forneria Marconi a Lignano Sabbiadoro, dove, con un esiguo budget finanziario che non permetteva l'acquisto dei biglietti e l'assenza di gruppi autonomi preposti allo sfondamento, avevano deciso di ascoltare il concerto dall'esterno del palatenda, improvvisamente le porte d'ingresso si aprirono, cosicchè si fiondarono dentro e si trovarono proprio sotto il palco a pochi metri di distanza dai loro beniamini.
Ora stavano per mettere nel carniere il concerto più prezioso: i Pink Floyd!
La campagna cedeva nuovamente il passo alla metropoli. Torino era davanti a loro. La sosta al casello, poi, via, di nuovo veloci sulla tangenziale. I pistoni nei cilindri alzavano la voce forte, ma facevano il loro dovere, mentre fuori dai finestrini i cartelli indicatori sfilavano via in un batter d'occhio.
“Vedi di non sbagliare uscita.” disse Giò a Marco tutto preso dalla guida.
Poi di nuovo: “Stadio! E' qui! Gira, gira!”
Una violenta sterzata, le gomme stridettero sull'asfalto rovente. Gli amici sballottarono di qui e di là, una bestemmia echeggiò nell'abitacolo, cozzò contro imprecazioni di inaudita volgarità e si perse nell'odore di gomme bruciate.
Sani e salvi, poco dopo parcheggiarono l'auto e si incamminarono, assieme a frotte di gente, verso lo stadio. L'impatto fu impressionante, un palco grande quanto un palazzo dominava lo stadio; il prato gremito di fans nel sole: c'era chi si cercava, chi giocava, chi ballava intorno ad un registratore a cassette, chi dormiva buttato sul l'erba del campo di gioco, chi si tirava gavettoni per ingannare il tempo e al tempo stesso rinfrescarsi, coppiette si tenevano strette incuranti del caldo... Marco e i suoi amici trovarono posto in gradinata, lì sembrava esserci più ordine e tranquillità. L'attesa si consumò tra panini al salame e lattine di birra a cui ogni tanto si mescolava un odore acre proveniente da lì attorno: “Uhm... senti?” disse Luca.
“Uhm.. che odore... buono! Cos'è?” chiese Marco.
“Hashish!” rispose secco Luca.
“Porc...! però sa di buono.” disse Giò.
“Bah! Meglio birra e salame, va!” ribadì Marco.
Mentre intorno a loro qualcuno viaggiava sui fumi dell''erba, il sole tramontava sullo stadio e su Torino. Le ombre della sera calavano su una band supporter subissata di fischi. Dura la vita dei supporters! Calava la notte, le stelle del carro dell'Orsa Maggiore, stracolmo anch'esso di fans giunti da recondite galassie, dominava il profondo nero cosmico, e altri fans che non avevano trovato posto sul carro si erano assiepati lungo la Via Lattea. Sì, perchè la musica dei Pink Floyd non è di questo mondo, ma spaziale, proveniente, chissà, magari da Cirrus Minor o dal lato oscuro della Luna. Non per niente la musica dei Pink viene spesso abbinata ad immagini che riguardano il cosmo. C'è da dubitare che i Pink Floyd stessi siano terrestri.
Una nota, un fascio di luce, un brivido lungo la schiena, la pelle d'oca, lo stadio esplode in un boato tale che nemmeno i gol di Platini erano mai riusciti a tanto.
“E' Shine on You crazy diamond!” gridò con entusiasmo Marco agli amici.
Il concerto era iniziato nel modo più delicato che ci si potesse aspettare. Tutti i fans ora seguivano in silenzio la musica dei Pink e quando David Gilmour attaccò con la voce, tutti cantavano con lui e le mani si spellavano in applausi. Seguirono alcuni brani del loro ultimo disco, A momentary lapse of reason, non bellissimo, ma dal vivo con giochi di luce, laser, filmati proiettati su uno schermo rotondo coronato da faretti in movimento alle spalle del gruppo e un letto che correva sulle teste dei fans, facevano il loro bel effetto. La performance dei Pink Floyd cominciava a salire di tono; adesso era la volta di One of these days, un brano mitico del gruppo. Nick Mason picchiava forte su piatti e tamburi della sua batteria, le gradinate tremavano sotto i suoi colpi; Guy Pratt, che aveva sostituito il mitico Roger Waters, tirava fuori le note più basse e le sprofondava nelle fondamenta dello stadio fin dentro le viscere della terra; David Gilmour scagliava le note più acute della sua Fender Stratocaster verso il cielo, oltre lo spazio infinito, verso altre galassie; le tastiere di Richard Wright erano il collante che univa il tutto. La musica dei Pink, come un magma incandescente, colmava lo stadio, debordava come colate laviche nelle vie adiacenti occupando ogni spazio, entrando nelle case dalle finestre aperte in cerca di frescura. Quella notte Torino era Pink Floyd.
Marco e i suoi amici si lanciavano sguardi estasiati, a bocca aperta, senza parole, brividi e pelle d'oca non li lasciavano un momento. Sfilarono i brani di The dark side of the Moon. Il momento più toccante arrivò con Wish You where here. Anche Marco la suonava con la sua chitarra ai campeggi estivi con gli amici, magari di notte in spiaggia. Lo stadio si accese di infinite piccole fiammelle. E poi Confortably numb, il brano più trascinante del gruppo. Tutti ora erano come dentro un vortice. Marco non capiva più nulla; non capiva se fosse giorno o notte, caldo o freddo, era fuori dal tempo, in un'altra dimensione; poteva essere negli abissi più profondi di un oceano o sulla vetta dell'Everest o sugli anelli di Saturno, avrebbe voluto gridare, ma un groppo gli serrava la gola, batteva le mani continuamente e saltava di gioia. Era come in estasi, completamente fuso, rapito dalla musica trascinante. No, non c'era bisogno di sballarsi con la droga o con l'alcool, la musica dei Pink, per Marco, era più potente della miglior droga; perchè la musica dei Pink Floyd è droga e come tutte le droghe crea dipendenza e una volta che l'hai assunta non puoi più farne a meno. Aveva quindici anni, Marco, quando un compagno di classe gli passò sottobanco una cassetta con la registrazione di Wish You where here. Quando andò a casa mise la cassetta nel registratore, si iniettò quella musica nella orecchie e intraprese così il suo primo viaggio. Da allora Marco ne voleva sempre e sempre di più. Appena metteva da parte poche migliaia di lire correva a comprare un disco del suo gruppo preferito. Uno alla volta comprò tutti i dischi dei Pink floyd.
Il concerto, dopo i bis di rito, si concluse in un tripudio di fuochi d'artificio.
Con i fari piantati nel buio dell'autostrada, come chiodi nel legno, la 127 intraprese il viaggio di ritorno; la musica del concerto nelle orecchie colmò di soddisfazione la stanchezza della lunga giornata. Erano, infatti, stanchi e nessuno di loro parlava non avevano acceso nemmeno la radio per non togliersi di dosso l'aroma del concerto appena passato. Marco dentro di sé riviveva una dopo l'altra le canzoni e le immagini del concerto, forse anche Luca e Giò stavano facendo lo stesso o forse pensavano a quando avrebbero raccontato del concerto agli altri amici del bar. Marco e i suoi amici rientrarono nella loro città come guerrieri trionfanti dopo la dura battaglia, ma ad attenderli non c'era nessuno. Le vie deserte. L'indaffarata e laboriosa Monza se la dormiva in una bolla d'afa. Loro avrebbero voluto svegliare tutti, suonare il clacson all'impazzata, come quando il Milan aveva vinto lo scudetto, volevano gridare: “Ehi, noi abbiamo visto i Pink Floyd! Noi c'eravamo!”
Gli amici si salutarono battendosi un cinque.
“A domani.”
Marco rientrò nella stanza di casa sua; ad attenderlo, appeso alla parete, un mega poster dei Pink Floyd, come lo vide un brivido lo prese, l'adrenalina gli attraversò il corpo, la pelle gli si accapponò di nuovo. Gli echi del concerto vivi orecchie.
“Overhead the albatross hangs motionless upon the air
and deep beneath the rolling waves in labyrinth of coral caves
the echo of a distant time comes billowing across the sand...”

“E chi dorme stanotte?”

Muggiò 18.08.2010

"Il dottor Fileno" di Dino Licci

di Dino Licci

Questa figura del dottor Fileno proprio non riesce ad abbandonare i miei pensieri da quando l’ho incontrato in una novella di Pirandello: “La tragedia di un personaggio”, il dottore che voleva a tutti i costi trovare un autore che amplificasse l’importanza della sua scoperta. “Il cannocchiale del dolore” l’ho battezzata io: un cannocchiale che, usato a rovescio, proiettasse indietro, indietro nella memoria, dolori vivi, reali in modo tale da farli apparire più piccoli, sbiaditi dal tempo, sfocati ed ingialliti da una patina pietosa che offusca la mente, annebbia, appanna, confonde, ristora! Me lo immagino nervoso ed inquieto il dottor Fileno ! come una zanzara, come il “seccatore” di Orazio che ti opprime di gentilezze e ti parla da vicino magari toccandoti un po’ dappresso, stimolando un leggero senso di fastidio e d’antipatia! Ma la sua invenzione mi piaceva, mi ha fatto pensare, mi ha invogliato ad usarla. L’ho quasi provata qui sul naso, ho anche aggiunto una lente accessoria che mi provocasse un ulteriore ottundimento, una visone ancora più lontana, remota, quasi immaginaria della realtà. Ho visto mio padre, mia madre morire in un silenzio ovattato d’oblio, lasciare la terra, soli, mesti e dubbiosi nella mia indifferenza totale, tanto lontani e diafani da volare verso il nulla, il vuoto, l’eterno abbandono accompagnati solo dal livido lamento di un mesto violino. Ma devo aver dimenticato il cannocchiale qui nel mio studio, sulla mia scrivania. Non ci avevo pensato, non avevo neppure sospettato che qualcuno potesse sbagliarsi, impossessarsene ed usarlo in senso inverso. Ma deve essere accaduto proprio così. E qui la fantasia diventa dura, fredda, agghiacciante realtà:
Avrà avuto sessant’anni, settanta, non lo so. I capelli grigi tirati all’indietro, magra, emaciata, longilinea, dignitosamente mesta. Le solite frasi, la misurazione della pressione, il prelievo di sangue. “Ha sentito dolore signora?” “Dolore?” E gli occhi improvvisamente luccicano di pianto silenzioso e abbondante. “Fossero questi i dolori, professore!” “Parla sillabando, scandendo ogni parola come ritmata da un singhiozzo represso e parla come fosse sola, parla, parla con le bocca, con le mani, con le lacrime che condiscono un racconto già mesto e crudo e irrimediabilmente vero! Ci fa entrare nella sua casa, nella sua cucina dove sta preparando un caffè fumante per il figlio trentenne che si avvia al lavoro. “Aspetta, aspetta che ti faccio un caffé.” E lo vedi il figlio impaziente sulla soglia di casa, alto forte, giovane, vitale e la madre che insiste, che lo coccola, che vuole fargli un caffé come fosse un abbraccio, un augurio, un caldo, sincero augurio di una buona giornata! “Un attimo professore, un attimo! il tempo di un caffè, vado in cucina e……..arresto cardiaco, professore !” E un fazzoletto bianco già zuppo di lacrime corre verso quegli occhi rossi, consunti, gonfi, vivi, parlanti .
“Un solo figlio, professore, un solo figlio ed io che vivo ancora! No non si muore di dolore, professore, non si muore”. E se ne va barcollando verso l’uscio socchiuso. Un altro paziente varca la soglia: il nostro sorriso stereotipato lo accoglie con la solita gentilezza ma con un attimo di ritardo. Il tempo di prendere il cannocchiale, quello del dottor Fileno, che mi aveva accostato sapientemente al “nirvana” ma che la vecchia signora ha ridotto in frantumi. Il tempo di prenderne i cocci e depositarli delicatamente nel cestino!

"Il gatto del soldato" di Romano Augusto Fiocchi

di Romano Augusto Fiocchi

"Il gatto del soldato" pag.1

CI FU UN TEMPO in cui la terra dove sono nato si chiamava Persia. Ma io
non appartengo alla razza persiana né a nessun’altra razza. Non sono un
meticcio e, al contrario di tutti gli altri gatti del mondo, non ho neppure
un nome. Meglio così, piuttosto che quei nomi idioti del tipo: Fuffi,
Pallino o Ginger. Per il mio piccolo amico, Mustafà, ero semplicemente
“il gatto del soldato”.
Io e Mustafà ci eravamo conosciuti a scuola. Suo padre lo accompagnava ogni giorno tenendolo per mano sino al cancello. Il padre di Mustafà, lungo e magro, portava sempre una giacca scura con le maniche troppo corte.
Mustafà era minuto, di pelle olivastra, le manine gesticolanti, un tipetto tutto nervi e calzoncini corti. Entrava in classe con gli occhi neri che brillavano. Lì trovava i suoi compagni.
I suoi prediletti erano Sultan, Mohammed, Kadim, Ismaeel, Alì. Quel giorno la maestra Shajida stava raccontando una storia straordinaria. L’ovale del suo volto da ragazzina era incorniciato dallo hijab. Nel silenzio dell’aula echeggiava la musica ininterrotta della sua voce. Tutti ascoltavano come se fosse la preghiera del venerdì.
Era la prima volta che Mustafà sentiva parlare a quel modo della sua
città. Non aveva mai pensato che potesse essere diversa da come l’aveva
sempre vista. Tutti quei popoli che l’avevano abitata – Sumeri Accadi
Amorrei Assiri Persiani – ebbene, l’avevano anche amata. La maestra
Shajida evocava un sacco di cose meravigliose: Babilonia, i giardini
pensili, il codice di Hammurabi, i califfi abbàsidi, le mille e una notte, Madit el Salama – l’antico nome di Baghdad, che significa la Città-della-pace. Mustafà ascoltava e fantasticava. La maestra Shajida raccontava di un genio della lampada magica che a bordo del tappeto volante viaggiava attraverso il tempo e lo spazio. Il viaggio lo trasfigurava, logorava vesti e corpo, erodeva il potere della lampada sino a ridurla a un rottame. La lampada magica era Baghdad e il genio era il suo spirito.
– Tamerlano trionferà di nuovo, – disse la maestra Shajida. – È il
destino di queste terre. La Città-della-pace verrà rasa al suolo per
l’ennesima volta e insieme a questa scomparirà un pezzo di storia
dell’umanità.
Mustafà rimase allibito:
– Scompariranno anche i gatti? – chiese, sgranando gli occhioni neri
che brillavano.
Le labbra della maestra Shajida si incresparono e apparvero due file di
perle bianchissime:
– Sì, – disse. – Anche i gatti.

"Il gatto del soldato" pag.2

All’improvviso nella scuola irruppero dei soldati. Americani. O forse
Europei, per Mustafà non c’era differenza. Torsi corazzati, teste da
crostacei, divise maculate, zaini come gobbe di cammelli. Dalle
imbracature pendevano borracce e fucili mitragliatori. Aprivano le porte con calci violenti. Uno di loro aveva la pelle scura e le palme delle mani bianche. Spinse la maestra Shajida contro il muro e le fece cadere lo hijab. Sbocciò una chioma di capelli corvini. La maestra Shajida restò in silenzio. Un altro soldato, il viso disseminato di efelidi, impartì ordini nervosi e riunì tutti in un angolo. Sia lui che quello con la pelle scura sembravano divorati dalla paura. Dalla porta aperta Mustafà vide passare nel corridoio il bidello Abù e il direttore della scuola. Avevano le braccia dietro la schiena. Alcuni soldati li pungolavano con la punta dei fucili. Il bidello Abù e il direttore della scuola subivano in silenzio. Il soldato con la pelle scura minacciò la maestra Shajida e la costrinse in ginocchio.
L’altro, quello con le efelidi, rivolse a Mustafà e ai compagni qualche parola sibilante e fece cenno di stare tranquilli. Con un gioco di prestigio estrasse dal taschino alcune caramelle. I compagni di Mustafà corsero a prenderle. Lui no. Il soldato allora rovistò nello zaino e ne cavò una lattina rossa con incomprensibili scritte bianche. I compagnil’assaggiarono e Kadim disse che era dolcissima. Ma Sultan disse che sapeva di metallo.
Mustafà non volle provarla. A Mustafà non piaceva il sapore del metallo. Il soldato gli si avvicinò, sorrise. Aveva gli occhi di un
azzurro trasparente. Si levò di tasca un piccolo taccuino e una matita. Fu allora che mi disegnò. Come se sapesse che a Mustafà piacevano i gatti.
Mi disegnò in un modo molto buffo. Una testina tonda tonda, gli
orecchi a triangolo, le zampette gommose, un codone grasso e grosso a
forma di punto interrogativo. Soprattutto i baffi, lunghissimi, che
uscivano dal taccuino. Ecco, così:
Gli occhi neri di Mustafà brillarono. Volle subito diventare mio amico
e mi disse l’unica frase occidentale che conosceva:
– I have a dream.
Ho fatto un sogno. Gliel’aveva insegnata la maestra Shajida. Avrei voluto dirgli la stessa cosa, perché anche i gatti dei soldati hanno i loro sogni.
Ma un urlo attraversò il corridoio. Spari nel cortile, grida più acute. Il soldato con le efelidi lasciò il taccuino, sfondò la finestra con il banco di Kadim e si affacciò impugnando il fucile mitragliatore. Sparò sparò sparò.
Mustafà e i suoi compagni si tappavano gli orecchi. I colpi rimbombavano nell’aula come una scarica di fulmini. Facevano male ai
timpani. Kadim disse qualcosa ma Mustafà non capì.

"Il gatto del soldato" pag.3

I soldati uscirono di corsa e non si videro più. La maestra Shajida
riordinò lo hijab e si sedette al tavolo con il volto tra le mani.
Un’esplosione fece tremare i vetri delle altre finestre. La maestra Shajida non si mosse. Mustafà guardò fuori con i suoi grandi occhi neri che brillavano. Sdraiato per terra, lo sguardo verso il cielo, c’era il soldato con le efelidi. Aveva una macchia rossa all’altezza dell’ascella sinistra. Non si muoveva. Un corpo come tanti, buttato là in mezzo alla strada. Di lui ero rimasto solo io, il suo gatto disegnato. Mustafà mi raccolse e mi parlò.
Disse che sarebbe stata una bella cosa spedirmi alla famiglia del soldato con le efelidi, in qualche parte del mondo. Spedire altri gatti disegnati a tutte le famiglie di quei soldati. Per farlo avrebbe dovuto portarmi nel Castello dalle mille e una porta e lì, nella stanza esagonale, gli specchi mi avrebbero moltiplicato un numero sufficiente di volte per spedirmi in tutto il mondo. Ma forse non sarebbe servito a niente. I grandi non capiscono i gatti disegnati.
– I grandi no, – gli dissi con un miagolio, – però ti capirebbero i
bambini di tutto il mondo. E forse anche quei grandi che di notte
sognano di essere bambini. Ma raccontami di questo castello, a noi gatti piacciono molto le storie.
– Sì, gatto del soldato, – disse Mustafà. – Una notte ho sognato che
Allah, il Clemente e il Misericordioso, mi mostrava un Castello con mille e una porta. Erano porte di legno massiccio. Ogni califfo che vi aveva regnato ne aveva aggiunta una, ma soltanto la prima, quella più interna,nascondeva il terribile segreto. Nella serratura di ogni porta era infilata una chiave. La gente del vicino villaggio diceva che il castello era abitato dal leggendario Harùn al-Rashìd, il califfo dei califfi, colui che decide il destino di ogni credente. La porta più interna nascondeva il futuro di ciascuno di noi. Ma io non davo ascolto e le aprivo tutte. Alla fine c’era una stanza esagonale con le pareti ricoperte di specchi. In mezzo a questa, moltiplicato mille e una volta dagli specchi in fuga, trovavo il leggendario califfo Harùn al-Rashìd e il suo fedele portaspada Masrur. La mano del destino, per mezzo del portaspada Masrur, stava per giustiziare una fila di condannati. Mi avvicinavo e inorridivo. Era un solo bambino riflesso negli specchi mille e una volta. E quel bambino ero io.
– Non so cosa significhi, mio piccolo amico, – gli dissi con un
miagolio, – ma non è certo un bel sogno.
– Non lo è. Come non lo è il destino che è toccato a noi bambini di
Baghdad. Ma io sono fortunato perché ho te, gatto del soldato.
Prese la matita e sotto le mie zampette gommose disegnò un minareto.
– Dall’alto del minareto vedrai tutto, – disse Mustafà, – potrai persino sognare di volare. Io lo faccio spesso, sai? Quando c’è il vento che soffia dal deserto chiudo gli occhi e sogno di volare. Ci riesco davvero. Persino quando scoppiano le bombe. Sogno che lo spostamento d’aria mi faccia volare via. Nella vita l’importante non è volare ma sognare di farlo.

"Il gatto del soldato" pag.4

Fu allora che Mustafà incominciò a disegnarmi. Dapprima si limitò a
ricopiare il disegno che aveva fatto il soldato. Lo ripeté due,tre, quattro volte. La sua mano divenne più sicura e riempì il taccuino di miei ritratti.
I gatti disegnati si moltiplicavano tra i fogli come nel Castello dalle mille e una porta. A scuola, mentre la maestra Shajida spiegava, Mustafà mi disegnava, staccava accuratamente la pagina del taccuino e la regalava al compagno più vicino. Non soltanto la classe di Mustafà, ma l’intera scuola si riempì di gatti disegnati. Feci la mia apparizione persino su qualche lavagna. Alcuni compagni di Mustafà, tra cui l’amico Kadim,impararono a disegnarmi. Ben presto Baghdad pullulò di gatti disegnati. Incominciai a circolare in altre scuole, nei luoghi di ristoro, nei mercati.
Molti dei disegni riportavano un titolo in inglese: Soldier’s cat. Per questo ci fu chi mi scambiò per un marchio di fabbrica, chi per il simbolo di un partito o di un gruppo terroristico, chi mi credette un segnale in codice, chi una spia americana. Nessuno si chiedeva che nome potessi avere e neppure sapeva che non l’avevo affatto, né conosceva il nome del mio padrone, né dove abitassi. Ma non ero un gatto anonimo: per tutti i bambini di Baghdad ero “il gatto del soldato”.
Finché un giorno uno dei miei ritratti finì tra le mani di un giornalista europeo, Enzo Baldoni. Più che un giornalista, credo che fosse un idealista. Con uno scanner digitalizzò la mia immagine e la inviò non soltanto alla sua redazione, ma la divulgò attraverso la rete raggiungendo i computer di tutto il mondo. Mi trovai così sulle prime pagine di molti giornali, fra cui l’iracheno Al-Sabah.
Mustafà era contento:
– Hai visto, gatto del soldato? – mi disse. – Il Castello dalle mille e una porta esiste davvero e tu sei entrato nella stanza esagonale senza accorgertene. Non sei fortunato?
– Certo, mio piccolo amico, fortunato davvero. Quando ti dissi che avevo anch’io un mio sogno, ebbene era questo: che tutti, nel mondo, si
accorgessero che esistono ancora gatti disegnati.
– Se ne accorgeranno anche i capi di questi soldati?
– Oh no, Mustafà. Chi comanda questi soldati continuerà a fingere di
non vederli.
– Vorrei che non fosse così, gatto del soldato. Vorrei che i gatti
disegnati si ribellassero e che miagolassero a tutti gli abitanti della Terra quanto può essere bello avere un gatto come te.
Fu l’ultima volta che vidi brillare gli occhi neri di Mustafà. Da allora incominciai a fare dei brutti sogni. Il più brutto riguardava proprio il mio piccolo amico. Sognai suo padre, lungo e magro, che lo teneva per mano sino al cancello. Sognai un’esplosione devastante come l’urlo delle orde di Tamerlano. Il padre di Mustafà fu scagliato per aria. Lo sognai che si rialzava smarrito, la giacca scura imbiancata di polvere. Il califfo Harùn al-Rashìd e il suo fedele Masrur si erano portati via Mustafà.
Poi sognai che qualcuno scriveva questa storia e qualcun altro,con
raccapriccio, la leggeva.
Un gatto disegnato non dovrebbe fare questi sogni.

"Il gatto" di Alessandro Bastasi

"Il gatto" Pag.1

di Alessandro Bastasi
Sul pannello del videoregistratore il quadrante luminoso indica le tre e ventidue. Seduto sul tappeto, a gambe incrociate nella posizione del loto, l'uomo accende una candela e la pone ritta su un piattino da caffè.

Sempre lo stesso sogno. E' vestito in jeans a maglietta di cotone blu. Ha in testa un cilindro nero, fatto di cartone lucido, e sta uscendo da dietro un siparietto di stoffa sostenuto ai lati da due ragazze, anche loro in jeans e maglietta di cotone blu. La bocca è atteggiata a una risata feroce, ma non si sente alcun rumore. Solo il battito delle palpebre genera un lieve fruscio, simile a quello delle ali di una farfalla notturna.

E' seduto sul tappeto, le gambe irrigidite nella posizione del loto. Con una mano si porta la sigaretta alla bocca, con l'altra scartabella vecchie fotografie disordinate.

Adesso invece è senza cilindro, ha un manganello, lo picchia ritmicamente contro il palmo della mano sinistra, un sorriso carico di sarcasmo, come il tizio vicino a lui, entrambi con la barba, si guardano, ammiccano a un nero che scappa, illuminato a tratti da una luce stroboscopica ...

... e poi le sbarre bianche, e lui dietro, nella cella buia, mentre litiga con un ragazzo in costume da greco antico ...

Anche il gatto è sveglio. Lo sta fissando, con gli occhi verdi immobili, staccati da ogni possibile realtà. Occhi che guardano lui che guarda le fotografie. Anzi, il gatto è solo occhi. Ogni tanto l'uomo tenta di lanciargli uno sguardo di sbieco, magari facendogli una smorfia, ma se ne ritrae subito, quasi intimorito.

Libri, giornali, riviste sparsi dappertutto, ritagli in cui lui veniva definito un mite, con gli occhi buoni, uno che parlava con dolcezza, cercando di capire e di farsi capire. Niente a che vedere con i brigatisti più noti, facce dure, senza tentennamenti. E in fondo nessuno aveva potuto dimostrare che fosse stato lui a sparare. E' vero che stava nel gruppo di fuoco, ma lui non aveva sparato. E' vero che condivideva il gesto, aveva partecipato alla stesura del piano, ma quella volta non aveva neppure la pistola. Infatti non la trovarono mai.
Questo però non basta nei colloqui di lavoro.

- Sa, - gli dicono - io non voglio casini. Ora che è finita, ora che è tutto tranquillo.
- Sì, lo so che è tutto tranquillo, ormai. Me ne sono accorto.
- Appunto. E non si sa mai, lei mi capisce ...
- Ma scusi, mi sono fatto quasi nove anni di galera, è vero, ma adesso è un anno che sono fuori, mai più fatto politica, niente ... perché non si fida ... anch'io devo lavorare, mio fratello non ce la fa più a mantenermi ...
- ... mi dispiace

"Il gatto" Pag.2

Samar è di là, dorme tranquilla. Lei sì che la guerra l'aveva vissuta, subìta. Beirut, la guerra vera, mica quella che si era inventato lui, a proprio uso e consumo. Come tanti altri uguali a lui.

- Ormai ci avevamo fatto l'abitudine. E la gente usciva lo stesso. Noi bambini andavamo a scuola, e spesso dovevamo rimanere lì anche a dormire, perché non potevamo tornare a casa. Senza luce, senza telefono, perché i cavi erano saltati con le bombe. I più abbienti avevano installato un generatore privato. La cosa terribile era che i miei genitori non sapevano se ero viva o se ero morta.

Samar era tornata nella sua città due mesi prima, e c'era andato anche lui, con un visto speciale, per celebrare il matrimonio con rito musulmano. Doveva presentarsi all'ambasciata italiana tutte le mattine, ma questo non gli pesava.

Gli pesava attraversare la città, ancora un cumulo di macerie, i muri sbriciolati dalle granate o crivellati dalle raffiche di Kalashnikov, con le finestre vuote che lo fissavano, e lo seguivano mentre camminava. E uomini che gli correvano incontro, per fargli acquistare un pneumatico usato, o per affittargli una macchina scassata, o per vendergli una ragazzina.

Anche lui aveva sparato. Ma qui si era fatto sul serio, altro che in Italia. Per quattordici anni. Quattordici lunghi anni. Che avevano fatto letteralmente scomparire il centro della città, gli alberghi, il mitico Saint-George, la passeggiata sul lungomare ... Desolazione, rancore, e morti, a grappoli, a fiumane ...

L'unico albergo rimasto in piedi era il Bristol, nella zona araba. Roof Restaurant, atmosfera anni '50, luci troppo soffuse, tendaggi barocchi alle ampie finestre buie. Era solo, con Samar non ci poteva stare finché non si fossero sposati. Del resto lei era molto ligia, neppure a Milano aveva voluto andare a vivere con lui. Anche perché, se l'avessero saputo al consolato dove lei lavorava, probabilmente l'avrebbero rimandata a casa.

Nella sala, enorme, oltre a lui c'era un tavolo di arabi, e un tavolino con una signora bionda di mezza età. Verso la fine della cena, un vecchio signore sdentato, con i lunghi capelli bianchi, una giacca rossa e un violino in mano, fece la sua comparsa da dietro un siparietto, si guardò un attimo attorno, e subito si diresse verso il tavolo della signora. Iniziò a suonare, con grande impegno. Una melodia classica, tzigana. Lei abbozzò un triste sorriso. Sotto la veletta stava piangendo, ma continuò imperterrita a sorridere. Fino alla fine del pezzo. Poi, il vecchio si accorse che c'era un italiano e ammiccò con gli occhi verso di lui, attaccando Dicitinciello vuje e Torna a Surriento. Cinque dollari furono sufficienti per farlo smettere. Il violinista, riconoscente, si sedette al suo tavolo, e gli disse, mezzo in francese e mezzo in italiano:
- Sa, io ho lavorato in Italia, mentre qui c'era la guerra. Nei cantieri. Ero senza documenti, ma il mio capo era siciliano e mi diceva: se qualcuno ti disturba dimmelo, che lo uccido! Eh, sì, mi voleva bene. I siciliani quando vogliono bene, vogliono bene davvero! Proprio come noi.
- Sì, e quando odiano, odiano davvero. Con la pancia. E non con la testa, come facevo io.

Gli portarono un dolce di uvetta e miele. Era squisito.

Samar quel dolce glielo fa spesso. Ma a lui non piace più.

Non gli piacciono più le fotografie, le riviste, i ritagli di giornale.
Non gli piace parlare con nessuno.

Gli piace stare seduto sul tappeto, nella posizione del loto, con la testa svuotata, a guardare il suo gatto. E a parlargli in silenzio. Perché il gatto sa. Il gatto vede l'invisibile, conosce l'inconoscibile, è il più grande tra i filosofi viventi. Basta guardarlo. E allora lui lentamente chiude gli occhi, e ti sorride.

"Il giardino e il coltello" di Gian Andrea Rolla

di Gian Andrea Rolla

Il vecchio aveva venduto il giardino e non m’aveva detto niente. Ernestino, fratellin cadetto, aveva preso la metà del ricavato e la mia e non m’aveva detto niente.
La nostra casa senza il giardino neanche l’immaginavo, chiudevo gli occhi e tutto diventava bianco. Bianco amnesia. Amnesia totale.
Salto su un aereo francese. Una notte insonne e dall’Africa arrivo a Portino, il borgo natio. La tana dei vermi. Tana ligure. Vermi naviganti e vermi puttane. Uomini e donne : gli uomini errano e rubano per i mari del mondo e le donne se la spassano con il malloppo.
Il giardino non c’é più. Al suo posto un parcheggio per i condomini. Un pavimento di finti sanpietrini e un cancello bianco ospedale che si apre con il telecomando.
E’ rimasta la vecchia tettoia di vetroresina sulla quale io e Ernestino ci arrampicavamo salendo le pertiche verdi che la sostenevano. Scimmie ammirate dai turisti di mia nonna quando la casa e il giardino erano una trattoria estiva.
C’é ancora la baracca degli attrezzi dove il vecchio forgia piombo per le reti da pesca di Ernestino e c’é un pezzo d’orto abbandonato dai pomodori e dalle patate, ormai null’altro che area di sosta per palamiti, tremagli, lenze e secchi di gomma nera per catturare i polpi.
Il giardino era il mio camposanto. Non toccate il camposanto ai Navajos. Grazie a Tex Willer, aderii bambino alla Nazione Navajo e divenni “Mani impedite” perché neppure sapevo allacciarmi le stringhe o fare un piumino di carta per la cerbottana o sputare senza spargermi spruzzi di saliva sul petto o fischiare come i bambini del porto quando le navi entrano nel golfo e la giornata di lavoro é sicura. Ma i Navajos mi presero lo stesso con loro. Come cantastorie potevo andare.
Ero stato Mani impedite, cantastorie dei Navajos. Ero stato Garibaldi, “Qui si fa l’Italia o si muore”. Ero stato Ettore che le suona a Achille. “Che” Guevara che guarda dritto la morte negli occhi. Muhammad Ali che picchia Frazier e Foreman con una mano sola. Combin che fa gol di tacco.
Volevo morire davanti al giardino o anche dentro il giardino, in mezzo all’erba e alle margherite, alle rose libanesi, al nespolo, al ciliegio, alle due palme dell’entrata, dvanti al vialetto di pietre spezzate, ai tre ulivi, all’albicocco e al pero, al susino, al pesco, alla vite che dava l’uva bianca e l’uva nera, le lucertole, i topi, le biscie, la voliera dei tordi e i piccioni. Anche i piccioni gli hanno tolto al vecchio, smerdavano. Ma che altro fare se non provare a concimare teste di fascisti e baciabile con buona sana merda di piccione viaggiatore, portamessaggi del CLN Alta Italia ?
Entro in casa, salendo pesante gli scalini, appoggiandomi alla ringhiera come faceva mio nonno e come ora fa il vecchio.
M’accoglie il solito luridume della cucina, la puzza confusa d’aglio soffritto e cipolla bruciata. Scorgo lo zoppicare magro e barbuto di mio fratello, un’ombra che fugge nella sua camera di bambino. Ma non fugge dalle sue malefatte. La mia mano destra si fa confortare dalla lama fredda del coltello che tengo in tasca pronto per la gola del fratellino e del vecchio.
Oggi i dolori sono forti – dice il vecchio emergendo dal congelatore con un pollo in mano – Ernestino ha il raffreddore. Ora riposa un po’.
A novant’anni non é ancora curvo, solo bianco e alto.
Presto starete bene – dico.
Per i soldi della vendita ? non ne abbiamo già più. S’é comprato una barca, qualche puttana e io un robotino per la cucina.
Centomila euro ?
Finiti...
Perché ?
Eravamo allo stremo – piagnucola – non potevo neppure comprarmi una bistecchina ...
E ora te la compri ?
Ma non abbiamo più niente, siamo nudi ... hai fame ? Pollo alla griglia e pastasciutta, non ho altro, hai fame ?
Si’, papà.
Hai sempre fame tu – dice mentre si siede davanti al forno e comincia a frugare tra le padelle – sei forte come due uomini. Ernestino invece é cosi’ debole.
Dalla morte della mamma, trent’anni fa, é lui che prepara pranzoe cena. Ora vedo che lo fa da seduto, come quando ricuce gli strappi delle reti di Ernestino. Seduto davanti alla finestra del vecchio soggiorno, guarda se mio fratello rientra, guarda la pioggia e cuce la rete.
Stringo il coltello. Prima lui, poi Ernestino.
Un gattino sbuca da un cassetto e gli corre incontro, una zampata da leone su un piede e poi scappa fuori.
E’ il mio nuovo amico – dice e sorride.
No ha mai amato i gatti. Ma gli uomini possono cambiare. Almeno quelli che hanno avuto una brutta vita, come lui. Col tempo affidano alle ore solitarie le proprie pene e pensano come cambiare. Io gli so leggere negli occhi e il vecchio é sincero quando parla del gatto.
La mia memoria non ha più posto per il giardino, né per il coltello. M’appoggio al muro e guardo il vecchio che taglia il pollo e sono contento che abbia un nuovo amico, che non sia solo come sembra.

"Il gioco e le mani" di Marco Bianchi

di Marco Bianchi

Delinquenti!!!!!!! Ridendo scappiamo a gambe levate dopo che le mani, con un gesto quasi inconsapevole, così, per gioco, hanno suonato l’ennesimo campanello reo di essere capitato sul nostro percorso. Si, siamo quello che si definirebbe una banda, 9 ragazzini dai 7 agli 11 anni, distribuiti come i denti in bocca, alcuni sottili e lunghi, altri aguzzi, altri ancora come i molari, forti e quadrati, assortiti male come i denti appunto, non quelli delle stelle del cinema bianchi perfetti dritti ma quelli di Pippo o di Gambadilegno. Oggi è un giorno speciale, specialissimo, per noi intendo; in effetti chi si alza e guarda il mondo che si sveglia non nota nulla, una giornata estiva come tante, sole, afa, rondini che sfrecciano, i gatti che provano a farci colazione, la mamma del Luca che gracchia con la vicina; la maestra ci osserva dalla finestra con occhio esperto… è l’unica che si accorge che oggi per noi è un giorno diverso, ci saluta con la mano che oggi gioca con l’aria sottile, le dita lunghe sfiorano il vento leggero e lo smalto delle unghie rosso perfetto si anima con gli angoli di sole che la quercia davanti a casa lascia passare attraverso le fronde. A lei mica lo suoniamo il campanello, vorrete scherzare! A ottobre saremo tutti li allineati, cartella grembiule e compiti fatti e non abbiamo voglia che nel conto immancabilmente salato delle mancanze e delle dimenticanze ci sia anche qualche scherzo innocente fatto solo per ridere un po’ e rompere la noia… Oggi è speciale dicevo, ho la mano sulla spalla del Mario, è mio cugino e ha sempre fifa, lui è un incrocio tra un canino e un molare, aguzzo magro storto e anche un po’ orbo, non che centri molto coi denti ma non ci vede davvero niente senza occhiali, è con noi perché è un inventore, il piccolo chimico non ha segreti, fonde il piombo e passa per quello bravo e ligio al dovere, è il secchione appunto, e quando c’è lui mia mamma mi lascia andare un po’ più volentieri. L’altra mano regge l’ultimo nato tra i giochi di mio padre, è un “coso” strano, un carrettino che mi ha costruito le cui ruote sono cuscinetti a sfere, tre, come l’apepiaggio del mugnaio, due dietro un po’ più piccoli e uno davanti più grosso montato sullo sterzo. Grande macchina!, ci siamo spinti su e giù per la piazza fino a perdere i polmoni per strada e poi abbiamo partorito la prova di oggi. Scendere dai mulini col carretto in questione. I mulini meritano una descrizione a parte per tutti quelli che, non abitando qui da sempre non sanno. I mulini sono in valle, sul fiume e noi abitiamo in cima alla collina, questo si traduce in una strada che inizia con tre tornanti e una discesa a rotta di collo dritta, saranno due chilometri che finiscono in altre due curvacce malefiche che già d’inverno mietono vittime tra le slitte... Ecco, scenderemo da li e chi non ci prova è fuori dalla banda, senza se e senza ma, se non hai coraggio stai a casa con tua sorella e amen chiaro? Io non posso dire così della mia di sorella, ho dovuto scappare in silenzio altrimenti me la ritrovavo dietro e poi a tenerla giù dal carretto c’era da legarla e piantava una grana da pazzi e finiva a raccontare tutto a mia mamma, un casino insomma. Scappo appena dopo messa, faccio il chierichetto, la mamma dice che magari mi raddrizza il parroco, o il sacrestano, come se avessi bisogno di essere raddrizzato. Boh! Eccoci qui tutti e 9, diciotto gambe che escono dai pantaloni corti, tutte spelacchiate, cerotti e bende a nascondere tentativi falliti di impennate con la bici, di discese senza freni, di salti dalle rive, 18 gambe che a sera avranno qualche segno in più, i segni della prova di oggi. Non vuole partire nessuno per primo, il Mario men che meno, ma neanche il Luciano che di solito non manca mai, il Gabriele, l’Enrico e via fino al più piccolo, tutti li a osservare la discesa e la prima curva, tutti li a chiedersi a chi è venuta un’idea così pazza, tutti a chiedersi come si fa a tornare indietro e nessuno che osa parlare per primo, chi si ferma va a casa a giocare con le bambole della sorella chiaro? E come fai poi a passare il resto dell’estate con otto ragazzini che ti sfottono dall’alba al tramonto? Niente, non si torna, paura in tasca insieme a fionda e biglie, in cerchio e si fa la conta, il primo che esce parte, gli altri di seguito. Esce il Mario, io sono il terzo, poteva andare peggio... Parte, seduto sul carretto guida con i piedi, il vantaggio è che se va tutto a rotoli li metti giù e almeno freni, prima non l’ho detto ma il carretto di freni non ne ha. Il babbo ha preso un grattone biblico dalla mamma perché non li ha nemmeno pensati i freni ma lui era convinto che andassimo solo in piazza... Morale il Mario parte, la velocità aumenta, la curva si avvicina, la imposta, si inclina e ovvio, mette giù i piedi, tenta di frenare, si incaglia, il carretto decolla senza conducente e il conducente si trasforma in una palla di maglietta pantaloni e arti che rotola dalla strada verso la riva e termina contro il paracarro di granito, bella botta ragazzi, piange ed è diventato grigino per la terra mossa ma risponde ancora ai comandi, il Mario almeno ci ha provato, adesso c’è un motivo in più per non mollare, vorrai mica far peggio del “secchia?” Il Gabriele è il secondo che finisce pari pari come il Mario; è che lui il paracarro lo manca così si pittura come una figurina su un larice che ha un ramo tagliato molto basso che incontra la testa del malcapitato e la timbra con un bel bitorzolo. E due. Tocca a me, decido che il baricentro va abbassato e invece di sedermi mi sdraio di pancia e guido con le mani, di frenare, visti i risultati, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello e nemmeno penso ai danni di una caduta, io sono eterno! Parto, le sfere fanno un baccano infernale sull’asfalto, trema tutto e l’aria ancora fresca mi fa lacrimare gli occhi, la velocità aumenta da matti e comincio a pensare che sono un po’ scemo, che se catto il paracarro con la testa devo passare la vita con il casco per tenerla insieme, mi porto verso il centro della strada in modo da mettere qualche metro ancora tra me e quel sasso pazzo, le sfere gridano e io quasi ma stringo i denti e le mani intorno allo sterzo e alla fine curvo, cioè sposto lo sterzo e il dietro del carretto fa il resto.. aaaaaaaargh! Adesso si che grido, è uno sfogo infinito, ma sono ancora sulla macchina e sono tutto intero e scendo scendo grido… vibra tutto, non sento più le braccia ma non si lascia…. La seconda curva non ha ne sassi ne piante, niente pericolo, c’è solo un bel salto dritti nel fosso e nel fosso ci sono i materassi vero? Seeeee nemmeno nei sogni, solita storia, sfere gridano trema tutto vento lacrime fifa tocco lo sterzo e via! Il resto del carretto fa tutto come prima, da solo, mi sbanda un ginocchio e lascio una crostaccia già dolente di nuovo a terra ma il male lo sento dopo, o domani o… boh, magari se non mi accoppo, terza curva e trionfo... Sono bello sono bravo sono io io io… non riesco ad esultare che in un buco mi si incastra la ruota davanti, il carretto si ferma di botto e io parto come se mi avessero dato una pedata mondiale, l’unico problema è che non ho le ruote, freno di mani e mento e ginocchia e anche maglietta e pantaloni… in tre metri finisco come san Bartolomeo che in duomo sta con la pelle in spalla… Mi fa male e mi brucia dappertutto ma la prima cosa che penso è che quando vado a casa ne prendo abbastanza e poi ancora un po’. Prendo il carretto, le mie mani sono un disastro, con pazienza e lacrime mi tolgo i sassolini che si sono incastrati sotto la pelle dei palmi sfregandomi il mento per asciugare i lacrimoni mi accorgo che anche lì c’è il sassolino da tirare via.. la maglia è strappata e ho perso le biglie… ma ho fatto tre curve… Si torna, penso e ripenso a cosa raccontare e invento una balla che può essere creduta solo da 9 bambini che insieme, alcuni per mano, altri soli tornano in un paese con poche macchine e tanta voglia di piazza nei cuori di tutti… In piazza incrociamo la maestra, dita lunghe su mani d’ossa e unghie rosse, liquida tutti con poche parole secche come lei e li rimanda a casa, dico li perché invece io vengo preso e portato dal farmacista che con pazienza disinfettante e bende mette a posto quello che resta di una pazzia… Adesso che mi hanno aggiustato e che la maestra sempre tre passi avanti mi accompagna a casa ho meno paura della mamma, in fondo sono tutto intero, il carretto però lo so che me lo scorderò per sempre, quello che non scorderò mai invece sono quelle tre curve, quella gioia feroce di essere riuscito, quella vittoria su me innanzitutto e poi sugli altri di avere messo la parola fine alla prova. Ieri, chiacchierando con il farmacista, racconto tutto questo, glielo racconto perché immagino e a ragione che non abbia mai saputo come e perché quel giorno mi ha tolto gli ultimi sassi dalle mani… lo racconto anche perché 35 anni fa era un uomo come me oggi e oggi è un vecchietto a cui è rimasto, come un vestito, l’odore di erbe e disinfettante che mi ha dato il coraggio, ancora una volta di sopportare il male e il bruciore. Lo racconto e lui mi ringrazia, questa se l’era dimenticata, la sua testa di uomo pensava a una velocità diversa della mia allora, mentre le sue mani di vecchio oggi mi ricordano il ciclo infinito della vita rivedendo nelle mie quelle mani che hanno curato me e che oggi possono fare la stessa cosa con qualche ragazzino scriteriato e pazzo che, in una soffitta polverosa di un paese come tanti ritroverà quel carretto magico e deciderà di riprovarci…

"Il marchese occidentale" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

"Il marchese occidentale" pag.1

Si parla di un’epoca, in cui era di gran moda che ogni regno avesse il suo bravo navigatore, il quale se ne partisse alla ricerca di nuove terre, sfidando pericoli al di là dell’immaginazione.
Se l’Ispagna aveva un Colombo, un Magellano, il Portogallo annoverava un Pigafetta e l’Inghilterra possedeva un Horn, pure casate minori, non tanto per lustro, quando per estensione dei domini, annumeravano tra la popolazione qualcuno di questi ardimentosi, pronti a sfidar la sorte su dei gusci di noce.
Il marchese Lodovico, della nobile casata dei signori di Piombino, s’arrovellava intere giornate, pensando al discredito che sarebbe certo caduto sul suo stemma, se anch’egli non avesse armato una spedizione, atta ad accrescer, in egual misura, conoscenze e ricchezza.
E difatti, da più di due anni, un bastimento languiva nel porto di Genova, in balia d’alghe e cirripedi, inalberando orgogliosamente lo stendardo dei signori di Piombino.
Armar un legno è cosa facile. Basta far venire alla luce qualche tallero, parecchi in verità, mercè la mano levatrice del bagello, per acquisire la proprietà di una delle tante bagnarole, sconquassate e sbilenche, che si riscontrano sovente, adagiate in vari gradi d’inclinazione, nei porti del Mediterraneo. Anche per l’equipaggio non si riscontrano soverchie difficoltà, che nei suddetti porti non è affatto impresa ardua, riscuoter l’interesse di gente coraggiosa, mai sazia d’ardimento e conoscenza, implorante l’araldo incaricato del reclutamento di partir più in fretta che si puote, tanto è il desiderio d’esplorazione e se il balivo non ottempera a tale richiesta o il capitano solleva una qualche difficoltà, tali gentiluomini s’approssimano al legno successivo, ardenti d’impazienza, a maggior ragione se compare qualche ronda di birri all’estremità dei moli.
Diverso è invece trovare un capitano. Di uomini spicci con la bussola e in gran dimestichezza di sestante, soverchi ve n’è ed anzi, andando per taverne, se solo si ha la compiacenza d’attendere il terzo o quarto gotto di liquore, se ne vedranno di capaci di menar la nave fino al Cipango, e v’è chi lo raggiunse in sole sei settimane, chi in quattro e chi addirittura in tre.
L’aspetto più singolare dell’intera vicenda, consiste nel fatto che codesti capitani, da sobri, son tutta gente umilissima, che giammai millanterebbe l’esser giunta più in là della Sardegna, questo senza dubbio per l’innata modestia che contraddistingue l’uomo di mare e ce ne vuole di liquore, e del più fine, per far spiccicare verità a certi palati.
In ogni caso, tali capitani, abilissimi a navigar nel vino, dinnanzi ad imprese un poco più robuste, sollevano impreviste difficoltà e ben lo sapeva il signore di Piombino, il quale assoldati due o tre di essi, in più riprese, per armare il legno che si è detto, e ricovertili d’oro da capo a piedi, pure se li vedeva ritornare in porto in capo a mezza giornata, perché una volta il libeccio s’incaponiva, altra volta cattivo scirocco rischiava di danneggiar le vele, o era il mare ad esser troppo agitato, troppo calmo o troppo salato. Insomma, per compier un’impresa che si definisca tale anche agli occhi del più distratto o sprovveduto degli uomini, non basta un capitano qualunque, bensì necessita un ammiraglio della stazza di un Colombo o di un Magellano, che crean le terre nel pensiero, prima di iscovrirle in su la carta.
Invero è facile, argomentava il nobile Lodovico, iscovrir nuovi continenti. Basta adocchiare uno spazio vuoto su una mappa e collocarvi, a seconda della bisogna e dell’ambizione personale, di volta in volta un’isola, un arcipelago, una colonia. Farvi rotta e riscontrare quanto immaginato, gli parrebbe allora soltanto naturale conseguenza. Più che di coraggio quindi, il mestiere d’ammiraglio abbisognerebbe di fantasia.
Quanto a sé, il nobile Lodovico dei signori di Piombino, non aspirava certo a riscovrir le americhe, che non capita tutti i giorni una simile sfacciata fortuna. Si sarebbe accontentato, piuttosto, anche d’una piccola isoletta, d’un atollo, d’uno scoglio, sì da poter dire, nei consessi delle teste coronate, perdonate principessa se tardai a lo vostro invito, ma l’amministrazione delle colonie è cosa greve e parecchie faccende dimandarono la mia attenzione, prima della partenza.
Poco importa, se la colonia in questione è talmente piccola, che nemmeno una palma vi troverebbe agio sufficiente a metter radici. In questa come in altre cose, è importante il principio.
Invece il signore di Piombino, era costretto a rimanere in ombra e pur s’inveleniva, ogniqualvolta in occasione di feste e celebrazioni, udiva il re d’Ispagna sospirar i suoi fardelli al re del Portogallo, per via di certe tempeste che rallentavano l’afflusso d’oro dalle americhe o quando il sovrano d’Inghilterra si lamentava dei pirati che infestavano le rotte dei Caraibi e perfino le case d’Olanda e del Belgio, lagnavano impicci nell’amministrazione delle terre d’oltremare.
Dateli a me, pensava il marchese Lodovico, visto che codesti possedimenti vi procurano sì tanti grattacapi. Ma al pensiero giammai seguiva azione, cosicchè era costretto a ritirarsi nell’ombra, in compagnia di cortigiani e plebaglia, roso dal livore e dall’invidia.

"Il marchese occidentale" pag.2

D’altronde di che si sarebbe potuto lamentare egli, di fronte a casate che mostravano bandiera al sole per tutta la durata del suo cammino in cielo?
Prima di recarsi ad ogni consesso d’alta società, chiamava il suo amministratore per farsi rinfrescare la memoria, su quanti e quali patimenti d’amministrazione avrebbe potuto elencare, di fronte alla gran massa di teste coronate. Pure l’amministratore, uomo d’indole generosa e gentile, si sforzava di trovar problemi, giungendogliene a crear di sempre nuovi, pur di non far sfigurare il proprio signore dinnanzi ai suoi pari.
Lo scorso mese tre vacche morirono, marchese, nel tentativo di dar alla luce i vitelli!
Tu vuoi burlarti di me! Pensi che codesto grattacapo reggerebbe, di fronte ai patemi del sovrano di Danimarca, che possiede colonie fin lassù, dove alberga l’eterno inverno?
Al che il povero amministratore scorreva i registri contabili, alla ricerca di nuove cagioni di malessere.
La vite fu a lungo afflitta da malattia, mio signore, tale che, terminata l’estate, la vendemmia risultò ben poca cosa.
E tu, ignobile stolto, ritieni che tale evento regga il confronto con le angosce della casa di Braganza, che in primavera, nel pittoresco Brasile, ebbe devastate centinaia di piantagioni di cacao da una nube di cavallette?
Insomma, mai che il marchese potesse giungere ad un festino con il sorriso sulle labbra, ansioso di vantare un terribile impiccio da confidare agli altri nobili.
Aveva ben voglia, il pover’uomo, d’implorar sui suoi possedimenti sciagure e pestilenze, calamità e cicloni. Al massimo veniva giù qualche timida pioggerellina e se egli si recava subito nei campi, sperando in chissà quali devastazioni, subito i contadini lo rassicuravano, sperando di fargli cosa gradita, che niuna coltivazione aveva sofferto ed anzi, rinvigorita dalle precipitazioni, di più e meglio, quell’anno la terra avrebbe dato.
Nonostante tutta la sua amarezza, il marchese Lodovico ben si rendeva conto che era la piccolezza dei suoi possedimenti, per somma jattura collocati in zona salubre e dal clima mite, a dettar la sua sfortuna. Anche un fazzoletto di terra, ne era certo, ubicato ai Tropici o nelle americhe, avrebbe attirato su di sé ogni genere di cataclisma. Già s’immaginava, nelle sale degli specchi e nei palazzi d’inverno, pavoneggiarsi lamentando che l’eccessivo ribasso delle noci di cocco, avrebbe certo invalidato i suoi investimenti nelle terre d’oltremare o che un recente ammutinamento gli aveva dimezzato la flotta.
Implorato avrebbe, la virtù di nostro signore Gesù di camminar sull’acque, ed inveito contro l’infigardia degli indigeni, che se da digiuni son macilenti e inabili, da satolli son pigri e recalcitranti se non si mette mano alla frusta e certo avrebbe chiesto lumi al re d’Ispagna, che pure di fruste ne aveva parecchie a schioccare, nelle sue colonie di Ponente.
Anche alla sua corte, ne era certo, un dì si sarebbe raccolta la solita marmaglia di avventurieri ansiosi di proporgli progetti e investimenti, imploranti il comando di una flotta, il governo di una tenuta. In questa come in altre cose, il difficile è cominciare, si ripeteva il signore di Piombino.
Una volta posseduto il primo scoglio al di là del mare, altri ne sarebbero venuti.
Ma il difficile stava, come si è detto, nel reperire un ammiraglio dotato di fantasia e più passava il tempo, più ne occorreva, che sulla mappa s’accrescevano continuamente i possedimenti delle altre casate e sempre meno spazi vuoti restavano, su cui apporre il vessillo di famiglia.
Bandi su bandi si susseguivano, in cui si leggeva che il marchese di Piombino, signore delle fattorie di Trecolli, duca del lago paludoso e cognato del barone di Guastalla, offriva gagliarda ricompensa a qualsivoglia ammiraglio avesse talento di portar la sua bandiera oltre l’orizzonte, sì da conquistare possedimenti a maggior gloria del marchese stesso, in cambio dei quali riceverebbe il governatorato di quanto scoperto, per sé ed i propri discendenti, fino ad un massimo di generazioni tre.
Ogni lunedì, il marchese apriva udienza nella sala del suo piccolo castello, in compagnia dell’amministratore, sperando in chissà quali progetti sottoposti alla sua benevola attenzione.
Pure nessuno vi compariva e il freddo corridoio che immetteva nel salone, restava implacabilmente deserto.
Nei bandi successivi si pensò d’aumentare la durata del governatorato, estendendolo a quattro e poi cinque generazioni, senza ottenere risultato.
Ahimè, gemeva il buon marchese, cotanto in basso è caduta ogni eroica virtù! In altre epoche, ricche d’uomini di tempra, s’imploravano i signori di concedere tre misere navi, mentre adesso siamo noi sovrani a dover implorare. O tempora, o mores!
Finchè un bel giorno, quando l’ennesimo bando aveva esteso la durata del governatorato alla settecentoventitreesima generazione, purchè in linea diretta, uno sconosciuto si presentò al castello, domandando udienza al nobile signore di Piombino.
Che vorrà costui? chiese il marchese alquanto infastidito, perchè di lì a sei settimane si sarebbe svolta la festa d’onomastico del re di Francia e si sa che codeste feste son dolori, giacchè lui, come sempre, non avrebbe avuto di che lamentarsi.
L’uomo che chiese di parlare con vossignoria, rispose umilmente l’amministratore, sostiene di chiamarsi Ferdinando de’ Rustici d’Amalfi e pretende d’esser appellato ammiraglio!

"Il marchese occidentale" pag.3

Un ammiraglio? E che aspetti ad introdurlo? Orsù spicciati, ardo dal desiderio d’ascoltarlo! ordinò il marchese in preda all’agitazione, che già il nome parmi di buon auspicio, giacchè costui di nome fa Ferdinando, come il sommo Magellano, cui segue un Rustici che s’assomiglia assai a quel Rustichello da Pisa cui il grande Marco Polo dettò memoria delle sue imprese, inoltre proviene da antica repubblica marinara e quindi codesto uomo è certo in odore d’ardimento ed atto ad apparecchiar fortuna!
Al che il marchese fece disporre ogni sorta di cibi e selvaggina sulla tavola, non sembrandogli vero d’ospitare un ammiraglio nel suo castello.
Con un po’ di sorte ed andando per le spicce, di lì a sei settimane avrebbe posseduto una qualche colonia, da vantare al cospetto del re di Francia e degli altri sovrani ed anche se non si fosse giunti a tempo per siffatto obiettivo, pure l’aver armato una spedizione, con tutti i grattacapi e gli impicci che tale frangente comporta, avrebbe accresciuto il suo status.
Lo vedete quello lì? avrebbe certo sussurrato la piccola nobiltà, nel vederlo discorrere con il re d’Ispagna o d’Inghilterra, è il signore di Piombino. Si dice che abbia inviato una flotta nelle terre d’Oltremare!
Lo scalpiccio proveniente dal corridoio, riscosse il marchese dai suoi pensieri. Come sarà codesto ammiraglio? si domandò tra sé e sé, immaginandoselo alto ed imponente, nero di chioma e di pelo, con la voce fragorosa come un tuono e le membra possenti. Uno di quegli uomini che impegnano battaglia col dimonio stesso, pur di riuscire in quanto intrapreso, giammai satolli, né d’ambizione, né di ricchezze, amanti infaticabili, quali stalloni tra le giumente, e gran bevitori e mangiatori, affinché mai si placasse il fuoco che ardeva loro nelle vene.
Grande sorpresa fu, quindi, l’introduzione al suo cospetto di un ometto pallido e scarno, che a malapena superava in altezza in metro e mezzo, gracile come un giunco e abbastanza malmesso a torace, tanto che il marchese si scostò alquanto, temendo il mal sottile.
E sareste voi l’ammiraglio? domandò il signore di Piombino nel suo tono più imperioso.
Invero sì, caro marchese, rispose l’ometto con una certa qual condiscendenza.
Di grazia, quante ardimentose imprese portaste a compimento?
Niuna, marchese mio, che giammai navigai per mare e nemmeno per fiume, lago o stagno, se è per questo!
E dopo codeste parole, possedete la faccia tosta di definirvi ammiraglio? sbottò il marchese in tono aspro.
Forse che il grande Colombo non era tale, ancor prima d’iscovrir le americhe? E il sommo Aristotile, non diede prova d’ingegno ben in anticipo rispetto a quando venne in notorietà al mondo? Non siamo forse usi definir una pianta dal frutto, piuttosto che dal fiore? Quello lì continuò indicando un albero che s’intravedeva nel parco è un melograno, anche se siamo ancora a Giugno, o dovremo forse attender Ottobre, per appellarlo tale?
Invero parrebbe di sì! esclamò il marchese, travolto da cotanta eloquenza.
E allora mi par giusto definirmi per ciò che sarò, piuttosto che per ciò che sono, continuò l’ometto.
Quale impresa siete in animo di propormi? domandò il signore di Piombino.
Un’impresa che, pur non costando un solo tallero, eccettuati quelli che vossignoria avrà la compiacenza di elargirmi, renderà la casata vostra padrona di tutto quel che c’è di disponibile, sotto il cielo e sopra il mare, non dovessi più chiamarmi Ferdinando de’ Rustici d’Amalfi.
Dite, dite! esclamò il marchese in preda all’eccitazione.
Alto là, signor mio! Pur concedendo credito al vostro nome ed alla vostra reputazione, non posso impegnarmi una parola in più, se prima non farete quanto vi dico!
E cioè? chiese il signore di Piombino.
Date agio al vostro servo disse indicando l’amministratore, di scriver quanto segue :
Io, marchese Lodovico di Piombino, concedo in governatorato all’ammiraglio Ferdinando de’Rustici d’Amalfi, qualsivoglia terra egli ponga sotto le mie bandiere, mercè l’ingegno e lo valore suo.
Firmate il folio con bollo e ceralacca e sarò vostro anima e corpo! concluse l’ammiraglio.
Completata febbrilmente la stesura di quanto richiesto, il marchese vi appose il suo personale sigillo, porgendo la pergamena a Ferdinando.
Questi controllò rapidamente se tutto era in regola quindi, sedutosi comodamente in poltrona, si versò un bicchiere del vino migliore.
Dunque marchese, è forse vera la teoria di mastro Cristoforo Colombo, in base alla quale la terra non sarebbe piatta, così come erroneamente supposto dagli antichi, bensì rotondeggiante, tale che se per ventura io menassi all’infinito verso Ponente, prima o poi raggiungerei il Levante?
Così pare, rispose asciutto il signore di Piombino.
E se dunque codesta teoria è ormai cosa certa, vi basterebbe proclamar lo dominio vostro, su tutte le terre a Ponente delle americhe, per diventare immantinente lo duca d’ogni luogo!
Ma a Ponente delle americhe non vi son terre senza padrone! argomentò l’amministratore del marchese, mostrando di conservare, almeno lui, un barlume di logica.
Chi sarà mai, codesto servo vostro, per impicciarsi di questioni politiche? domandò l’ammiraglio con tono risentito.
Tacete amministratore! intimò il marchese, non vedete che qui si stanno trattando cose più grandi di voi?

"Il marchese occidentale" pag.4

Ma, mio signore!
Tacete ho detto! Altrimenti sarò costretto a mettervi ai ferri!
Ad un cenno del signore di Piombino, l’ammiraglio continuò a parlare.
Insomma, come vi dissi, basterà emettere un semplice proclama, e tutto sarà vostro!
Ma, gli altri sovrani non troveranno da obiettare? chiese timidamente il marchese.
Certamente, rispose l’ammiraglio, ma a voi basterà inserire nel proclama un codicillo, in cui dite che lo vostro dominio non s’applica su terre già iscoverte da altri! Forse che il re d’Ispagna, quando mandò i suoi emissari nelle americhe, si fece scrupolo d’annetterle alla sua corona, senza interpellar niuno, e verificare prima se qualcun altro avanzasse pretesa sulle medesime terre?
Invero, a me nulla dimandò! esclamò il marchese.
E come non dimandò a voi, altrettanto fece con l’altrui sovrani, tanto che il re del Portogallo gran scorno ne ebbe e ci volle metà della popolazione di Tordesillas, affinché le due corone non addivenissero a vie di fatto.
Ma se anche facessi ciò, nulla me ne verrebbe, che restando salve le terre già iscoverte, a Ponente delle Americhe null’altro vi è che potrei reclamare!
Ciò non è completamente falso, ma nemmeno completamente vero! rispose l’ammiraglio.
Cosa volete intendere, con codeste parole?
Cosa vi è, subito a Ponente delle Americhe?
Il lontano Oriente, in tutto il suo splendore e mistero.
Ve ne prego, siate più preciso.
Il grande mare, che il gran Ferdinando vostro omonimo battezzò Pacifico!
E dopo di quello?
Le isole del Giappone, di proprietà del Mikado!
E dopo quelle ancora?
Il Cipango del gran Cane cinese, così come narra Marco Polo!
E quindi?
Il grande impero dei nemici della religione, che spinge le sue propaggini fino alle porte d’Europa e d’Africa.
E superato l’impero turco?
A nord le immense steppe del Piccolo Padre, ad ovest i domini della corte di Vienna.
E poscia?
L’intera Europa.
E in tale Europa voi non possedete qualche terra?
Certo che sì! Possiedo la terra in cui ci troviamo. Il marchesato di Piombino, le fattorie di Trecolli ed il lago paludoso!
E non potreste forse argomentare che, per effetto della rotondità della terra, tali vostri possedimenti si trovano a Ponente delle Americhe, appartenendo quindi, in definitiva, al lontano Oriente?
Indubbiamente potrei!
Ed allora se potete in ciò, potrete anche vantarvi, in presenza dei vostri pari, degl’infiniti grattacapi che vi procurano le vostre colonie, situate laggiù, nel lontano Oriente.
Un moto di stupore attraversò il volto del marchese. E’ vero! Non ci avevo mai pensato! Signore, voi mi donate dei possedimenti orientali, con codesta semplicità e senza muovervi da codesto castello! esclamò ammirato.
Anche Colombo iscovrì le americhe nel segreto della propria camera e tornato dal viaggio, schiacciò un uovo contro il tavolo, per mostrare a tutti la semplicità della propria idea! rispose l’ammiraglio.
E fu così, che da quel giorno, il marchese di Piombino divenne imperatore del Gran Piombinato d’Oriente, di cui nominò Governatore l’ammiraglio Ferdinando de’ Rustici da Amalfi e seppur il nuovo titolo e le argomentazioni atte a sorreggerlo, suscitassero gran risate nelle corti europee, il neoimperatore non se ne diede per inteso, parendogli, da quel momento, esser diventato padrone dello mondo.
Passarono gli anni, trascorsi in lieta gaiezza dal sedicente imperatore giacchè, con il pretesto di irriderlo, se lo contendevano tutte le teste coronate d’Europa e sovente il re d’Ispagna, quello di Francia o del Portogallo, presolo sottobraccio, gli chiedevano lumi e consigli sull’amministrazione dell’impero, al che tutti i presenti scoppiavano d’ilarità, senza suscitare per altro sospetti, nel buon marchese, che riteneva per questo d’esser oggetto di simpatia e d’altissima considerazione.
Fattosi molto vecchio, anche per lui, come per tutti gli uomini, giunse la morte, proprio mentre stava dettando una lettera indirizzata all’illustrissimo fratello, monarca del regno d’Inghilterra, in cui dispensava innumerevoli consigli su come sedare la rivolta dei cipays nella lontana India, portando ad esempio la lite tra due porcai, da lui risolta con pacatezza alcuni giorni addietro.
Chiamato di gran furia il cerusico, costui non potè che constatarne il decesso, tra le lacrime dei servi e dei contadini, stretti intorno al suo capezzale. Dopo la rituale veglia, venne il giorno del funerale, cui assistettero tutte le famiglie d’Europa, ansiose di irriderlo da morto, dopo averlo deriso da vivo.
Nel silenzio generale, rotto da bisbigli e risatine, gli astanti videro giungere il sedicente ammiraglio Ferdinando de’Rustici, curvo sotto il peso di un’enorme lapide, che depose sulla tomba di colui che era stato il suo signore.
Fatto questo, il governatore del Gran Piombinato d’Oriente s’inginocchiò un momento e poi, fattosi il segno della croce, s’allontanò nel vento, scomparendo per sempre dalla vista e da codesta storia.
Mossi da curiosità, tutti i sovrani s’approssimarono alla lapide, leggendovi la seguente scritta :
Qui giace sua Maestà Lodovico I, imperatore del Gran Piombinato Orientale, marchese di Piombino, signore delle fattorie di Trecolli, duca del lago paludoso e cognato del barone di Guastalla.

Se di titolo e dominio
Grande fu la sua follia
Non commise mai abominio
Giammai nocque a chicchessia
Se fu irriso nelle corti
Come semplice e bislacco
non sottrasse alle sue genti
Né capanna né bivacco
Chi può vantarsi d’altrettanto
Per l’intero enorme mondo?
Ci lasciò come rimpianto
Non avercene un secondo
Se ogni sire ogni potente
Matto fosse in tal misura
Invero su ogni continente
Svanirebbe la paura
Si commise mai in suo nome
Né una strage né una guerra
nè intenzioni fuor più buone
Raro esempio sulla Terra
Voi rideste un dì di lui
Celiando la sua infermità
Ma il Gran Giudice, di voi
Assai meno riderà

"Il Muretto" di Alessandro Bastasi

In attesa del nuovo libro di Alessandro Bastasi, ecco un racconto, ambientato in un paesino veneto negli anni '50,che ha come protagonisti i bambini, alcuni dei quali compariranno anche nel nuovo romanzo.
Una piccola anteprima in pratica. Un grande onore per noi di Scrigno.

"Il Muretto" Pag. 1

di Alessandro Bastasi
1.
C'è un basso muretto di sassi, lungo la stradina sterrata. Sopra il muro i Dotto ci hanno messo una rete, per difendere la vigna che c'è dall'altra parte. Tra i sassi del muretto si nascondono le lucertole e le chiocciole. Ci crescono anche le piantine che chiamano "occhi della madonna", e qualche bocca di leone selvatico. Il bambinetto, sette anni appena compiuti, fruga con un bastoncino nelle fessure tra i sassi, fino a che riesce a cavar fuori una chiocciola. Se la posa sulla mano aspettando con ansia che metta fuori i "cornini". La chiocciola dapprima esita, poi finalmente si fida ed esce dalla casetta. Comincia a muoversi, lasciando la scia sulla pelle. Lui la guarda ammirato. Dopo un po' la prende e la deposita di nuovo tra i sassi. E' tutto contento, anche perché c'è il sole e la maestra gli ha dato un bel dieci per come ha recitato la poesia.

2.
Il bambino, una sera di settembre, non ce la fa a resistere. Le viti dei Dotto, al di là della rete sul muretto, sono cariche di uva nera, bella, matura, appetitosa. Sale sul muretto, e da qui comincia ad arrampicarsi sulla rete. In cima, quei bastardi dei Dotto ci hanno messo quattro file di reticolato, una sull'altra. Il bambino ce la sta quasi facendo, afferra con la destra la punta superiore di uno dei paletti di ferro che sostengono la rete, fa forza con i piedi, per tirarsi su e buttarsi poi dall'altra parte. All'improvviso le scarpe scivolano, sulle maglie troppo strette, il corpo, senza più sostegno, precipita in basso, trascinandosi dietro le mani, che non ce la fanno a reggere il peso, e nella caduta il polso destro incrocia uno spuntone di reticolato, e vi rimane conficcato. Il bambino urla, appeso per il polso come un bue dal macellaio, cerca di sollevarsi con l'altra mano avvinghiata alla rete, i piedi che scalpitano alla ricerca di una base d'appoggio, ma non riesce, e urla, mentre il reticolato gli sbrega la carne. Dalle case esce fuori la gente, che ha appena finito di mangiare, gli uomini con lo stuzzicadenti in bocca, e la sigaretta in mano, "Chi xe che ssiga come un galo strossà" si domandano tutti, ed esce anche il Dotto, con il fucile caricato a sale, sempre timoroso che gli portino via quelle quattro cose che possiede, si accorge del piccolo, e la prima cosa che dice è: "te sta ben, bruto ladro che no ti ssi altro", e il papà del bambino finalmente riesce a sollevarlo, a liberarlo, a guardare la brutta ferita, "Portèmolo dal dotor!", grida, e la mamma grida anche lei, al Dotto, "Anca spararghe, el voleva, cossa galo paura, che i ghe porta via quatro graspi de ùa, 'sto peociòso de un vècio!"

Al bambino gli danno sei punti di sutura, e un'iniezione contro il tètano, dato che il filo spinato era anche ruggine.
Non ha più rubato uva in vita sua.

"Il Muretto" Pag. 2

3.
Il giorno più bello, per il bambino del muretto, è il sabato. Al sabato arriva il suo papà, che lavora lontano, a Venezia, e lui lo va ad aspettare in fondo alla viuzza in cui abita, da una parte la vigna e l'abitazione dei Dotto, dall'altra un grappolo di casette a due piani, tutte con un giardinetto davanti e un cortile di dietro. Nel giardino del bambino c'è un grande abete, più alto della casa di parecchi metri, sotto il quale crescono le fragoline di bosco. Attorno all'abete, sulla terra, di solito il bambino e il suo amico Gigi con un ramo o un sasso appuntito tracciano le piste sulle quali giocare a coperchietti (coercéti). Sono i tappi-corona delle bottigliette delle bibite, appesantiti internamente con della cera, in cui vengono applicate le foto dei corridori ritagliate dalle figurine, Coppi, Bartali, e poi Baldini, e Nencini ... Gaul ... . Ciascun giocatore è un corridore, e deve raggiungere il traguardo tirando i coercéti con le dita (con il medio, per la precisione, ben teso dal pollice, che lo sforza al massimo e poi lo lascia andare), stando bene attento a non farli uscire di pista. I tappi vengono religiosamente raccolti il sabato sera, quando il bambino va al bar con i suoi genitori, a vedere la televisione nel Grande Giardino Ghiaioso. Lì per terra ce n'è un mare, di tappi, della Coca-Cola, della birra Itala Pilsen, dell'aranciata San Pellegrino, della Tassoni soda, quelli anonimi della gazosa ... Così, tra un Musichiere visto a spizzichi e bocconi, e il momento agognato della Coppa del Nonno, il bambino si fa una scorta da sballo, e il giorno dopo può esibire agli amici la sua collezione record, arricchita di un pezzo da novanta, il tappo dell'Acqua brillante Recoaro, cedibile soltanto in cambio della figurina - introvabile - di Sivori, il giocatore della Juve.

Con Gigi, però, arriva il giorno della rottura. Tutta colpa di Olga, la bambina bruna di otto anni che è venuta ad abitare vicino a loro. Perché tutti i due se ne innamorano, alla disperazione. Lei per un po' fa la civetta, li tiene sulle spine, accetta le avances di entrambi, sorride ora all'uno ora all'altro. Ma quella volta che il bambino l'accompagna a fare la spesa, e al ritorno le porta pure la borsa, lei si decide, e arrivati al cancello della sua casa, gli fa una carezza e gli dice, tutta rossa e confusa: "Te vojo ben a ti ... de Gigi no me interessa gnente". Madonna, ragazzi! Il bambino è inebetito, mormora solo: " ... davéro? ...". Lei fa di sì con la testa, gli dà un veloce bacino sulla guancia e fila dentro in casa.

Da allora, con Gigi, è guerra totale, all'ultimo sangue. Gigi, che ha un anno di più, lo prende in giro, lo sfotte, "Te spussi ancora da làte!" gli grida dietro quando lui è con Olga, e il bambino si vergogna, schiuma di rabbia, gli tira sassi, vorrebbe aggredirlo, ma sa che avrebbe la peggio, perché è mingherlino e dimostra meno dei suoi otto anni, un giorno però, gli corre dietro con un bastone più grande di lui, e glielo spacca sulla schiena, lasciando Gigi quasi tramortito dal dolore. Panico. E adesso? Mi ammazza! Guarda Olga, che guarda per terra, silenziosa, sta giocando con dei sassi, d'un tratto gli tira un'occhiataccia, piena di odio, incomprensibile, ma è solo un attimo, e lui si chiede perché, che cosa ha fatto, "Parché te me vardi cussì", mormora "Sìtu arabiàda?", e lei per tutta risposta si alza e se ne va. Lui la segue disperato con lo sguardo, "Dove vàtu! Vien qua!" grida. E non si accorge di Gigi, che si avventa come una furia su di lui, lo butta per terra, lo riempie di botte, dappertutto, picchiando come un forsennato, e Olga si ferma un attimo a guardare, poi, spaventata, scappa via di corsa.

Da quel giorno, con Olga, è finita. La sua mamma le ha proibito di uscire di casa, e ha proibito al bambino e a Gigi di cercarla. Fortunatamente per tutti, il papà di Olga viene trasferito, e la pace torna a regnare nel borgo. Gigi ogni tanto sorride e gli dice "Ma te piaséve'a davéro tanto, Olga? Non 'a xe gnanca tanto bèa. 'A ga 'e gambe storte!" e lui lo guarda serio serio, e gli risponde "Ma sta' ssito, èbete!" Da quella volta, il bambino Olga non l'ha più rivista. Chissà dov'è! Si sarà sposata, avrà dei figli. Di sicuro. Con quegli occhi grandi, scuri come la notte, quanti ne avrà incantati! Bella. Incredibilmente bella.

"Il Muretto" Pag. 3

4.
Joe è un bambino triste. Si chiama Franco, ma tutti, fin da piccolissimo, lo chiamano Joe. Anche la sua mamma e il suo papà. Anche Maria la Longa, che vive in casa con loro da sempre, e che lo ha in pratica tirato su. Maria la Longa è vecchia, alta, ossuta, sempre vestita di nero, con la gonna fino ai piedi, "el traversòn" grigio (nessuno sa se sia il suo colore naturale, o il frutto dello sporco accumulato), e il fazzoletto in testa. Il bambino del muretto non ha mai saputo chi sia realmente, Maria la Longa, sa soltanto che paga l'ospitalità occupandosi dei bambini (tre) e del mangiare. Perché la madre beve tutto il giorno, il padre fa il guardiano del parcheggio di biciclette di una ditta su in città, e torna a casa sempre molto tardi. E quando torna, picchia la moglie che è ubriaca, e lei il giorno dopo fa vedere i lividi alle vicine, e dice: "E dopo el se lamenta che bevo, che ghe fasso i corni, pexo dovarìa farghe, a quel porco, dovarìa andar a far ‘a putana, ecco cossa che dovarìa far, cussì almanco portarìa a casa un pochi de schèi!" e poi si mette a piangere, e a dire che a lei durante la guerra non le mancava mai niente, e che tutti la chiamavano la "miss", perché era la più bella di San Lazzaro, e le vicine si danno di gomito, perché tutte sanno che la dava via a un ufficiale tedesco, e che il marito è l'unico che l'avesse voluta dopo che lei era rimasta incinta, e non certo di lui!

Joe è l'ultimo dei tre figli. Sempre taciturno, assente, solitario. Ce n'è voluta, un giorno d'inverno, per farlo venire a correre sul ghiaccio del fosso vicino alla chiesa! Ma alla fine sembra quasi che si diverta, prende la rincorsa, e poi slitta sul ghiaccio, e quando cade si rialza subito, con un impercettibile guizzo di gioia negli occhi.

Non deve andare verso lo stagno, gliel'hanno detto. Ma lui ci va lo stesso. Non se ne accorge nessuno, e sì che lì ci sono il bambino, Gigi, Giorgetto - il fratello maggiore di Joe - e Tino. Quando Joe finisce nell'acqua gelata, non grida. Nessun rumore, nemmeno il crack del ghiaccio che si rompe, niente. Sono le grida di una signora, che fanno accorrere tutti. Piano, con cautela, per non finire dentro anche loro. Un uomo porta giù una scala, la porge a Joe, in modo che si afferri ai pioli, per poterlo poi tirare a riva. E' l'ultima cosa che riesce a fare. Lo portano a casa in braccio, trema tutto, e la madre corre fuori, in sottoveste, "cossa galo combinà, adesso, quel lazaron", grida ,"che più che dispiasséri nol me procura!".

Joe muore di polmonite. In quegli anni, non è così difficile morire di polmonite. Però si slitta sul ghiaccio dei fossi. Anche Joe l'ha fatto, almeno una volta. Tanto a morire, prima o poi, ci si arriva tutti.

"Il Muretto" Pag. 4

5.
E ' un pomeriggio di primavera avanzata, e il bambino è a letto malato. Gli è venuta un'otite tremenda, un male boia, ma adesso, con la medicina che gli ha messo la mamma nelle orecchie, sta meglio. E' bocconi sul letto, con Il libro della giungla aperto sul cuscino, ma in questo momento non sta seguendo le avventure di Mowgli. Ascolta, dabbasso, in lontananza, le grida dei bambini, dei suoi amici che giocano a palla avvelenata o a scondicùco (che sarebbe nascondino), e se li vede, tutti sudati, scalmanati, con le ginocchia già sbucciate per le cadute, mentre il sole diventa sempre meno luminoso, e i maggiolini cominciano a ronzare per l'aria.

Ascolta, e una fitta di nostalgia come non ha mai sentito prima gli lacera il cuore. Gli viene persino da piangere. Non lo sa, il perché. Non è perché vorrebbe essere giù anche lui, con i suoi compagni, a correre e a saltare, a tirare i sassi e a picchiarsi, a inventare un gioco nuovo o a far la battaglia con le cerbottane e le pomèe, i semi, verdi e duri, di un cespuglio che cresce da quelle parti. No. E' qualcos'altro, di indicibilmente doloroso, anzi, di angoscioso, una specie di vortice in cui la sua mente e il suo cuore si perdono. Forse è una indistinta consapevolezza, per la prima volta, del tempo che passa. Dell'ineluttabilità del cambiamento. Di Mowgli, che non può più stare con i suoi amici animali, e deve tornare tra gli uomini, per crescere, diventare altro. Non potersi fermare, dover procedere, vedere i suoi luoghi cambiare, tante case nuove che prima non c'erano, i campi che non ci sono più, i fossi che vengono coperti. E Joe che non c'è più. E la nonna Catina, e la zia Maria, morta anche lei di un brutto male. Difficile accettarlo, eh, bambino? E allora lui piange, piange, singhiozza forte, e la mamma va su, preoccupata, pensando che l'otite sia tornata, e lui le dice no mamma, no, sto pensando a Bertilla.

Bertilla è una ragazza di vent'anni, con gli occhiali, un po' grassottella, che ogni settimana, quando c'è la bella stagione, porta il bambino a passeggio, sulle vecchie mura trecentesche, soprattutto quando gli enormi ippocastani sono un paradiso di verde, tutto pervaso di coppiette che vanno a baciarsi. L'autunno però è la stagione più bella di tutte, sia perché il rumore delle foglie secche sotto i piedi è inebriante, sia perché arriva il suo compleanno e, con questo, le giostre della fiera di San Luca. E Bertilla lo porta tutti gli anni, e gli compra lo zucchero filato, mentre lei si mangia quei folpéti in umido che piacciono tanto anche al suo papà ma che a lui invece gli fanno proprio schifo. Con lei il bambino è assolutamente felice, non desidera altro, e quando la sera lo riporta dai suoi genitori, gli prende un gran magone, e le chiede: " 'ndemo anca 'a prossima setimana, vero che 'ndemo?". "Sicuro", dice lei, gli dà un bacio e se ne va.
Il bambino certo non si è mai chiesto perché una ragazza di quell'età non ha un fidanzato. Che discorsi, è lui, il fidanzato! E' per lui che Bertilla prepara la cioccolata, mica per qualcun altro, quando, certi pomeriggi, la va a trovare a casa, per via di quello strano binocolo che c'ha, dove si infila una fotografia doppia in una fessura, e guardando nelle lenti se ne vede una sola in rilievo!
Poi, un bel giorno, Bertilla scompare. Non c'è più. Una notte, è vero, si era svegliato perché aveva sentito dei rumori, una macchina che arrivava, Bertilla che gli sembrava gridasse, "No, no' vegno, dove me portèu, disgrassiài, fiòi de cani, lassème star, cossa xe che go fato!", ma credeva fosse un sogno, e si era riaddormentato. Invece non era un sogno. Adesso Bertilla è in manicomio, è stata la madre a chiamare i dottori, perché non poteva più vivere, dice, perché lei l'accusava di volerla uccidere, "ti té mé odi, no te vòl che gàbia un òmo" sembra che dicesse Bertilla, "no' ti xe mia mama, ti, ti te vòl copàrme, eco cossa che te vòl far, bruta schifosa de 'na vècia! Ma te coparò mi par prima, intanto che te dormi! Vàca! Schifosa!".
Il bambino non ci crede. Non riesce a crederci neanche la sua mamma. Poi però "pensa a chi che ghe dàvimo nostro fìo!" dice una volta al papà, e lui, il piccolo, si mette a piangere, "Bertìla xe bona", grida, "no' 'a xe màta, 'a xe bona! 'A xe bona! No' 'a xe mata!"

Bertilla era buona, con lui. Gentile, affettuosa. Ma, adesso, non c'è più.

"Il Muretto" Pag. 5

6.
Il campo dei Padovan è un luogo proibito, perché i comunisti ci fanno la festa dell'Unità e i comizi. E' un campo incolto, che fa affiorare tra le spighe verdi le fondamenta di cemento di una casa che è stata distrutta durante la guerra, il bambino non sa perché e da chi. La mamma e il papà dicono che è pericoloso, perché di notte è abitato dal diavolo, e il bambino quand'è da solo non ha il coraggio di andarci, ci va solo in compagnia di Gigi, Tino e Giorgetto, a giocare al pallone o ad abbrustolire le pannocchie che rubano nel campo degli Zanatta, tra la chiesa e il cimitero. Una volta al bambino il vecchio Carlo Zanatta, un fascistone della prima ora, gli ha sparato a sale, lo ha colpito un po' alla coscia, e gli ha fatto un male che se lo ricorda ancora, con il sottopelle che gli bruciava per due giorni. Per vendetta, il bambino e Giorgetto sono andati a rubargli tutte le prugne dall'Albero Grande, quel giorno che il vecchio Carlo è andato a Mestre a trovare la figlia sposata. Il vecchio non ha le prove che sia stato il bambino, ma tutte le volte che lo vede gli corre dietro, cercando di prenderlo a calci in culo, e urlandogli contro: "Lazaròn, delinquente, non té combinarà mai gnente de bon ne la vita, ti!" Il bambino non risponde, scappa a più non posso, peggio che avesse visto il diavolo. O meglio, è come se lo avesse visto, "perché - gli ha detto una volta in confessione il prete del cimitero - quando si è compiuta una cattiva azione, il diavolo sta sempre con te, e basta girarsi per vederlo ridere". Tant'è che da quella volta il bambino ha le notti agitate, e sogna che la macchina che è venuta a prendere Bertilla adesso verrà da lui per portarlo all'inferno, e che dalla croce appesa sopra il suo letto parte un fulmine che lo fa morire sul colpo in peccato mortale. Quando racconta il sogno a Giorgetto, questo si fa serio serio, e gli dice: " 'Scolta: anca mi fazevo bruti sogni. Però 'a Maria Longa me ga ciapà da parte, a me ga messo 'e man in testa, 'a ga dito do tre paro'étte, e mi da que'a volta non sogno più robe catìve!" Il bambino però all'idea ha ancora più paura, perché se c'è qualcuno che gli ricorda il diavolo è proprio la Maria Longa, così, tutta nera com'è! Più d'uno, nel borgo, dice che è una strega, che è stata lei a rovinare la mamma di Joe e di Giorgetto, che addirittura ha fatto morire Joe. E anche il fatto che Giorgetto sia un po' ritardato, chissà di chi è la colpa! Fatto sta che il bambino, quando incrocia la Maria Longa, adesso si fa il segno della croce.

E' stato Giorgetto (che ha dodici anni, ma è come se ne avesse sette, fa la terza elementare, come il bambino, perchè ha ripetuto un sacco di volte) a introdurre il bambino ai piaceri del sesso. Intanto gli ha spiegato che le donne in quel posto lì hanno tre buchi, uno per fare la pipì, uno per avere i bambini, e uno per farlo quando però non vuoi avere i bambini. Lui lo sa perché Corinna, la figlia del lattaio, una volta l'ha fatto entrare in casa che non c'era nessuno, poi in camera si è tolta le mutande e gliel'ha fatta vedere, col pelo e tutto. Lui allora le ha fatto vedere il suo pisello tutto indurito, e lei glielo ha toccato. Giorgetto poi gli ha fatto scuola su come andare in gusti da solo, e da quella volta non passa giorno che il bambino non se lo tocchi un po', tanto che suo fratello più grande, che una volta l'ha beccato col pisello in mano, gli ha detto: "Varda che se te va avanti cussì, te finissi in sanatorio!" Lui, sì, ha paura del sanatorio, e anche del diavolo che è lì, dietro di lui, a ridere tutto soddisfatto, ma la goduria che prova andando in gusti ha la meglio su qualunque spauracchio, di questo mondo o di quell'altro.

Povero Giorgetto, sa appena leggere. A scrivere, è un dramma. Intinge il pennino nel calamaio che il vecchio Toni, il bidello della scuola, ha appena riempito dal suo bidoncino con un becco lungo che sembra un annaffiatoio, e giù, una macchia sul quaderno, che lui cerca di asciugare con la carta assorbente, tutto vergognoso, a disagio, poi con la gomma da inchiostro cerca di cancellarla, ma è troppo grossa, troppo spessa, e lui preme troppo forte, e la carta si rompe. Il maestro Crema, un omone grande così con le orecchie a sventola, lo richiama, "Bortoletti!", tuona, "sei sempre il solito! Sei un incapace! Vieni qua, e va' dietro la lavagna". Giorgetto esce, con la testa bassa, tutto rosso in viso, mormorando "Se te trovo da solo, de nòte, te dago 'na corte'ada e te copo." Il maestro non sente, ma il bambino sì. E gli viene un colpo al cuore.

"Davéro, 'o coparésitu?" gli chiede durante la ricreazione.
"Sicuro, bruto bastardo fiòl de na tròia, che'l vada remengo vivo e morto!"

L'anno dopo Giorgetto lascia la scuola, va a lavorare nel negozio della Emma, la fruttivendola. Ci sta due mesi, poi smette. Adesso sta a casa, va in giro, a bighellonare, a cantare canzonacce sconce, a dar fastidio alle ragazze. Il papà del bambino gli ha proibito di frequentarlo più. Un giorno Giorgetto ruba i pochi soldi che i suoi tengono in un cassetto del comò, e prende il treno per Venezia. Ma arriva solo a Mestre, che i carabinieri lo prendono e lo riportano a casa. Suo padre, con la cinghia, lo riduce in fin di vita. Giorgetto va in ospedale, poi dritto dritto al riformatorio. Molto tempo dopo (era il 1973) il bambino, diventato grande, è entrato nel carcere di Santa Bona con la sua compagnia teatrale, per una rappresentazione de "La cantata del fantoccio lusitano" di Peter Weiss. Giorgetto era in prima fila.

"Il Muretto" Pag. 6

7.
Il maestro Crema è il più "cattivo" insegnate della scuola elementare di San Lazzaro. Il bambino del muretto lo sapeva fin da quando era in seconda, dove c'era la sua maestra Milla, che lui amava teneramente, tanto che quando lei annunciò in classe che sarebbe stata assente per due mesi a causa di un'infezione di difterite, lui pianse in silenzio per tutto il tempo, e quando alla fine delle quattro ore la maestra gli chiese perché piangesse lui rispose, a capo chino, "Non voglio che lei stia male, vorrei stare male io, piuttosto!", e allora lei gli sollevò la testa, gli sorrise e gli fece una carezza così densa di affetto e di gratitudine che il bambino diventò tutto rosso e rimase a guardarla incantato. Il maestro Crema no. E' grande e grosso, burbero, cattivo, dà sberle, calci nel sedere, e tira le orecchie ai bambini come se fossero di gomma. Il bambino del muretto una volta gli fa la caricatura (è molto bravo in disegno), con due orecchie che sembra Dumbo, solo che Angelo fa la spia, il maestro Crema si impadronisce del foglio, e dà al bambino tre giorni di sospensione. Il bidello, il vecchio Toni, lungo lungo allampanato come un lampione della luce, lo accompagna a casa e cerca di consolarlo, "Te 'o sa che el xe catìvo, no? E alora, parché ghe gàtu fàto 'a caricatura in que'a maniera, bruto mona che no ti si altro!" Ma il bambino è tesissimo, terrorizzato di quello che dirà la mamma, lui che di solito è così bravo. Per strada incrocia Carlo Zanatta, che gli urla dietro "Te 'o gavévo dito che ti si un de'inquente, visto che gavévo rason!" e se ne va per la sua strada scrollando la testa, dicendo "Quando che ghe jera el duce, tutti rigava drìti, altro che bàe! Adesso bisogna seràrse su in casa, co' tuti i lazaroni che ghe xe in giro!" "No go fàto gnente!" grida il bambino disperato, è come se al posto di Toni ci fossero i carabinieri, si vergogna come un ladro, vorrebbe nascondersi ma Toni è troppo magro, e allora tiene lo sguardo fisso per terra, ha il cuore in gola, non riesce quasi a respirare. Arriva a casa, e tutte le vicine escono fuori, a guardarlo "El xe el fiòl dea siora Gina!" "Ma cossa galo fato?" "No' so, me par da strànio, el xe un cussì bravo putèo!" e stanno lì a guardare finché Toni non finisce di parlare con la signora Gina, e questa non afferra il bambino per un braccio, lo tira dentro in casa e gli urla "In coèjo (collegio) te mando, vùtu che mòra par ti? In coèjo, là, che i te tegna dentro, e no' i te fassa vègnar più fora! Ghe 'o digo mi a to papà sàbo, quando che'l vièn casa!" e giù sculaccioni come se grandinasse.

Eh, la mamma! Se la ricorda, il bambino, quella volta che la mamma ha rovinato il tubo della stufa! Lui avrà avuto quattro anni, la mamma aveva tolto i cerchi della cucina economica per metterci dentro il carbone che Walter, l'altro figlio più grande aveva portato a casa. Quelli che lui chiama "cerchi" in realtà sono delle corone circolari di ghisa concentriche, di vario diametro, che si appoggiano l'una sul bordo interno di quella immediatamente più grande, fino a coprire tutta l'apertura attraverso la quale si mette a bruciare la legna e il carbone. Poiché i "cerchi" sono caldissimi, per toglierli si usa un ferro che in fondo ha una curva all'insù tipo uncino, con cui afferrarli senza scottarsi. Quella volta lì, sbadatamente, la mamma ha urtato con il ferro contro il tubo della stufa, facendo saltar via un pezzetto di smalto. Sul bianco immacolato del tubo, orgoglio del suo papà, era comparsa una macchia nera. Una terribile, orrenda macchia nera. La mamma sbianca in volto. "Oh, madòna!" mormora "... e 'desso, chi xe che ghe 'o dise a to papà! Chissà quante che'l me ne dirà! Che son sempre 'a sò'ita sbadata, che son 'na stupida!" Le viene da piangere, anche se il bambino non capisce, visto che non si è fatta male, nessuno l'ha picchiata o insultata. Ad un tratto, si rivolge al bambino, senza quasi guardarlo. "Dighe che ti si stà ti. Par sbaglio. Ti ti si picolo, no'l te dixe gnente! Fàghe sto piassér ala mama. Eh? Ghe fàtu un piassér ala mama?" Lui non capisce bene, è un po' a disagio. E' stata lei, mica lui. "ma ... e se dopo el me dà bòte?" chiede preoccupato. "Ma no, el papà a ti no'l te dà bòte! Ti ti si pìcolo. A mi sì, che el me le darìa! Eh? e alora ..." Il bambino esita. Guarda la mamma. "Sìtu sicura?" "Ma sì" insiste la mamma "el papà a ti no'l te ga mai dato bòte!" E' vero. Il papà non gli ha mai dato le botte, a lui. ".... va bén ... dirò che son stà mi ....".

Adesso la bugia della mamma gli torna in mente. Anche le mamme sono bugiarde. E allora, deve dirglielo proprio, al papà, che lui è stato sospeso? O ai suoi due fratelli? Loro frequentano le industriali, la mattina vanno via prima, e a casa tornano dopo di lui, non scoprirebbero niente. Esce dalla sua camera, su al primo piano, in punta di piedi. "Mamma ..." chiama, a voce bassa. "Cossa ghe xe!" dice lei, burbera. " .... mama .... occorre proprio che te ghe'o disi al papà, che son stà sospeso? ...." "Par forsa, che ghe'o digo! Vùtu che ghe conta 'na busìa? No' ghe go mai contà busìe, al papà. Va' in camera, fin che no te ciàmo par magnàr!"

Vorrebbe dire qualcosa, il bambino. E lì, in procinto di farlo. Ma sta zitto. Rientra in camera. Si siede sul letto, deluso. E' proprio vero. La sua mamma è una bugiarda. Doppiamente bugiarda.

"Il Muretto" Pag. 7

8.
E' festa grande, quando al sabato il papà torna a casa da Venezia! Il papà porta sempre qualcosa, un aeroplano di latta o una scatola di biscotti, poi porta il pesce, scampi, canestreli, passarini, e a tavola il bambino può persino bere un po' di vino bianco. Sono lontani i tempi del '53 e del '54 in cui d'inverno per scaldarsi bisognava andare a rubare il carbone in ferrovia. Se lo ricorda, il bambino, il fratello più grande che tornava con un sacco sulle spalle, tutto intirizzito, che piangeva dal freddo, e la mamma che gli toglieva le scarpe e gli metteva i piedi dentro il forno tiepido. Adesso è tutto finito, non c'è più bisogno, il carbone lo porta Gorza con il camion, e porta anche la legna, e tutti i bambini del borgo, in quell'occasione, danno una mano per trasferirla nel sottoscala, in cambio di venti lire, il che vuol dire due coni di gelato, uno oggi e uno domani. Il gelato lo porta Ico, il pomeriggio, con il suo triciclo. Vende anche gomme americane (le ciùnghe), bastoni e pescetti di liquirizia, e caramelle assortite. Il bambino ricorda ancora quando (doveva proprio essere piccolo piccolo) la sua mamma gli aveva dato cinque biglietti da una lira per comprarsi una ciùnga, lui non sapeva ancora contare, ma, dopo che Ico ha preso i soldi, si sente dire: "Manca un franco, qua, i xe solo quatro! Gnente da far!" Il bambino ribatte " 'A mama me ga dito che i xe sinque franchi" e Ico "Alora gnanca to mare no 'a xe bona de contar!" e ride. Al bambino monta una tale rabbia che gli viene da piangere, "Me màma sa contar sento volte più de ti" è offeso, poi si volta di scatto e torna di corsa verso casa, "Mamaaaa!" grida. "Te me ga dà quatro franchi invesse de sinque!". "No" risponde la mamma "Ti si ti che te 'i gà persi, te ga perso un franco, baùco che non ti si altro, dove xelo?" Il bambino non sa che dire, è frastornato, lui non ha perso il biglietto da una lira, fatto sta che la mamma gli requisisce anche gli altri e gli dice: "Basta! Pensavo de poderme fidar, invesse ..." Lui è sicuro di non aver perso niente, i biglietti erano piegati tutti insieme, com'era possibile? E, non potendo la mamma avere sbagliato, conclude che Ico gli ha rubato "un franco".

Quel sabato però l'atmosfera è un po' tesa. La mamma e il papà parlottano fittamente tra di loro, ogni tanto la mamma sbotta "Varda che te ga 'na faméja, dàte da far, cossa xé sta storia!" E lui: "Ma no star a romparme i cojoni, so mi, e basta!" La mamma non è convinta, guarda per terra, poi guarda il papà, e scuote la testa. Alla fine va a lavare i piatti, ma si vede che sta pensando, anche se non parla, mentre lui esce in giardino e va a sedersi su una poltrona di vimini a fumarsi una Macedonia Oro. Il bambino è sulla porta, osserva il papà, ed è tutto impensierito anche lui anche se non ne conosce la ragione, mentre Moci, il gatto nero d'àngora, gli si struscia contro perché sta andando in calore per via della primavera ormai sbocciata.

Stranamente, il lunedì successivo il papà non va a Venezia. La mamma si vede che è preoccupata. Il bambino invece è tutto contento, perché così il suo papà sta con lui. Il pomeriggio, dopo i compiti, giocano insieme a monopoli o a "zia grega", un gioco veneziano con le carte. E va avanti così, qualche settimana il papà c'è, qualche altra va via. Ma non è più come prima. Adesso bisogna stare attenti ai soldi, dice la mamma. Il prossimo anno il bambino andrà alle medie. I suoi fratelli più grandi lavorano già.

9.
E' suppergiù in questa primavera che la mamma comincia a stare male. Andrà spesso in ospedale, in seguito. Verrà operata cinque volte. Adesso il papà una scusa per non cercare il lavoro che ha perduto, una scusa per stare a casa ce l'ha: deve accudirla e badare ai figli. Il bambino, ovviamente è contento. Anche se nel suo cuore c'è qualcosa che si agita, ma senza sapere che cosa sia. E gli succede una cosa strana: mentre prima pregava il Signore di non farlo crescere, di farlo rimanere piccolo, adesso non vede l'ora di diventare grande. Diventare grande, e potere starsene da solo. Gli viene da piangere, quando pensa a queste cose, sempre più spesso. E' contento, certo, che il suo papà passi molto tempo in casa. Ma continua a piangere. La sua mamma non capisce perché questo bambino pianga sempre, e neppure lui. Però è così: una malinconia infinita si impadronisce della sua mente, del suo corpo, entrando in profondità nei suoi piccoli muscoli e nelle sue ossa.

Poi arriva lo sfratto, che li costringe tutti e cinque a cambiare casa, definitivamente, ad andare in città. Si allontana sul camion, il bambino, seduto in mezzo ai mobili, su quella strada non ancora asfaltata che fa sballonzolare i cassetti del comò. E' una domenica di autunno, bagnata da una pioggia fastidiosa fine fine. I ragazzi del borgo sono tutti fuori, lo salutano, lui fa ciao con la mano, tentando di sorridere. E immagina questi ragazzi come saranno da grandi, con delle mogli, dei figli. E poi dei nipoti. E poi più nulla. Solo silenzio, solo terra e neve, e il vento, che ne spazzerà via anche l'ultimo ricordo.

10.
Il muretto con la rete adesso non c'è più. Al suo posto una recinzione di ferro battuto. Neppure le vigne del Dotto ci sono più, e neppure i Dotto. I nuovi proprietari hanno spianato tutto, e costruito una villa enorme, con i portici, i caminetti e il forno fuori per fare il pane e la pizza con gli amici. Sono i titolari di una fabbrica di coppi per tetti, l’hanno messa in piedi con gli incentivi alle zone depresse concessi al Veneto dallo Stato tra il '57 e il '64. Tutte le case vicine, rase al suolo, per far posto a delle villette a schiera di due piani, tutte uguali, carine, col giardinetto davanti ben curato. Anche l'abete di casa mia l'hanno abbattuto, hanno fatto un prato all'inglese, ma non ci si può camminare sopra, sennò l'erba si rovina. C'è anche un'antenna parabolica. L'unico che abita ancora lì è Gigi. Era andato in Argentina, ma è tornato senza una lira. Adesso fa il bidello nella nostra vecchia scuola elementare, anche questa tutta rimessa a nuovo. Ha tre figli grandi. Uno l'ho incontrato un giorno su Internet. Si occupa di realtà virtuale in una ditta di Mogliano.

"Il panno rosso" di Frank Spada

di Frank Spada
Novembre, e domenica scorsa, dalle mie parti c’era il sole, un po’ di Bora dalle cime e l’aria frizzantina.
Primo pomeriggio e salgo in automobile: quattro passi a Cividale e un caffè, mi dico. Quando arrivo... di parcheggi liberi neanche l’ombra. Chiedo. Ah! Il mercatino, capisco. Ormai che sono qua... due sigarette gomito sul finestrino e finalmente trovo.
A inizio Corso: una fiumana; m’inoltro intimorito. Vedo un tizio al sole con un libro in mano – sta assorto a leggere seduto a un tavolo coperto da un panno rosso rubino.
Sopra: quattro o cinque attrezzi in legno e ferro arrugginito ricordano il passato dei braccianti.
Dopo qualche ora, camminando tra il pattume in mostra tra le bancarelle, e i Musi rosa davanti al cielo che tramonta, quando ritorno sui miei passi il tizio è ancora lì, seduto all’ombra di un’insegna appena accesa davanti a un bar. Sul panno rosso, i pezzi in vendita sono gli stessi, non uno di meno, e lui, assorto a leggere, rivelando la piega beata di un sorriso non si accorge che traballo per quanto sono stanco. Appoggiandomi al suo tavolo, sbircio e leggo il titolo: “Rivoluzione inoperosa”. Poi mi aggrappo alle gambe e entro nel bar: una cioccolata con panna, che se non la smetto di mandar giù sempre di fretta quel che ingoio mi ustionerò anche la voce, e mi risento in forza; tanto da tornare a Udine e arrivare a casa stanco come se avessi guidato l’automobile senza pedali che avevo da bambino.

Dicembre, IV domenica d’Avvento e a Cividale c’è l’antiquariato di Natale, quello vero, e io sono ancora qua – questa volta sono venuto apposta, per comperare un oggetto che... inizio Corso, guardo in giro e vedo il tavolo – il panno è lo stesso, ma al posto di quel tizio c’è una donna. Gli oggetti in mostra... collanine, cianfrusaglie esotiche di pietre plasticate. Chiedo. No, non sa darmi indicazioni. Insisto. Dice che non sa dove sia finito. Spiego il mio interesse per quegli oggetti da lavoro visti proprio su quel tavolo. Il suo viso si chiude alle parole, gli occhi si velano di... la invito al bar accanto. Due caffè e mi racconta una storia lunga quanto la vita disperata di un anarchico per bene, e che suo fratello è in carcere, accusato di aver tentato di incendiare il mondo. Lasciandoci, le prometto che fra tre domeniche verrò a cercarla, per un caffè e quattro ricordi ancora.

"Il Passero" di Ruben Mosca

di Ruben Mosca
una favola, una vita da vivere inseguendo, con un battito d'ali, il proprio destino

C’era una volta un passero che aveva paura di volare, perché aveva paura di precipitare e farsi male. Tutti i giorni guardava giù, e non riusciva a lanciarsi. Vedeva altri passeri come lui che si gettavano senza timore, e che riuscivano nel loro intento. Alcuni cadevano, ma erano la minoranza; la maggior parte raggiungeva un altro albero, una nuova meta. Anche se non era molto, erano però riusciti a fare un passo in avanti. Li guardava con ammirazione e si domandava se anche lui un giorno sarebbe riuscito a compiere quel passo, il più difficile a suo parere. Non voleva parlarne con nessuno, nessuno l’avrebbe compreso ed aiutato. Non voleva chiedere nemmeno ai suoi genitori, anche perché da parte loro non c’era nessun incoraggiamento, anzi gli dicevano che non sarebbe mai riuscito a volare neppure da un albero all’altro. Passava le sue giornate a stare male, a soffrire. Che cosa avevano le sue ali? Cosa c’era che non andava bene? Nulla a suo parere. Erano abbastanza grandi e forti per poter affrontare qualsiasi tipo di avventura.
Il tempo passava, e con lui anche le stagioni. Il desiderio di volare e raggiungere i suoi obiettivi era sempre più forte, lo sentiva pulsare dentro di lui, eppure aveva paura di fallire. Si diceva che era bellissimo sognare ad occhi aperti e non voleva che le cose andassero in modo diverso. Si immaginava prati fioriti, animali che non aveva mai visto, odori e colori di cui non aveva mai sospettato l’esistenza, nuove emozioni. Eppure il passero rimaneva lì, a fantasticare e sorridere tra sé e sé. Ovviamente lo faceva solo quando si immaginava di vivere le cose che sognava, quando tornava alla realtà, la tristezza lo attanagliava per ore, a volte per giorni interi.
Un giorno parlò dei suoi sogni ai genitori e a tutte le persone che venivano a trovarlo. Tutti gli ridevano in faccia. Gli dicevano che era anche inutile provarci. In fin dei conti che probabilità ha un passero, che non riesce neppure a passare da un albero all’altro di poter viaggiare il mondo e di realizzare, così, i propri sogni? Nessuna a loro parere. Infatti, a loro parere. Loro lo credevano un fallito, e questo non lo tollerava. Lui sapeva di avere qualcosa in più degli altri, sapeva che ce la poteva fare. Oltretutto quelle parole, dette da persone che della loro vita non avevano poi fatto molto, lo innervosivano. Sentiva giorno dopo giorno nascere qualcosa dentro di lui. Non sapeva se fosse rabbia, determinazione, o voglia di dimostrare che quello che gli altri pensavano di lui, non era vero. Forse erano tutte queste emozioni assieme; forse è stato grazie a questo, che un giorno decise di lanciarsi. Era un giorno piovoso, poco adatto ad un primo lancio, ma lui non ce la faceva più a vivere così, senza obiettivi, senza una meta da raggiungere. Poteva esserci anche un uragano quel giorno, al passero non sarebbe importato nulla. Sbandò all’inizio, ma poi si rimise in viaggio verso l’albero più vicino. Tutti intorno a lui commentavano bisbigliando. Lui sapeva già cosa si stessero dicendo. Questo, però, gli dava una marcia in più, non voleva dargliela vinta. Così, anche se con fatica, raggiunse un altro albero. Non fu facile, ma alla fine imparò. Imparò a capire che quel primo passo, era solo uno dei tanti da compiere, e che non era il più difficile, come lui invece pensava. Era contento di affrontare ogni nuovo ostacolo ai suoi sogni, lo faceva in modo fiero e coraggioso; e i risultati delle sue fatiche non tardarono a manifestarsi. Scoprì presto la bellezza di una città di sera, con tutte le sue luci e i suoi odori. Riuscì a vedere fiori bellissimi e profumatissimi, e, soprattutto, riusciva a volare libero nel cielo. Quando lo faceva non pensava a nulla, si godeva solo il momento, il suo sogno diventato realtà. Si sentiva felice. Dopo tanta fatica, poteva finalmente godersi tutte le emozioni che voleva, che desiderava più di ogni altra cosa al mondo. Sentire le sue ali distendersi e vibrare nell’aria, vedere quei fiori di ciliegio d’inverno, quando tutto è coperto di neve, e quel rosa candido e delicato, che fa sentire vivi. Aveva lottato tanto per quello che desiderava, ne aveva passate tante, ma ora era finalmente felice…felice di vivere il suo sogno.

"Il rispetto delle regole" di Giorgio Ottaviani

di Giorgio Ottaviani

Devo sbrigarmi se voglio trovare una puttana. All'angiporto pullulano come blatte, ma sono come i marinai in franchigia. A mezzanotte, quelli tornano a bordo e loro si rintanano
nei buchi fetidi dove vivono e non le vedi più fino alla sera dopo.
La città vecchia, con la zona del porto, è un covo di feccia. Non vale i soldi della benzina che servirebbe per dar fuoco a tutti e ricacciarli nell'inferno che li ha partoriti.
Ne farei volentieri a meno di girare per questi vicoli, ma quello che cerco lo posso trovare soltanto qui, o almeno qui è più facile che altrove. E' come quando i pescatori rientrano con le loro barche. Quello che c'è è tutto lì sulla banchina. Basta avere i soldi. Se non puoi permetterti l'aragosta c'è il pangasio, ma puoi lo stesso toglierti la fame. Per me, comunque, i soldi non sono un problema.
Quando sei figlio di uno che non hai mai conosciuto e di una impiccata o impari in fretta a vivere o è meglio non essere nati. Io ho imparato e ho fatto i soldi, mio fratello
no.
Appena maggiorenne mi sono iscritto al partito.. Il partito è il potere, detta le regole. Basta rispettale e non ci sono problemi. Non è importante capire il perché. Se uno lo
capisse sarebbe come il capo del partito.
Basta non infrangerle, mi sembra così semplice che ci arriva anche un idiota. Io le ho sempre fatte rispettare in modo inflessibile. E' così che ho fatto strada.
Mio fratello no. Lui non poteva seguire regole di cui non capiva il perché e ha fatto la fine di nostra madre.

Ho detto a mia moglie che dovevo andare a una riunione del direttivo del partito. E' normale che si facciano a tarda sera. Ho indossato la divisa e sono uscito dicendole di non
aspettarmi. Non posso dirle la verità, non capirebbe, mi urlerebbe dietro che non è giusto, la conosco ormai. Oltretutto è incinta e le donne in questo stato non ragionano.

Avanzo in una stradina stretta fra case fatiscenti su cui si affacciano due o tre bettole. Un randagio cerca nella spazzature.. Odore di piscio, salsedine e vino da due soldi.
Sul lato opposto due marinai procedono verso di me. Ondeggiano e starnazzano come anatre zoppe. Sono ubriachi, ma non abbastanza da non riconoscere la mia divisa da ufficiale del
partito e alla prima traversa spariscono nel buio.
In fondo al vicolo, proprio all'inizio della scala che scende verso il porto vecchio, sotto la luce giallognola di un fanale, una ragazza. Il fumo della sigaretta si arrampica nel cono di luce e disegna a terra un'ombra leggera, mobile, mentre quella di lei sembra verniciata con la pece sull'acciottolato.
Rimane ferma a guardarmi mentre mi avvicino, poi spavalda allarga le falde del cappotto che le arriva fino alle caviglie come ad aprire il sipario d'un teatro e mette in mostra le gambe appena coperte da un gonnellino che non le arriva al pube.
"Per un... grosso membro... del partito posso fare qualsiasi cosa." dice ridendo sguaiata. "Tu cosa vuoi?"
"Tutto" rispondo "qual'è il prezzo per avere tutto?"
"Cinquanta. Anticipati."
Le allungo i soldi. Li afferra con un sorriso e fa per infilarli nella borsetta. Un attimo e col pugnale d'ordinanza le trapasso il seno. Solo un gemito e un lampo di incredulità nei suoi occhi, poi si affloscia lenta, come un sacchetto di sabbia dal fondo bucato. Mentre va giù la lama esce dalla ferita. Il sangue sgorga a fiotti e di colpo stramazza a terra. E' morta, ma i suoi occhi spalancati mi fissano ancora increduli.
Pulisco il pugnale con le falde del suo cappotto e riprendo dalla borsetta i miei soldi, facendo attenzione a non inzaccherarmi le scarpe nella pozza di sangue che comincia a spargersi a terra. A lei quei soldi ormai non servono più.
Averli avuti anticipati, però, le ha dato un attimo di soddisfazione,prima di morire.

Ora posso tornare a casa, da mia moglie.
Mentre mi allontano, mi volto un istante a guardarla. La luce del lampione si riflette nel rosso che bagna l'acciottolato.
Quando la troveranno, nessuno si scandalizzerà per una puttana ammazzata nei vicoli dell'angiporto e il partito provvederà pure a farla seppellire.
Quando impiccarono mia madre dovemmo pensarci noi a farla seppellire. Certo, lei aveva trasgredito alle regole del partito. Nessuna donna può avere più di un figlio, ed è
giusto perché siamo già in troppi così.
I bambini sono belli, lo so, portano gioia in una famiglia, ma se non si rispetta la regola una donna un figlio, salta tutto. I conti sono conti.
Mia moglie desiderava tanto avere dei bambini e l'ho messa incinta. Quando ha fatto l'ecografia s'è accorta
che sono due gemelli: uno di troppo. L'idea di dover rinunciare a questa gravidanza l'ha fatta cadere nella disperazione. Le donne sono irrazionali. Disperarsi per dei figli che ancora nemmeno esistono. Non potevo sopportare di vederla in quello stato. Le ho detto che a noi ufficiali del partito era consentito, in questi casi avere due figli.
Non è vero, ma mi sono preoccupato di fare in modo che la regola non venisse infranta e i conti fossero rispettai. Sono sicuro che quando il partito lo verrà a scoprire, non avrà nulla da obiettare."

"Il suo nome in un anagramma" di Frank Spada

Disegno originale di Giorgio Camuffo / © Frank Spada

di Frank Spada

Un artista del trapezio – arte che sappiamo la più difficile per chi si cimenta in alto, lassù, tra le volte di un teatro, un baraccone o un caravanserraglio in viaggio da una fiera all’altra o sul soffitto di una camera da letto tinteggiata azzurro cielo per l’immaginario degli spettatori più animati del privato – aveva organizzato la propria vita soltanto per cercare la solitudine dagli altri; in modo tale da rimanere, fintanto che gli era dato vivere, solo con se stesso per perfezionare i suoi numeri, notte e giorno, al riparo di un nome privo di generalità documentate e di un’abitazione che in qualche modo potesse intendersi reale.
D’altro canto, gli osservatori, attirati da ogni dove dal suo fare acrobatico, muniti di uno strumento in grado di avvicinare o allontanare il panorama affacciato sui dintorni, un cannocchiale a rovescio fornito da un ente turistico aziendale finalizzato a promuovere la diffusione culturale tutt’altro che locale, se ne stavano con gli occhi vitrei sugli schermi, fissi sulla virtualità delle esibizioni aeree, quasi quotidiane, di un figurino asciutto dalle sembianze in là con gli anni, per studiarlo e carpire il segreto dei suoi voli.
A tutte le sue necessità, peraltro modestissime, provvedevano le sue estimatrici. Che si davano il cambio e vigilavano in basso per mandare su e giù tutto quello che occorreva in alto dentro un contenitore piccolo e leggero, ideato a tale scopo –, carezze, baci, frivolezze, attenzioni, appaganti leggerezze, insomma. Mentre gli altri, gli osservatori, erano soltanto dei visionari o degli istruiti ricercatori, o uomini saggi, o filosofi tardo-cristiani, o sognatori poco interessati a lui; se non per quanto detto.
Questo modo di vivere non creava particolari difficoltà a chi gli stava intorno; ad eccezione di chi, non visto e desideroso di colpire il trapezista con un tiro fionda per farlo cadere a terra e sgomberare il campo dal gioco a tiramolla che da più tempo avvicendava i tempi in corsa, si angustiava senza pace malignando. A dirla tutta, però, il trapezista dava fastidio anche a molti altri – perché lui rimanesse lassù, e che non si potesse nasconderlo nemmeno quando se ne stava seduto tranquillo a soffiare le sue bolle insaponate, iridescenti l’aria degli specchi aperti come ante di una credenza tarlata polverosa, desueta, e il pubblico pareva distrarsi per lo svolgimento di una fiera letteraria, o un parco giochi che la società dei benpensanti organizzava per trattenerli nell’inconscio – sempre fuorviante per chi non ha radici iconografiche – era un mistero.
Solamente una donna dal nome anagrammato di una divinità, una madre generosa con tutti i suoi figli, intuì il pericolo che stava per abbattersi anche su quello che viveva in levità e senza reticella, ed era sempre in viaggio verso la fine programmata dal mistero della vita: il regalo non richiesto da nessuno ma accettato in quanto genera perpetua sofferenza.
Fu lei la prima ad avvertire, dal cantuccio di uno Scrigno magico, da dove origliava per tenersi informata, che l’imberbe trapezista aveva iniziato a piangere smettendo di soffiare bolle in aria, e che la sua esistenza era ormai lì lì per trascinarlo via nel torpore di quel sonno che… sulla sua fronte, liscia di bambino, cominciarono a disegnarsi le prime rughe.

"In viaggio verso dove" di Frank Spada

di Frank Spada

In attesa dell'uscita, a breve, del secondo libro di Frank Spada "Dimmi chi sei Marlow", ecco un nuovo racconto in onore di un'amicizia e di un incontro.

"In viaggio verso dove" pag.1

Una donna, appesa a un telefonino, trattiene con l’altra mano un bambino che si divincola: vuol raggiungere un’amichetta che ha intravisto nella folla.
– Così non si va avanti! Se non la lasci... – alza la mano e protegge la voce dalle occhiate di chi scalpita.

Nel prato ovale, il luna park di Santa Caterina rimescola la gente: l’aria è animata di parole, dolciastra di frittelle, colorata di luci e palloncini. In alto, l’angelo in cima al campanile punta il dito a nord-est, verso le prime buffate fredde di un pomeriggio di novembre.
– E tu, smettila, stai fermo qui! – volto colorato al sole artificiale, la donna si defila dietro un albero.

Un giostraio, con il viso abbronzato tutto l’anno, sorveglia un trenino che gira senza muovere le ruote su una piattaforma al suono di un organetto e parla con il proprietario dell’attrazione lì vicino, il Discovery.
– Ah – scuote la testa al fumo di una sigaretta – Braidic, dovevamo cambiar vita...
– E Raul, quando diceva che siamo tutti su una giostra e andiamo nello stesso posto, e che eravamo degli stupidi se pensavamo di arrivarci prendendo strade diverse?

Un bambino si scosta da una bancarella di cinesi muti come maschere e si avvicina a un altro che sembra interessato agli interni del trenino.
– Vuoi fare un giro?
– Mia madre non vuole che parli con gli sconosciuti.
– La giostra è mia, sai.
– Aspetto mia madre. Quando arriva mi compera il biglietto – si guarda attorno.
– Sei di Udine?
– Sì.
– Io abito in quella roulotte – indica il fondale della piazza.
– E cosa fai?
– Vado in giro per le sagre con mio padre. Come ti chiami?
– Tommaso.
– Io Raul, come mio nonno – manda gli occhi al cielo – aveva un’automobile... era lunga da là a là – traguarda con le mani due ippocastani centenari e annuisce con il capo, soddisfatto a confermare – americana.
– Perché dici aveva? Gliel’hanno rubata?
– Ma vuoi scherzare? Mio nonno è morto l’anno scorso, sta in un paese lontano da qui, vicino a mia madre. E l’auto l’ha presa mio zio, ma con lui non vado in giro.
– Ma non è morto?
– Ma sì che è morto! È in cimitero assieme agli altri. E tua madre, cosa fa?
– Boh! – alza le spalle – Ha sempre i nervi.
– Dài, monta – gli afferra un braccio e se lo tira dietro sulla piattaforma che rallenta.

Un vagoncino libero e i due si siedono uno accanto all’altro. La giostra si ferma; il proprietario li guarda, stacca qualche biglietto, scende dalla piattaforma e riavvia il congegno collegato all’organetto – la donna, nel frattempo, scricchiola gli intrighi avanti e indietro sulla ghiaia.
–... comodo il signorino, ogni tanto separato... sei un mascalzone, ecco chi sei! – l’interlocutore preme un tasto – Pronto, pronto...

"In viaggio verso dove" pag.2

Convoglio e viaggiatori.
Nicoo – si rivolge a una bambina che guida la locomotiva.
Chi è? – domanda l’altro sporgendosi di lato.
– Siamo in classe assieme. Nicoo, ci sono anch’ioo... – urla a perdifiato – Raul, cambiamo posto?

Due amiche incrociano gli sguardi.
–... cosa vuoi che ti dica, Nicoletta va pazza per il treno... c’è su anche Tommaso. Qualcosa che non va?
– Ma che ne so... un pulviscolo mi è andato in un occhio – voce controllata – Dove sono? Ah, sì. Intanto grazie.
– E di che? Nico era già sopra quando ho visto tuo figlio.
– Come? Non hai pagato tu?
– No, ma cosa importa.
– Non sarà mica andato su da solo?

Interni in corsa e i due bambini vanno a sedersi nella locomotiva.
– Questo è Raul, un mio amico.
– Ciao – sommessamente – Senti Tommaso, dopo andiamo a mangiare la pizza? – chiede al compagno rimirando l’altro.
– ... convinci tu mia madre, eh!

Sequenze in movimento rallentano le pose.
– Mammaa! Facciamo un altro giro?
– Ti avevo detto di non muoverti. Chi ti ha fatto salire?
– Lui, gratis sai. Si chiama Raul. La giostra è di suo padre.
– Lascia, Giulia, faccio io – paga due biglietti lanciando un’occhiataccia al figlio.
– Mammina, dopo andiamo a mangiare la pizza con Tommaso?
– Se volete. Cosa dici? – si rivolge all’altra che tiene il telefonino sempre in mano.

Una vibrazione e la donna fa un segno all’amica: arretra le labbra dietro l’albero di prima. L’organetto riprende a girare.
– Viene anche lui? – lei, invitante.
– Sì, sì…vieni anche tu? Paga la mia mamma, andiamo qui vicino: là – punta una mano ruotando con la giostra.
– La fanno buona, sai Raul – sorride vezzosa.

Il giostraio sale sulla pedana.
– Raul! Vai a prendermi da fumare – gli mette in mano una banconota.
– Dopo, posso andare a mangiare la pizza con loro?
– Alé intanto! – gli dà uno scappellotto.
– State qua che vengo subito – salta giù acrobatico.

L’imbrunire avanza dietro gli alberi.
– … no, no... voglio parlarti – voce tremante – Lo porto da sua nonna, aspetta...

Il giostraio schiarisce i bronchi al fumo di una sigaretta e lascia il resto del denaro al figlio ansante per la corsa.
– Raul! Finalmente sei tornato. Ma cos’hai?
– Niente – dice toccandosi la testa. – Quando andiamo?

Un telefonino si spegne e un volto s’incupisce. Voci di bambini.
– Mammaa, mi vuoi ascoltare? – le grida addosso.
– Io vado, eh! – rivolto al padre che annuisce.
– Che bello, siamo in cinque. Così-ci-danno-il-tavolo-rotondo – lei, cantilenante.

In alto, imprigionato da un perno senza fine a ruotare la sua pena cigolando, l’angelo sfiora con le ali un palloncino spinto a sud-ovest, verso il ponente circolare di un microcosmo orbitante in modo stabile, apparentemente.

"Invidia" d Leila Mascano

di Leila Mascano

Da giorni soffia su Palermo lo scirocco, il vento umido e caldo che porta la follia e i pensieri cattivi, e purtroppo i miasmi putrescenti della città fitta di vicoli , che sembra decomporsi sotto il sole che dardeggia spietato. Non resta che sperare nella pioggia che lavi via tutto, disperda i nugoli di mosche e allontani la paura di un’ epidemia come quella della scorsa estate.
Neppure i profumi di questi giardini meravigliosi riescono a soffocare quel tanfo di putredine che ormai identifico con l’odore della morte, e certo anche quest’anno l’epidemia tornerà, tant’è che ci trasferiremo tra pochi giorni nella residenza estiva, uno splendido palazzo che sorge sull’acqua i cui giardini sono, se possibile, ancora più belli di questi. Il fresco scende con la sera, e la voce dei muezzim dall’alto dei minareti mi strazia il cuore di malinconia.
“Qui non c’è posto per la tristezza! Sei giovane, sana, di figlio ne farai un altro.” mi ha detto appena ieri la madre dell’emiro. I suoi occhi, oltre al colore, avevano la durezza dei lapislazzuli. Un tempo, dicono, furono meravigliosi, ed ora sono inariditi, come tutto di lei, che simile ad un ragno gigantesco tesse i suoi intighi, non amando più null’altro che il potere. Ma l’emiro non mi chiama più nelle sue stanze, e perché mai dovrebbe, visto che il dolore mi ha prosciugata in poco più d’un anno quanto sua madre in quaranta anni di complotti. Scomparse le mie lune, non dev’essere dissimile credo far l’amore con me che dissodare un terreno di radici e di sassi. Anche i miei occhi hanno il colore dei lapislazzuli, eppure sono privi di luce, come appunto la pietra.
Detesto l’harem, dove ho dovuto imparare a nascondere i miei pensieri. Queste donne discinte, avide, sciocche, spesso infantili oppure crudeli, ambiziose, spietate non mi sono mai state compagne. .
L’unica gioia che mi fu data qui dentro fu il bambino che ebbi, Walid, quello che mi rapì lo scirocco con le sue febbri malsane. Se m’avessero strappato le viscere non avrei provato tanto dolore.
Oggi è il bimbo di Aysha che muove i primi passi nei giardini del palazzo. Nato insieme col mio, era un cosino sbiadito, debole, al cui confronto Walid sembrava un torello. Ma Walid non c’è più, e il figlio di Aysha si è trasformato in un pupo di zucchero, anzi di marzapane, coi ricci biondi di sua madre, che ne mena gran vanto. E poiché l’epidemia si portò via gli altri bambini dell’emiro, grande amatore ma di poco frutto, egli lo tiene in gran conto, e si è legato assai a sua madre, cui ha accordato tutti i privilegi d’una favorita.
Inutile dire che la madre stessa dell’emiro lo ha, o mostra d’averlo caro, ed egli è oggetto dei vezzeggiamenti di tutte le donne. Razza di stupide! A furia di rimpinzarlo di dolciumi presto non sarà troppo dissimile da un grasso eunuco, il piccolo sciocco, tutto mossette e moine, per ora, ma che presto così viziato diverrà insopportabile. Ogni volta che lo si porta nelle stanze del padre, provo una fitta al cuore, ma in verità è il suo solo esistere che mi rinnova la pena del mio bambino perduto. Qui dentro probabilmente sono la sola a non sorridergli. Egli mi osserva, incerto, e poi una specie di sorriso largo, lucido di saliva, coi denti piccoli e distanziati , tenta di far breccia nel mio cuore. Stupido nanerottolo! Forse lo scirocco porterà via anche te…e di colpo i miasmi putridi non mi sembrano più tali, anzi li annuso soddisfatta…
Oggi nel pomeriggio Aysha ed il bimbo erano negli appartamenti dell’emiro . Ella si abbandona a lui incurante del bimbo, che reputa troppo piccolo per capire qualcosa. Minuta e perfetta, quasi una bambina anche lei, ha modi dolci e occhi taglienti come lame. Tra le braccia del suo signore tuba come una colomba, e pare ch’egli di quel tubare vada pazzo. Certo che così presi dai lacci dell’amore non si accorsero che il bimbo con passetti incerti usciva dalla stanza, avviandosi nel giardino, rallegrato da vasche e fontane, abbastanza profonde perché talvolta ci si affoghi qualcuna, o che la si affoghi, naturalmente, anche se la violenza in genere è più sotterranea, o più spettacolare. Seminascosta dal verde, intuii fulminea il pericolo, ma rimasi immobile. Stupido nanerottolo…sarebbe bastato un attimo, senza far nulla, per ristabilire la giustizia. Sarebbe caduto nell’acqua senza avere il tempo di gridare, il piccolo, sciocco, grasso eunuco. Anche sua madre avrebbe smesso di tubare, d’esser così stupidamente fiera di sé e di suo figlio…
Cosa accadde poi non so. Fu come se un’altra donna prigioniera dentro di me si liberasse a fatica prorompendo in un grido altissimo nell’attimo in cui il bimbo cadeva nell’acqua, e fulminea scattasse a ripescarlo…Bagnato, arruffato, il piccolo si stringeva a me, ed io con pari impeto lo stringevo coprendolo di baci, tanto da temere di soffocarlo io stessa.…
Richiamati dal grido accorsero in molti che non poco si rallegrarono ch’io fossi stata lì…e non seppero quanto vicina ero stata a far morire il bambino…Ma la serpe che mi aveva morso il cuore nulla aveva potuto contro un istinto più forte…
Sono rientrata per asciugarmi dopo il tuffo nell’acqua. Con sorpresa mi sono accorta che dopo oltre un anno mi sono tornate le mie lune.

"L'importanza di essere bionda" di Barbara Bolzan

bionde piace di più agli uomini? Il più vecchio luogo comune in mano a Barbara...

"L'importanza di essere bionda" Pag.1

di Barbara Bolzan

Ieri sera ho rivisto per la quarta volta Il matrimonio del mio migliore amico.
È ovvio che quando vedi quel film parteggi per Julia Roberts –se non altro perché è la protagonista.
Lei fa di tutto, poverina.
Lei è una di noi.
Si sforza. Mette in atto ogni tecnica di seduzione possibile. Sfodera gli artigli e le tattiche femminee a danno della fidanzata del suo migliore amico.
Solo nella lotta donna-donna si riesce ad essere tanto sottili, perfide e crudeli.
O io o te, bellina. Anzi, assolutamente solo io. È questo lo spirito e lo scopo della lotta.
Si tratta di rivendicare il diritto di precedenza, della serie: Quell’uomo era mio, io sono stata la sua unica ex alla quale sia ancora legato dal puro aulico vincolo dell’amicizia e dai bei ricordi, abbiamo passato anni fianco a fianco, ci siamo aiutati nei momenti tristi. Tu sei appena arrivata, cosa diavolo c’entri? Quali diritti puoi mai vantare?
Nessuno, certo, ma l’antagonista è pur sempre Cameron Diaz. Una quasi sposina travestita da bambina, occhioni spalancati e ciglia flapp flapp.
Se non dovessi odiarla, dice Julia, l’adorerei.
Cameron è perfetta in tutto, innamoratissima, di rosa vestita, bella e molto ma molto ma molto giovane. Una bambolina, insomma.

Adesso vi svelo una cosa.
È una regola non scritta, di quelle che nessuno ti dice, nemmeno la mamma. È così che va il mondo: gli uomini ammirano le bambole, ma non le portano all’altare.
La bambolina la porti fuori il sabato sera, per far colpo sugli amici. La bambolina è fatta apposta per questo, per essere messa in mostra.
Certo che può anche essere intelligente. Non sono qui a dire che una donna bella e bionda è senz’altro stupida. Non lo dirò, perché tanto lo dicono già tutti. Faccio semplicemente notare che la bambola può anche essere intelligente (sebbene Cameron Diaz nel film non mostri certo di essere un genio), ma mica è questo che importa.
Importa che la bambolina sia un grazioso soprammobile.
E tu, un soprammobile, non te lo sposi.
Tu sposi una Julia Roberts che, malgrado abbia i capelli rossi, sta bene anche vestita di viola, una tipa tosta e grintosa, una che da prostituta ne ha fatta di strada, facendo colpo su Richard Gere, una che sa aspettare George-Ocean-Clooney dai tre ai sei mesi in seguito al colpo Bellagio -quello che ha lasciato Andy Garcia con un palmo di naso.

Tu dovresti sposare una come me, insomma.

La bambolina cosa fa? Sorride, canta, ha occhio nel scegliere i vestiti (però qualcuno prima o poi dovrà risolvermi la questione irrisolta che mi si ripresenta ogni volta che guardo il film: che razza di colore è il giunchiglia?).
Tutto qui.
Non ha nulla dalla propria parte. È uguale alle altre.
Eppure lui, il Migliore Amico, ha operato la propria scelta.
Gli uomini, insomma, votano sempre per la legittima detentrice del posto attuale. La fidanzata o la moglie.

"L'importanza di essere bionda" Pag.2

Perché ti parlo del film che ho guardato, mangiando la Nutella senza spalmarla sul pane ma direttamente dal vasetto con un cucchiaio grande e senza curarmi del fatto che gli angoli della mia bocca fossero marroni?
Perché doveva capitare, prima o poi.
È sabato e sono uscita con Laura. Ovviamente mi parlava del Fedifrago e di sua moglie.
“C’è aria di crisi tra loro, io lo so, vedrai che i rispettivi avvocati si stanno già mobilitando…” Insomma, mi faceva i classici discorsi che fa un’amante.
Ed è a questo punto che succede. Siamo sul marciapiede e tu esci da un negozio di scarpe, con in mano un sacchetto. Fin qui, tutto normale.
Se non che il negozio sia un negozio di scarpe da donna.
Se non che dietro di te cammini una distinta signorina. Carina, molto carina, belle tette, inguainata in un paio di jeans a vita bassa che solo una col suo fisico può permettersi senza suscitare derisione generale, frangetta ordinata, capelli lunghi e sciolti.
Bionda.
È questo che mi colpisce.
E poi eri tu quello che, prima dei quattro anni, mi diceva che le bionde sono tutte oche, è inutile darsi da fare per sfatare il luogo comune, credimi, ne ho conosciute io, se il luogo comune esiste avrà pure una sua ragion d’essere, no, con una bionda, io?, mai.
Comunque, siete usciti dal negozio di scarpe. La tua testa era voltata. Parlavi con lei, con la Bionda.
Mi sei venuto a sbattere contro. È così che ti sei accorto di me.
Lei stava ridendo e ha continuato a ridere. Non di me. Era una di quelle risate che una volta iniziate non finiscono più, ed io ho pensato che forse avevi ragione: che, in quanto esponente più della categoria Barbie che della categoria Eva Kent, non poteva che essere un’oca giuliva e tu sei troppo intelligente per stare con un’oca giuliva. Magari te la porti a letto, cosa da una sera appena, cena e colazione poi tanti saluti, vuoi mettere con me?

Ci siamo salutati come due vecchi amici o come due fratelli, e non so cosa sia peggio.
La Bionda ha smesso di ridere, si è ricomposta e mi ha teso la mano.
Io non so come facciano le donne a camminare su tacchi a spillo di dodici centimetri. La mia postura strutturale manifesta cedimenti già su tacchi di cinque (quei tacchi belli grossi, intendo, quadrati, stabili).
La Bionda camminava perfettamente a proprio agio. Solo per questo avrei voluto segarglieli. Anzi, segargliene uno solo.
(La Bionda potrebbe anche indossare quelle allucinanti ciabatte infradito e sarebbe comunque una bellezza da urlo, con un portamento da modella. Dimmi tu!)
Me l’hai presentata. Un nanosecondo dopo, l’avevo schedata nel mio libro nero.
Non è gelosia. Io non sono una persona gelosa.
Quello che mi infastidisce, è che tu abbia buttato a mare i tuoi principi e sia uscito con una bionda. Fatto ancora più grave: che tu l’abbia accompagnata a comprare un paio di scarpe.
Accompagnavi me, un tempo. E sbuffavi ogni volta, dovevo trascinarti nel negozio a forza.

"L'importanza di essere bionda" Pag.3

In questa occasione, non avevi affatto l’aria di chi sia stato costretto a fare qualcosa.
Non capisco.

“Un bel rogo.” suggerisce Laura, quando ci lasciamo voi alle spalle. “Un bel rogo, come nel medioevo. Solo che, invece di bruciare streghe dai capelli rossi, bruciamo le bionde.”
Aveva addirittura le unghie laccate di rosso. Sul 94% delle donne, le unghie laccate di rosso risultino volgari. Sulla tua accompagnatrice, no.
Abbiamo trascorso cinque minuti insieme (Tu, la Bionda, Laura ed io) e abbiamo parlato di frivolezze. Lei si inseriva nel discorso, faceva battute, sorrideva. Ed io ho compreso la frase di Julia, ho compreso quel Se non dovessi odiarla, l’adorerei.
Cosa c’è di peggio di una bella bionda da capogiro? Il fatto che, oltre tutto, sia pure simpatica. E che proprio oca non sia. Non so se mi spiego.
I luoghi comuni hanno sempre una ragion d’essere, dai, lo avevi detto anche tu.
Tanto per farti capire: “è meglio una gallina oggi che un uovo domani”. La gallina scodella già uova, e mica uno solo. E non bisogna aspettare domani. Oggi. Li scodella già oggi. La gallina è buona arrosto o bollita. Un uovo, vuoi mettere? Prima che si trasformi gallina devi aspettare che si schiuda, devi guardare il pulcino, prenderlo in mano, accarezzarlo, ascoltarlo mentre fa pio pio e ti pare poi che ti venga il coraggio di mangiartelo? Nemmeno Mister Hyde lo farebbe!
Quindi, con l’uovo domani, cosa ci guadagni? Niente.
Ecco la veridicità dei luoghi comuni.
Il sillogismo porta a concludere che la bionda sia oca per definizione.
Io non capisco perché la tua accompagnatrice debba distruggere uno dei capisaldi di tutte noi more.

Fa caldo. Inutile negarlo.
È primavera, ma stiamo camminando inesorabilmente verso l’estate. Oggi, poi, è una giornata particolarmente torrida. Persino le zanzare se ne stanno buone buone a fare la siesta e farsi aria col ventaglio.
Io indosso una canotta di cotone.
La Bionda no. Indossa una maglietta attillata a mezze maniche. Rosa. E sintetica.
Non le sudano le ascelle. Alle bionde non sudano le ascelle. È un marchio di fabbrica. È un qualcosa insito nel DNA.
Ma perché? Santiddio, lo dice pure la Legge di Murphy: tutto suda.
Eppure, le bionde no, mai. Potrebbe anche essere Ferragosto, potrebbero anche esserci quaranta gradi e un’umidità del trecento percento, e loro si vestono comunque di sintetico e profumano come violette.
Non si cospargono di borotalco, per ottenere questo effetto. No, è davvero insito in loro.
Metto questa cosa alla voce ingiustizie della vita e aspetto che una bionda mi spieghi il segreto.

"L'insostenibile leggerezza del tuo essere" di Barbara Bolzan

«Tu sei entrata nella mia vita come Gulliver nel regno dei nani.»
“L’Insostenibile leggerezza dell’essere”,
M. Kundera-

"L'insostenibile leggerezza del tuo essere" Pag.1

di Barbara Bolzan

Ho letto L’Insostenibile leggerezza dell’essere.
Non è stata una scelta spontanea. L’ho letto perché una volta me ne avevi parlato, dicendo che era una delle tue letture preferite e che all’autore avrebbero dovuto conferire il Nobel per la letteratura.
Ti ascoltavo con aria annoiata e intanto pensavo ai fatti miei. A quel tempo potevo permettermelo. A quel tempo eri tu a struggerti per me; io restavo a guardare.
Comunque, ascoltavo. Io ascolto sempre. E ho il brutto vizio di ricordare tutto ciò che mi vede personaggio, fosse anche solo comprimario o semplice comparsa. Come in quell’occasione.
Oggi sono entrata in una libreria.
Mi è capitato in mano quel piccolo volume. Ho ricordato le tue scandalizzate parole: “Non hai mai letto Kundera?! Ma scrive capolavori!”. Lo dicevi con un tono carico di disprezzo per l’inaspettata ignoranza palesata con tanto candore dalla donna che amavi più di ogni altra cosa.
Così, l’ho comprato, decisa dopo anni a colmare le mie imperdonabili lacune. Ho pensato: hai visto mai che, per una volta, lui può anche essere dalla parte della ragione?
Te lo dico chiaramente, ma prima voglio pregarti di una cosa: non ti arrabbiare come fai di solito quando una mia opinione diverge dalla tua (il di solito, va da sé, significa quasi sempre).
Non è un capolavoro. È un abominio.
L’insostenibile leggerezza dell’essere mette a nudo i nostri segreti, entra nelle nostre vite e le scoperchia senza nemmeno chiedere il permesso. Le palesa al mondo intero. Insomma, è logico che uno si senta un pochino indispettito, ti pare? Dico io, ma come si permette, questo tizio? Dovrebbero denunciarlo per violazione della privacy.
I personaggi che descrive siamo tutti noi. Inutile negarlo. Noi, i nostri sogni, le nostre aspirazioni, le nostre paure, i nostri desideri –quelli più nascosti, quelli che in pubblico non si menzionano per decenza.
Di tutto questo scoperchiare il vaso di Pandora, me ne sono accorta quando ancora non ero arrivata ad un quarto di lettura.
L’istinto era quello di chiudere il libro e tanti saluti. Ma sono andata avanti. Quando comincio una cosa, e tu lo sai meglio di chiunque altro, voglio arrivare fino in fondo. È un dogma.
Sono arrivata fino in fondo.

La pesantezza, la necessità ed il valore sono tre concetti intimamente legati tra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore.

Arrivata all’ultima pagina, ho deciso che L’insostenibile leggerezza dell’essere rimarrà sugli scaffali della mia libreria, ben chiuso, per almeno quattro o cinque anni.

"L'insostenibile leggerezza del tuo essere" Pag.2

Vedi, ognuno ricerca ed ovviamente ritrova nell’esterno tracce di sé. Lo so che è solo uno scherzo della mente, ma accade. Ascolti una canzone, vedi la scena di un film, e ti ci ritrovi quasi ti fosse stata cucita addosso da una sarta con i fiocchi.
Prima o poi, doveva succedere anche a me –di ritrovarmi davanti ad uno specchio di tal sorta, intendo.
E infatti è successo.
Quei capitoli sono dannatamente costellati da situazioni e frasi che mi riportano a te. Tereza per Tomàš è l’amore vero e, nello stesso tempo, il fardello troppo grande da portare (queste cinque parole non sono di Kundera. Appartengono ad una canzone che un giorno ti spiegherò), Sabina è l’amante-amica che se può si fa in quattro per aiutare la strana coppia, Franz vive nel suo mondo e cammina non con le fette di salame sugli occhi, ma con un’intera macelleria.
Mica è tutto qui. Né il racconto può essere ridotto semplicemente alle avventure erotiche di Tomàš e compagnia bella.
Nel libro ci sono domande precise e risposte vaghe, come vaghe sono sempre state le mie risposte alle tue interrogazioni e sempre lo saranno: continuerò in eterno a ritorcerti contro le tue stesse domande.

Così, ho preso il libro e l’ho riposto.

Fornire come risposta una domanda.
Ritorcerla contro l’interlocutore.
Come in Basic Instinct, quando Sharon Stone entra nella stanza dell’interrogatorio -bella, provocante, vestita di bianco- ed il ciccione le chiede:
“I suoi avvocati la raggiungeranno?”.
Michael Duglas la precede dicendo:
“La signorina ha rinunciato al diritto di avere un avvocato.”
“Perché ha rinunciato all’avvocato, signorina Tramel?” chiede ancora il ciccione.
Lei si gira verso Duglas e sorride. È un sorriso di sfida. Le parole sono ancora nell’aria: “Perché ha rinunciato all’avvocato, signorina Tramel?”
“Perché ha pensato che non lo avrei voluto?” dice lei, guardando Michael.

Rispondere ritorcendo la domanda contro l’interlocutore.
È uno dei tanti atteggiamenti che di me non sopporti. Ma che non cambierò mai.

Kundera ci mette davanti ad un fatto molto semplice: ciò che vogliamo ed amiamo, ci fa sentire leggeri. Pertanto, arriva sempre il momento in cui questa leggerezza diventa un fardello, un peso insostenibile.

E adesso lui aveva tracciato un segno di uguaglianza fra lei e le altre; le baciava tutte allo stesso modo, le accarezzava allo stesso modo, non faceva nessuna, nessuna differenza.

Non era bionda, questa volta. Almeno, sei tornato sui tuoi passi. Era mora, ma non mi somigliava per niente e devo ammettere che questo un po’ mi ha deluso. Faccino tondo e boccuccia di rosa. Capelli a caschetto nemmeno fosse Valentina di Crepax.

"L'insostenibile leggerezza del tuo essere" Pag.3

Stava parlando. Tu guardavi dritto davanti a te. All’inizio mi è sembrato avessi l’aria annoiata. Ma quell’aria la conosco: le sopracciglia appena alzate, gli occhi pallidi che vagano da una parte all’altra, lenti, senza sapere dove posarsi.
No, non eri annoiato. Piuttosto, sembravi arrabbiato. Chissà contro chi. Chissà contro cosa.
Ed io, in auto, ho visto te sul marciapiede, ho messo la freccia, ho svoltato a destra senza accorgermi di una vecchietta, l’ho quasi presa sotto e me ne sono andata per la mia strada.

Magari vorrai farmi passare Miss Crepax semplicemente per una tua nuova collega –il che pertanto non esclude una possibile relazione tra voi due.
Forse mi hai tradito con lei.
Forse mi stai tradendo in questo momento. Non lo saprò mai, come non ho saputo se, quando e quanto mi hai tradita in passato.

Poi si avvicinarono come amanti che non si siano ancora mai baciati.

Sono uscita con un altro, un tizio la cui identità non conta al punto da rivelartela.
Volevo convincermi che vivo anche senza di te e che posso anche divertirmi con una compagnia diversa dalla tua.
Una volta in più, mi sono sbagliata.
Mi sono annoiata da morire, ancora più di quando uscivamo insieme e tu mi parlavi per tre ore di banalità totalmente prive di interesse –cioè, non parlavi di me.
Il tizio mi ha portato in un ristorante giapponese a mangiare pesce crudo, il che è dannatamente fuori dalla mia grammatica culinaria. Mi ha parlato di se stesso, del suo lavoro e di come la sua lei lo avesse mollato. È stato persino sull’orlo di mettersi a piangere, ripensando alla porta che la sua ex aveva sbattuto, uscendo così dalla sua vita.
Avrei voluto dirgli: “Ciccio, ma non ti sei chiesto come mai se ne sia andata? Tu sei una piattola colossale!”, ma non potevo distrarmi, ero troppo concentrata ad usare le bacchette –che poi, dopo tutta la fatica che ho fatto, mi son portata a casa. Le ho messe a bagno nel Napisan per un’intera mattina. Adesso le uso per farmi la crocchia.
L’odore di pesce, insieme al ricordo del tizio del pesce crudo, si sono dissolti.

Nick-Michael Duglas commette l’errore di innamorarsi di Catherine-Sharon Stone. E glielo rivela. Glielo dice chiaro e tondo, sulla spiaggia, mentre sono abbracciati:
“Io sono già innamorato di te. Però ti inchioderò lo stesso.”
Lei allora fa una faccia come a dire Sei in trappola, ma nel fondo di quegli occhi tu spettatore vedi che c’è qualcosa: uno spavento sottile, una lama. È un campanello d’allarme. Ma Sharon non lo sente.
E finisce proprio là dove non avrebbe mai pensato di capitare.
Non che noi astanti si sia rimasti a bocca aperta. Che quei due avrebbero finito con l’incasinarsi mettendo di mezzo l’amore, era già chiaro nella scena del loro primo incontro, quando lei sta fissando il mare e poi butta la sigaretta e, rivolta a Nick e all’altro detective, dichiara:
“Lo so chi siete.”
Ti amavo quando sapevo perfettamente che eri inaffidabile, quando ancora non pensavo fossi cattivo al punto di riuscire a farmi piangere almeno una volta al giorno. Sì, c’era una volta, come nelle favole. C’era un tempo in cui anch’io piangevo, quando ancora non ero quella che sono ora.
Alle amiche che mi chiedono di te, rispondo ormai con un sorriso e loro sanno benissimo cosa voglio significare.
Voglio significare che non so se stamattina tu ti sia alzato spettinato. Non so se ti sia lavato i denti e abbia passato negli interstizi il filo interdentale al quale eri tanto affezionato. Non so se tu abbia messo quel dopobarba che adoro perché lo avevo scelto io e dopo tu lo hai fatto passare per una predilezione tutta tua.

“Ti sto usando per il detective del mio libro. Non ti dispiace, vero?” dice Catherine.
E Nick non risponde. Con lo sguardo, la segue salire la scala a piedi nudi.

Io ho il diritto di amarti. Con tutto quello che mi hai fatto passare e mi fai passare ancora oggi, con quel tuo prendermi e lasciarmi come e quando ti pare, con quel tuo costringermi a relazionarmi con l’insostenibile leggerezza del tuo essere, me lo sono guadagnata, questo diritto.

"L'iter diagnostico del signor Quid" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

"L'iter diagnostico del signor Quid" pag.1

La sala d’aspetto del Grande Luminare è di un bianco abbagliante.
Ciò vale per ogni superficie. Dai luccicanti pavimenti, ai tavoli, vasti e sgombri, simili a grottesche superfici d’atterraggio, alle candide pareti, non tralasciando le calze dell’infermiera, che siede dietro la scrivania, avvolta in un alone di gelida bellezza.
Il tutto dovrebbe indurre nei pazienti, seduti in trepida attesa sul bordo dei bassi divani, un senso di purezza che va al di là della semplice igiene, per sconfinare nella trascendenza dello spirito.
Sia chiaro, sembra dire tutto quel bianco, seppur implicitamente, qui dentro non ci si limita a curarvi dei vostri banali acciacchi, distribuendo capsule, iniezioni e unguenti, magari non sempre a proposito, quasi ci si trovasse in una sottospecie di drogheria d’altri tempi, in cui un tizio roseo e paffuto pesa la merce su un’antiquata bilancia, spesso rubando sul peso.
Entrando qui non si viene accolti dal delicato e struggente afrore del detersivo alla lavanda, né dall’arguto aroma del caffè sfuso. Non ci sono caramelle di variopinti colori, in bella mostra nei vasi di vetro. Anzi, una delle cose che, appena entrati, balza all’occhio o piuttosto al naso, è proprio l’assenza di qualsiasi odore, eccettuata qualche lontana e vaga traccia di disinfettante per pavimenti ed appena un accenno di profumo nei pressi dell’infermiera, che se non fosse così algida e noi non si fosse presi da ben altri pensieri, verrebbe voglia di sfiorarle il collo con labbra timide, ma è così che va il mondo.
Certo ci sarà qualcuno che si bea delle attenzioni di quella procace bellezza, ma non certo noi, ognuno con la sguardo fisso al soffitto, intento nell’elencazione mentale dei propri acciacchi, casomai, dio non voglia, ne dimenticassimo qualcuno in presenza del Grande Luminare e speriamo almeno che siano risolvibili, mia cara signora, che una cosa son i fastidi ed altra le malattie, per le quali spesso non v’è altro rimedio che un palmo di terra, sotto il quale rifugiarsi all’asciutto fino a quando il buon dio vorrà.
Ma torniamo per un attimo all’infermiera, con la cui procace bellezza qualcun altro si sollazzerà di certo, dicevamo e magari potremmo immaginarla sulle ginocchia del Grande Luminare, quando l’immenso studio è finalmente deserto, il buio è sceso sulla città ed egli pone la stanca fronte e gli ancor più stanchi pensieri, nel cavo del generoso seno di ella.
L’idea di per sé sembrerebbe un tantino irriguardosa, soprattutto in cagione del fatto che la si partorisce nei confronti di chi si accinge a salvarvi la vita o magari l’ha già fatto, con il semplice accettare, nel tumulto di decine di supplichevoli telefonate, d’occuparsi del vostro umile caso.
Ed infatti, irriguardosa o meno, l’immagine viene subito ricacciata nei pozzi neri dell’oblio, non appena il Grande Luminare fa comparsa sull’ingresso del suo studio privato.
Indossa un camice immacolato, che per contrasto fa sembrare le candide pareti come opache, quasi grigie. Anche i capelli sono bianchi, una chiara matassa interrotta qua e la da qualche filo d’argento e le unghie, le unghie signora mia, perfettamente curate, immacolate, per non parlare dello sguardo, trasudante magnetiche emanazioni.
Qui non si vuol parlare di miracoli, sia chiaro, cara signora, che queste cose tocca ad altri indagarle, ma corre voce che più d’uno sia stato risanato da uno sguardo del Grande Luminare e si dice che al suo semplice apparire in corsia, folle di moribondi gettino via impacchi e stampelle, per correre alla luce del sole, pazzi di gioia e gratitudine.
Il Grande Luminare entra nella stanza immerso in un alone di serenità spirituale. Non si può neanche dire che cammini. Piuttosto sembra scivolare sul pavimento quasi fosse incorporeo, ultraterreno, al di là della materia e delle misere sofferenze ad essa connesse.
Il silenzio diventa quasi palpabile quando, con voce perfetta e priva di qualsiasi inflessione dialettale, chiede all’infermiera se vi siano pazienti in attesa, quel pomeriggio.
E’ ovvio che è l’umiltà, panno regale di cui solo la vera scienza s’ammanta, ad impedirgli di notare la folla che riempie la sala d’aspetto. Folla che a quelle parole quasi trattiene il respiro, dio non voglia che l’infermiera, sbattendo le ciglia, dica no, oggi non c’è nessuno per lei, professore ed un errore nella prenotazione è sempre possibile.
Anche se, ognuno dei pazienti in attesa, è stato preceduto da una telefonata di qualche influente personaggio, politico o ecclesiastico che fosse, per caldeggiare, raccomandare, assicurarsi che il Grande Luminare s’occupasse personalmente del caso, senza demandarlo a qualcuno dei suoi volenterosi e per carità, pur bravi assistenti.
E dopo la telefonata, ognuno esce di casa con la certezza che il Grande Luminare aspetta te e solo te, anzi ti accoglierà personalmente sull’uscio e non è detto che stasera non t’inviti a cena nella sua villa, per poi centellinare un distillato di marca davanti all’immenso caminetto acceso.

"L'iter diagnostico del signor Quid" pag.2

Invece, una volta giunti nella sala d’aspetto e constatato che ci sono molti altri come te, ognuno preceduto dal suo bravo onorevole o alto prelato, s’insinua il tarlo del dubbio e prende corpo il sospetto d’essere un comune mortale, cui il Grande Luminare farà il favore di controllare con sguardo distratto i risultati delle analisi e forse, di tastare qualche frattaglia dolente.
E proprio in quell’istante, in cui l’infermiera sta per rispondere, liberando un sospiro di sollievo dai molti petti in attesa, un tizio fa il suo ingresso nella sala d’attesa.
L’entrata è goffa, rumorosa, quasi non si tenesse in alcun conto la sacralità del luogo. Il tizio indossa abiti chiassosi, in cui predominano il giallo, l’arancio e il viola e reca con se un gregge di buste e pacchetti regalo, di colori ancor più vivaci del suo abbigliamento, ove fosse possibile.
Individuato il Grande Luminare, impietrito da tanto abuso cromatico, si rivolge subito a lui, ignorando l’infermiera.
Buonasera professore, mi chiamo Quid. Mi manda il signor XY.
E queste due consonanti, per altro vuote d’ogni significato, stanno a rappresentare un nome così grosso, un personaggio talmente influente, che la folla in attesa si fa sfuggire un collettivo respiro di sgomento, come a pensare che se il tizio appena entrato gode di siffatta raccomandazione e/o protezione, c’è poco da sperare che il Grande Luminare s’occupi dei loro miseri casi prima di qualche lustro.
Senza curarsi dello sgomento procurato intorno a se, Quid depone con gran trambusto sporte e pacchi sul pavimento e comincia a frugare nelle numerose tasche del suo vestito.
Qualche regalino per i compaesani, spiega indicando le buste. Ecco professore, questa lettera è per lei, casomai pensasse di trovarsi in presenza di un millantatore.
La lettera, sporca di marmellata, ditate di cioccolato e dio sa che altro, invoglierebbe certo il Grande Luminare ad una smorfia di disgusto, seguita molto probabilmente da un’indignata reazione verbale, ma basta l’aver semplicemente nominato XY, affinchè una mano diafana e curatissima si protenda verso l’orrida e sozza busta, senza nemmeno un sospiro di commento.
Solo la prontezza dell’infermiera, finalmente ridestatasi dallo shock, salva il Grande Luminare dal contatto con quell’immonda superficie cartacea. Strappa la lettera a Quid e in un batter d’occhio ne lacera l’involucro esterno, porgendo quindi al professore l’intonso contenuto.
La missiva, dal tono asciutto ed inequivocabile, contiene soltanto alcune semplici parole :

Chiarissimo Professore

Affido alle sue cure il latore della presente, persona a me molto cara e nei cui confronti, in gioventù, contrassi un enorme debito di riconoscenza.

Cordiali saluti
Vostro aff.mo
XY

Il tutto condito con il caratteristico svolazzo finale nella firma, svolazzo che peraltro il Grande Luminare conosce benissimo, perché, come s’è già detto, il firmatario della lettera è personaggio d’estrema influenza e pur essendo il Professore, scienziato di chiara fama e in gran spolvero di notorietà, non vi sono dubbi su chi dei due possa, con una semplice occhiata di biasimo, stroncare la carriera dell’altro.
Quindi, presa mentalmente nota di quelle parole, il Grande Luminare si rivolge all’infermiera, dicendola di pregare i pazienti in attesa, ove ve ne fossero, d’aver pazienza appunto, ch’egli visiterà tutti, nessuno escluso, lavorando fino all’alba, se necessario, ma un caso più urgente dimanda adesso la sua attenzione.
E dopo quelle parole, mentre il Grande Luminare introduce Quid nel suo studio con ogni riguardo, molti dei presenti si danno di gomito e si scambiano occhiate colme di sottintesi, che si sa cosa è urgente e cosa non lo è dalle nostre parti e spesso un banale raffreddore, con il giusto padrino, diventa ben più grave d’un male incurabile, se quest’ultimo è sprovvisto di adeguata segnalazione.
Nel frattempo, il Grande Luminare sprofonda nella sua enorme poltrona in elegante cuoio marrone, dono di esclusivo mobilificio lenito da occasionali aritmie ed invita Quid a fare altrettanto, in una della due austere sedie in palissandro, collocate davanti all’immensa scrivania.
Tutt’intorno è un profluvio di nere librerie, colme, zeppe, sovraccariche di libri, avvolti in pregiate rilegature, che narrano ed elencano ogni possibile affezione corporea, dalla a di abasia alla u di unghia incarnita, che se esistono malattie con la zeta, son talmente poche e risibili, che già ci si fa disturbo di curarle, figuriamoci d’elencarle in questa sede.
Allora, mi esponga il caso, sembrano dire gli occhi del Grande Luminare, mentre Quid estrae innumerevoli fasci di carte, dall’unica busta che ha recato con sé fin dentro lo studio, avendo abbandonato le altre sul pavimento della sala d’aspetto, a maggior gloria dell’invidia altrui e con gran scorno dell’infermiera, la quale si sarà premurata, nel frattempo, di rimuovere tutte quelle paccottiglie, affinchè non si scambi lo studio del Grande Luminare per un mercato rionale o per un bazar mediorientale.

"L'iter diagnostico del signor Quid" pag.3

Ecco, professore, questi sono tutti i referti degli esami cui mi sono sottoposto negli ultimi sei mesi, dice Quid porgendo al Grande Luminare una spessa pila di carte, interrotta qua e là dalle ben note buste giallastre, contenenti esami radiografici.
Il Grande Luminare, alla vista di siffatta mole da esaminare, tentenna per un attimo. Certamente non è abituato ad una simile situazione, essendo lui, il più delle volte, a rivolgere al paziente poche, semplici, asciutte domande, a tastare le parti incriminate, auscultare le profondità viscerali e prescrivere poi il giusto rimedio, infallibile nei limiti delle umane cose o ulteriore approfondimento diagnostico.
Questo tizio invece, giunge al suo cospetto avendo già presumibilmente indagato ogni locus corporeo, sondato ogni anfratto cavitario, sviscerato ogni parenchima e fotografato ogni osso, per quanto piccolo, sesamoide o soprannumerario.
Con una sola, distratta occhiata all’immenso cumulo di carte, il Grande Luminare può stabilire che non un solo parametro biochimico sia stato trascurato nelle analisi e se la scienza rendesse possibile esaminare un metabolismo in ogni sua molecola, ebbene per quel tizio era stato fatto.
Come risolvere quella situazione senza rischiare di cadere nell’errore più grossolano, nella sottovalutazione più irresponsabile?
Il caso in sé appare indubbiamente complicato, per il semplice fatto d’aver richiesto, evidentemente, così tante analisi ed ulteriore fonte di complicazione consiste nella lettera d’accompagnamento, in quanto appare evidente che XY lo ha inviato da lui quale ultima ratio, definitivo responso, ineludibile vaticinio e certamente non per ricevere diagnosi banali ed ancor più banali medicamenti.
Finalmente, dopo un silenzio di alcuni minuti, in cui finge di esaminare centinaia di referti, ognuno dei quali richiederebbe la sua dose di attenzione, il Grande Luminare si rivolge a Quid.
Ahimè, mio caro signore, il vostro mi sembra un caso troppo complesso, per liquidarlo con una visita frettolosa e un rapido scorrer di carte. Tanto più che mi siete stato segnalato da persona amica, di cui tengo in sì gran conto la stima.
A quelle parole Quid piega le labbra in un mellifluo sorriso di circostanza.
Consigliatemi per il meglio, professore, ve ne prego. Ho completa fiducia in voi.
Il Grande Luminare si gingilla con l’enorme mole di referti per qualche altro, lunghissimo secondo, poi rompe il silenzio con un sospiro.
Lasciatemi queste analisi per qualche giorno, ve ne prego. Tornate lunedì, anzi mercoledì. Si, mercoledì prossimo. Alle dieci. No, alle dieci e trenta. Sono sicuro che, dopo aver analizzato tutto con attenzione, avrò un quadro molto più chiaro.
Quid si dichiara d’accordo con il Grande Luminare che la fretta, in casi come questi, è la peggiore consigliera possibile e conviene di tornare il mercoledì successivo, vale a dire tra cinque giorni e si affretta poi a togliere il disturbo, non prima di aver chiesto quanto è dovuto all’illustrissimo professore per il suo, ricevendo in risposta solo una scrollata di spalle ed un gesto inequivocabile, come a dire che di fronte alla salute non c’è denaro che importi e poi c’è sempre la lettera di XY, che rappresenta un pagamento in sé.
Uscito Quid, il Grande Luminare, si tuffa a capofitto nelle visite seguenti, tutti ascoltando, tutto auscultando, ma rivolgendo più volte un affannoso sospiro a quello ch’egli stesso definisce ormai, parlando tra sé, “ l’iter diagnostico di Quid”.
Ed il paziente di turno, non può fare anch’egli a meno di notare quell’enorme pila di carte, che fa bella mostra di sé in un angolo dell’enorme e spoglia scrivania, in compagnia soltanto di un candido ricettario e di un servizio da scrittoio in oro massiccio, dono di celebre oreficeria in cambio di alcuni calcoli renali.
Sul primo foglio della pila spicca a chiare lettere il nome Quid, quasi a rimproverare i toccatori di gomito ed i lanciatori di occhiatine che hanno, in precedenza, messo in dubbio la gravità della questione.
E bisogna dire che più di un paziente, pur ricevendo sgradita o ineluttabile diagnosi, esce dallo studio in qualche maniera risollevato, pensando ai guai ed agli infiniti tormenti che deve senza alcun dubbio provare quel poveraccio di Quid.
Perché, se a me promettono due o tre anni di vita basandosi su mezza siringa di sangue e qualche lastra fatta di sguincio, il povero disgraziato ne avrà al massimo per qualche giorno, alla luce della gran quantità di esami richiesti dal suo morbo.
Insomma, quando anche l’ultimo dei malati esce dallo studio, vergognandosi un po’ per la banalità dei propri acciacchi, rispetto a quelli dell’ormai misterioso “ caso Quid”, il Grande Luminare può spedire a casa l’infermiera ed accingersi, finalmente, ad esaminare il voluminoso incartamento.
Il tempo passa, mentre esamina scrupolosamente ogni dato, ogni valore, ogni immagine radiografica, scrutando queste ultime centimetro per centimetro, con tanto di lente d’ingrandimento. Per giorni e giorni dimentica di mangiare e dormire, intento com’è a vagliare ogni referto, soppesandone il responso aggettivo per aggettivo, che una modica stenosi ne può far di danni, si son viste brillanti reputazioni distrutte da un fisiologico restringimento e perfino la più innocua area di ipodensità o il lieve incremento della trama interstiziale posson celare guasti irreparabili.

"L'iter diagnostico del signor Quid" pag.4

Controlla ogni risultato, come s’è già detto e bisogna aggiungere che i referti recano la firma dei più prestigiosi esponenti della classe medica. Ognuno per il proprio campo, beninteso, che se per lastre e diagnostica per immagini si è scomodato il principe dei radiologi, è l’astro nascente dell’otorinolaringoiatria ad aver vagliato, di persona, il grado di iperemia delle tonsille di Quid ed è il profeta della moderna cardiologia ad aver setacciato ogni complesso ed ogni curva dell’elettrocardiogramma, nonché ad aver provveduto a giusto ed opportuno approfondimento diagnostico con ecocardiogramma, il cui referto, chiaro ed inequivocabile, era ivi allegato.
Nel profluvio di referti mancano solo quello del re dei ginecologi e del dio dei senologi, ciò per ovvi motivi e per un breve attimo il Grande Luminare considera l’opportunità di consultare anche questi due personaggi, poi la scarta temendo il ridicolo e si consola esaminando i referti redatti del duca dei neurologi, del marchese degli urologi e del barone dei gastroenterologi, seguiti, last but not least, da quello del monarca degli oculisti, non meno chiaro e definitivo nel suo responso.
Dopo aver annullato tutti gli appuntamenti e licenziato la solerte infermiera, a causa delle sue continue raccomandazioni di riposarsi e mangiare qualcosa, il Grande Luminare prosegue nella sua opera di analisi, vaglio e setaccio d’ogni possibile sviscerabile sintomo e d’ogni dolente, sintomatologico viscere.
Durante una breve pausa, quando gli occhi appesantiti dalla stanchezza, vagano sulle pareti in cerca d’una soluzione, posa lo sguardo sull’agenda elettronica posta alla sua destra, omaggio di capitano d’industria scampato a insidiosa pleurite e freme di sgomento.
Com’è possibile, già mercoledì mattina?
Il Grande Luminare poggia le vertebre dolenti sullo schienale della poltrona e chiude gli occhi per qualche istante.
Quando li riapre, di fronte a lui, c’è Quid in persona, infagottato in un improbabile vestito rosso, con camicia blu elettrico e cravatta a pallini gialli e verdi, seduto su una delle sedie in palissandro, gentile pensiero, abbiamo omesso di dirlo, di ispirato e valente scultore, per lungo tempo oberato da prostata ipertrofica.
E’ mercoledì e sono le dieci e trenta in punto, professore, dice Quid, mi perdoni se sono entrato così, ma la porta era aperta.
L’infermiera, licenziata e sgomenta, evidentemente aveva piantato baracca e burattini, senza curarsi di chiudere lo studio.
Cosa vuole, Quid? chiede il Grande Luminare con voce sopraffatta dalla stanchezza.
Come cosa voglio? Il mio caso, la mia diagnosi. La sua opinione in proposito.
A quelle parole il Grande Luminare spazza via dalla scrivania ogni oggetto, ogni foglio di carta, con fare rabbioso.
Lei è sano come un pesce, maledizione!
Grazie, lo sapevo già, risponde Quid con un largo sorriso.
Come sarebbe a dire già lo sapeva? Che sintomi accusa?
Nessuno.
Dove le fa male, porca miseria?
Da nessuna parte.
Insomma, lei ha scomodato gl’internisti più illustri, i clinici più accreditati, i radiologi più scrupolosi, senza soffrire di niente?
Esattamente, professore.
E non contento di questo, mi ha fatto sprecare cinque giorni del mio prezioso tempo, cinque giorni della mia vita, inducendomi a licenziare una preziosa collaboratrice, senza nessun motivo?
Adesso il Grande Luminare è in piedi, dietro la scrivania, i suoi occhi sono iniettati di sangue e la voce è stridula, parecchi decibel al di sopra del necessario.
Perché ha fatto tutto questo, maledizione, perché? Se lei è sano, perché?
Lei non capisce. I giornali, la televisione, tutti fanno a gara nell’istillarci nuove paure. Ogni giorno spuntano fuori nuovi virus, neoplasie maligne, morbi senza via di scampo. Ed il fior fiore dei suoi colleghi si sgola nel segnalare i rischi insiti nei cibi, nelle bevande, nel fumo, nell’inquinamento, nel sesso. Dite che la medicina ha fatto passi da gigante, ciò è indubbio. Una volta si moriva e basta, adesso si muore con precisione, sapendo causa e momento, spesso con un agevole preavviso di alcuni anni. Lei trova assurdo e paradossale che un pover’uomo sfrutti tutte le sue conoscenze e spenda un sacco di soldi, per sentirsi ripetere che è perfettamente sano, mentre considera ragionevole che gli stessi soldi e le stesse conoscenze vengano utilizzate per diagnosticare l’esatta posizione di un male incurabile o il momento preciso in cui un cuore smetterà di battere. Perché ho fatto tutto questo pur sapendo di essere sano? Mi consideri un pazzo, se vuole, ma alla sua domanda c’è una sola possibile risposta. Perché è bello sentirselo dire. E adesso, se mi vuole scusare, vado a godermi questa splendida giornata di sole.

"L'uomo senza ombra" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

tutti diamo per scontato che la nostra ombra esiste e ci segue sempre. Ma è proprio vero?

"L'uomo senza ombra" pag.1

Il signor Capuleti si accorse improvvisamente di un fatto increscioso, era senza ombra. Da quanto, non poteva saperlo.
Voglio dire, uno non è che sta tutto il giorno a controllarsi l’ombra. Sarebbe difficile, in alcuni casi decisamente imbarazzante. Cosa state facendo, giovanotto? domanda l’anziana signora seduta sull’autobus, in tono austero e fastidioso. Sto controllando la mia ombra, casomai sparisse. Voi non siete in senno, giovanotto, dovreste frequentare di più la parrocchia e pregare, pregare molto.
Insomma, sorvegliare la propria ombra non è affare facile e comunque i pensieri son tanti, mille i problemi di una comune giornata ed un pover’uomo facilmente si dimentica delle cose più banali, come controllare che la propria ombra non scappi, non se ne vada per i fatti suoi, a combinare chissà quali guai.
Così passano i giorni ed un bel momento uno si accorge che l’ombra non c’è. Come non c’è? Andata, volatilizzata, sparita, alienata, forse aggrovigliata da qualche parte o impigliata in un cavo elettrico, defluita giù per lo scarico, rimasta sotto le gomme di un camion di passaggio e magari a quest’ora già in viaggio verso il nord europa, i Carpazi, l’America, non si sa, non è dato sapere.
Dove sarà a quest’ora? si domanda il signor Capuleti in preda ad un’ansia crescente. Sembra facile a dirsi. Ci sono cose che uno da per scontate. L’ombra è una di queste. Apparentemente inutile, incorporea, immateriale, impalpabile. Eppure necessaria come l’aria e il pane. L’ombra è un punto di riferimento, ti dice che esisti, anche al buio. Si staglia gigantesca contro il fianco dei palazzi, quando rincasi la sera. Proietta la tua sagoma stilizzata contro la casa di fronte, quando osservi la città piena di luci. Il più delle volte ti segue docile, come un animale al guinzaglio, passando sotto le suole di chi ti cammina accanto, scivolando silenziosa su pozzanghere, marciapiedi, cacche di cane, macchie d’olio. Senza mai un lamento, una protesta, una richiesta, una benché minima manifestazione d’indipendenza. Si limita a mutare forma, ad allungarsi, a restringersi, come negli specchi dei luna park, in cui uno si vede più alto, più magro o più grosso, a seconda dello specchio e un po’ anche dell’umore.
Insomma, niente farebbe pensare ad una fuga improvvisa, ad un moto di ribellione. Il signor Capuleti immagina un’eventuale denunzia alla polizia. Quando l’avete vista l’ultima volta? domanda un sergente prendendo appunti con aria annoiata. Andiamo sergente, potreste metterci un po’ più di impegno, che diamine, in fondo si tratta della mia ombra! Il sergente si limita a scrollare le spalle. Spariscono tante cose ogni giorno Soldi, oggetti di valore, persone, alcune di valore, altre meno. Non c’è certo il tempo, né la voglia di occuparsi di una cosa banale come un’ombra. Ci fosse almeno di mezzo una rapina, un colpo di pistola, qualcosa di lontanamente eccitante, per un sergente annoiato a pochi mesi dalla pensione. Nossignore, solo un tipo scialbo, con la pancia e pochi capelli, che sostiene di aver perso l’ombra. Niente da fare, si dice il signor Capuleti, la polizia non capirebbe. Già s’impegnano poco per le cose serie, tipo rapine e omicidi, figurarsi per un’ombra. L’ombra di un tipo scialbo con la pancia e pochi capelli.
Cosa fare? si chiede Capuleti. Uscire a cercarla? Uno ne fa di chilometri in una giornata, anche ammesso che fosse sparita nelle ultime ventiquattr’ore. Si esce, si rientra, si gira, si fa la spesa, si salutano i pochi amici, si beve un bicchiere prima di rincasare. Il tutto fidando che lei, la docile ombra, sia rimasta attaccata al tuo corpo per tutto il tempo. Solo che adesso non c’era più. Dov’era finita? Forse qualcuno poteva averla presa, rapita, rubata. Preso da un improvviso impulso, il signor Capuleti decide di uscire nuovamente a cercarla. Dove? Dove capitava. Avrebbe girato la città, passando e ripassando dai posti che era solito frequentare, fino a quando non fosse saltata fuori, con le buone o con le cattive.
Uscito di casa, si schiaccia contro un muro, in preda ad una nuova vergogna. E se qualcuno, magari, dio non voglia, un conoscente, si fosse accorto del fatto che gli mancava l’ombra?
Avrebbe perso quel po’ di prestigio sociale di cui godeva.
Guarda quel tipo, non è quello che lavora nell’ufficio accanto al tuo, caro? E’ senza ombra. L’avevo detto io che aveva qualcosa di strano. Ti ricordi quando lo incontrammo al Luna Park? Aveva vinto tutti quei pupazzi al baraccone del tiro a segno. E non ha né moglie, né figli e nemmeno uno straccio di fidanzata , che se ne fa di tutti quei pupazzi? Mi piacciono i pupazzi, ci ha risposto, con quel sorriso falso, ti ricordi caro? E adesso gira senza ombra. Te l’avevo detto io che era un tipo strano.

"L'uomo senza ombra" pag.2

Dopo alcuni minuti, il signor Capuleti trova il coraggio di staccarsi dalla parete. Nessuno lo nota, i passanti nemmeno lo guardano. In questa città la gente non si guarda in faccia. Ognuno è concentrato sulle proprie miserie, sulla propria solitudine, non c’è tempo, né voglia per quella degli altri. Potrei essere senza testa, senza braccia, senza corpo, non se ne accorgerebbero neppure, pensa il signor Capuleti, al tempo stesso rinfrancato ed inquieto, per questo pensiero.
Comincia a girare a caso. Passa due volte dallo stesso bar, in cui quella mattina ha bevuto una birra. Indugia qualche secondo in più nell’agenzia delle scommesse. Per scrupolo controlla il talloncino della puntata che ha fatto oggi pomeriggio. Niente da fare, pensa scuotendo il testone. Saltimbocca, il cavallo su cui aveva scommesso qualche soldo, è arrivato ultimo. Tanto per cambiare, pensa Capuleti.
Gironzola per le strade lucide di pioggia, poi, come in preda ad un’improvvisa ispirazione, gira l’angolo e svolta in una stradina laterale. La via è stretta, poco più di un vicolo e termina contro un edificio basso e largo, di mattoni rossi.
Ombre cinesi, dice il cartello di fianco all’ingresso. Solo per oggi, lo straordinario spettacolo di ombre cinesi.
Il signor Capuleti entra senza badare alla ragazza seduta al botteghino, che gli grida qualcosa, forse di pagare prima il biglietto. Scosta la pesante tenda in velluto blu. Il locale è povero, disadorno, con alcune file di sedie sbilenche. Ci sono due spettatori che russano nella prima fila ed una coppia, un soldato e una ragazza, che amoreggiano sulla sinistra in fondo. Il palcoscenico è un lercio telone bianco, pieno di rappezzi e di macchie d’indefinito colore e provenienza. Nel cono di luce del proiettore si formano e svaniscono sagome di tutti i tipi. Un coniglio, un serpente, un cane. Un mazzo di fiori, un coyote che ulula alla Luna, molto somigliante al cane, in verità. E poi una coppia di innamorati, una casa, un cervo, altri fiori. Il signor Capuleti osserva lo spettacolo in preda ad un imbarazzo crescente. Da dietro la tenda è spuntato anche il proprietario del locale, un ometto magro con baffi radi, incerto se apostrofarlo per il mancato biglietto o rallegrarsi comunque per un nuovo cliente, per quanto insolvente.
Poi, pian piano , con gli occhi ormai abituati alla penombra, al signor Capuleti sembra di scorgere qualcosa ai margini del cono di luce. Prima incerto, aguzza gli occhi e li stringe, poi, via via più sicuro, si avvicina al telone, con le mani sui fianchi e una rabbia che aumenta visibilmente. La sua ombra è lì, in un angolo del telone, visibile come una sagoma più grigia dell’oscurità che c’è intorno. Gliene dirò quattro, pensa il signor Capuleti, le ordinerò di tornare a casa. Ha un compito da svolgere, c’è poco da scherzare. Io sono una persona seria, non posso certo andarmene in giro senza ombra, come un pinco pallino qualsiasi. Se torna senza fare storie, per questa volta sarò buono, sarò comprensivo, ma se mi fa arrabbiare…
L’immagine nel cono di luce, nel frattempo è diventata un uccello, poi un aereo, una ballerina. Ed a quel punto succede qualcosa. L’ombra esce dall’angolo, si avvicina alla sagoma della ballerina e comincia a danzare con lei. Il signor Capuleti si blocca, prima con le mani sui fianchi, ancora con un fiero cipiglio, poi le braccia si fanno via via più cascanti, fino a penzolare lungo i fianchi, inerti ed impotenti. Nel frattempo l’ombra continua a danzare un tango appassionato. Non c’è nessuna musica, ma si può intuire, immaginare, tanta è la grazia con cui la ballerina si lascia cadere tra le braccia dell’ombra, per poi risollevarsi come senza peso. Anche l’ombra si muove con insospettata agilità, quasi non fosse la mia, pensa il signor Capuleti.
Tutta una vita restando incollati ad un uomo banale e scialbo, con la pancia e radi capelli. Un’ombra agile, che potrebbe benissimo essere quella di un ginnasta, di un acrobata, di un grande ballerino e che invece ha avuto in sorte di appartenere al ragionier Capuleti, impiegato. Con la pancia e radi capelli.
Una lacrima scorre silenziosamente sulla guancia del proprietario dell’ombra, poi un’altra ed un’altra ancora.
Sei libera, dice sommessamente il signor Capuleti, da oggi ti sciolgo da ogni voto o dovere. Poi volta le spalle al cono di luce ed esce dal locale, con le guance rigate da sottili fili d’argento. Ed è un vero peccato che si sia voltato e sia uscito così in fretta e furia.
Perché l’ombra, dopo le sue parole, si stacca per un istante dalla ballerina e si esibisce in un lungo, elegante inchino, al tempo stesso omaggio e ringraziamento, per un vecchio, vecchissimo amico che, caso strano su questa terra, ha saputo rinunciare al proprio orgoglio, alla propria vanità.
Ed il signor Capuleti, tornando a casa sentendosi un po’ più vecchio, solo ed inutile, non sa di aver compiuto una meravigliosa buona azione.

"La 500" di Frank Spada

La 500 rossa della prof, spinta da tre ragazzini sudaticci, rotolava senza rumore l’asfalto sulle ruote lungo il mezzodì di una giornata di fine giugno, in una cittadina collinare dell’Italia del nord-est, calda come la fine della scuola.
Guida mirata in fondo a un viale, una donna giovanile – chincaglieria di prim’ordine sotto una t-shirt, pantalone giù di vita e occhi nero fuoco – voleva raggiungere il distributore di benzina Agip, trovare aiuto da chi forse s’intendeva di motori, arrivare a casa, togliersi via le impronte degli sguardi appiccicati sui vestiti tesi dalle forme, e riunirsi alla famiglia: un marito, tre figlie e un cane.
I tre studenti, che avrebbero fatto qualsiasi cosa per accontentarla, piegati per lo sforzo imprecavano il divino in dialetto friulano perchè quel distributore non avanzava; mentre lei, la bella mora, gomito appoggiato al finestrino e occhi attenti a mettere a fuoco le ciglia, schiudeva le labbra umettando il colore naturale rosso-fragola e, tra un balzo in là e un altro indietro, seduta sopra un fondo schiena delizioso: – Su ragazzi, qui c’è un po’ di salita, datevi da fare, altrimenti dovrò chiedere aiuto a qualcun’altro! – diceva per incoraggiarli. I tre, in mente i sogni spasimanti lasciati sotto il banco, spinsero a fondo. Respiri all’unisono e arrivarono sotto la pensilina. Si scambiarono in silenzio gli occhi luccicanti, soddisfatti: la promozione era a portata di mano. Rivolsero alla prof tre saluti e un inchino e corsero alla fermata dell’autobus. Lei li salutò con uno sventolio di mano.
Un sorriso al benzinaio – un robusto giovanotto che stava chiudendo per la pausa pranzo – e lei chiese: – Che ne direbbe di dargli un’occhiatina, gliela lascio volentieri e torno verso sera?
– No, no... vediamo subito! – rispose l’uomo ripassando il da farsi agli occhi e spinse la vetturetta dentro la rimessa.
Lei lo seguì dicendogli che la 500 era di suo marito, un insopportabile fanatico che la lasciava sempre sola per inseguire il vanto di raccogliere medaglie – lei voleva dire cianfrusaglie, ma si trattenne – frequentando i raduni d’auto d’epoca, una domenica sì, e l’altra anche, in giro per le province attorno. Il benzinaio simulò indifferenza e lei aggiunse che il marito gliel’aveva imprestata dopo mille raccomandazioni. Poco dopo, trovato con sveltezza il guasto – serbatoio vuoto e indicatore fermo al mezzo pieno – l’uomo tenne per sé quanto riscontrato. Disse alla signora che veniva subito, uscì fuori, appese un cartello con scritto “Chiuso per manutenzione”, rientrò e abbassò la serranda oliata senza far rumore.
Dopo un lavoro fatto con passione, mise un po’ di benzina nel serbatoio e si fece pagare 200 euro – senza ricevuta – per una bobina in ordine che confessò di aver sostituito, senza che lei chiedesse altro.
Quando la 500 della prof ripartì a motore acceso, i tre ragazzi avevano finito di pranzare, di prepararsi per l’interrogazione del giorno seguente ed erano andati a morose – lei, invece, arrivò a casa all’imbrunire, quando l’aria si era rinfrescata. Si sentiva languida, odorosa di benessere come non mai e di buon umore.
A cena, però, non perse l’occasione di brontolare con il marito perchè la 500 era rimasta in panne e aveva perso il pomeriggio per riparare il guasto. Aveva cambiato la bobina al distributore di benzina, vicino a scuola, gli disse quasi sbraitando, aspettando di sentirsi dire grazie. L’uomo impallidì di colpo, tossendo, e provò un forte senso di vertigine. La maggiore prese a battergli la schiena, le sorelle a ridere, e la donna si limitò a dirgli di mangiare con più educazione. Qualche istante e lui si alzò da tavola, mise il guinzaglio al cane e uscì. Lei non gli badò.
L’indomani, il professionista – un commercialista che passava spesso le serate in ufficio – lasciò in garage il Suv e andò al lavoro con la 500. Si fermò con il motore acceso in quel distributore e quando l’addetto si avvicinò per servirlo, gli ghignò un sorriso silenzioso, scuotendo il capo. Questi lo guardò senza capire e si rimise al sole con un giornalino in mano. Poi l’altro ripartì.
Qualche mese dopo, quel benzinaio fu trovato massacrato, deturpato orribilmente.
Unici indizi in mano agli inquirenti: il poveretto aveva molte donne e le amava con passione esercitata.
Chissà se qualcuno indagherà sul fatto che una 500 d’epoca può profumare più di un amore ormai stantio e far venire le vertigini al proprietario, in questo caso un tizio geloso che altri le alzino il cofano?
Nella cittadina, ora gira voce che i mariti litigano più spesso con le rispettive mogli – talvolta anche con quelle degli altri – preoccupati per un distributore Agip ancora chiuso.

"La bionda di Pietroburgo" di Alessandro Bastasi

Alessandro Bastasi
Lo spaccato di una realtà quotidiana e nascosta che viene a galla a volte sui giornali, nella cronaca nera ma spesso lì si affossa
L’uomo è arrivato a San Pietroburgo da un paio d’ore. Alloggia al Grand Hotel Europa, il migliore albergo della città. Sono le dieci di sera, ma è come se fosse giorno, le famose notti bianche di giugno. L’uomo si dirige a fare due passi sul Nevskij Prospekt, a godersi la frescura che il mare a quell’ora sospinge nelle strade della vecchia capitale. Ed è allora che la vede.
Bionda, alta, due grandi, tristi occhi castani, un sorriso assorto, si sta dirigendo verso di lui. L'uomo ricambia il sorriso, lei si guarda intorno con fare preoccupato, poi, titubante, gli chiede se vuole fare l'amore. Lui risponde subito di sì.
- Cento dollari?
La ragazza annuisce con la testa, e senza perdere tempo si affretta sulla strada per fermare un'auto.
- Andiamo a casa mia - dice.
Lui non fa obiezioni. Ci mettono quindici minuti ad arrivare, ed è un tragitto penoso, con lei che se ne sta ostinatamente zitta, e con lui che cerca in tutti i modi di chiacchierare un po'. Quella ragazza è davvero strana, diversissima da quelle che ha conosciuto a Mosca, ogni tanto sospira, o le tremano le labbra, l'uomo pensa che forse per lei è la prima volta, che non voglia farlo, che vi sia costretta dalla necessità di pagare l'affitto, tant'è che le dice: - Se non vuoi, non lo facciamo, ti lascio qualcosa lo stesso, e me ne torno indietro. Non c'è problema, davvero!
Ma lei fa di no con la testa, un no nervoso, poi si gira dall'altra parte, cercando di evitare il suo sguardo, che la fruga, indispettito, con sospetto. Finalmente arrivano, un palazzone grigio di periferia, uguale a tutti i palazzoni di periferia della Russia, che sono cadenti ancor prima di essere finiti. Salgono al quarto piano, in casa, c'è uno stretto corridoio con una porta in fondo, e la cucina sulla destra, con una lampadina che penzola triste dal soffitto. Lui ha una gran voglia di scappare via. Non gli è mai capitato prima, ma che cos'ha quella? Se non vuole basta dirlo, cristo! Un sorriso, almeno. No, fare l'amore con quella lì, ne è sempre più convinto, sarà di uno squallore immane, sicuramente si stenderà sul letto, aprirà nervosamente le gambe, e starà in tensione finché lui non avrà finito. Ma vaffanculo, ma per chi lo ha preso?
- Vuoi mangiare qualcosa? - gli chiede lei.
Ma figurarsi!, pensa l'uomo, seduto di sbieco sul bordo di una sedia sbilenca, in quella cucina unta, coi piatti sporchi nel lavello. Le sputa un no secco. Lei comunque, come se niente fosse, prende fuori dal frigo una scatola di pelati da mezzo chilo, l'apre con un coltello, e comincia a mangiarli, così come sono, freddi, tristi, disgustosi. Lui la guarda, ammutolito, a disagio per lei per quella totale mancanza di cura, anzi, per il disprezzo di sé che scaturisce da quel modo desolato di ingurgitare cibo.
Poi lei gli chiede i soldi.
- Non puoi darmi qualcosa di più?
E no, cazzo, quella è la tariffa standard, e per un trattamento cento volte migliore del suo.
- Vedremo dopo.
Lei non fa una piega, prende i soldi e gli dice:
- Aspettami qui un momento.

Dove va, a lavarsi? A mettere via i soldi per paura che lui glieli riprenda? L'uomo non è tranquillo, non è questo il modo di comportarsi, di solito le altre lo portano subito in camera, poi vanno a fare la doccia, e arrivano sotto le coperte belle calde e sorridenti. Eppure rimane lì, in quel buco di cucina, con il pavimento di linoleum, la scatola di pelati aperta mezza vuota, il coltello e la forchetta buttati in disordine sul tavolo di fòrmica. Ma quella quanto ci mette? Che cosa sta facendo? Forse è meglio andarsene. Ma no, le ha dato cento dollari, cavolo. E forse potrebbe essere, chissà, molto meglio di quanto lui non pensi. Magari adesso quella arriva lì, a spataffiargli la fica sotto il naso. Mah! Meglio mettere al sicuro gli altri soldi, intanto. Toglie quattrocento dollari dal portafoglio, lasciandoci solo pochi spiccioli, e se li mette nella tasca con la cerniera del giubbino. E continua ad aspettare. Aspettare. Adesso basta, però! La tensione cresce, gli sale dallo stomaco, gli fa chiudere la mani a pugno, ritmicamente. Gli viene un colpo, una scarica di adrenalina, quando va via la luce di quell'unica lampadina a penzoloni. Si riaccende subito, per fortuna, e lui respira forte. Si toglie gli occhiali e si strofina il viso, a lungo. Adesso me ne vado, si dice, sì, adesso mi alzo e me ne vado. Ma rimane lì, perché lei deve per forza ritornare, rimane lì, a guardare fisso la porta aperta della cucina, che dà sul buio del corridoio. A un tratto lo spazio di quella porta si riempie, e gli si rizzano i capelli in testa.

È un uomo giovane, alto e biondo, vestito di tutto punto, con un completo grigio chiaro e una cravatta azzurra. Ubriaco fradicio. Guarda l'altro per un po', in silenzio, con gli occhi semichiusi. Questo capisce subito.
- Occhei, occhei, adesso me ne vado ... vado via - balbetta, alzandosi, impacciato e impaurito.
Ma il giovane si avvicina, e gli scarica un pugno tremendo sullo zigomo sinistro, ricacciandolo sulla sedia. Lui si sente morire dal dolore, urla, e cerca di rialzarsi, adesso l'unica cosa che deve fare è riuscire a raggiungere la porta dell'ingresso. L'altro si fa ancora avanti, e afferra con forza il coltello che sta sul tavolo, e glielo agita contro, alitandogli in faccia "Dammi i soldi! I soldi! Sporco bastardo americano!" L'uomo è terrorizzato, tira fuori il portafoglio, glielo mostra, e dice "Guarda, ho solo dieci dollari, li vuoi? Occhei, occhei, prendi!" Il biondo glieli strappa via, e si mette a guardarli da vicino, a lungo, barcollando, sempre con il coltello in mano.
È un attimo. L'uomo, con un urlo, balza addosso al giovane, che crolla a terra come un fuscello, senza un lamento, trascinandosi dietro una sedia e la scatola dei pelati. L'uomo quasi non ci crede: ce l'ho fatta! Posso andarmene! Ma rimane lì, a guardarlo, come un coglione, con uno strano ghigno. "Bastardo" sibila. Bastardo! E invece di scappare, comincia a tempestarlo di calci, colpi secchi, soffocati, "Bastardo!", e picchia dappertutto, senza guardare, "Figlio di puttana!", urla, e colpisce, in faccia, nella schiena, nella pancia. Poi afferra la sedia e gliela spacca in testa, e non riesce più distinguere il sangue dalla salsa dei pelati. Respira affannosamente. E vede il coltello per terra. Lo raccoglie. Dov'è la ragazza, adesso? Lui rivuole i suoi cento dollari, cazzo! Quella troia dev'essere nella stanza in fondo al corridoio, e in effetti è proprio così, lui piomba dentro come una furia, ma si blocca di colpo, e non perché lei è rannicchiata in fondo al letto, terrorizzata, incapace di dire una parola, è per la puzza bestiale che lo investe, tre bottiglie di vodka vuote sul comodino e una chiazza di vomito fresco sul tappeto lurido. La ragazza lo guarda, cercando di farsi piccola piccola, lontana, impaurita, un grosso livido sotto l'occhio destro. Allora lui butta con rabbia il coltello sul letto, e corre alla porta d'ingresso, via da quella casa, via, e discende le scale a quattro gradini per volta, adesso ha paura che altri inquilini lo fermino, forse quel ragazzo è morto, e magari arriva la polizia, via, via, di corsa! Corre a rotta di collo anche fuori, ogni tanto si volta indietro, incrocia un'auto della militzija, rallenta, col cuore in gola, poi finalmente vede un taxi, un taxi vero, di quelli coi quadratini neri sul fianco.

La sera successiva l'uomo è seduto nella hall del Grand Hotel Europa. Sta cercando di leggere un libro, sorseggiando un aperitivo. Quel giorno ha cancellato tutti gli appuntamenti di lavoro e non è mai uscito dall’albergo, perché il tremito alle mani non gli era ancora passato. A un tratto, solleva lo sguardo per chiamare il cameriere, e ha un sussulto al cuore. La ragazza! E’ lì, a meno di tre metri da lui. Con il livido ancora in evidenza sotto l'occhio destro. Lui si agita, vorrebbe scomparire, ma lei lo ha già visto, e gli si sta avvicinando.
- Ha dimenticato questi - gli dice seccamente, porgendogli un paio di occhiali.
Lui è confuso, arrabbiato, impaurito, non sa dove guardare.
- Grazie - farfuglia.
Lei si gira per andarsene, ma l'uomo si alza e la ferma con la mano.
- E lui ... come sta ...
La ragazza si irrigidisce.
- E' morto - dice in fretta.
Gli si blocca il respiro. Una vampata di sangue alla testa.
- Come ...
- L'ho finito io, a coltellate - continua lei, inespressiva.
Tace per un attimo. Poi, fissandolo negli occhi, prosegue gelida:
- … e comunque nel palazzo, a quell'ora, molti hanno sentito un gran rumore per le scale, e qualcuno ha anche visto un uomo allontanarsi di corsa sul vialone. Dopo un po' ho gridato, in modo che tutti venissero a vedere quello che era successo.
Lo guarda, con aria di sfida. Lui non riesce ad aprire bocca, un crampo gli attorciglia lo stomaco. Lei solleva il viso, e gli sfiora la guancia con le labbra.
- Grazie - gli dice - ora è meglio che vada.

"La cura" di Alessio Pracanica

a Nadia
di Alessio Pracanica

La cura Pag.1

“ Cosa c’è lì dentro, dottor Mesmer? “ domanda l’uomo legato alla poltrona con voce tremante.
“ Una soluzione di epidendrina al 5 per cento. Aiuterà a sopportare meglio l’elettroshock” mente il dottore, controllando che non ci sia aria nella siringa.
“ Ah, grazie.” esclama l’uomo, visibilmente sollevato “ lei è sempre tanto buono con me.”
Poi osserva le cinghie, che gli costringono le braccia contro i braccioli.
“ Anche queste sono per la mia sicurezza, immagino.”
Il tono stavolta è leggermente ironico. Un residuo della vecchia personalità, pensa Mesmer, mentre gli inserisce l’ago in una vena del braccio. Il procedimento non è ancora completamente a punto. L’epidendrina rende il soggetto una lavagna bianca, su cui l’operatore può scrivere qualsiasi cosa. Il successivo trattamento elettrico s’incarica di stabilizzare l’effetto e renderlo duraturo nel tempo. Viene ancora definito elettroshock, per comodità, quasi per una pigra consuetudine verbale, ma è ben diverso dai rudi trattamenti inflitti ai pazienti, agli albori della moderna psichiatria. Di fatto non agisce più sull’intero corpo, oltretutto un inutile spreco di energia, ma sulle singole sinapsi, permettendo il rilascio delle molecole di epidendrina, un volta terminata la fase di imprinting. Mesmer, in diverse pubblicazioni sull’argomento, aveva proposto l’acronimo SST, Selective Synaptic Treatment, ma con scarso successo. Per tutti era rimasto elettroshock e con il tempo, anche lui si era adeguato.
Tutto qui. Iniettare l’epidendrina, attendere una decina di minuti, cancellare dalla personalità del paziente i tratti indesiderati, quindi mandare la scossa. Un procedimento apparentemente semplice, che in realtà nascondeva anni di sperimentazioni, di analisi, di vicoli ciechi e di fallimenti.
Il semplice isolamento dell’epidendrina in forma pura, aveva richiesto tantissimo tempo, lunghe notti insonni davanti ai monitor ed estenuanti discussioni con il direttore dell’istituto, stanco di erogare fondi per una ricerca apparentemente senza risultati. Un neurotrasmettitore ovviamente, sconosciuto fino a quel momento e responsabile delle più svariate forme di apprendimento, dalla memoria a breve termine alla comprensione di un simbolo, di un enunciato matematico, di un concetto etico. Il primo passo era stato separarlo dalle altre centinaia di neurotrasmettitori, che ingorgavano il cervello come i sedimenti di un fiume in piena. Poi se ne era potenziato l’effetto, modificandone la struttura chimica in una forma speculare e levogira. Ah, la natura, pensa Mesmer. Nella sua formulazione naturale, l’epidendrina rendeva l’apprendimento un processo possibile, ma faticoso, cui era necessario, per funzionare, un continuo ed abnorme apporto di glucosio. La stanchezza mentale, lo stress, le palpebre che calano, l’ideazione che diventa lenta, i pensieri che si fanno goffi e tortuosi.

La cura Pag.2

Tutti segni di un esasperato consumo di glucosio cerebrale. I più intelligenti, i premi Nobel, i geniali inventori, non sono dotati di cervelli più grandi, di processori biologici più performanti. Soltanto di una più razionale distribuzione del glucosio cerebrale e di maggiori livelli di epidendrina. Tutto qui. Se l’evoluzione avesse fornito all’umanità l’epidendrina nella forma artificialmente potenziata, quella levogira, il risultato sarebbe stato una popolazione di premi Nobel. O forse no, si corregge Mesmer, controllando le pulsazioni in calo del paziente, indubbia conseguenza dell’avvenuta adesione delle molecole alle sinapsi. In realtà, l’epidendrina levogira non si limitava ad accelerare l’apprendimento a livelli sbalorditivi. Azzerava completamente il senso critico. Rimuoveva tutti i filtri imposti dall’esperienza e dall’evoluzione, che ci spingono a dubitare di un dato di recente acquisizione, se contrasta con tutto ciò che sappiamo o in cui crediamo. Un pianeta di lavagne bianche. Pronte ad essere strumentalizzate, manipolate, piegate alla volontà di chiunque. Mesmer invece aveva intravisto un’altra possibilità. Nelle mani giuste, poteva essere il rimedio perfetto per le peggiori forme di alienazione. Pazzi, serial killers, efferati criminali, ricondotti ad una vita civile. Quanto dolore, quanta sofferenza si potevano rimuovere definitivamente, con qualche iniezione e pochi millivolt erogati nei punti giusti. Mesmer osserva il paziente legato alla sedia. E’ un uomo sulla quarantina, con i capelli biondi e corti. La stampa lo ha definito il mostro di Liegi. Ventinove vittime d’ogni età e sesso in diciotto mesi. Mesmer stesso ne aveva compilato il profilo caratteriale, prima di avviare il trattamento sperimentale. Un’intelligenza beffarda, sottile, cavillosa. Un raro talento per il linguaggio, soprattutto verbale, capace di far balbettare i due poliziotti che lo avevano sorpreso sopra il ventinovesimo cadavere, con i vestiti letteralmente inzuppati di sangue. Adesso, dopo cinque cicli di trattamento, mostrava una personalità timida, cortese, insicura.
La frequenza è scesa sotto le sessanta pulsazioni al minuto, annota Mesmer ricontrollando il polso del paziente. Il trattamento numero sei, l’ultimo previsto, può avere inizio.
In quel momento squilla il telefono. Infastidito da quel disturbo inatteso, Mesmer risponde di mala grazia.
“ Pronto”
“ Ci sono novità?” domanda la ben nota voce del direttore dell’Istituto.
“ Stavo proprio iniziando la seconda fase del trattamento.”
“ E’ inutile che le dica quanto sia importante, avere successo con il soggetto in questione. Sarebbe un’ottima pubblicità per lei, per l’istituto e per tutti noi. “

Tutto giusto, tutto corretto. Eccettuato che al posto di pubblicità bisogna leggere soldi.
“ Ne sono perfettamente consapevole “ risponde Mesmer in tono neutro.
“ Magnifico. Abbiamo la massima fiducia in lei. Ho appena comunicato al ministro la buona riuscita dell’esperimento. Ne è stato entusiasta. Ha detto che manderà subito degli ispettori per analizzare i risultati. D’ora in poi la faccenda andrà avanti con fondi governativi. Una manna per il nostro istituto, soprattutto di questi tempi. “

La cura Pag.3

“ Mi sembra un po’ prematuro. Prima di sottoporre il procedimento al ministero della Sanità, è necessario standardizzare i protocolli. Un solo successo non basta. “
“ E chi ha parlato della Sanità? Sarà il ministero degl’Interni ad erogare i fondi. Senza bisogno di tante scartoffie. Io sono un tipo pratico, lei lo sa. Mi piace andare al sodo.”
“ Gl’Interni? “
“ Certo. Ho appena parlato personalmente con il ministro. Gliel’ho già detto.”
“ Ma la mia è una cura medica. Il ministero competente è … “
“ Mi ascolti Mesmer. Cerchiamo di non buttar via il bambino insieme all’acqua del bagno, ok? Il ministro degli Interni è più che competente. Lei sta cercando di curare uno dei più pericolosi serial killer della storia. E’ una faccenda di sicurezza e di ordine pubblico, innanzitutto. “
Sicurezza, ordine pubblico, polizia, governo. Le parole gli si affollano nella mente all’improvviso.
“ Mi sente Mesmer? Mi sente? “

Chi deciderà chi è pazzo e chi non lo è? Quale governo resisterebbe alla tentazione di estendere il trattamento anche agli oppositori, ai cronisti troppo scrupolosi, ai magistrati poco corruttibili? Chi di noi non ha un tic nervoso, una mania, una nevrosi? E gli artisti, i tossicodipendenti, gli omosessuali, gli atei, quelli con la mania del gioco d’azzardo? Un’intera specie da ricatalogare e condizionare. Un pianeta di lavagne bianche.
“ Mesmer, ma dov’è finito, dannazione? Tra poco arriveranno gli ispettori del ministero! Mesmer! “
Si precipita al tavolo di controllo, lasciando il telefono a penzolare dalla scrivania. Guarda il paziente nel monitor per qualche secondo, poi si avvicina al microfono.
“ Ricorda chi eri. “
Sulle lavagne resta sempre una piccola traccia delle scritte precedenti. Il condizionamento non è irreversibile. Non ancora almeno.
La sua mano destra scende a ruotare una manopola. Il corpo sulla poltrona ha una scossa appena percettibile.
Gli occhi del paziente, prima acquosi ed incerti, acquistano un’espressione sempre più determinata, mentre Mesmer lo libera dalla cinghie.
“ Va via! Scappa! Sei libero! “
Quindi si volta verso il terminale, per avviare il procedimento di cancellazione dei dati. Bisogna sbrigarsi, i tizi del ministero arriveranno tra breve. Come cani ansiosi di rodere l’osso.
Il lavoro di tutta una vita richiede soltanto pochi secondi per scomparire. Uno dei tanti, beffardi miracoli della tecnologia.
Un bruciore tagliente lo penetra all’improvviso nella schiena.
“ Sei il numero trenta, dottore. E’ un grande onore per te” dice il paziente rigirando il bisturi nella ferita.
Un moto di delusione attraversa l’animo di Mesmer. Da un tipo così si sarebbe aspettato una battuta di livello superiore, non certo una frase così banale, da cattivo dei fumetti.
Forse il profilo caratteriale non era così esatto. Solo uno dei miei tanti errori, pensa Mesmer scivolando al suolo.
Fa niente, si dice. La follia è un prezzo molto piccolo da pagare, se paragonato ad altri.

"La danzatriche dalle gambe fini" di Teodoro Ricci

di Teodoro Ricci

Un giorno mi trovai a passeggiare per le strade puzzolenti di pioggia della mia città. C'è chi ama rifugiarsi nei guardi e nella complicità di una montagna; chi si raccoglie in casa propria in musiche new age ed altri che mettono su l'i-pod, una tuta, e vanno a perdere i propri pensieri passo dopo passo in una salutare corsetta.
Molte sono le cose che si fanno per stare bene, io amo camminare e
vivere ogni minima goccia vitale che si respiri.
Quel giorno attraversai dei quartieri nei quali non avevo mai solcato il passo. Di fronte ad un garage, dei ragazzini ne fecero una porta, nel solito riempir di calci un pallone. Da un cortile limitrofo una timida musica classica si faceva spazio fra gli schiamazzi di un goal o di un'azione dubbia. La curiosità s'impossessò del mio futuro prossimo. Da un lettore cd portatile, le note di Chopin venivano diffuse nelle orecchie di quattro piccole scolarette dagli occhi di ammirazione, verso il centro. Nel mezzo una ragazzina volteggiava su quelle sonorità intime, frapponendosi agli occhi lucidi delle amichette. Sinuosa contorceva quelle gambe sottili avvolte da un panta-jazz chiaro. Sorrideva, compiacendosi del suo fluttuare armonioso e leggiadro, assecondando le note come una foglia d'autunno
ai capricci del vento. La madre di quello splendido cigno danzante s'affacciò d'improvviso dal balcone, sbraitando come un'ossessa. Fermò quell'incanto danzante al pari di un cucchiaio sbattuto ripetutamente su di una pentola. Una parte di lei forse vorrebbe crederle, ma prevalse l'altra, più concreta e razionale, ridicolizzandola di fronte alle compagne e gettandola in lacrime,facendola correre via in casa, in preda alla vergogna. Frédéric Chopin continuava ad intersecar note che d'un tratto si fecero tristi, come degna descrizione di una poesia che al suo apice si trova priva di parole...
Afonia disarmante che veniva rotta solo dai suoni di un pianto.
Com'è triste non aver l'appoggio di chi ti vuole bene.
Basito ho ripreso a camminare, ma negli occhi non riuscivo a lavare l'offesa di quelle gambe fini, dalle diamantate lacrime che
brillavano su gote di speranza...

"La duna del torto" di Gian Andrea Rolla

La duna del torto

Un racconto ispirato da un racconto del mio amico Abdelvetah Ould Mohamed

di Gian Andrea Rolla

Papà fu il mio maestro nella scuola elementare di Portino, il mio paese. Non mi disse la verità sul perché mi volle in classe con lui a cinque anni. Un anno rubato ai giochi e all’ozio. I miei coetanei, già a tre anni erano intruppati nella scuola materna e io ero l’unico rimasto libero. La scuola materna del paese la curavano le suore e i miei erano comunisti. Erano tempi di divisioni nette, più trasparenti dell’acqua. Almeno per i miei, poi già allora non mancavano i comunisti furbi che volevano intendersela con i preti.
Nel mio orto ci stavo molto bene. Nascosto tra filari di piselli, fave e pomodori con i miei soldatini, cow boys coraggiosi contro indiani feroci o nordisti contro sudisti. Mi piacevano i negri, quel modo di cantare tanto profondo, ma la divisa grigia con bordi gialli era più elegante delle giacche azzurre e allora vincevano i sudisti.
Per le mie battaglie ormai c’erano solo i pomeriggi. Al mattino, nonostante i miei cinque anni, ero a scuola. Perché ero intelligente, diceva papà e confermava la mamma, annuendo seria con le sue lunghe ciglia finte. Invece era per una vecchia ruggine con il maestro Ruggine. Storie di dopoguerra, vendette trasversali tra comunisti e fascisti. Se aspettavo i sei anni sarei finito con il maestro Ruggine, tanto valeva andare nella scuola delle suore.
Cinque anni a scuola nel 1962 non doveva essere molto legale, tant’é che quando il direttore didattico era in visita, mio padre mi passava dalla finestra della classe sulle forti braccia del bidello, ex pugile e ex calciatore, che mi portava a casa e poi fumava una sigaretta insieme alla mamma.
Cinquanta anni dopo sono a Portino, seduto su un muretto, spalle al mare, davanti la stradina in salita che porta al camposanto. Papà il Maestro é morto e io ora sono il nuovo « vecchio » della famiglia. Ci ha messo novant’anni per morire. E per vivere. E ora il vecchio sono io, penso. Ma ecco apparirmi qualcuno che é vecchio per davvero. Il bidello se ne sta andando a passo lesto verso Erxe, il paese a ovest dove si chiude la baia. Erxe é ancora preso dal sole, perché é pomeriggio, e se a Portino abbiamo i primi raggi, poi abbiamo anche le prime ombre.
Mi alzo e lo avvicino.
Paride, sono Willy.
Si gira verso la voce che lo importuna , ma subito sorride.
Ah sei tu,… ma allora stai bene !
Non mi lamento, Paride, certo non come voi, quanti anni avete ?
Parliamo in dialetto, e in dialetto ai vecchi si dà del voi.
Un ragazzino – risponde con il suo sorriso da pescatore – ottantasette annetti bei suonati.
Belin ! e ve ne andate a Erxe a piedi ?
Due chilometri a andare e due chilometri a venire, anzi milleottocento metri, totale tremilaseicento metri, che sarà mai, bambino ? e vado anche a ballare con mia moglie, ogni sabato, dei bei balletti, e ho ancora la campagna, conigli e polli, metto il concime e mi prendo le uova.
L’importante é non fare il contrario – dico.
Ci si fa una risata e riprende la passeggiata.
Ma allora stai bene ! e io che ero già triste ! – grida allegro, ormai girato verso Erxe.
Lo guardo sparire tra paesani e villeggianti in lungomare e mi dico che Paride é svanito. Mi ha confuso con mio padre, ma l’importante é che sia contento che mio padre stia bene. Erano amici.
Come stia e se stia, mio padre, lascio il dibattito a preti e filosofi.
Io ero ateo, come mio padre. Ma ho smesso d’esserlo quando é morto. Quando me lo hanno detto, ero solo con il mio cane, in Africa, nel Sahara. Non sono riuscito a trovare le gambe per salire su un aereo e fare la strada del camposanto insieme ai miei.
M’é rimasta per gli occhi una tomba di terra mossa e una croce che lui non avrebbe certo voluto, ma al momento non c’é altro per segnalare che é là sotto. Poi faremo una tomba di pietra senza simboli, quando la terra sarà assestata. Abbiamo scelto una bella foto, un libro in mano, vicino alla lavagna, un sorriso che non mi ricordavo, tranquillo, sicuro. Come dovrebbe essere un vero maestro.
Ma io intanto non so come stia e se stia. Prima ero ateo e sapevo. Ora sono agnostico e non so più nulla. Sarà stata la speranza di rivederlo, fosse anche per tre secondi, a farmi sperare di sbagliarmi. Uno dovrebbe sempre sperare d’aver ragione. Io invece, ora, spero d’avere torto.
Un mio amico arabo mi dice che suo padre lo fa arrabbiare. Ogni venerdi’ s’inerpica su una duna enorme. Dietro la duna c’e il vecchio cimitero dell’oasi dove vive la sua famiglia. Qualche volta il vecchio si romperà il collo su quella duna o gli si fermerà il cuore. Ma il vecchio dice che il suo vero villaggio é il camposanto, dove ci sono i suoi vecchi e i suoi amici, mica quel villaggio dove i suoi figli s’insistono a vivere.
Mio padre diceva che quando scendeva alla marina del paese, non c’era più nessuno, anche se era pieno di gente e tutti gli offrivano il loro posto nelle panchine all’ombra e gli davano il buongiorno e lo ascoltavano attenti mentre infieriva contro il governo. Per lui non c’era più nessuno, i suoi erano al camposanto, rimaneva qualche giovane, come Paride.
Se non avevi almeno novant’anni, eri un ragazzo, per il Maestro.
Adesso, lo vedo quando sogno e per fortuna continua a spiegarmi un mucchio di cose, zoologia, geografia, storia, filosofia, poesia, politica e piatti tipici.
In attesa d’aver torto e di sapere, m’accontento d’aprire gli occhi prima dell’alba.
« Ciao, papà, al prossimo sogno allora, puntuale ».

"La frittata Fabergè" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

... quando si vuole qualcosa ad ogni costo...

La frittata Fabergè pag.1

Ivan Ivanovic si svegliò alle otto in punto, tacitando con un dito la nuova sveglia elettronica coreana, che diffondeva nella stanza l’ouverture del Guglielmo Tell.
Aveva selezionato quella melodia tre giorni prima, scegliendola tra le migliaia disponibili, colpito dalla sua maestosità e convinto che fosse opera di un qualsiasi, grande, musicista russo, che la sua terra ne aveva sfornati tanti, prima che quel tale, come si chiamava, ah sì, Lenin, togliesse le catene a quei fannulloni di operai, per metterle a tutti gli altri.
Non che Ivan Ivanovic disprezzasse la cultura. Semplicemente non aveva tempo da dedicare ad essa, che una giornata dura solo ventiquattr’ore e se un pover’uomo deve stare appresso alle fluttuazioni di borsa, posare metanodotti dalla Siberia a Vattelapesca, oliare funzionari statali pigri e maldisposti verso la libera iniziativa economica, rispondere alle email, raffinare petrolio, comprare diamanti industriali nel Congo, rivenderli in California e offrire ad ogni belligerante del pianeta i rinomati Kalashnikov dismessi come ferrivecchi dall’ex Armata Rossa, le suddette ventiquatt’ore ti permettono si e no qualche ora di sonno, un paio di panini ingoiati alla svelta davanti allo schermo del tuo nuovo portatile giapponese e il minutaggio minimo necessario per mostrare la propria collezione di farfalle a qualche attricetta moldava, mandata a prendere con mazzi di fiori e limousine e rispedita a casa in autobus con qualche rublo nel portamonete.
D’altronde è il prezzo da pagare per poter vedere Mosca da un attico al quarantesimo piano, si disse accomodandosi in un ampia poltrona in terrazzo.
In lontananza, le guglie del Cremlino scintillavano al sole.
Il maggiordomo fu lesto a portare il vassoio della colazione. Pane tostato, burro danese, caviale Beluga, cetriolini in salamoia, succo d’arancia e giornali.
Perché, come si è detto, Ivan Ivanovic non disprezzava affatto la cultura. Prova ne sia che, alcuni anni addietro, avendo ricevuto in dono da un leccapiedi un sontuoso volume dal titolo Guerra e pace, opera di un certo L. Tolstoj, pur guardandosi bene dal leggerlo, si era subito documentato sull’autore.
Dalle scarne righe di biografia, rintracciabili in terza di copertina, si evinceva senza ombra di dubbio che il suddetto L. fosse nativo della zona di Tula. Nell’annuario della camera di commercio, risultava effettivamente tale Lavrentiy Tolstoj, nativo di Jasnaja Poljana e titolare di una fabbrica di trattori agricoli, che si vide recapitare un’email di congratulazioni per l’ottimo romanzo scritto, con quali reazioni non è dato sapere.
In ogni caso, la mancanza di tempo non impediva a Ivan Ivanovic di sbirciare almeno i titoli dei principali quotidiani, che leggere interi articoli sarebbe stato davvero troppo lusso, per un imprenditore serio e avveduto.
Fu così che, tra un trafiletto sul prezzo del molibdeno e un titolone a quattro colonne della Pravda, che anticipava la narrazione, con tanto di testimonianze e dovizia di particolari, del rapimento del guardiano di una distilleria di vodka dalle parti di Novosibirsk, effettuato da alcuni dischi volanti di colore rosso intenso, il suo sguardo cadde su un elzeviro che magnificava le qualità delle famose uova Fabergè, celebrate in ogni dove.
Fu dunque naturale conseguenza inviare il maggiordomo ad acquistare due dozzine delle suddette uova, indubbiamente degne di allietare la tavola di un libero imprenditore, se i migliori cuochi francesi avevano piantato baracca e burattini, per venire fino in Russia a cucinarle.
Grande fu quindi la sua sorpresa, quando vide ritornare il domestico a mani vuote.
E dunque? domandò Ivan Ivanovic alzando un sopracciglio.
Niente rispose il maggiordomo spalancando le braccia, il droghiere possiede alcune centinaia di ottime uova di gallina, di anatra, di struzzo, di fagiano e di tutte mi ha decantato qualità e freschezza. Se vossignoria volesse, possiede anche alcune uova fossili di dodo, che a quanto pare colleziona e di cui è disposto a privarsi dietro ragionevole compenso, ma queste uova Fabergè non le ha mai sentite nominare.
Imbecille, urlò Ivan Ivanovic in preda alla collera, sembrandogli una vera ingiustizia che la vita lo privasse di uno dei rari piaceri che intendeva concedersi, non gli hai detto che sono disposto a pagare qualsiasi cifra, pur di averle?
Ho chiarito all’esercente che Vostra Eccellenza è uomo molto generoso, ma la cosa ha prodotto in lui scarso effetto. Gallina, anatra, struzzo e fagiano. E dodo se proprio si vuole, anche se per onestà mi ha sconsigliato di ingerirle, non essendo, a suo dire, propriamente freschissime. Altro non sa. Se vossignoria permette un mio modesto parere, l’uomo non mi è sembrato all’altezza del compito. Meglio sarebbe rivolgersi altrove, verso lidi meno …. provinciali, se mi è consentito dire.

La frittata Fabergè pag.2

E Ivan Ivanovic, uomo avveduto e ragionevole, dovette convenire che decenni di marxismo-leninismo avevano senz’altro abbrutito le masse moscovite, se anche il miglior droghiere di tutte le russie, roba da mille rubli per un etto di caviale, sconosceva le uova più famose del mondo. D’altronde si sa, l’ignoranza è il peggior dei mali.
Ma grandi imprenditori si diventa e non si nasce, mercè la furbizia, l’applicazione e lo spirito di iniziativa. Così si ricordò che tra le sue molteplici attività, c’era la gestione di una catena di tavole calde sul Mar Nero e si precipitò a telefonare all’amministratore delegato di tale società il quale, essendo del ramo, avrebbe certamente potuto esser d’aiuto.
No, anche Nikolaev Niklaic’ Goryunov, amministratore delegato della Svetlana Ltd. sconosceva questo tipo di uova. Avrebbe potuto fornire, su richiesta, centinaia di uova normali, tutte freschissime e appena giunte dalla Bulgaria, terra a suo dire di galline felici e soddisfatte, ma niente uova francesi. Il mercato non ne richiede, si giustificò.
Al che Ivan Ivanovic dovette convenire che nel libero mercato è sempre la domanda a dettare l’offerta, anche se e qui Nikolaev Niklaic’ fu d’accordo, l’imprenditore saggio stimola opportunamente la domanda stessa, insinuando e creando, se è il caso, il bisogno nel consumatore finale, spesso all’oscuro dei propri più reconditi desideri per semplice ignoranza.
La delusione comunque non impedì a Ivan Ivanovic di congratularsi con Nikolaev Niklaic’ per i risultati ottenuti nel semestre precedente, comprendenti un ottimo + 6,1% del fatturato totale e un magnifico + 42,7% nella vendita delle melanzane in salsa satsivi, a fronte di un pessimo -7,9 % del precedente amministratore, attualmente addetto alla pulizia dello stagno al Gorkij Park.
Dopo i cordiali saluti di rito e le scuse di Goryunov per non aver potuto ottemperare ai desideri di sua eccellenza, Ivan Ivanovic mise giù il telefono con aria affranta.
Una vita di lavoro e dedizione, spesa nella crescita economica del proprio paese, per nulla. Anche un piccolo, innocuo desiderio veniva frustrato dal fato crudele e inesorabile.
Neanche chiedessi la luna, si disse Ivan Ivanovic amareggiato.
Al che il maggiordomo, ancora grato per la settimana di ferie ottenuta cinque anni prima e per la gratifica di venti rubli extra, in occasione delle feste natalizie, provò ad alleviare l’affanno del suo padrone, rammentandosi un trafiletto pubblicitario inserito in una vecchia rivista di cucina, spesso consultata per scopi professionali.

Chez Maurice
Soddisfiamo ogni vostro desiderio
Porte St. Denis - Boulevard de Bonne-Nouvelle 138 – Paris

Il suddetto opuscolo, ritagliato e mostrato a Ivan Ivanovic con mani tremanti, risvegliò l’imprenditore dallo sconforto.
Una breve ricerca su internet rivelò che quanto millantato nella pubblicità corrispondeva al vero. Non c’era piatto, ingrediente o ricetta, che non si potesse trovare nell’immensa carte del Maurice, a prezzi tutt’altro che economici, sia chiaro, che una semplice bistecca non costava meno di mille euro, ma la cultura esige il suo prezzo, tant’è e d’altronde crepi l’avarizia, si disse Ivan Ivanovic, i soldi son fatti per essere spesi.
Prenotare un tavolo da Maurice, predisporre l’aereo personale e correre all’aeroporto, fu dunque la naturale conseguenza di quanto esposto prima. Alcune ore dopo, quindi un raggiante Ivan Ivanovic fu accolto con tutti gli onori all’entrata del ristorante e pilotato abilmente dal maitre verso un comodo e discreto tavolo d’angolo, ove consumare il proprio pasto in santa pace.
Scelto l’immancabile vino francese, consultò il voluminoso menu, aiutato dalle traduzioni del personale, poiché di tempo per studiare le lingue non ce n’è e l’inglese per un imprenditore basta e avanza.
Dopo parecchi minuti Ivan Ivanovic scosse la testa e indicò con l’indice la voce oeufs, che includeva sette pagine di ricette varie.
Mi avete ingannato, mio caro amico, disse rivolto al maitre, nel vostro menu manca proprio ciò che cerco.
Certo, spiegò, c’erano uova in camicia, alla coque, strapazzate, alla Bismarck, in omelette e centoquarantadue tipi di frittate diverse, ma mancavano, ahimè, le tanto decantate uova Fabergè, che il mondo invidiava alla grande Russia, al punto da spingere il noto chef parigino Fabergè a trasferirsi a San Pietroburgo, pur di avere il privilegio di cucinarle. Di conseguenza, la pretesa di poter soddisfare ogni desiderio della clientela era, alla luce dei fatti, soltanto millantato credito, potendo fornire, il celeberrimo ristorante, tutt’al più piatti banali e ricette trite e ritrite, consumabili in qualsiasi tavola calda di Mosca.

La frittata Fabergè pag.3

A queste pepate insinuazioni, il maitre replicò, con aria serissima e professionalmente indignata.
Innanzi tutto, pur conoscendo ogni aspetto della nobile cucina francese, questo chef Fabergè non gli risultava affatto. Aveva si sentito nominare le famose uova, ma in contesti che ne sconsigliavano l’ingestione da parte di persone sane di mente.
Quanto alla millanteria di riuscire a soddisfare ogni desiderio della clientela, essa era invece pura realtà e se il suddetto signore avesse insistito nelle sue pretese, da Maurice avrebbe indubbiamente trovato di che sfamarsi, dopo un ragionevole lasso di tempo, necessario a procurare quanto richiesto. Terminò quest’ultima frase con tono secco, sottolineando ancora la pericolosità insita nel nutrirsi di siffatte uova, che sarebbero state fornite al cliente solo dopo congruo assegno e firma di una liberatoria, che scagionasse il locale da ogni probabile conseguenza per la salute del cliente stesso.
Benissimo, replicò Ivan Ivanovic, firmo ciò che volete. Portatemi una bella frittata di quattro, anzi no, di sei uova.
Quindi si predispose ad aspettare, allietato da alcune bottiglie di ottimo Borgogna annata ’85, dal costo di alcune migliaia di euro cadauna.
Nel frattempo il maitre setacciò tutti i musei e le case d’asta del mondo, offrendosi di comprare sei uova Fabergè a qualsiasi prezzo, che ne andava del buon nome del locale, che diamine e non sia mai detto che da Maurice la clientela non trovi ciò che cerca, foss’anche un brasato di unicorno, se è il caso.
Il mattino seguente, un vagone portavalori, scortato da decine di agenti di una nota società di sicurezza, prelevò un pacco all’aeroporto Charles De Gaulle, recandolo in fretta e gran segreto nelle cucine di Chez Maurice.
Dopo circa mezz’ora il maitre si approssimò al tavolo ove sedeva Ivan Ivanovic, visibilmente sbronzo.
Quanto richiesto dal signore e finalmente disponibile. Voglia avere la compiacenza di firmare la liberatoria. Qui, qui e ancora qui, indicò con un dito dall’unghia curatissima, il costo del piatto è di ventisei milioni di euro. Il signore è ancora del parere di consumare quanto richiesto?
Certo che si, rispose Ivan Ivanovic con gli occhi rossi e lucidi, non avrei sprecato un intero giorno se così non fosse. Si sbrighi a portarmi la mia frittata!
Lo chef gradirebbe sapere se il signore gradisce un po’ d’erba cipollina nel contesto.
Ci metta ciò che vuole, starnazzò l’imprenditore abbrancando il collo dell’ennesima bottiglia, è il suo mestiere, non il mio. L’importante è che non copra il sapore delle uova. Non mi va di spendere ventisei milioni di euro, per una frittata che sa di cipolla.
Di ciò non dubiti. Il sapore della frittata sarà alquanto … peculiare … se mi è concesso usare quest’espressione.
Un quarto d’ora dopo, due emozionatissimi camerieri deposero davanti ad Ivan Ivanovic un piatto con sopra un lingotto dorato, da cui spuntavano qua e la delle pietre preziose.
C’è voluto il tempo di raggiungere la temperatura di fusione. Il signore gradisce una baguette per accompagnare il tutto?
Che roba è questa?
domandò Ivan ivanovic.
Una frittata di sei uova Fabergè, rispose il maitre senza scomporsi.
Ivan Ivanovic saggiò il lingotto con una forchetta. Sembra metallo, disse.
E’ metallo. Oro a ventiquattro carati nella fattispecie, ricoperto di smalto bianco e pietre preziose. Ognuna di queste uova era una creazione unica, realizzata dal famoso Peter Carl Fabergè, gioielliere di corte, per conto dello zar Alessandro III di Russia.
Il signore ha forse cambiato parere e desidera qualcos’altro in sostituzione?

Fossi matto, rispose Ivan Ivanovic, con quello che mi è costata! E cominciò ad addentare la tanto sospirata frittata in un croccante rumore di denti rotti.

"La guerra in bocca" di Roberto Ritondale

di Roberto Ritondale
-Sam, mi fa un male boia. Non ce la faccio più.
Il fuoco dell’artiglieria nemica sembrava non volesse più finire.
-Sam…
-Forza, resisti Nick.
-Ho sete, Sam.
-L’acqua è finita.
-Merda. Sto morendo, Sam, sto morendo.
-Forza, resisti Nick.
-Ho solo vent’anni, Sam, solo vent’anni. Non può finire così.
-Prima o poi finisce comunque, Nick.
-Mi aspettano, a casa mi aspettano.
-Sei fortunato, Nick. C’è qualcuno che piangerà per te.
-Cazzo, Sam, sei proprio uno stronzo.
Per un istante incrociarono gli sguardi, che subito dopo si persero nel vuoto.
-Ho sete, Sam.
-L’acqua è finita.
-Merda.
Il dolore lo assaliva all’improvviso. Poi, per qualche attimo, quel buco nella spalla non sembrava neanche il suo.
-Non ho salutato nessuno, alla partenza… - rantolò Nick.
-Io non avevo nessuno da salutare.
-Io avevo Linda. Otto mesi che non la vedo. Non so dov’è. Non so più cosa fa.
-E nemmeno con chi se la fa…
-Sei proprio uno stronzo, Sam.
-Sono uno stronzo, Nick.
-Sam… Mi chiuderai gli occhi? Mi fanno schifo quelli che muoiono con gli occhi sbarrati.
-Ci penso io, Nick.
-Non ho nessuna speranza, Sam?
-Non credo, Nick.
-Sei proprio uno stronzo.
Il rosso del fuoco nemico cominciava a confondersi con quello del tramonto. Nick non lo aveva mai notato, un tramonto.
-Conosci qualche preghiera, Sam?
-Mai pregato in vita mia.
-Ma che faccio, glielo chiedo un miracolo?
-Provaci, Nick. Magari è qui di passaggio…
-Sicuro avrà notato quest’inferno.
-L’inferno non è posto da Dio…
Nick alzò lo sguardo su Sam.
-Ma ce l’hai un cuore sotto quella pellaccia da bastardo?
-Il cuore è un muscolo, Nick, una pompa che fa viaggiare il sangue.
-Sto morendo, Sam.
-Forza, resisti Nick.
-Cazzo, non sai dire altro?
-Resisti, Nick. Forza…
-Almeno ce l’hai un goccio d’acqua?
-E’ finita da un pezzo.
La sera stava calando un velo scuro sulle vergogne del mondo.
-Ma tu non hai paura della morte?
-Ho una fortuna, Nick: a casa non c’è nessuno che mi aspettta.
Nick scoppiò in lacrime. Caddero giù copiose, e alcune gli lambirono le labbra, ma non riuscì a dissetarsi.
-Mi chiuderai gli occhi, Sam? Mi fa schifo chi muore con gli occhi sbarrati.
-Ci penso io, Nick.
L’aria si appesantì. Quel buco nella spalla s’era fatto traforo.
-Ho tanta sete, Sam. Un goccio… solo un goccio per sciacquarmi la bocca.
-L’acqua è finita, Nick.
-…
-Nick?
Nick non rispose, nonostante avesse gli occhi spalancati.
-Qualcuno a casa piangerà per te - gli disse Sam. Che poi gli chiuse gli occhi e si inventò una preghiera.
Pregò fino a quando una bomba gli esplose addosso spaccandolo in due. Lo ritrovarono il giorno dopo in trincea. Con gli occhi sbarrati e con la guerra in bocca.

"La madre tuttofare" di Frank Spada

di Frank Spada

uno dei 10 racconti vincitore del concorso di scrittura "un sogno dentro un sogno"

"La madre tuttofare" pag. 1

Il Cavalier Giangiacomo Bolozzo, ex titolare pro forma di un famoso setificio ormai scomparso, ultimo discendente di una dinastia di imprenditori nati in campagna, vedovo – l’unica figlia è all’estero – vive a Como nella palazzina di famiglia in via dei Quattro angoli.
L’uomo, in là con gli anni ma in discrete condizioni di salute, è accudito da una donna svizzera, Amelie S., che da giovane lavorava come cameriera ai piani nel Grand Hotel di Locarno, dove lui trascorreva gran parte dell’estate assieme alla consorte e alla figlia all’epoca bambina. Stagione dopo stagione, con la continuità dell’affezione a un albergo esclusivo, e sopratutto ai suoi servizi in camera, il Cavaliere prese quella ragazza in forte simpatia. Un giorno, dopo aver convinto la moglie dell’opportunità di anticipare la pensione alla tata che avevano a Como, la coppia offrì uno stipendio più che buono a quella giovane gentile. Lei parlò con sua madre – un’emigrante friulana, vedova, svizzera per una fede al dito – mise qualche indumento in una sporta, salì su una splendente quattro porte convertibile, color panna e cappuccino, e seguì i Signori a Como; dove nessuno fece caso all’arrivo di una ”migrante di rimbalzo”. Da allora, ad eccezione di una sola volta per recarsi in un ambulatorio compiacente di un medico privato, appena oltre il valico di Chiasso, Amelie non lasciò più la residenza ufficialmente fissata in un letto in stile floreale, in una grande camera tutta per lei, in quella palazzina liberty progettata dal famoso architetto Sommaruga – considerata un bel esempio dell’architettura nuova, o “art nuveau” all’italiana.

Sarà perché in un’occasione accompagnò il Cavalier Bolozzo a braccetto – lo sorreggeva perché non inciampasse sul gradino della cappella di famiglia, mentre era impegnato a stringer mani, a seguire la bara della moglie e a far sistemare le corone delle varie associazioni presenti a fin di bene – sarà perché pochi mesi dopo il lutto stretto assecondò la passione della figlia, diventata maggiorenne con l’eredità lasciatale dalla madre, a lasciare i cenacoli di Brera e partire alla ricerca di se stessa dirigendosi a sud-est, verso il mondo delle arti esoteriche orientali, fatto sta che la badante svizzera, oggi poco più che cinquantenne è il fulcro della vita di Giangiacomo Bolozzo.

Circa il procedere dei fatti, Amelie, detta famigliarmente Melì, ogni tanto riceve notizie dei progressi della signorina Bolozzo con qualche cartolina esotica indirizzata al Cavaliere – il testo bianco, uno svolazzo come firma – e lui le lascia i francobolli per regalarli a un bambino che vive a Ascona, nella Svizzera italiana.

Verso la fine dello scorso anno, un giorno che si sentiva alquanto giù di tono, il Cavalier Bolozzo definì una questione in sospeso: nominò Amelie S. sua unica erede. Un testamento notarile per premiarla dell’attaccamento dimostrato alla famiglia e lei, la futura beneficiaria di un ricco patrimonio, nel frattempo, continua a governare come sempre le giornate del buon uomo con assoluta dedizione, assentandosi da Como solo ai primi di ogni mese per far visita alla madre – una donna allevata dalle suore dell’Orfanotrofio Sacro Cuore del Buon Gesù di Tolmezzo, diplomatasi in ricamo con la benedizione parrocchiale e che, appena maggiorenne, certificata come modello di virtù in tutti sensi, lasciò la terra natale della Carnia, una regione del nord-est alpino friulano, emigrò in Svizzera e si adattò in fretta al nuovo ambiente alpestre – tanto che ormai lavora da una vita in qualità di donna tuttofare, e sorvegliante di fiducia, nel retrobottega di un’antica farmacia di Lugano celebrata per la preparazione di infusi, di creme per la pelle e di uno speciale balsamo a base di miele di rosa, la “Complicata”; una rosa di colore rosso magenta, che già dal nome attesta una storia ricca di risvolti.
A onor di cronaca, va detto che questo balsamo particolare è considerato il migliore per alleviare le sofferenze alle vie respiratorie; quanto a credere che tutti i prodotti preparati e commercializzati in quella storica farmacia, sono naturali e rigorosamente protetti da un marchio centenario tramandato da padre in figlio, ciò è provato e fuor di dubbio.

"La madre tuttofare" pag. 2

E veniamo al Cavaliere, che ormai galoppa solo con gli occhiali e inizia le giornate tenendo il Corriere della Sera tra le mani.
Un the, un Pavesino dal vassoio, due cucchiai di pappa reale che Amelie gli fa ingoiare dopo averlo sollevato su un cuscino – glielo frappone tra l’acutezza delle scapole e la testiera intarsiata primo novecento – e lui apre il quotidiano fresco di stampa. Inizia dalla pagina degli annunci mortuari, controlla tra le lenti se ci sono nomi conosciuti, apre un quaderno che tiene dentro il comodino, spulcia un elenco, depenna gli amici morti e aggiorna il conto delle partecipazioni sulla pagina che un giorno – come dice rivolto a chi gli bada – sarà tutta per lui.
Per il resto delle ore, il buon uomo si trastulla scricchiolando avanti e indietro il parquet per mantenersi in forma, o sta seduto in soggiorno, in una poltrona con poggiapiedi incorporato, dove s’intrattiene curioso come un bambino con l’hobby per l’entomologia, sfogliando una raccolta di volumi sugli artroprodi, e gli insetti in genere, per i quali ha dimostrato da sempre un interesse maniacale, quasi ossessivo. Un libro vero, che non sia stato l’annuario rilegato dei gran premi ippici a Maia di Merano, mai letto. Porte chiuse, non riceve visite e vuole stare in pace. Verso le 11, e nel pomeriggio dopo un riposino, Amelie, se non piove, lo accompagna a strascicare i piedi nei giardinetti pubblici vicini a casa.
Là, tra un passo lento e un altro sollevando le ginocchia per sgranchire le articolazioni ossute, lui si ferma, traballa sul bastone, lo alza, indica alcune palazzine alla compagna al fianco e dice: “Vedi Melì, in quella abitavano gli... e in quell’altra... “. Senza il suo quaderno, da qualche tempo il poveruomo non ricorda i nomi. E la donna, cadenzando l’andatura dei pensieri, rinnova l’eloquenza taciturna ripetendo: “Ah! Cavaliere mio”.

Un pomeriggio di aprile di quest’anno, piovigginava da diversi giorni, il Bolozzo era costipato fin dai primi di marzo, oltre che afflitto da una tossetta fastidiosa, e Amelie era partita di buonora per andare a Lugano – sarebbe rientrata in tempo per preparare e far bere al Cavaliere la tisana della buona notte, mescolata con uno speciale balsamo che sua madre aveva espressamente preparato per alleviare il malessere dell’uomo, e che le aveva dato l’ultima volta che si erano viste – la palazzina in via dei Quattro Angoli era nelle mani di una rumena fatta venire come sempre da Amelie quando doveva assentarsi. La comunitaria se ne stava in camera a guardare la televisione, mangiare merendine, dormire, e all’improvviso una buffata da nord-est spazzò il cielo di Como.
Il sole rosseggiò d’arancio alle vetrate e il Cavaliere, stanco dell’aria inscatolata in casa, si coprì, s’infilò non visto tra le ante di un portone e uscì appoggiandosi al bastone; raggiunse sprezzante del pericolo l’altro lato della strada e si avviò verso i giardini pubblici da solo. Arrivò alla panchina dove si sedeva dopo la passeggiata abituale, e qui i suoi occhi furono attratti dall’iridescenza di una ragnatela vicino allo schienale. Luce sbieca, vibrante l’aria tra i colori sparsi sull’intreccio per impreziosire un’esecuzione di per sé più che perfetta, e lui si avvicinò. Sulla tessitura, nessuna traccia dell’artefice.
Si accomodò seduto, sostituì gli occhiali, inforcò quelli più spessi e iniziò a ispezionarla. Sul bordo superiore, seminascosto da un rampicante, lo vide. Aveva il dorso azzurro, punteggiato di vivaci macchioline verdi, e se ne stava immobile.
Impastò tra le lenti i due colori e s’insospettì per il giallo di un mistero. In mente la foto su una pagina del volume intitolato “Gli aracnidi”, e corrugò la fronte perché quel ragno era un esemplare del Nord Africa ritenuto velenoso, appartenente a una specie che disponeva solo di una dose di veleno, e che moriva subito dopo aver punto qualcosa; talché risultava difficile addossargli la responsabilità della morte di qualcuno, uomo o animale, se non si aveva la fortuna di trovare lì vicino l’omicida privo di vita. Il Cavaliere restò a lungo pensieroso. Pensò anche ai disperati d’oltremare sui barconi, poi, non sentendosi bene e accelerando i battiti del cuore, decise di rientrare a casa. Alzandosi, gli venne istintivo dire: “Ah! Ci mancava anche il clandestino con la pistola a un colpo!”. Quindi si girò per avviarsi e aggiunse: “Ti saluto, assassino senza volto!”. L’animaletto, forse offeso dalle ultime parole, sollevò una zampa, e il Cavalier Bolozzo arretrò incredulo il viso, interpretò il movimento come un gesto di rivolta e si riavvicinò alla tela. Unì all’orgoglio di un entomologo per caso la convinzione che quel ragno si trovasse fuori posto e si lasciò andare giù sulla panchina.

"La madre tuttofare" pag.3

Intenzionato a spiegargli come stavano le cose, puntò gli occhi sulla bestiola e cominciò a rinnovare, tossicchiando e a voce bassa, le sue origini partite da un contado del lombardo meneghino; finché passò a quelle dei compatrioti dell’intruso traghettati qua con lui. E a questo punto volle metterci del suo, e mise in luce il passato famigliare delle foto-tessere in ceramica esposte nella cappella di famiglia, e quello personale delle cronache locali. Elencò nomi alla rinfusa, luoghi, date, anche ordini d’arrivo, e commentando un battimani quando fu nominato Cavaliere dello sport in camicia nera, per una medaglia d’oro vinta in un concorso a ostacoli abbelliti dai fasci del Littorio – avvenimenti andati in grassetto sul principale quotidiano di Milano – vide il ragno muovere tutte le zampette sempre più velocemente. Il Bolozzo, avuta l’impressione che quell’insetto si fosse interessato alle sue storie, si inorgoglì, abbassò le palpebre e borbottando sgranò le sequenze della propria vita proiettata su uno schermo inesistente – l’imbrunire era ormai prossimo e il buon uomo non si avvide di quello che mutava attorno a lui.
Spintosi a ritroso nel passato – fino in braccio alla mamma che gli sussurrava una nenia per farlo addormentare – il Cavaliere si commosse. Cercò di tirar fuori dal pastrano un fazzoletto, ma qualcosa di indefinibile gli impediva ogni movimento – una luce impolverata, lattiginosa, oscurava il presente ai suoi occhi inumiditi.
Provò a muovere un braccio, poi l’altro. Tentò di raddrizzarsi sulle gambe: nessuna azione gli era permessa; salvo tossicchiare il torace in brontolii. Si sentiva imprigionato, serrato come in un bozzolo di quelli che aveva visto da bambino in mano al genitore – fu il giorno che andò con lui a fare un giro nello stabilimento a bordo di un’Isotta Fraschini con autista; quando suo padre glieli mise nella tasca della giacchetta principe di Galles senza collo, ma con la martingala, elargendo spiegazioni non richieste sul lavoro manifatturiero e preannunciandogli che sarebbe stato compito suo, da grande, occuparsi di tutto. La volta in cui il Bolozzo vide in modo chiaro il suo futuro lontano da quei luoghi orribili.
Fatto sta, che dopo diversi tentativi inutili, il Cavaliere volle gridare, ma la voce non gli arrivò nemmeno alla gola. Terrificato per l’inspiegabile impotenza, il poveruomo rimase inebetito; poi l’inquietudine lo allontanò nell’incoscienza staccandolo dalla fisicità.
A mala pena riusciva a respirare, ma ancora nulla impediva il processo della mente. E lui si adattò alla nuova condizione, all’opportunità di anticiparsi il perdono, la pace – nessuno sforzo, nessun obbligo di fornire spiegazioni.
Calò la sera e il Cavalier Bolozzo sentì le mani infreddolirsi, il corpo farsi insensibile, e pensò a quel ragno infido: “Che mi abbia punto?” si chiese. Ed ecco che una sonnolenza perniciosa, favorita poco per volta e complicatasi incoraggiando i battiti del cuore, mise fine ad una dinastia padana personificata dall’ultimo rampollo: un mancato industriale della seta persosi per strada per un’incollatura, anche svizzero-italiana, dopo aver corso la cavallina per tutta la vita.

Nel frattempo, nella palazzina di via dei Quattro angoli, la rumena si era stiracchiata fuori dal letto e ciabattava verso la cucina. Per cena ci sarebbe stato il “riso giallo”, come lo chiamava lei, il risotto alla milanese che Amelie aveva preparato per il Cavaliere prima di partire. A lui piaceva fatto al salto, con la crosterella su entrambi i lati. Come quello che gli portava in camera sua madre di nascosto, quando il padre urlava: “A letto senza cena, mascalzone!”
E questo succedeva ogni volta che l’autista-giardiniere brontolava: “Siur cumenda, per catturare i maggiolini, il Giangi ha rovinato ancora le sue rose Complicate!”

Due giorni dopo quella strana sonnolenza, che ghiacciò il Cavalier Bolozzo sopra una panchina, il Corriere della Sera mise in chiaro in un trafiletto filettato la scomparsa di un “bel uomo” e l’orario delle esequie.
Amelie S. – fianchi leggermente appesantiti, a braccetto di sua madre che indossava dei pantaloni blu e una giacca di colore cremisi scuro, altrimenti detto “rosso magenta – accompagnò Giangiacomo fino alla cappella di famiglia.
Preciso che la giacca, smessa dalla consorte di un farmacista appena laureato, mostrava il bavero impreziosito da un ragno d’oro luccicante piccoli brillanti – un gioiellino donato a una donna tuttofare, affidabile, discreta e previdente, in occasione del cinquantenario della sua assunzione in una farmacia di Lugano.
Qualche padano meneghino partecipò nella colonna degli annunci al lutto della figlia, che presenziò ai funerali solo con il nome, e successivamente, la madre di Melì, rientrata a Lugano, dopo aver svolto una pratica di affidamento, portò in Italia un nipotino che da quel giorno fissò la sua residenza a Como.

"La rivincita di Eve" di Barbara Bolzan

di Barbara Bolzan
Donne sul luogo di lavoro: competizioni che avvicinano...

Dicono che il nostro non sia un lavoro serio. Tutto dipende da cosa si intende con questo
aggettivo.
Se significa: salvare il mondo, mettere a punto strategie di sopravvivenza alla guerra nucleare o risanare l’economia italiana, lo ammetto: non è un lavoro serio.
In questo ambiente non salviamo il mondo. Preserviamo la nostra beneamata scrivania.
Non mettiamo a punto strategie di sopravvivenza alla guerra nucleare. Mettiamo a punto strategie atte alla nostra sopravvivenza (il mondo se la cava benissimo da solo).
Non risaniamo l’economia italiana. Facciamo di tutto per risanare il nostro conto corrente.
Non è poco, se ci pensate bene.
Andiamo in giro e leggiamo. Scriviamo e studiamo incessantemente. Ci scervelliamo sul prossimo ovviamente interessantissimo articolo che pubblicheremo (magari infarcito di banalità che non vogliono dire niente ma l’importante è che suonino bene). Parliamo con la gente.
Poniamo domande sostanzialmente idiote nel corso delle interviste (e spesso ci vuole un’intera nottata per farcele venire in mente e costruirle in modo deficiente quanto basta, così che possano essere comprese dall’interlocutore).
Sono cose serie, queste. Serissime. È la nostra vita. E va preservata.
Qui dentro è una guerra costante.
Ragazzine in gonnellina sbarazzina sculettano portando comunicati stampa. Ti sorridono e, mentre te li porgono, implorano umilmente: “Posso fare altro?”
Ti guardano, ma è solo perché sono strabiche. In realtà, fissano la tua scrivania pensando: “Un giorno, tu sarai mia”.
Nei miei articoli, io mi firmo Eva Harrington, ma in realtà Eva Harrington siete voi. Siete la copia conforme di quell’altra, dell’attrice, ed io conosco tutti i vostri trucchi.
Voi potete anche prendere il caffè con il Grande Capo, potete anche sorridergli e fare di tutto per iniziare la vostra ascesa. Vi lascio fare, perché ognuno cerca di farsi strada nel mondo come può.
Credetemi: ne ho viste tante come voi, giardino d’infanzia! Fate quasi tenerezza. Assisto ai vostri tentativi per togliervi le scarpette rosa col tacco ed indossare gli scarponi da montagna che vi aiuteranno nella vostra brava arrampicata.
Li ho visti, quegli scarponi: lindi, nuovi, appena comprati. L’unica cosa che otterrete saranno innumerevoli vesciche ai piedi. Mi spiace dirlo, ma è bene che sappiate come stanno le cose.
Sono qui a scrivere di voi, di me, di tutto e di niente. Intorno a me: la mia scrivania, l’ufficio, il corridoio, gli altri uffici, le scale, i tre piani di questo edificio, l’edificio stesso, la sede di questo giornale.
Sto battendo al computer, ma sono distratta. È che la sua presenza mi affascina.
Lei è lì. Con la sua aria servizievole. Con delle bozze da correggere. Finge un interesse che è ben lungi dal provare. È qui da poco, vuole farmi una buona impressione. La fa, su questo niente da dire.
Intanto, però, mi studia. Tutte le Nuove Giovanissime Stagiste lo fanno. A suo tempo l’ho fatto anch’io.
Il tempo stringe. Mordicchio la penna, tamburello sulla tastiera del PC senza scrivere una sola parola.
La porta si schiude ed appare la testa del Direttore.
“Come va?”
Lo chiede a me, ma è Lolita che solleva la testa. È seduta alla scrivania che, a rotazione, tutte loro occupano per tre mesi.
“Benissimo, grazie.” risponde, sciorinando un sorriso che dev’essere l’orgoglio del suo dentista.
Il Direttore ed io ci scambiamo un’occhiata eloquente. Poi, il Grande Capo se ne va.
La Stagista mi fissa, perché vede che mi sono alzata. Il sorriso che mi rivolge è uguale a quello di prima. Lo sguardo, però, la tradisce per una frazione di millesimo di secondo.
L’invidia è mal giudicata. L’invidia non è un peccato. È un fatto. È insita in ogni donna in carriera o che tale vorrebbe essere.
Buttiamo la maschera. Non siamo angeli ed il focolare lo abbiamo affittato da tempo alla fatina di Cenerentola, visto che sembrava tenerci tanto. Non siamo gattini o pulcini bagnati (anche se, come la Stagista insegna, sappiamo diventarlo). In realtà, siamo il Proteo del duemila:

tutto o niente. Tutto e subito. Acqua cheta e fuoco.
Ci vedete camminare per i corridoi. In realtà, stiamo correndo. Stiamo sgomitando.
Ci calpestiamo l’una con l’altra. Questa, si sa, è una norma non scritta ma nota a chiunque abbia un briciolo di materia grigia.
Ci invidiamo. Ebbene sì. Ci invidiamo tutto ciò che c’è da invidiare: lavoro, carriera, fidanzati, mariti, amanti, appartamento, scarpe, vestiti, taglio di capelli.
Nascoste dietro le nostre ciglia allungate dal rimmel con cura maniacale, siamo le regine dell’invidia malevola. Ci sorridiamo e ci ricopriamo vicendevolmente di falsissimi complimenti ai quali nessuna di noi –diciamoci la verità- crede più. Abbiamo visto troppi film e letto troppi libri per lasciarci ancora ingannare dalle apparenze.
Perché questi pensieri?
Perché la Stagista mi sorride come la principessa di Walt Disney pronta a pungersi con l’arcolaio o a ricevere la mela avvelenata. Mi sorride con tanto di sottofondo di uccelletti che cantano.
E allora faccio il suo gioco. Bisogna pur divertirsi in qualche modo.
“Vado a prendere un caffè.” dico. Lei si illumina, ma non osa chiedere di accompagnarmi. È osare troppo, come direbbe l’Eva Harrington attrice.
Allora raggiungo la porta, la apro e guardo Lolita. È un invito. Che, naturalmente, vorrebbe accogliere con entusiasmo. Ma non può. Quindi, china timidamente lo sguardo.
“Lei crede che possa abbandonare per un istante il mio lavoro?” cinguetta.
“Non siamo in un lager.”
Mi raggiunge e usciamo in corridoio. Cammina un metro dietro di me, come le giapponesi con i loro uomini. Arriviamo alle macchinette.
Lei non parla. Non ne ha il coraggio.
“Allora, tu cosa fai?” le domando.
“Filosofia.” risponde. Oddio. Una futura disoccupata infarcita di idee aristoteliche sulla felicità, sulla ragion pura e sulla pratica peripatetica. Poi, si illumina. “Però voglio diventare giornalista.”
Di certo non un domatore di bestie del circo. Se sei qui, ci sarà un motivo…
Per il corridoio, alle nostre spalle, si sentono dei passi. Mi irrigidisco. Certe cadenze abbiamo imparato a riconoscerle. Non è il Direttore. È il Sancta Sanctorum. La Stagista non lo conosce. Io l’ho visto forse due volte da quando sono qui.
Quando sta per passarmi accanto, gli sorrido, sciorinando istintivamente un “Buongiorno, signore” che mi pone al livello del suolo. Scambiamo poche cordiali parole. Ho una proiezione di me stessa dall’alto. Mi faccio schifo perché non mi riconosco.
Quando la Stagista ed io torniamo sole, comprendo. Inutile mentire a se stessi. Posso raccontare tutte le panzane che voglio, ma Lolita ed io, in verità, non siamo poi così dissimili.
Ci guardiamo. Ricambio il suo sorriso. Da un pulcino all’altro, in questo momento.
Da una iena all’altra.

"La rivolta dell'immondizia" di Tommaso Garca

di Tommaso Garca

Qual'è la vera immondizia?

"La rivolta dell'immondizia" pag. 1

Si era raggiunto il culmine dell’assurdità. Erano mesi ormai che la nettezza urbana non esercitava più il suo compito di prelevare i rifiuti dai cassonetti. Le sozze montagne di lordura - che risalivano alle pietanze natalizie - si erano riversate totalmente per le strade, esalando un tanfo micidiale, forte, insopportabile. Per non parlare degli incidenti automobilistici che si erano moltiplicati a causa dell’ingombro del lerciume che invadeva le corsie ed ostacolava il transito. Persino i topi, sfilando e danzando si erano deliziati a festeggiare il Natale, cibandosi del cascame lasciato ad imputridire al sole. Se ne incontravano addirittura alcuni grossi come cammelli, sul punto di minacciare i passanti.
«E’ una vergogna!»
«Basta! Non se ne può più!».
Le urla di protesta e di minaccia si alzavano come canti di tripudio per le strade di Monteroselle. Erano mesi che i cassonetti luridi contenevano i preziosi ricordi della città. In quell’afosa mattina del 27 Gennaio 2007, tutte le attività furono sospese e anche i mezzi di trasporto si bloccarono.
Il signor Sacco – grandissimo uomo d’onore – capeggiava con dignità la massa protestante che si era finalmente decisa ad opporsi alla tirannia del lerciume contro lo Stato. Lavorava al Comune come consigliere e ci teneva tantissimo a sfoggiare in pubblico le sue doti politiche, dando il buon esempio ai cittadini ma approfittando dell’occasione per fare propaganda politica.
«Caspita, Severo, fai qualcosa! La massa sembra inferocita...» disse sua moglie spingendolo.
Se c’erano delle cose che al signor Sacco non andavano proprio giù, erano le ramanzine di sua moglie Frida, per la quale ogni pretesto era buono per ficcanasare dappertutto e divertirsi a seminare discordie. Dove c’erano i guai lì c’era Frida, la quale non disdegnava di tessere storie megagalattiche per pompare ogni evento.
Ma il signor Sacco, benché avesse due splendide figlie, sapeva bene come ripagare sua moglie di quell’evirazione continua.
«Oh! Siiii! Stasera ti riduco a brandelli questo bel pacco gonfio!» sussurrò di nascosto alla sua segretaria Barbara, venticinque anni molto più giovane di lui. A Barbara non dispiaceva, dopotutto era grazie al suo donarsi gratuitamente a Sacco che aveva ottenuto un bel posticino di lavoro al Comune.
«Signori, calmatevi! Riusciremo a trovare sicuramente una soluzione a questo problema!» proclamò Sacco dal megafono alla massa caotica «Noialtri siamo sempre stati attivi per risolvere questo problema ma, come ben sapete, qualcosa – o qualcuno – ce lo vieta incondizionatamente!».
Ma le parole del povero Sacco valevano a ben poco per quel popolume infestato dalla rabbia e dal rancore. Tra la folla imbestialita borbottava tra sè un omuncolo vestito di nero dalla pancia gonfia, chiuso in una specie di giubbotto blu. Dalla macchia bianca che si intravedeva sul collo eclissato dal doppio mento, si capiva che era il curato del paese; ma non uno qualunque: era Don Gabino. La sua vocina era flebile e acuta come uno gnomo e mostrava sdegno nei confronti della discussione del signor Sacco. Sembrava che ne avesse abbastanza di quelle parole.
«Baggianate!» ululò arrossendo e puntando il dito su Sacco. «Quando mai vi siete interessati della nostra situazione voialtri? Voi che mangiate a sbafo alle nostre spalle!».
Sacco non si sarebbe mai aspettato una reazione del genere da parte di Don Gabino. Dopotutto erano sempre andati d’accordo. D’accordo, poi… qualche saluto di cortesia, nient’altro! Puro decoro e formalità.
«Mah... come si permette?!» domandò accigliato Sacco, quando vide che la gente appoggiava i giudizi di Don Gabino.
«C’è sempre qualcuno che deve mangiare, mio caro Sacco e lei lo sa bene!».
Il signor Sacco avrebbe voluto mantenere la calma, ma non seppe contenere in sè il marcio che aveva guadagnato in quel momento; dopotutto il prete aveva toccato l’onestà del piccolo consigliere che era sacra quanto il curato stesso. E così sputò tutto il veleno su Don Gabino con un’invettiva spietata:
«Lei… lei mi accusa di non interessarmi alle situazioni dei miei concittadini, è così? Bene, se dunque vogliamo mettere sulla stessa bilancia quello che abbiamo fatto entrambi, caro Don Gabino, vediamo che io ho trovato molte più soluzioni di lei, e dopotutto i cittadini qui presenti lo possono accertare!» disse puntandogli il dito contro dall’alto del podio. «Io non mi abbasso mica al suo livello di mangiapane a tradimento sulle spalle degli operatori della Caritas. Io non celebro messa la sera e poi sputtano i peccati di tutti i fedeli ai quattro venti. Io non prego a tavola prima di ogni pasto e poi mi porto a letto il seminarista di nascosto dalle suore. Io, caro don Gabino, non accuso le persone se ho fatto degli errori. Pertanto, se dalla mia bocca sono uscite flatulenze nauseabonde, dalla sua escono pannolini sporchi ogni momento della sua vita!».
La folla inferocita era pervasa da un silenzio rumorosissimo e da borbottii che non facevano altro che alimentare la rabbia di Don Gabino oltre la soglia prescritta per un sacerdote.
«Questo è troppo! Lei ha toccato proprio l’intimo e il fondo, vecchio bastardo!». Il volto di Don Gabino pullulava di rabbia; il salumiere e l’edicolante della zona lo trattennero per evitare che si scagliasse contro Sacco per farlo a fettine. Ma Sacco non si mosse di un millimetro, anzi provava una sottile gratificazione beata nel vedere compiuto un altro suo atto di sincerità.
Le ambulanze e le automobili dei Carabinieri stavano già correndo a più non posso tra gli avanzi natalizi riversati sull’asfalto per cercare di porre rimedio a quella lotta tra i barbari; tutto stava cominciando a degenerare. Una donna adulta sulla quarantina d’anni, vedendo la folla dividersi a metà con Don Gabino e con il signor Sacco, intervenne ululando contro l’astuto consigliere:
«E’ sleale e contro ogni morale cristiana giudicare così un essere umano. E’ un sacerdote ma pur sempre un uomo; e come ogni uomo non va giudicato, lo sa questo, caro consigliere?».
Sacco si voltò di scatto con gli occhi sanguinanti di rabbia e sparò un’invettiva spietata sulla donna particolarmente eccentrica:
«Tu non dovresti proprio parlare, Elena. Non sai neanche dove abita la morale, puttana che non sei altro!».
Al che la folla rimase basita dal linguaggio scurrile del consigliere e non poté fare a meno di esprimere il suo sdegno rimanendo sbigottita e a bocca aperta. Benché Elena fosse conosciuta come la belle de nuit del paese a causa delle malelingue, non avrebbe certo permesso a Sacco di offenderla in quel modo così bieco.
«Ah! Ora facciamo anche le ramanzine, vero Severo? Eppure ti piace quando il venerdì notte affoghi di piacere nelle mie gambe, riempiendo di ingiurie tua moglie. Ti eccita eh?».

"La rivolta dell'immondizia" pag. 2

Il rumore che si sentì dopo la rivelazione di Elena fu quello di una borsa che aveva colpito in pieno la faccia di Sacco e lo aveva fatto ruzzolare all’indietro. L’immagine di Sacco scomparve dalla pedana dove si trovava per essere riempito di botte da una serie di persone.
La signora Frida era sempre stata terrorizzata dalla cornificazione e di certo non avrebbe fatto vivere molto a lungo suo marito a causa di quel gesto meschino:
«BASTARDO!!!» piangeva strillando acutamente «Pagherai per questa insolenza! TI DISTRUGGERO’!»
Sembrava impossibile come da un problema sociale si fosse degenerati in situazioni così strettamente private e personali. La gente si divise in due fazioni come durante le grandi rivoluzioni; una battaglia di chi accusava chi, senza prendere tra le mani il vero problema: l’immondizia.
Il volto di Sacco era deturpato da lividi e squarci: lo avevano devastato in pochi minuti. Ansimante e con i vestiti a brandelli cercò di svincolarsi; afferrò il megafono e urlò alla folla:
«Sarò stato anche infedele, ma la colpa dei rifiuti non è certo mia, concittadini. Io sono sempre stato un semplice lavoratore...» cominciò a piagnucolare «La vera colpa dei rifiuti... ehm... è di quei tipi che... che... che stanno sempre con la pistola tra le mani per ogni affare!». Per un attimo la gente pensò.
«Che c’entriamo noi Carabinieri?» domandò incredulo un maresciallo della zona.
Sacco voleva continuare a parlare ma cedette alle urla di una vecchietta bianca vestita con un abito turchese:
«Voi siete lo schifo della società! Addirittura avete riempito di botte mio nipote solo perché un sabato sera stava un po’ brillo con gli amici? Li avete sconquassati a sangue e li avete chiusi in prigione per tre notti. Chi è che si oppone a voi, quando ve la prendete con i più deboli e abusate del vostro potere, eh? Fate tanto i forti e i VIP e poi vi fate governare e corrompere da persone più violente di voi che fanno terrorismo. Ma che razza di uomini siete? Pisciasotto!».
Un applauso fragoroso e canti di tripudio si alzarono dalla folla come boati in favore della vecchina. Tra consensi e dissensi, la discussione divenne fervente e tumultuosa, cosicché la massa ostentò stupore, incredulità e rabbia. Sacco cercò di porre rimedio all’equivoco:
«Ma io non mi riferivo all’arma dei Carabinieri o a quant’altro, miei concittadini. Io intendevo quei tiranni che agiscono in silenzio e ci succhiano il sangue e che sono sparsi nel mondo come topi feroci. E mi riferisco con precisione alla famiglia Caccamone, bastardi violenti senza anima!».
Il troppo storpia: Sacco aveva detto troppo. Aveva parlato troppo del potere che veramente governava tutta Monteroselle e le zone limitrofe. Se esisteva il problema dei rifiuti, era dovuto alla loro prolifica famiglia che spargeva sangue ovunque incontrasse qualcuno che intralciasse loro il cammino di gloria. Per un attimo Sacco si sentì un eroe, poi capì che la gente inferocita e quelli che lo appoggiavano nella lotto contro Don Gabino, lo stava abbandonando in quel pensiero espresso con fervore per il terrore di essere fucilati.
Dopo un breve attimo di silenzio che pervase Monteroselle, il vero silenzio terribile calò quando dalla folla si fece largo un omaccione baffuto, con un paio di occhiali neri a mascherina e il giubbotto di pelle lucente al sole. Tutti capirono che le cose non si sarebbero messe bene per il signor Sacco.
«Hai ragione, bellissimo!» borbottò con voce rauca l’omone «Il problema dei rifiuti è nostro. Dovete affogare nella vostra merda, lo sapete? Voi qui, senza di me non siete nemmeno lo sputo pieno di muchi della buon anima di mio nonno. Io qui sono Dio! Non c’è che l’odio per rendere il mondo attivo e intelligente. Voi siete la sfaccimma del mondo!».
Se il signor Sacco avesse pronunciato le medesime parole di quell’orso, lo avrebbero fatto fuori in poco tempo. Nell’aria non volava una mosca, soprattutto quando l’omone mostro il suo lucente Kalashnikov tra le mani.
«Lo so che tutti voi non siete d’accordo con quello che dico, eppure la verità è questa!».
Lo sguardo del capo della famiglia Caccamone non era visibile dagli oscuri occhiali, ma si capì che dopo un poco era fisso sul signor Sacco che con sangue freddo lo osservava, mentre il cuore gli si raggelava in petto.
«Avete ragione, consigliere! Ma vedete, avete fatto un poco il cattivo con quei paroloni. Però possiamo rimediare...».
Sacco si sentì sollevato che il capo della famiglia Caccamone non gli avesse sparato in fronte.
«Vieni qua!» sussurrò l’omaccione.
Come ipnotizzato dalla gloria e la potenza dell’omaccione, Sacco si recò imbambolato verso di lui come un condannato al patibolo e si fermò proprio a pochi centimetri. Il consigliere riusciva a vedere ogni singolo sfregio sul viso dell’uomo malvagio ma non disse nulla. Il capo alzò il piede in avanti con uno stivale enorme e gli disse:
«Leccami la suola delle scarpe!».
La gente erano impassibile e cinica a quello che stava succedendo; ancora di più lo erano le forze dell’ordine.
Sacco non temette nulla. Era rassegnato, convinto, fedele e seguace ed eseguì il suo compito.
Tre colpi di arma da fuoco risuonarono nell’aria lasciando soltanto il rumore dei piccioni che fuggivano per la paura. Il tempo si era fermato. L’omone sparì nel nulla.
Il caos tornò più forte di prima. Forte come non lo era mai stato. L’ambulanza provò gioia nel suonare, le forze dell’ordine simularono un falso agguato per non mostrarsi totalmente immobili e la moglie di Sacco apparve indifferente all’accaduto. Tutto si mise in movimento, la città era in subbuglio, tranne la sarta affacciata alla finestra e il macellaio del paese che urlavano per capirsi:
«Vedete se è possibile vivere in una situazione del genere!»
«Andrà a finire che moriremo tutti di cancro e per smaltire i nostri cadaveri dovranno bruciarci vivi!»
«Signora, ma lei è pazza! Se facessimo così, sa quanta diossina si riverserebbe nell’aria?»

"La scuola dimenticata" di Stefano Chiarato

di Stefano Chiarato

Ieri.
Giovani ombre vive sbucavano dalla grigia nebbia. Si fermavano davanti ad un cancello. Facce piene di sonno formavano piccoli gruppi. Aspettavano.
Ore otto: una campanella suonava. Un'orda di giovani adolescenti varcava quel cancello, entrava nella palazzina dai fasti antichi attraverso una piccola porta che si apriva tra possenti mura. Un lungo corridoio, stretto, alto, una fila sospesa di globi candidi; le aule di studio a sinistra, i laboratori a destra.
Nelle aule di studio, svogliatamente, si aprivano quaderni e libri.
Un professore predicava inascoltato nel vuoto vociare tra sbadigli pieni di noia.
Un gessetto strideva sulla fredda lavagna.
Nelle aule laboratorio si accendevano gli strumenti. Sibili ora acuti, ora bassi.
Si scaldavano i saldatori , una goccia di stagno fuso, in una nuvoletta di fumo, saldava il transistor alla basetta.
Si girava un potenziometro, un gracchiare sommesso.
Si regolava un condensatore variabile, si girava ancora un tantino il potenziometro, tra il gracchiare una voce! Una nota! Un ultimo giro e una musica si diffondeva nel laboratorio, lo riempiva.
Un canto di gioia.
EVVIVA! Evviva!... evviva... viva.. viva...iva.....

Un'eco di gioia si spegne. Un lungo silenzio si accende.

Oggi.
Una gabbia di ferro arrugginito avvolge la palazzina.
Erbe rampanti ne celano la mesta visione.
E non c'è più una campanella che suona.
E non c'è un gessetto che stride sulla lavagna.
E non c'è una radio che gracchia.
E non ci sono ragazzi vocianti di vita.
E non c'è un professore che richiama al silenzio. Non è più necessario.
Il silenzio si è steso come un velo tra le aule e i laboratori, in ogni dove.
Uno spiffero di vento dai vetri rotti, sinistra melodia, agita fantasmi di ragnatele.
Uno scricchiolio, come nota stonata, segna l'abbandono.
Gocce di pioggia filtrano dal tetto, battono il tempo della morte dentro.
Fuori, passa veloce l'indifferenza.
La scuola, ieri, un'ombra viva nella nebbia.
Oggi, uno spettro tra lo smog della Val Padana.

"La solitudine e l'amicizia" di Gian Andrea Rolla

di Gian Andrea Rolla

a Gigi

“Si vedrà da queste pagine se sarò io o un altro l’eroe della mia vita”
Charles Dickens (“David Copperfield”)

"La solitudine e l'amicizia" pag. 1

Li chiameremo Passatempo e Tirofisso.
Erano nati nell’anno dello Sputnik. Il 1957, per chi non sia ferrato in materia d’avventure spaziali.
I vecchi dicevano che da quando avevamo bucato il cielo con i missili, il clima, i bambini e le donne non erano più gli stessi.
Fu in fondo questo il tenzone di Passatempo e Tirofisso, sbrogliarsela sotto un cielo ormai forato. Non si sa per quale fattura, ma ognuno vide subito nell’altro una parte di sè e forse per questo appena s’incontrarono si vollero subito bene e divennero amici per sempre.
La prima volta fu nel cortile assolato della parrocchia di Portino, il loro paese, un pomeriggio di giugno del 1968. L’ora della siesta era appena conclusa e i bambini del catechismo fecero due squadre, quelli del Milan contro quelli della Juventus.
Il bambino nuovo tifava Juventus, ma era grasso, la faccia come un cocomero, gli occhi strani, verdi e strabici, la erre arrotata, da parmigiano. Non dava l’idea d’aver l’aria sveglia. Per i portinesi, liguri ai confini con la Lunigiana, i parmigiani sono degli addormentati chiacchieroni ai quali si può facilmente fregare la moglie e sposare la figlia. Passatempo veniva da lassù, almeno la mamma era di quei posti, di qualche borgo montano dopo il Passo della Cisa, borghi che guardano il Taro come fosse il Po. Il papà era un meridionale. In marina militare, come tanti di quelli, di stanza a Venere, porto militare dai tempi di Cavour.
Passatempo rispose “juventino !” quando gli domandarono per quale squadra tenesse.
Era la seconda volta che capitava in parrocchia. La prima volta lo avevano visto al catechismo. Le signorine Scudieri, due vecchine ribelli perché molto devote al dio uno e trino in una famiglia di anarchici, garibaldini e mangiapreti, avevano presentato il bambino dicendo che era appena arrivato da Napoli dove il papà serviva in mensa ufficiali come secondo cuoco, prima d’essere destinato al porto militare di Venere, sempre al circolo ufficiali, ma questa volta come primo cuoco.
Per non rischiare, lo misero in porta e lui corse tutto contento e in attesa che la partita cominciasse, prese a parare rigori immaginari saltando di qua e di là, “Il portiere ! quello che voglio fare da grande ! il portiere della Juve !” gli faceva il cervello scosso da una gioia senza freni.
Ma ora i milanisti erano uno di meno.
“Li battiamo lo stesso ‘sti brocchi !” fece tutto bullo il loro capitano, Orestino Panzon, detto Rivera, mamma di Portino e papà di Mestre.
Gli altri non dissero nulla e guardarono per terra. Orestino invece si guardò attorno. C’erano sempre dei bambini che bighellonavano vicino alla parrocchia nella speranza di tirare due calci al pallone. Figli di comunisti o di fecce del paese, ma il pallone é il pallone per tutti.
Seduto per terra, le spalle già larghe appoggiate al muro della chiesa, i capelli lunghi e lisci stile Beatles che coprivano il viso di bambina, Tirofisso giocava con dei sassi e delle conchiglie, ma lanciava occhiate furtive nella speranza che qualcuno s’accorgesse di lui.
Il figlio del Professore é milanista ?- domandò Orestino a Beppe.
Beppe conosceva la famiglia del Professore, i suoi fratelli erano stati allievi del Professore e i suoi vecchi, operai socialisti nei cantieri navali e nelle fonderie di Venere, volevano bene al Professore, che era stato comunista per tanti anni e anche adesso che non lo era più degli operai ne parlava sempre bene, come fossero dei signori.
Il Professore era scorbutico e attaccabrighe, ma era il Professore del paese e nessuno aveva voglia di mettersi contro di lui, se proprio il Professore non metteva alle strette. Il figlio lo schivavano per non avere problemi con il padre. Tirofisso aveva sempre l’aria di volersene stare da solo, ma era perché non arrivava all’uva.
E’ più milanista di noi – disse Beppe sorridendo – ma é un brocco, per lui il pallone potrebbe essere anche un cubo, farebbe lo stesso tiro. Ha il tiro fisso.
Va bé, dobbiamo essere pari – disse Orestino – lo mettiamo all’attacco davanti al parmigiano, danni non ne farà. Basta non passargli il pallone.
Beppe s’avvicinò a Tirofisso e gli parlò sottovoce.
Ciao, vuoi giocare con noi ?
Tirofisso ebbe un fremito dentro il petto, alzò subito la testa, gli occhi brillanti, ma riuscendo a controllarsi riabbassò lo sguardo e disse piano :
Non lo so.
Dai, giochi all’attacco, come Combin.
“Combin ! Nestor Auben Combin il mio eroe preferito ! francese d’origine argentina, forte, grosso, peloso, una bestia che sfigura a unghiate le difese nemiche, col Torino infilò tre gols alla Juve in onore del suo amico Gigi Meroni, Combin !”
Tirofisso era già al centro del campo per il calcio d’inizio, che come si sa é un passaggio corto tra il centravanti, lui, Tirofisso Combin, e il regista, Orestino Rivera Panzon.
Dopo mezz’ora, il Milan conduceva undici a dieci sulla Juventus. Orestino scartava mezza Juve e passava a Beppe che infilava in gol, se Beppe non era tenuto troppo stretto da Vittorio.

"La solitudine e l'amicizia" pag. 2

Vittorio era il difensore libero della Juve, il libero si diceva. Anche lui scartava mezzo Milan e tirava bordate che sembravano palle dei cannoni di Navarrone. Fiorello era il portiere del Milan. Era molto bravo, si buttava sul cemento del cortile della parrocchia come se ci fosse il prato di San Siro, ma Vitttorio aveva gambe di cavallo di Frisia, un inizio di baffetti a undici anni e una sopracciglia solitaria che gli solcava centrale la fronte neandertaliana. Con una pallonata tirava dentro anche Fiorello. Gli altri urlavano, correvano dietro il pallone che passavano di prima ai loro capi, cadevano, si tiravano qualche pugno e qualche spinta, alzavano le braccia al cielo con grida di gioia ferina quando la squadra marcava o bestemmiavano, nonostante fossero nel cortile della parrocchia, quando Passatempo o Tirofisso aggiungevano un altro errore alle svirgolate precedenti.
Raramente arrivava una palla a Tirofisso e quando un rimbalzo o un errore gliela facevano capitare tra i piedi, Tirofisso s’emozionava, s’imbrogliava e chi capitava vicino, avversario compagno di squadra, gliela toglieva e riprendeva il gioco. Passatempo si buttava a destra se gli tiravano a sinistra e a sinistra se gli tiravano a destra. Quando il tiro era centrale, la palla gli sgusciava dalle mani o gli rimbalzava sul petto o sul faccione e il gol era comunque assicurato.
Poi la Juve pareggiò, undici a undici. Vinceva chi arrivava a dodici. Passò un’altra mezz’ora di batti e ribatti. Vittorio era azzopato e i tiri gli venivano lenti. E Fiorello riusciva a prenderli. Orestino non aveva più fiato e Beppe non ne aveva mai avuto, le spalle larghe ma il petto sottile come la carta velina.
Rimbalzò una palla nell’area della Juve e Tirofisso se la trovò davanti all’altezza del viso. Era spalle a Passatempo. “Rovesciata di Combin !” pensò tutto felice. Ci provò e gli venne perfetta con tanto di sforbiciata d’accompagnamento. La palla filò al sette, dura e secca come una schioppettata alle anatre. Passatempo volò come un gabbiano che fugge all’onda. A pugni uniti cacciò il pallone fino all’area del Milan, dove Vittorio la mise in un angolo. Juve dodici e Milan undici.
Juventini abbracciati, urlanti, distesi felici sul cemento e milanisti la testa bassa, sconsolati e tristissimi, sconfitti, vinti, umiliati.
Tirofisso guardò disperato Beppe.
Visto che tiro ? – disse - il parmigiano non para neanche se gli metti la palla nelle mani e mi piglia quel tiro!
E’ lo stesso – disse Beppe – tanto te giocavi di burro.
Di burro ?! – fece Tirofisso, le lacrime che già gli inondavano il viso.
Mo’ cosa vuol dire “di burro” ? – chiese Passatempo.
Che anche se marca – rispose Beppe – il gol non vale.
Mo’ perché non vale ? – domandò di nuovo Passatempo.
Perché é un brocco – rispose Beppe – come te.
Come me ?! – Passatempo si erse in tutta la sua struttura e fece tre passi verso Beppe, solo Vittorio era più grosso di Passatempo.
Beppe lo guardò sorridendo.
Torna in porta e vediamo quante ne pari – disse.
Passatempo tornò in porta mentre Tirofisso s’alzò da terra dove era rimasto dopo la rovesciata e usci’ dall’area stropicciandosi gli occhi arrossati dal pianto.
S’avvicinarono Orestino e Vittorio. Gli altri si misero in semicerchio per meglio ammirare i tre campioni e i loro rigori.
Fu una gara a chi tirava più violento. Vittorio era il più forte, ma anche gli altri due sapevano calciare secco e potente.
Soprattutto miravano bene, con precisione riveriana, ma potenti come Luison rombo di tuono (1) .
Oé, le para tutte – fece Vittorio nelle risate e nelle grida da scimmie pigliaperilculo degli altri, milanisti e juventini uniti nella lotta.
Le pallonate arrivano tutte sul cocomero di Passatempo e quando aveva fortuna gli finivano sul petto e sulla pancia. Non lo sbagliavano mai. L’ultima venne tirata come colpo di grazia da Beppe. Secca nei testicoli. Passatempo si piegò e cadde in ginocchio, le orecchie rosse e gli occhi viola. Poi si lasciò andare a terra e si rannicchiò in un pianto basso, di gola, come se fossero i suoi testicoli a piangere e non i suoi occhi.
Tirofisso scattò di corsa e colpi’ Beppe in pieno mento. “Griffith ! difensore dei negri contro quel fascista di Benvenuti !”. Beppe andò giù a far compagnia a Passatempo, gli occhi girati di là, come quelli che svengono. Tirofisso dall’impeto del pugno era andato a terra anche lui, ma si rialzò come Tiramolla e scaricò destri e sinistri e calci negli stinchi e sputi in faccia su Vittorio Nembo Kid Superman, che fini’ KO quasi come Kid Paret (2). Orestino lo prese per la gola da dietro e Tirofisso si senti’ ancora meglio, pestata ai piedi, gomitata allo stomaco e giù destri e sinistri e KO anche Orestino panzon !
E’ un portiere – fece Tirofisso ansante – non un passatempo.
Allora milanisti e juventini uniti nella lotta gli furono addosso, calci, pugni, schiaffi e sputi, a lui, ma già che c’erano anche Passatempo.
Tirofisso cercò di coprire Passatempo abbracciandolo.
Arrivò il prete con il campanaro e tutti se la filarono correndo.
Il figlio del Professore, figuriamoci – fece con disprezzo il campanaro mentre aiutava i due bambini a rialzarsi.
Salutami tuo papà e tua nonna – disse il prete. La nonna di Tirofisso aveva una trattoria e faceva pensione ai turisti. Andava in chiesa la domenica e fingeva d’andare d’accordo con tutti, ma tenendoli a distanza.
Il prete era un bell’uomo alto, i capelli bianchi pettinati all’indietro, la voce da play boy da night versiliesi. Ogni tanto in paese, qualche marito gli chiedeva spiegazioni.
E mia mamma no ? non gliela saluto ? – chiese Tirofisso, con tutta la durezza che poteva mettere nella voce.
Certo, anche la tua mamma – accondiscese il prete con tanto di sorrisi.
La mamma di Tirofisso era un’ubriacona fumatrice di Stop senza filtro che faceva debiti in paese, orfana tirata su dagli zii comunisti, ma sempre allegra e le famiglie operaie le volevano bene.
Tirofisso usci’ dal cortile della parrocchia e cominciò la salita del paese per tornare a casa. Ormai imbruniva.
Senti’ una corsa e si girò sperando che non fosse Vittorio.
Era Passatempo.
Mo’ anch’io abito le case nuove in cima al paese ! veh, andiamo su insieme ?
Certo – rispose Tirofisso.
Grazie – disse Passatempo – anche per prima, veh, sono cattivi i bambini di Portino !
Belin, proprio il mio tiro dovevi a parare.
Non l’ho fatto apposta.
Lo so – disse Tirofisso.
Ma che giornata, però – disse Passatempo – che giornata !
E poi salvati da un prete ! – fece Tirofisso.
Camminavano già abbracciati, come due vecchi amici che se la raccontavano.
Come la loro solitudine, anche la loro amicizia non si ruppe più. Ebbero mogli e figli. Furono sempre poveri e a cinquant’anni rischiarono di morire di cancro, poi ne vissero altri cinquanta.

(1)daGianni Brera riferito a Gigi Riva, ala sinistra del Cagliari e della Nazionale italiana
(2)pugile che perse la vita in un incontro di boxe contro Griffith.

"La volpe" di Stefano Chiarato

di Stefano Chiarato
Cosa ci fa una volpe a 2600 metri di altitudine?

La volpe - Pag.1

Quando la calca ferragostana è passata e la wilderness torna ad essere padrona dei propri territori, allora è il momento di andare in montagna.
E quando la montagna chiama, io e il mio amico Franz rispondiamo volentieri alla chiamata.
Una perturbazione, a cavallo dei mesi di agosto e settembre, ha fatto scendere notevolmente le temperature. Il caldo soffocante ormai è alle spalle e in montagna è caduta la neve.
Ora il tempo è bello, stabile. L’ideale per un’ escursione.
“Dai facciamo la traversata dal rifugio “Baita alpina” al rifugio “Baita del camoscio”!
“Ma c’è da fare un passo a 2600 metri di quota. Ci sarà la neve!”
“Beh! Iniziamo ad arrivare alla Baita alpina. Poi valutiamo. Se si può si prosegue, altrimenti si torna giù.”
“Va bene.”
Si Parte. Appena ci mettiamo in cammino due scoiattoli sembrano augurarci buona giornata. Guizzano veloci da un ramo all’altro. Vorrei rubare loro una foto, ma data la loro velocità d’azione, non ci provo nemmeno.
Nel bosco il sole filtra tra rami adorni di foglie già in abito autunnale.
Fa caldo, si suda. Ogni tanto bevo, giusto per reintegrare i liquidi.
Una volta sbucati sull’alpeggio, siamo dentro un cielo turchese al di sotto del quale le cime delle montagne sono dipinte di bianco. Si vede che è neve fresca. E’ di un bianco abbagliante.
Il rifugio Baita alpina ci accoglie in una brezza di vento gelido.
Ci ristoriamo e chiediamo informazioni per proseguire verso la Baita del camoscio.
“Ah! C’è neve! Poi stanotte ha fatto ghiaccio!” ci dice il rifugista.
Noi ci guardiamo l’un l’altro e pensiamo di andare lo stesso. Evidentemente il rifugista ha capito di non essere stato convincente e aggiunge: “Da questo versante è pulito, ma dall’altra parte c’è ghiaccio!”
Noi siamo indecisi. Vorremmo proseguire. “Che si fa?” mi chiede Franz.
“Non so. Tu cosa dici?”
“Dai! Andiamo fino al passo, se poi c’è neve si torna indietro.”
“Stanotte ha fatto ghiaccio!” ammonisce un anziano del rifugio seduto ad un tavolo.
“Sì. Andiamo avanti fino al passo - dico a Franz, - poi, se proprio non si può andare avanti, torniamo.”
La brezza di vento gelido ci attende fuori dal rifugio e ci accompagna nella salita.
Saliamo di quota; raggiungiamo con un passo costante il limite della neve. Mi fermo a fotografare un fiore rimasto prigioniero in una macchia di neve. Che tempra, questo fiore! Si vede che è abituato ad un clima freddo. Un fiore di città sarebbe avvizzito miseramente; questo invece, nonostante il gelo, è ancora fresco!
Il sentiero s’è fatto roccioso. Ogni tanto, per salire, bisogna aiutarsi con le mani.
Siamo ormai al passo e prima che i nostri occhi si aprano allo stupore del panorama che ci attende dall’altra parte, restiamo stupiti, invece, da ciò che ci ritroviamo davanti: una volpe!
E’ lì. Ferma sul sentiero. Non si muove. E’ lì a non più di tre metri da noi. Restiamo fermi, parliamo sottovoce per paura di spaventarla. Sembra quasi che non voglia farci passare.
“Che bella!” mi dice Franz
E io: “Non ci posso credere!”
“Ma cosa ci fa una volpe qui?” mi domanda Franz.
“Boh! E io che ne so?” rispondo.
L’animale, nel suo manto arancio-marroncino, il sottogola e il petto bianchi, una coda vaporosa e morbida, ha un musetto triste. E’ un animale piccolo. Lo immaginavo un po’ più grande, delle dimensioni di un pastore tedesco. Prima d’ora, una volpe l’avevo vista solo sui libri, sui giornali o in televisione. A duemilaseicento metri di quota, mi sarei aspettato di vedere un camoscio o uno stambecco, invece: una volpe.
“Forse ha fame.” Suggerisce Franz, “Proviamo a darle da mangiare.”
Mentre Franz mette mano allo zaino per tirare fuori qualcosa da mangiare, io inizio a scattare foto a raffica.
L’animale nota il movimento di Franz e si muove sulle rocce, ma non se ne va. Franz gli butta del pane.
“Oho! Lo mangia!”
Allora anch’io tiro fuori del pane e glielo butto. Glielo buttiamo sempre più vicino a noi, la volpe viene a prenderselo e poi si allontana.
Poi dico a Franz: “Chissà se viene a prenderselo dalle mie mani.”
Le allungo un boccone di pane. Con circospezione si avvicina e… op! si prende il boccone e si allontana un po’ più in là, mentre Franz ci immortalava in una foto.
Caspita! Mi sono sentito come Kevin Costner in Balla coi lupi, quando allunga un boccone al lupo che fa visita al suo accampamento.
Anche noi mangiamo un boccone prima di rimetterci in cammino.
Franz studia il percorso e mi dice: “Per me si può scendere, non sembra esserci ghiaccio. Solo un po’ di neve.”
“Va bene. Andiamo. Ciao volpe!”

La volpe - Pag.2

La volpe ci guarda mentre noi imbocchiamo il sentiero in discesa. Il sentiero è abbastanza esposto ed è attrezzato con catene fisse di sicurezza. C’è neve ghiacciata.
“Facciamo attenzione a dove mettiamo i piedi!” si raccomanda Franz.
“Sì, sì, cerchiamo di non cacciarci nei guai.”
Mi reggo forte alla catena; come uno stupido prima di rimetterci in cammino non ho pensato a infilarmi i guanti e ora fermarsi è abbastanza problematico. Le mani serrate alla catena fredda, mi diventano due pezzi di ghiaccio.
Ogni tanto mi volto a vedere se si vede ancora la volpe e ho l’impressione che ci segua.
“Ehi, Franz! Non ti pare che la volpe ci segua?”
“Cavolo! E’ vero! Sta venendo giù dietro a noi!”
Rimane a una certa distanza, ma scende anche lei.
Ad un tratto Franz mi dice: “Attento qui c’è ghiaccio!”
“Dov…”
Non faccio tempo a finire di chiedere dove, che il piede mi scivola via. Mi reggo con tutta la forza alla catena, sbatto contro la roccia. Il braccio mi rimane chiuso tra la catena e la roccia!
“Ah! Che dolore!”
“Tutto a posto?” mi chiede Franz.
Mi rialzo e mi sforzo di rispondere: “Sì, tutto a posto. Solo una brutta pizzicata al muscolo del braccio. Come brucia!” Meno male che c’era la catena, se no…”
Franz si mette a ridere e riprende il cammino e io trovo difficoltà a scendere un salto roccioso.
“Ma da dove sei passato?” chiedo a Franz. “Di qui c’è ancora ghiaccio.”
“No, non di lì! Spostati un po’ più a sinistra!”
“Ma da dove cavolo sei sceso?”
“Lì, lì! Metti il piede più in basso!
“Ma dove? Non vedo!”
Mentre io impreco in tutte le lingue del mondo, Franz torna sui suoi passi per venire a darmi una mano, ma non serve, perché finalmente trovo dove appoggiare il piede e sono fuori anch’io dalle difficoltà.
“Porca miseria! Vorrei avere l’agilità di quella volpe. Guarda come scende tranquillamente” dico, tirando un sospiro di sollievo e uno di dolore per il braccio dolente.
La volpe continua a seguirci a distanza e sparisce solo quando incrociamo un altro escursionista che procede in senso opposto, per poi riapparire di nuovo e noi siamo sempre più increduli.
Una volta giunti al rifugio raccontiamo della volpe. Ci saremmo aspettati che ci dicessero che sono a conoscenza di una volpe che si lascia avvicinare dall’uomo, ma invece non è così. Sono increduli.
Al rifugio ci rifocilliamo e quando usciamo ci guardiamo in giro se vediamo la nostra volpe, ma non c’è più.
“Stavolta se ne è proprio andata.” Mi dice Franz.
Peccato. Però è stato un incontro emozionante.”
Ci consoliamo guardando le marmotte che si rincorrono sui prati dell’alpeggio.
Prima di tuffarci nel bosco, mi fermo ad un torrentello a riempire la borraccia, mentre Franz si ferma poco più avanti a fare qualche foto.
Prima di riempire la borraccia raccolgo un po’ d’acqua nel palmo della mano, sto per portarlo alla bocca per bere, quando dai sassi sbuca una vipera. Faccio un balzo indietro e mi trovo seduto per terra! La vipera è davanti a me ritta in piedi, quasi che voglia attaccare. Sono impietrito. Franz non lo vedo e io non riesco neanche a gridare.
La vipera sta per lanciare il suo attacco, ma le si para davanti la volpe!
Franz sta tornando sui suoi passi, mi vede a terra e comincia a correre.
La vipera attacca, ma la volpe con un guizzo scarta di lato e la addenta proprio dietro la testa.
Uno schizzo di sangue e la vipera giace inerme a terra. La volpe ferma mi guarda, poi trascinando la sua morbida coda si inoltra nel bosco. Intanto mi rialzo.
La volpe si gira, mi guarda, io la guardo in silenzio.
Poi non la vedo più.

19.01.2009

"Lavorare stanca" di Frank Spada

Oggi è il primo maggio, e non sopporto i piedi che mi hanno calpestato, imbottigliato, graduato in sospensione tra gli impalcati eretti sulla terra, nuda, compensati dai filari che inacidiscono il piacere aumentando a dismisura, come fossero scaffali, incrociati lignei tra le stoppie, a segnalare i loro nomi sulle sepolture.
Se morirò di luce, toglietemi gli occhiali, se sarà notte lasciatemi dormire.

"Letterina di Natale" di Francesco Pomponio

di Francesco Pomponio

Non c'è niente di speciale in un pomeriggio così.
A parte che è Natale.
Lo so, farò dei pensieri che nessuno metterebbe in un libro, non sono per niente originali e forse neanche varrebbe la pena di scriverli.
Ma io non voglio essere originale, non mi interessa più.
Sono qui, seduta davanti alla finestra a guardare il cielo grigio.
E ho nostalgia di te.
Chissà se tanti anni fa qualche altra ragazza aspettava come me che qualcuno la chiamasse il giorno di Natale per farle gli auguri...
Nella casa aleggia l'odore del tacchino e dei dolci, e le dita mi profumano di mandarino.
Fuori dai vetri vedo le strade vuote e la neve che continua piano a scendere come ad ogni Natale che si rispetti.
La gente trascorre in casa questo pomeriggio di festa che potrebbe essere l'ultimo per chissà quanto altro tempo.
E pensare che due anni fa sembrava non ci potesse essere altro che pace in futuro.
E adesso mi ritrovo ad aspettarti senza sapere fino a quando.
Questi fogli di carta li ho rubati a mio padre e ti sto scrivendo una lettera.
Sì, una lettera, anche se non si usa più. Forse neanche la spedirò, però devo scriverla, se non per te almeno per me.
Un giorno, quando avremo i nostri figli, potremo far finta di arrabbiarci scoprendoli a leggerla di nascosto.
Se faremo in tempo ad avere dei figli. Se ce ne daranno il tempo.

Ma quest'ultima frase la cancellerò, non posso intristirti con le mie preoccupazioni mentre invece dovrei esserti di conforto.
In fondo sei lì per fare in modo che noi quaggiù si possa avere altri pomeriggi noiosi e tiepidi come questo.
Mia madre in cucina guarda la televisione, le solite trasmissioni che alla fine neanche ti ricordi di che trattavano. Però ti tengono compagnia.
Non si può essere sempre colti e impegnati, a volte una battuta cretina ti strappa una risata cretina, ma è tutto quello che riesci a fare con lo stomaco pieno e lo sguardo pesante.
Come il cuore.
Ma le madri non capiscono, mentre invece io i miei figli li capirò.
O forse capisce anche lei ed è per questo che abbassa il volume della TV ogni volta che c'è il notiziario...
Ne danno uno ogni mezz'ora, sempre le stesse notizie e decine di persone che ci ricamano sopra con l'intenzione di tranquillizzare, mentre invece mi fanno preoccupare di più.
Vorrei che non dicessero niente, tanto le brutte notizie arrivano lo stesso.

Ma forse dovrei davvero gettarla questa lettera, la sto rileggendo e mi accorgo che non e' quello che volevo dirti.
Ma come faccio a dirlo?
Come posso scrivere che ho nostalgia di quella volta che facemmo la spesa insieme al supermercato, una vigilia di Natale?
Si può avere nostalgia di un supermercato? Allora non mi sembrava così bello quel momento, mentre adesso ricordo anche il vento gelato che spazzava il parcheggio, come ora le strade, e i ragazzini che aiutavano le mamme cariche di torroni e di giochi.

Fingemmo di credere a Babbo Natale e ci facemmo la foto insieme a lui.
Ora ce l'hai tu.
Camminavamo verso la macchina e tu mi portavi le buste della spesa.
Dappertutto si cantava, si scriveva, si declamava: "Pace in Terra".
Bene, la pace in Terra l'abbiamo ancora.
Ma per averla tu stai lassù, su chissà quale stella, insieme a tanti altri come te.
Dentro un guscio di noce che chiamate astronave.
E per farmi gli auguri il giorno di Natale hai dovuto registrarli un mese prima perché le onde radio fanno una strada diversa dalle astronavi.
Tanto valeva mi mandassi una lettera, almeno avrei avuto qualcosa toccato da te.
Ma intanto l'apparecchio suona e lo schermo si illumina.
Se non sono brutte notizie allora spero che sia tu, pure se di un mese fa.

"Lo Zen" di Maria Castronovo

di Maria Castronovo

e l’arte di sopravvivere dentro la scuola di questa massa
ovvero
tutto quello che avreste voluto sapere sui docenti skazzati,
ma che nessuno ha mai avuto il coraggio di dirvi

Lo Zen - Pagina 1

Ritratto

Nel senso che nego fin da adesso tutto quello che andrò a dire?

Troppo raffinato… roba che se la può permettere solo un Presidente del Consiglio.
Volo basso: Vi fornirò una fototessera di un docente skazzato. Una sola. La mia.
Per amore di onestà o per amore di brevità. Scegliete voi.
E poi perché soffro di intolleranza prenatale per il pensiero categorico. Non quello di Kant.
Ma quello che fa dire ai vari genietti di turno… tutto quello che volete sapere sugli italiani, sui cuochi, sulle donne in carriera, sui single, sulle veline e sui calciatori… presi così, a confezione industriale, che tanto, quando ragioni per categorie e ti capicolli a denunciarne vizi e virtù, più i primi che le seconde, passi sempre da novello Catone, ci fai una bella figura, solletichi sempre l’intelligenza di chi si crede intelligente – ce ne sono a milioni – e fai i soldi.
Devo farvi i nomi? Neanche davanti a un plotone di esecuzione. Trovateveli da voi.

Ho sempre interrotto i rapporti molto bruscamente con chi si è rivolto a me chiamandomi… Voi-docenti. E non ho mai rinnovato appuntamenti a chi ragiona sui politici presi tutti nel mazzo o sui giornalisti che son tutti una razza eccetera eccetera.

Non aspettatevi da me una categorizzazione facile-facile, glamour-glamour… sul corpo insegnante.
Il motivo c’è e a me non pare tanto irrilevante o gratuito. Ve lo fornisco e poi ne fate quello che volete.
Chi sceglie di fare l’insegnante – e chi non lo ha scelto e fa il docente-per-caso lo deve imparare cammin facendo – ha un’unica convinzione: ogni vita è singola ed è insostituibile. Punto.

Adesso, come mi vedete adesso, ho cinquantatre anni, la menopausa è un ricordo di giovinezza, i vuoti di memoria prolificano come conigli, e pure i vuoti nell’arco dentale aumentano vieppiù, e sputacchio alla grande tenendo lezione.
Solo ora capisco perché Pitagora insegnasse nascosto dietro una tenda.
Non sono un grande spettacolo per le fanciulle in fiore. Men che meno per i rigogliosi palestrati che da sotto il banco fuoriescono di centoventi centimetri di soli polpacci, Nike escluse. (Ma le aziende che forniscono mobili alla scuola hanno preso atto delle nuove anatomie adolescenziali?).

Lo so, come minimo sarebbe quasi tempo di passare alla dentiera. Ma ci vorrebbero soldi che non ho.
Solito piagnisteo dei docenti sottopagati??? Naaaaaaaaaaaaaaaaaa.
Visto che lo Zen deve avere a che fare qualcosa con questo libro… chiamiamola pure… reincarnazione accidentale di percorso.

Signora-mia, che vuole che Le dica… ero anche riuscita a programmarmi una vita di quelle fatte così-così, che ce ne sono a milioni, tanto inflazionate che certo non vanno a finire sui giornali o in televisione e nei libri tanto meno.
Un profilo da Fossa delle Marianne, insomma, ma almeno lunare come il Mare della Tranquillità.
Un marito impiegato, una figlia invidiabile, la scuola quasi sottocasa, due anziani genitori cui badare a trenta chilometri di distanza… tre locali più un servizio – senza box – nella travolgente periferia milanese, e un balconcino affacciato su un mare di tetti a schiera, molto opportuno come sito per la raccolta differenziata dei rifiuti.
Potrebbe mai una donna con la testa sulle spalle desiderare di meglio?
E come potrebbero decine di genitori affidare ogni primo settembre i loro pargoli… a donne che non abbiano una testa sulle loro spalle?
Eh sì… non lo si dice mai, ma un cervello funzionante è il minimo patrimonio dotale di un docente…

Lo Zen - Pagina 2

Per esempio, fossi rimasta a casa, adesso avrei una dentiera e non sputacchierei nelle classi.

Esemplare di una specie in via d’estinzione, docente reclutata dalle file del proletariato emigrante ed emigrato, nomade per coatta vocazione, e soprattutto certa – nonostante gli antibiotici e il Prozac – che a cinquant’anni si debbano fare i conti con la vita e con la morte – diosanto questi proletari snob che hanno letto Seneca blehaaaaaaaa – … insomma, a dirla tutta, mi sono rifatta una vita.

Ci si alza una mattina e si decreta di dover morire. Come dire oplà. Ho arbitrariamente decretato che dopo aver trascorso cinquant’anni nell’Italia metà galera, mi spettava di diritto di vivere il poco che mi resta nell’Italia metà giardino.

Ho coronato una storia d’amore, ho riportato il cerchio al punto di partenza, ho dato ascolto a una briciola di DNA e le ho detto…Sì.
Non affannatevi a cercare l’altro… e se proprio siete fatti per le categorie piazzatemi in quella di cui la sociologia non si è ancora accorta: sono sposata fuori casa.
Ma ero troppo innamorata degli ulivi e dei pini marittimi per poter farne ancora a meno.
A due passi da un lago vulcanico del Lazio, ho comprato cinquanta metri di casa popolare. Non ho il box, ma ho finalmente un’amaca sotto una pergola, un piccolo prato su cui camminare a piedi nudi, due rose da coltivare… e metà stipendio che se ne va in un mutuo di venticinque anni. Le banche si fidano della longevità dei Docenti.
Parlandone come da Zen… ho programmato felicemente la mia prossima evaporazione ventura. Non c’è oro che possa ripagare il regalo di poter evaporare in un luogo dove ancora nascono gli asfodeli. Segnatevelo, l’inverno del 2000. L’ultimo che ho passato in Lombardia. Non finirà nei manuali di storia, ma in quell’inverno morirono tutti i merli. Per malattia, per inquinamento, non so. Albe da silenzio tombale, neanche un fischio di merlo a dare il buongiorno. Non se n’è accorto nessuno.
Non si può evaporare bene in luoghi in cui i merli muoiono e nessuno lo sa.

Il Ministero se ne farà una ragione… si tenga una Docente sdentata che deve pagarsi il lusso di godere di una Bellezza che non appartiene a nessuno.
Pensa che novità… devo lavorare per vivere.

Siamo così certi che sia un lavoro?

Socrate, vecchio brigante! Fuori c’è il silenzio caldo delle cicale… e compatisci il ronzio del ventilatore. Ma solo quando scoppia l’estate il docente skazzato può mettersi seriamente a lavorare. Mettiti comodo, e non fare domande su questo arnese diabolico che proietta scrittura senza sognarsi di materializzarla.
Se cominci così c’infiliamo in un ginepraio di discorso perso che neanche i cani randagi ci seguiranno più.
Lo so che è una vita che non scendi tra i mortali, ma se devo spiegarti il mouse il display la rava e la fava qua ci giochiamo il meglio. Se chiudi gli occhi, ci troviamo un bel prato per te e per me e aspettiamo Pan e le Ninfe che ci diano bellezza all’anima e che ci proteggano perché le nostre parole siano in armonia con tale bellezza.
E non fare quella faccia… se recito la tua preghiera non è certo per piaggeria.
Pensa te se alle due di un pomeriggio di luglio mi metto a far l’adescatrice della tua benevolenza… no, non te lo spiego cos’è un telecomando, rimettilo a posto. Sei tu che mi devi delle spiegazioni.
Questa cosa qui, per esempio, che è andata persa in qualche interstizio del tempo…
Che le parole di un Maestro partono dal cuore, transitano per il cervello, e poi arrivano alle labbra… e che è meglio, molto meglio, se gli Dei e la Bellezza proteggono l’intero percorso… e quell’altra cosa… che anche il discepolo deve condividere la stessa preghiera del Maestro prima di cominciare una qualsiasi conversazione… perché strade separate non generano armonia…

Lo Zen - Pagina 3

Non voglio darti pessime notizie, ma che insegnare sia un affare d’anima e di cuore – e scordati soprattutto gli Dei e la Bellezza – non sta più scritto da nessuna parte.
Fuori moda, fuori corso, fuori tutto. Anche fuori di testa. Se ci sentissero ci manderebbero in Siberia.
Cos’è la Siberia?
Scusa, se ci sentissero brinderemmo a cicuta. Più chiaro, così?

Già, per me senz’altro, è più chiaro. Anche ai tuoi tempi tirava brutta aria.
Ci riesci sempre nei panni della levatrice, vecchio Sileno barbuto…
Fare il Maestro e fare il Docente sono due cose diverse.
I Docenti mica hanno bisogno di pregare insieme ai loro allievi all’inizio dell’ora, perché le cose che dicono o che fanno siano armate di buone intenzioni, oneste nei loro confronti, utili e vantaggiose alla loro vita.
Ti immagini le facce se entrassi in classe con una simile proposta? (Non escludo che lo farò, prima o poi).
Cos’è un Docente??? Te ne sei persa di acqua sotto i ponti, amatissimo amante…
Dopo trent’anni di questo lavoro, dovrei risponderti a razzo… scusa… fulmineamente.
E invece, più il tempo passa, più ne capisco di meno.
Tira fuori il tuo contratto, Socrate! Quel bel privatissimo contratto che tu, da Maestro, hai stipulato con gli dei… Come diceva? Se un’anima sceglie di reincarnarsi per cinque volte di seguito nel corpo di un maestro… dopo la quinta reincarnazione è estromessa dalla gazzarra del mondo, raggiunge il Nirvana e chi s’è visto s’è visto.
Bello! Non escludo che in certi ambienti possa ancora far colpo.
Beh, i Docenti firmano contratti solo con i Trenta Tiranni, dentro e fuori dalla metafora. Calcola che negli ultimi tre decenni i Tiranni hanno cambiato idea almeno una mezza dozzina di volte, per carità con le loro ragioni…
Risultato: siamo una razza di reincarnati vita natural durante.
Ho raggiunto il Nirvana, in una vita sola, e per puro beneficio di legge.
E scusa se è poco.
Lo so, sgangherato come discorso, ma non capita tutti i giorni averti qui, approfittare della tua compagnia… vederti giocare con l’Artemide… è solo una lampada… come dici scusa? Che cosa mi devo aspettare da un mondo che ha trasformato gli dei in lampadine elettriche? Oh beh, questo è il minimo… se sapessi in quante cose li abbiamo trasformati!!!
Ma perché mi porti sempre dentro argomenti che non ho nessuna voglia di affrontare?
Sei speciale in questo… e mi sa che non posso darti torto. La radice del problema di solito sta sempre proprio nelle cose che non si vogliono affrontare. Qualcuno un giorno l’ha anche battezzata questa cosa qui… processo di rimozione, sì, credo si chiami così… se ti dà fastidio un ricordo, un pensiero… lo seppellisci, fingi che non esista e la vita procede che è una bellezza.
I cadaveri puzzano? Sì, hai fatto centro, poi si corre il rischio che il cadavere cominci a puzzare.
E allora niente… chi ha i soldi va da un tizio che si chiama analista che è una specie di becchino all’incontrario, dissotterra il cadavere, te lo fa vedere, disinfetta il tutto… è una cosa che ha i suoi costi. E chi non ha soldi? Boh… gli danno delle pillole credo, quelle sono gratis.
Ma adesso che mi ci hai fatto pensare… le cose cambiano. Vedi, sono anni che un sacco di gente dice le stesse cose… che a scuola si sta male, ci si deprime… parlo di tutti sai, mica solo dei docenti… ogni tanto esce un libro… qualcuno infierisce sui legislatori, qualcun altro sul vuoto pneumatico… gli americani hanno inventato la formuletta… burnout… per quelli che lavorano nel sociale, compresi i docenti… alla fine si spengono come una candela. Pensa che hanno pure cominciato a fare convegni per docenti depressi… davvero, non sto scherzando!
Non si toglie il dolore a botte di decreti e non si raggiunge il Nirvana ope legis.
Vero, parole sante. Dimmi che stiamo pensando la stessa cosa… sarebbe ora di cominciare a dissotterrare cadaveri???

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Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora

Non ve la sto a fare tanto lunga… ma quest’anno scolastico sarà annoverato come l’anno dei lucchetti. Il lucchetto è il cardine dell’impegno di un Preside.
Chiusa a doppia mandata la toilette dei Docenti. Pare che non ci sia un idraulico in grado di farla funzionare.
Chiusi i cancelli della scuola. Delle quattro uscite cardinali ne funziona solo una, e l’edificio non è precisamente una cabina da spiaggia. Motivi di sicurezza. Ho visto docenti uscire scavalcando le inferriate. Uguale e preciso agli studenti.
Messi i lucchetti alle macchinette delle bibite e delle merende. Motivi non accertati.
Infine, a castagnola, incatenata la macchinetta del caffè. Fortuna che le colleghe tecnologicamente avanzate non mancano mai… thermos pieni di caffè portati da casa uscivano puntuali da borsoni da spiaggia. Clima da gita fuori porta, o da treni del Sud quando ci si viaggiava trenta ore per fare tutta l’Italia in lungo.

Genius Loci

Già, ogni luogo ha un’anima. E, fra di loro, le anime parlano.
Le anime di quelli che entrano in quel luogo, entrano in rapporto col Genio che lo abita. Se ne accorge solo chi lo sa. Praticamente nessuno.
Chi lo sa, ha buone probabilità di diventare docente skazzato. Chi non lo sa ha ottime probabilità per diventare docente depresso.
Gli allievi? Quelli sono giovani, e quindi hanno ancora il diritto all’immediatezza.
Nel senso che non perdono tempo a macerarsi dentro… ma improvvisano – giustamente – immediati gesti di difesa.
Il Luogo abitato dal Genio dei Lucchetti invita all’evasione: nessuno ha voglia di entrare, tutti cercano di uscire il più presto possibile.
Ho insegnato in vecchie fabbriche abbandonate, in containers prefabbricati, nelle vecchie stalle di una Villa Reale (asburgica, francese e savoiarda), in villaggi scuola con quattromila allievi, in moderni edifici vetro-cemento, in aule prestate dagli oratori… non ricordo edifici accoglienti. Tranne due casi, in trent’anni. Di un Preside che sapeva che il luogo va soprattutto fabbricato dall’interno e così aveva trasformato la sua scuola in un grande laboratorio di cose da far vedere… piramidi egiziane comprese. E il caso di una scuola media progettata da un architetto che sapeva che la scuola va soprattutto abitata. Aule-giardino e laboratori connessi come fossero grandi stanze di un singolo appartamento… il Rinascimento italiano ogni tanto resuscita, ma non lascia grandi tracce.
Grandi cubi di cemento, con dentro piccoli buchi quadrati è il massimo dei risultati ottenuti dall’architettura scolastica. E poi si apre il capitolo manutenzione.
A parte il cadavere di una piscina, vetrate rotte, invasione di rampicanti, muffe sgorganti come le aliene gelatine di Blob… a parte il giardino-discarica delle vecchie lavagne, delle sedie senza gambe, delle cattedre sfondate… l’interno della mia scuola gode di finestre sempre chiuse perché rotte, di tapparelle sempre fisse perché andate, di veneziane sventagliate che non riparano dal sole neanche a forza di riti vudù, di porte che non chiudono – le uniche che dovrebbero garantire tale bisogna –, di immense vetrate inaccessibili alla pulizia ordinaria, di colori interni che vanno dal grigio antracite al fumo di Londra.
E questo sarebbe anche sopportabile. Anzi, quasi logico. Se il tutto fosse immerso in una triste landa padana, per esempio, nebbia, pioggia e capannoni industriali… chi ne potrebbe soffrire?
Ma là a due passi, e dalle scale antincendio si vede bene… c’è uno specchio blu di lago che vien voglia di mangiarselo, e svettano pini e oleandri, e le colline forse non si prendono lo sfizio di diventare troppo verdi??? Sfacciatamente verdi.
C’è il Genio di Artemide là fuori. Diana la Bella lancia richiami azzurri ad ogni folata di vento. Chi scommette un soldo bucato sul Genio dei Lucchetti???
Le scale antincendio sono le più abitate, d’inverno perché è l’unico luogo caldo, arriva il sole, dentro i caloriferi sono sempre gelati; e in primavera il perché lo capite da soli.
Le aule poi urlano desiderio di fuga da tutte le parti. Pareti scrostate, istoriate, graffitate… retro di calorifero imbottito di carte di merende, orme di pedate anche sui soffitti. Quasi per gioco e senza sperarci molto ho imbiancato l’aula con i miei allievi… lungi da me mille miglia il tentare di spiegare loro la gravità del genius loci, tanto quello si spiega da solo. Qualche mese dopo tutti gli allievi hanno preteso di imbiancarsi le proprie aule, aggiungendo anche murales e decorazioni varie.
(Che schifo questa scuola di imbianchini… il commento più delicato…)
Hanno abitato ambienti più igienici e puliti, ma, non potendo più prendersela con il loro lavoro, hanno aggredito le pareti esterne e i vetri delle finestre. Bombolette spray riciclate in dichiarazioni d’amore e in pubbliche accuse di tradimento. I vocaboli ce li mettete voi.
Ma è sempre tanta la renitenza ad entrare, la voglia di scappare.
Terapia: severità severità punire punire. Dopo cinque entrate in ritardo si buttano fuori. Non li si fa più entrare. (Infatti non chiedono di meglio). Questo alto tasso di frequenza intermittente va estirpato con la forza. Ci vogliono lucchetti.
Un secondo dopo si mette mano al Progetto Accoglienza, perché, si sa, se la scuola non ha un buon Progetto Accoglienza, le iscrizioni si abbassano.

Loro sono venticinque. Eccomi qua, l’Asino Grigio e i venticinque puledri giovani e bianchi. Chi scommette un soldo bucato sull’Asino Grigio???
E poi l’ho presa stamattina la pastiglia vitaminica over-cinquanta? E chi si ricorda più. Sole perpendicolare, cielo azzurro, incoscienza in circolo, ormoni all’attacco… da quando in qua mi sta stretta la parte della professoressa scema che si fa fregare?
Sulle scale antincendio tiro fuori distrattamente un aneddoto di storia. Butto là una domanda, spiego un vocabolo. Raccogliessi energia dai loro pori, farei partire un TIR. C’è solo l’auriga pazzo che li governa, quello della fame e della corsa.
Devo fare uno sforzo tremendo per ricordarmi di quello che fu il mio.
Dalla mia un solo vantaggio: io lo so che verso latte e miele solo sull’altare di Artemide.

Caro Ministro, fammela la domanda, telefonami almeno una volta, chiedimelo perché arrivano analfabeti all’Università.

Lo Zen - Pagina 5

Dream
(Vi avviso: capitolo patetico)

Grandi. Dicono tutti che devono essere grandi… i Sogni. I miei allievi sognano di diventare Totti e di andare al Grande Fratello. C’è anche chi ha il diritto di sognare di diventare Presidente degli Stati Uniti. Pieno di gente così che sogna di diventare miliardaria.
Il motivo c’è: più il sogno è grande e più è innocuo.
Sono i sogni piccoli, i più pericolosi.
Riccardo Cucciolla. Anni Ruggenti, il film. Mai visto? Il contadino vissuto sempre in caverna… che scrive al Duce per avere una finestra. Ha perso la moglie, e poi il figlio restando vedovo del tutto. E sogna di avere la finestra che non ha mai avuta.
Questo è un sogno che fa paura, perché è infinitamente piccolo. E proprio per questo non scende più a patti con niente, né rischio né caso né fortuna né possibilità.
Un sogno piccolo non esaudito è arsenico puro in tutte le pieghe dell’universo.
Un sogno piccolo non esaudito tracolla dall’ultima galassia e ancora continua ad urlare nel vuoto.
Un sogno grande non esaudito se lo scorda anche chi l’ha sognato.

A me d’inverno capita di sognare di poter andare a lavorare in una stanza calda. Con le finestre aggiustate e i vetri puliti. Non mi interessano tende, sedie comode, quadri alle pareti. Solo una stanza calda. E sarebbe tutto. Punto.

Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora

Ore 15. Luglio africano. Da sette ore si ascoltano candidati, si riempiono verbali, ci si gioca a dadi una pala di ventilatore.
Borse termiche, thermos di caffè… usciamo che sembriamo le fagottare di Ostia mare.
Ci aggrediscono due operatrici scolastiche. Non lo sapevano che saremmo uscite alle tre del pomeriggio. Devono restare a fare il turno fino alle sei, per ordini superiori. E non hanno una beata minchia da fare.
«Mi dispiace…» farfuglio prima di catapultarmi sulla scala.
Del disguido degli ordini superiori… capiscono le bidelle, che era quello che dovevano capire.
Mi dispiace che loro non abbiano visto che abbiamo fatto esami con le lavagne che trasudavano il gesso di tutto l’anno scolastico, scolpite ancora a futura memoria le equazioni algebriche del 30 di maggio.
Mi dispiace che loro non vedano quei due gerani nell’atrio cementati in una zolla sahariana che non ha più nemmeno il coraggio di dire che ha sete.
(Vogliamo parlare del resto?)
Mi dispiace che il Genius Loci abbia colpito là dove veramente voleva colpire.
Finalmente ha mandato in sottovuoto ermetico anche il cervello.

Genius personae

Non ridere sotto la barba che tanto ti vedo… Tu me l’hai detto che dovevo dissotterrare cadaveri, e il primo che mi è venuto in mente è quello del luogo di lavoro. Banale, lo so, non mi è venuto di meglio. Anche meschino? Sì certo… sai che novità sapere che in tutti i pollaietti che si rispettano ci si sta a stracciare le vesti facendo finta di non vedere quello che non si vuol vedere eccetera eccetera.
Non lo sopporto più, tocco il fondo della meschinità, mi fa schifo lavorare dentro lo sporco, lo sciatto, il trasandato, l’abbandonato… dentro tutto ciò che è brutto.
Certo che era molto meglio il mercato del Pireo. Cento volte meglio, e non far finta anche tu di non capire.
E allora senti anche questa: siamo una delle otto potenze economiche mondiali e questo è il luogo di lavoro in cui dovremmo trasmettere saperi, cultura e buone maniere. Che fai? Non ridi più?
Sono andata a scuola in piena ricostruzione post-bellica. Appesi alle pareti c’erano i disegni delle bombe a mano… se le vedi non toccarle… Nient’altro, perché carte colorate e gingilli vari erano un lusso.
L’inchiostro nel calamaio, e cinque pastelli. Un grembiule nero. Due quaderni, uno a righe, uno a quadretti.
I vetri erano puliti, e anche la lavagna.
Questo si chiama decoro della povertà.
Mi spieghi perché dovrei scendere a patti con la sporcizia della ricchezza????????
Ok, ok… più dentro che fuori dalla metafora. E spegni il televisore che tanto non te lo spiego chi è Moggi.

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In questo luogo che già dal primo lucchetto t’invita a veder il mondo color di rosa, e nel quale, non mi vergogno a dirlo, spesso sono entrata con la boule di acqua bollente nascosta sotto il cappotto… in questo luogo entrano persone.
Col peso dell’anima sulle spalle, tutte, giovani ed adulte. Il loro privatissimo Genio caracolla al loro fianco. Lascia stare, qua non ci ascolta nessuno, possiamo dirlo fra me e te come stanno veramente le cose.
Per motivi diversi, ma tutti vorrebbero essere da un’altra parte. È così chiaro… che anche il sole a paragone mi diventa un lumino votivo.
Tra colleghi basta un incrocio di sguardi, anche il saluto è superfluo nell’ultimo secondo in cui ognuno può ancora stare solo con se stesso e maturare, proprio a se stesso, l’addio.
Si firma, si agguanta un registro… si va. Un attimo ancora, e saremo travolti da una doppia colonna di TIR. Stretti in bocca i pochi denti che restano imploro energia sfogliando a memoria le orbite di tutti i pianeti.

Nella mia prima reincarnazione gli allievi in piedi al loro banco attendevano in silenzio il prof. e lo salutavano.
Nella mia seconda reincarnazione gli allievi seduti al loro banco attendevano in silenzio il prof. e lo salutavano.
Nella mia terza reincarnazione gli allievi parlottavano a gruppetti sparsi nella classe, intravedevano l’insegnante, correvano al banco, si sedevano e, in silenzio, salutavano.
Nella mia quarta reincarnazione gli allievi ridevano e squittivano a gruppetti sparsi, si strattonavano braccia e spalle, qualcuno a voce alta reclamava una dritta o una risposta. Io mi fermavo sulla soglia, e nel giro di tre minuti, con calma, raggiungevano i loro banchi, si sedevano, e mi salutavano.
Nella mia quinta reincarnazione gli allievi sparsi dovunque, fra classe, corridoio e cessi, alla mia vista sgomitando di corsa rientravano in classe, perpetuavano ombre di libertà girando fra banchi spostando sedie inciampando sugli zaini, emettendo imprecisati gridolini isterici ogni volta che uno spigolo di banco entrava in rotta di collisione con le cosce e con le pance… dopo cinque minuti si sedevano e mi salutavano.
Nella mia sesta reincarnazione imbocco il corridoio… stanno nei cessi, sulle scale antincendio, ammassati alla porta come cavalli di Frisia, i più scafati ancora nell’atrio si gingillano con la prima lattina di coca e con l’ultimo boccone di pizza…
Uno mi urla all’orecchio che il compito non l’ha portato, uno mi urla alla spalla destra una domanda attorno al programma della lezione odierna (traslescion: ah professorè ma che faaaaaaaaaaaaamo oggi????).
Ce ne sono due che mi urlano alla spalla sinistra l’elenco completo dei compagni non ancora presenti (quello sta ar cesso, quell’artro sta in segreteriaaaaaaaaaaa)…
Dribblando i cavalli di Frisia, dentro l’aula m’investe la pogata quotidiana.
Corpi che si stratificano in orizzontale sui banchi, in totale assenza di conversazione, ma in compenso le urla mettono in forte discussione la decimale gradazione dei decibel. A brevi scadenze, dalla massa informe si stacca una Nike maschile che sferra un calcio a una natica femminile, poi sarà la Nike femminile a trastullarsi con la natica maschile. Le strattonate sono un bel ricordo dei tempi antichi. Gli spintoni effluviano, esondano, tracimano. Qualcuno a terra, qualcun altro ci andrà già sollevato sulle spalle da un compagno. Che io sia entrata o no, non interessa una beata minchia a nessuno.
Entrano i ritardatari, che non vanno al banco, ma trovano naturale la loro estemporanea partecipazione alla prima pogata della mattina. Scappellotti, lanci di sinistro al torace, gomitate ai fianchi, Nike a un metro e mezzo da terra in collocazione ormai fisiologica.
Esistono sempre due marziani che stanno seduti in silenzio al loro posto. Incrocio i loro sguardi. Il mutismo ci rende più complici e più impotenti.
Non basta la pastiglia over-cinquanta, solo una pista di buona neve aumenterebbe le mie prestazioni.
Sono bambini? No, vanno dai diciassette ai vent’anni. I due terzi di loro mi sovrastano di una testa e mezza. Le Nike vanno dal 39 al 45.
Sono i poveri, i borgatari, i sottoproletari di turno, i disadattati, gli emarginati, i derelitti e abbandonati, i difficili, i disagiati, i Franti di antica memoria ma come simulacro funziona ancora?
Ma come fanno a venirvi in mente certe cose? Datemi uno dei loro cellulari e mi pago il mutuo per tre mesi.

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Siccome il Ministero non mi passa ancora la pista di neve, mi siedo e mi do alla meditazione Zen.
Rilke è rimasto a casa, insieme alla mia anima. Mi stava raccontando di quando ha visitato gli Uffizi per la prima volta. Visualizzo Lippi e Botticelli… la Bellezza esiste, è già uno zatterone su cui imbarcarsi. Della mia anima ho notizie incerte, ne rientrerò in possesso a luglio, fino al trenta di agosto. Grasso che cola. Adesso giochiamoci per l’ennesima mattina la parte dell’istrione. Per quanto ancora? Fino a sessant’anni? Sessantacinque?
Abbozzo il tentativo di un appello, dopo venti minuti loro forse decidono di mettersi seduti. Gambe di sedie e di banchi tentano di trivellare il pavimento. Qualcuno risponde, qualcuno no. Sguardi persi nel vuoto, catatonia pupillare, hanno intuito che la pogata è finita. Metà della classe si mette a pensare su come deve fare per sopravvivere la prossima mezz’ora facendo finta di esserci. Preparano le cuffie del cd, attrezzano sms col cellulare, toccano il sacchetto della pizza, guardano fuori dalla finestra, rifilano pedate alla sedia davanti provocando l’ira del compagno. Un quarto della classe si sta ricomponendo a rilento, sgomitano, soffocano risa, improvvisano il verso del maiale o del piccione, rimbalzano un po’ sulla sedia come rimbalza una palla dopo un bel tonfo. Il quarto rimanente vorrebbe far lezione, ma non si può permettere di darlo tanto a vedere. Se mi faccio venire la folle idea di chiedere che tirino fuori un quaderno e una penna, vanno via altri dieci minuti. Ricerca neanche tanto affannata, richieste varie di fogli e di penne, perché metà della classe non ha il materiale. E perché dovrebbero… fra pizza, cellulare, cd portatile, mazzo di carte e calcolatrice, si è già raggiunta la soma massima di sopravvivenza.
La comunicazione podologica mi irrita quanto una cimice nel letto. Le loro urla gliele rifarei ingoiare con cucchiate di cianuro. La loro imbecillità anabolizzata mi costerà un intero pomeriggio di resettaggio energetico.
La pantomima si ripeterà almeno quattro volte nell’arco della mattinata, ad ogni inizio dell’ora. Di questi esemplari… me ne godo ottantadue al giorno.
Avete qualche dubbio??? Certo che li odio. Alla sesta reincarnazione ho cominciato a odiare… e qualsiasi quantità di odio voi stiate immaginando ora… ritenetela sempre approssimata per difetto.

Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora

Pare sia andata così, in un mattino di marzo o giù di lì. Hanno rubato il Pronto Mobili dall’armadietto della bidelleria.
L’hanno spruzzato tutto sulla soglia della porta dell’aula.
E poi si sono messi ad aspettare quello che avevano in mente di aspettare.
La collega è entrata, è scivolata, si è fratturata una vertebra.
Per aver il piacere di veder un’insegnante cadere, lo rifarebbero di nuovo. Così hanno detto. Nessuno li ha denunciati. Credo che se la siano cavata con un paio di giorni di sospensione con obbligo di frequenza. La collega non è più tornata al lavoro.
Sono piccoli? Sì, molto piccoli. Hanno tutti il diritto di voto.

Non affannatevi a rifarvi il trucco con i buonisti pensieri: l’odio è reciproco.

Tragos

Vedi come sono brava? Adesso ti parlo di cose che conosci, così ti levi finalmente quel mascherone da malcapitato che ti si è incollato sulla faccia.
Una bella tragedia, Socrate mio. Ce ne andiamo a teatro, io e te, due cuscini, una ricotta freschissima, una fiasca di vino annacquato, e ce ne stiamo lì fino a quando il sole si tuffa a mare e dal cielo scende un dio che risolve tutto quanto.
Una bella tragedia greca come gli dei comandano… non ti va l’idea?
No eh… non mi puoi perdonare nemmeno il secondo cadavere che ho dissotterrato.
Quel bello spettacolo di giovani, insieme ai quali dovrei crescere, creare, lavorare… dire e fare qualcosa di utile eccetera eccetera, tutte le sante mattine che li vedo, e tutti i santi pomeriggi che cerco di capire che cosa possa poi fare il giorno dopo… mentre quella strega di Atropo prende le misure del mio filo…
Un vero peccato che tu non mi segua, che neanche tu riesca ad intuire che oggi le tragedie sono state espulse dai loro luoghi deputati… sono scese dalle belle gradinate di roccia, strisciando infide e bieche come vipere, piano piano vanno a fare il nido altrove, sputano veleni là dove non avrebbero mai dovuto penetrare, e non pretendono applausi quando la notte le ingoia.
Qual è il problema se Oreste uccide la madre, se Medea avvelena i suoi figli?
Poi le gradinate si svuotano, i mascheroni vanno a dormire nei carri, gli attori tornano a casa a baciare la madre, a riabbracciare i figli.
Siamo diventati civili, Socrate. Ci hanno fatto diventare così civili che ogni bipede umano che vedi camminare adesso, è costretto d’ufficio – e a sua totale insaputa – a incarnare da solo il suo privatissimo tragos.
Oh, non è difficile come pensi… è un giochetto di prestigio di infimo livello.
Qualcuno scrive un copione, ma non lo dà in mano a un attore solo. Oggi come oggi ci sono mezzi con cui puoi mandare quel copione a milioni di persone nel tempo di un amen. E poi li puoi anche convincere a recitarlo. Li convinci così bene che potrebbero ucciderti se vai a dire loro che sono diventati i burattini di Mangiafuoco.

Lo Zen - Pagina 8

E lo sapevo che avresti preteso un esempio… Pensa te che ho l’imbarazzo della scelta. Se cito Auschwitz o Norimberga, non ti dicono nulla vero? Piazza Venezia? Men che meno.
Se ti parlo dell’ultimo copione sulla guerra? La guerra la conosci, no? Spartani, achei, troiani… questi sì che ti dicono qualcosa. I soldati partivano e sospettavano che in guerra si rischia di morire. Anche chi li vedeva partire, lo sospettava. Anche i generali che ce li mandavano, lo sospettavano.
E non dirmi che è più banale di un’oliva col nocciolo.
Hanno riscritto il copione. Oggi i soldati partono armati fino ai denti per andare a far la pace. E adesso sputa l’oliva, che rischi di soffocare.
Ci credono tutti: è il copione più bello che sia mai stato scritto. E poi? Poi niente, quando le bare ritornano a casa, indossano tutti un’espressione tipo… ma come diavolo è mai potuto succedere? È quell’imbecille di Atropo che ha tagliato i fili nel posto sbagliato. Non si tagliano fili impunemente in zona di guerra. Ci devono credere tutti, e tutti ci credono: dal Presidente della Repubblica, agli orfani alle vedove ai genitori. Le vedove di pace, presumo che siano chiamate così adesso, vengono intervistate dai giornalisti che fanno la solita domanda… che cosa sta provando signora? Rispondono, da copione, che non avrebbe dovuto morire chi era partito per fare la pace.
Scippato anche il diritto di essere divinamente Andromaca.
Che sia guerra, è vietato dirlo. Poi si rischia che la gente si spaventi troppo…

Si chiama… manipolazione di massa. Sì, si chiama così. Ma anche qui è stato riscritto il copione… oggi la massa deve sapere che non c’è più in giro nessuno che si sogni di manipolarla. E ci crede. Ci deve credere. Giochetto di prestigio da leccarsi i baffi.

Io sono un’operatrice della scuola di massa.
Bella novità dici tu. Eh no caro mio, qua adesso ci buttiamo sui distinguo.
Di questa massa. Io sono un’operatrice della scuola di QUESTA massa.
Questa massa, che ha in mano un copione che neanche Euripide, avesse scritto ancora un milione di tragedie, ci sarebbe mai arrivato.
Adesso sì che fai il curioso… lo vuoi conoscere il canovaccio che ciascuno andrà a produrre con le sue battute, con le sue papere… ma senza mai discostarsi più di tanto dal prologo e dall’epilogo…

Ti ho manipolato, Socrate! Alla fine ti ho convinto a venire a teatro con me.
Che dici? Usciamo dalla comune?

Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora

«Ma poi, era su moije, vero?»
«Noooo… Dante non ha mai sposato Beatrice. Ha sposato Gemma Donati».
«Eh ma che str… amava Beatrice e ha sposato un’altra???»
«No, scusate. Beatrice è la sua storia d’amore… ma poi lasciamo stare Dante. Voi avete l’età giusta per averlo capito… che innamorarsi trasforma, ci fa vedere parti di noi che non sapevamo di avere… l’esperienza d’amore ci cambia o no?»
«Ehhhhhhhhhhhh professorè… ma chi ci crede più!»
«Chi ci crede più a cosa, scusa?»
«All’amore no? Io nun ce credo più!»
«(Bel record a diciott’anni…) E perché non ci credi più?»
«Ma ccome, nun lo vede che tutti i matrimoni finiscono cor divorzio???»
«Ma perché scusa… amore e matrimonio sono la stessa cosa???»
«ECCERTO NO!»

Star’s dust

Questo è un bel cadavere marcio. Di quelli che sono stati seppelliti così di fretta che nessuno si è ancora sognato di affibbiargli un nome.
Abbiamo due indizi per riesumarlo: quello stronzo di Dante che non ha sposato Beatrice, e la cera sul pavimento per far cadere l’insegnante.
Se vuoi scardinare le serrature dell’anima, ti servono due piedi di porco, sempre quelli: uno si chiama odio e l’altro si chiama amore.
Lo so vecchio pazzo che ai tuoi tempi era normale, e quel povero Platone non reggeva il tuo ritmo a stenografare digressioni varie e notturne sull’anima e sull’amore, che poi ne hai parlato una volta di troppo e ti hanno fatto fuori.
Le masse manipolate le riconosci da questo: devono amare e odiare secondo copione, tutti allo stesso modo. Perché mai ti sei messo a raccontare a destra e a manca che occorre rinviare il copione al mittente, perché Eros, quello vero, quello che è divinamente Eros, predilige gli uomini liberi e non si fila di pezza il pecorame?
Bella cappellata che hai fatto, Socrate mio. Beh, allacciati le cinture, perché adesso, tu ed io, rifacciamo la stessa identica cappellata.

Lo Zen - Pagina 9

Il mio pecorame, pardon, i miei allievi… si giocano un copione rozzo, riguardo all’odio e all’amore.
L’amore è quello di mamma e papà, che si sono sposati, poi si sono tenuti stretti stretti e sono nati loro. L’odio è ancora più facile: è sufficiente odiare tutti quegli scassacazzo che li vorrebbero trascinar via dai loro giochi preferiti, palestre, pogate, playstescion, sms, motorino, piscine, discoteche ed altre varie amenità. Nella fattispecie gli unici rimasti: gli scassacazzo dei docenti. Punto.

Spartito facile facile, che l’abbiamo suonato e ballato tutti quanti, nel tempo di nostra vita mortale quando era normale suonarlo e ballarlo… diciamo fra i sette e i tredici anni?
Poi si prendeva la prima tramvata per il ragazzino della porta accanto, al primo tre in pagella si prendevano pedate nel culo… e allora si intuiva che da qualche parte il copione doveva andare rimaneggiato.
Di solito, da qui cominciava l’adolescenza.
Che caspita è l’adolescenza? Lo so che tu non l’hai mai vista. Ma la cosa ancora più buffa è che oggi tutti credono che sia sempre esistita… Devono crederlo, fa parte del copione.
E vuoi saperne un’altra? Ci sono pezzi interi di pianeta, e neanche tanto piccoli, in cui non è ancora comparsa, ma anche questa cosa nessuno la deve sapere.
L’adolescenza è un affare del mondo ricco, civilizzato e tecnologicamente avanzato.
È una mutazione sociale della specie che vive in questo preciso habitat.

In teoria l’hanno inventata gli antichi romani. Già, sono arrivati ad Atene, ma tu te n’eri già andato. Ma non ti preoccupare, molti ateniesi l’hanno capito subito che erano solo barbari pecorari.
Ma tecnologicamente avanzati. E davanti al nuovo che avanza, chi vuoi che si tiri indietro?
La prima civiltà mediterranea che ha capito che aveva bisogno di maschi addestrati.
Alla guerra, al governo, all’economia, ai tribunali, all’amministrazione…
Prendeva i maschi, non tutti, e li addestrava. Li ha chiamati adolescentes.
Puer, adolescens, vir: la fulgida carriera del rampollo romano, la prima mutazione sociale della specie.
Le donne? Più che sufficienti per loro i ritmi ancora imposti da madre natura, dopo la prima mestruazione scodellavano figli. Puella et domina. Ed era anche troppo.
La donna adolescente ha fatto la sua comparsa solo da qualche decennio. E ti assicuro che si vede. Sui banchi di scuola, chi ha occhi attrezzati per vedere, lo nota ancora.
Non basta un amen per mutare la specie. Un amen è sufficiente solo per distruggerla.
Ci vogliono sofisticati meccanismi economici, oliatissimi ingranaggi politici, e una sana dose di violenza culturale.
Solo così la specie muta, e sopravvivono solo gli individui che si adattano. Non per scelta, ma per selezione.
Ti sarebbe piaciuto il vecchio Charles, ma non credere che sia scontato. Lui va bene per le farfalle, per le giraffe e per le iguane. Vietato dire che è anche applicabile alla specie umana. Lo vieta il copione.
Eppure sono due millenni ormai, che viaggiamo così di mutazione in mutazione, scardinando leggi norme e comportamenti, inaugurando ad ogni giro di boa il nuovo trovarobato delle etiche prêt-a-porter, il grande magazzino degli alibi morali, stuprando cellule dentro e fuori dalla metafora… eppure continuiamo a crederci l’eterno unico immodificabile sale di questa terra. Lo vuoi dire tu? Sì, dai, dillo tu… fa parte del copione.

Dalla mia prima alla mia terza reincarnazione ho fatto in tempo a vedere gli adolescenti.
Somigliavano ancora vagamente al vecchio modello romano: in qualche modo intuivano che adolescere significava attrezzarsi per diventare adulti, prendersi in mano la propria vita e andare a sostituire i vecchi che, da che mondo è mondo, sono fabbricati per essere sostituiti.
Entravano in classe ancora con l’idea che era logico poterti derubare di qualche trucco, di carpirti qualche istruzione per l’uso. Intuivano che trasmettere nozioni informazioni e saperi, ha qualcosa a che fare con delle note testamentarie. Ma sì, prendetevi ’sto lascito, e poi fatene quello che volete. Ho fatto in tempo a vedere qualcuno che ha avuto l’iniziativa di impugnare il testamento.
La scuola è un affare di vita e di morte. È l’unico valido motivo che può giustificare il fatto che si rinchiudano giovani e vecchi nello stesso luogo per sei ore al giorno tutti i giorni della settimana.
Solo il monito della morte può tenere in piedi una follia del genere.
Prendete dalle nostre mani che stanno andando a morire quelle quattro carabattole che vi possono servire per andare a vivere…
È un modello che per qualche secolo ha funzionato. Per i maschi soprattutto. Per le femminucce è un capitolo a parte.
Esiliare madre natura dai corpi degli uomini non è un accidente di poco conto.
È una mutazione sociale che lascia cadaveri da tutte le parti. E in duemila anni non abbiamo ancora finito di contarli. Ma non si resta civili e tecnologicamente avanzati se non si seminano cadaveri.
E poi insomma basta con queste corbellerie… che differenza c’è, Socrate, se ai tuoi tempi quindici anni bastavano per essere adulti mentre adesso una trentina non è ancora sufficiente? Sarà mica una tragedia due decenni in più o in meno… sì lo so che madre natura è convinta del contrario, ma, permetti?, chissenefrega di madre natura?

Una specie può mantenersi uguale a se stessa anche per centinaia di migliaia di anni… basta che il suo habitat non subisca trasformazioni.
Può trasformarsi in pochi mesi se tra capo e collo si manda in frantumi l’equilibrio dell’ecosistema. Ci vuole un disastro ecologico: le specie allora possono sparire del tutto o possono anche riadattarsi diventando un’altra cosa. Ma ci vuole un disastro ecologico.
Noi del secolo ventesimo sappiamo tutto sui disastri ecologici… taratogenesi da radioattività, cancri ambientali, pesci al mercurio, ghiacci che si sciolgono… ci fanno un baffo. Perché li sappiamo affrontare??? Naaaaaaaaaa… perché facciamo finta che non esistano. Da copione.

Lo Zen - Pagina 10

Non ti dico poi di quelli che vanno ad attaccare direttamente la nostra di specie, che ci stanno proprio sotto il naso e che un millimetro in più ci affoghi dentro con tutti i piedi. Tripla carpiata all’indietro, censoria pennellata di nero… e chi è quel cretino che ha il coraggio di dire che siamo in pieno disastro ecologico?

Eppure, se è vero che se un diciottenne viaggia con gli schemi mentali di un bambino di sette anni allora si ricorre ai ripari cercando medici esperti e terapie… è altrettanto vero che quando il fenomeno prende forma dentro le geografie della massa… non servono più i medici.
Questo è un disastro ecologico.
È una specie che si sta attrezzando per la nuova mutazione prossima ventura.

Non ci stracciamo le vesti, no. Anzi. Gli adulti aiutano alla grande. Sono obbligati da copione. Si sa… la vita è tragica… ma la cascia l’aggi’a truvà.
Si prende tempo, sta’ fetenzia di modello economico ci chiede tempo (e Dio solo sa se ce l’abbiamo)… Tanto c’è la laurea breve, e poi vai all’estero, magari viaggi… poi cambi lavoro, ti butti in un call-center, fai il co-co-co, pensa com’è di moda, fai il flessibile… imparare un mestiere? Eh bell’e mammà, poi rischi di andare a lavorare sul serio, ma non li vedi al Grande Fratello che sono belli e giovani a trent’anni con tutta la vita davanti a loro?
Non c’è uno straccio di orologio biologico in tutto il pianeta che possa scendere a patti con questo bel programmino. Ma è obbligatorio crederci.
Infanzia allungata, adolescenza scippata, età adulta inconsistente.
Questo è un disastro ecologico. Come mandare in polvere le stelle.

Chi lo sa ha buone probabilità di diventare docente skazzato.
Chi non lo sa ha ottime probabilità di diventare docente depresso.

Rallenty

Ci starebbe bene anche moviola, ma non sia mai di rischiare di rinunciare alla propria dose di inglese quotidiano.
E poi… rallentare suona meglio. Contro la frenesia della vita moderna si sprecano sempre carciofi e dosi industriali di elogi della lentezza.
Sei stressato bimbo mio? Siediti sulla riva a guardare il fiume che scorre.
Ricordati di mettere la sveglia, la mattina all’alba, segnatelo sull’agenda… scegliti un fiume e buttaci tre ore della tua domenica. E poi vedrai con quanta letizia affronterai la settimana che verrà.
Ci credono in molti. I libri che parlano di fiumi che scorrono vendono milioni di copie.
Sono trentadue anni che sto spiaccicata sulla riva. Non esiste mestiere più rivaiolo di quello del docente. Trentadue anni di fiume che mai si scolla dalla fase torrentizia.
A tua insaputa ti si fabbrica addosso un cervello da coazione a ripetere, un onanismo mentale percussivo che starebbe bene solo dentro un capitolo di un manuale di psichiatria.
Trentadue anni di teen-agers che stanno sempre come le mosche d’ottobre contro i vetri, meno acneici di trent’anni fa, ma più anoressici e più bulimici.
Ma questo è solo un accidente dell’occidentale civiltà.
Sia chiaro per tutti: non siamo traghettatori. All’altra riva saranno portati da barche pilotate da altri. È sull’altra riva che troveranno i guru scafati della modernità, quelli che prometteranno loro tre ore domenicali di fiume che scorre da contrabbandare come terapia contro la violenza dell’esistere.
Noi guardiamo. Lentamente, molto lentamente, noi guardiamo.
Lo Zen ci soccorre. Stampella unica ed ultima del docente skazzato.
Ripasso alla moviola i quintali di patatine fritte che mi hanno divorato davanti agli occhi, i duplo le fieste i kinder, sputacchiati dalle macchinette, le bruschette salate le girelle di liquirizia gli estathè… qualcuno di loro avrà già trovato il guru che li ha convertiti alla purea di fave, alla pasta e ceci e alla zuppa di farro?
Qualche ex allieva mi telefona… sono quasi tutte sui trent’anni, senza uomo senza figli senza lavoro stabile. Troveranno un guru che saprà convincerle che i figli si possono fare anche a quarant’anni… e che quarant’anni di markette per la pensione possono essere maturati anche arrivando a settant’anni… in fondo c’è ancora un gran pezzo di vita davanti a sé tutta da vivere…
Alla moviola ripasso tutto il loro tempo snervante da sala d’attesa da fila alla posta da traghetto bloccato nell’afa d’agosto.
Qualcuno passa a scuola a trovarci dopo qualche anno… lauree brevi mai portate a termine, qualche lavoretto sporadico e al nero. Mamma e papà pensano al tetto, e ad offrire un letto per l’amore.
Passano più di due decenni a lottare per ingraziarsi il vantaggio dei contraccettivi, e poi consumeranno qualche anno a lottare contro una vigliacca sterilità.
Gli ormoni restano sordi al lungo canto delle Sirene della modernità.
Ma intanto a scuola si scorre. Molto lentamente si scorre.
Una vita lunga e spensierata ci attende. Fino in fondo giochiamoci la prodigalità divina del copione.

Lo Zen - Pagina 11

Kit, colt, cult

Il benvenuto fra gli Immortali te lo dà la puzza di piscio.
Filtra assorbe disinfetta igienizza deodora… ma percorrendo auspici simmetrici ed opposti a quelli del martellamento pubblicitario sull’alta tecnologia dei pannoloni.
Solo tu ne sei assorto, filtra e invade le nari, attacca le tonsille, impregna di sé il più fetente e fetido dei tuoi pensieri.
Puoi scegliere: o fuggi, o cerchi un cesso per vomitare, o scendi in apnea.
Io scendo in apnea. È il prestigioso vantaggio degli asmatici cronici. E io ne so qualcosa. È l’unico caso in cui il respiro tagliato ed asfittico può venirti in soccorso.
BENVENUTO all’Ospizio!
Alla Casa di Riposo, alla Residenza Sanitaria Assistita, alla chiamala un po’ come ti pare… BENVENUTO fra i vecchi dalla vecchiaia allungata, benvenuto nell’anticamera della Morte!
Fra tutti i Docenti skazzati che puoi incontrare, esiste una categoria a parte, che poi sarebbe quella più skazzata di tutte.
Età media: fra i cinquanta e i sessant’anni.
Sesso: tutte donne.
Caratteristica principale: hanno vecchi ottuagenari di cui dover prendersi cura, hanno figli ventenni che stanno tentando di raggiungere una irraggiungibile riva.
Transitano dentro il rosso del loro autunno strattonate quotidianamente da giovani che si rifiutano di crescere e vecchi che si rifiutano di morire.
E giovani e vecchi sanno abilmente riciclare dentro la sublime macroeconomia dello Stato, quella fetta miserrima di reddito che loro producono.
Et voilà, sioriesiore, quella fetenzia di vita degli adulti attivi di sesso femminile, non ancora toccati dal benefico soffio della demenza, ma già transitati in quella stagione della vita in cui sarebbe più doveroso e istintivo pronunciare un vaffanculo… piuttosto di un vieni qui non pensarci che tanto ti aiuto io.
Generazione esente dal diritto all’orfanità. E cosa ancora peggiore, dal diritto di essere sostituita dai giovani. Siamo le uniche a rimpiangere seriamente i sapienti progetti di Madre Natura, più sapienti senz’altro di questa artificialità di vita programmata dalla occidentale civiltà.
Sempre se hai voglia di chiamarla Vita.
Svegliatevi una mattina, e provate soltanto ad immaginare una piccola parte di quella rabbia che cova silente sotto i loro capelli brizzolati o tinti.
Non vi consiglio di immaginarvela tutta, perché ne rimarreste travolti e uccisi.
Cosa ho detto? Rabbia? Merce esportata momentaneamente su un altro pianeta dal melenso buonismo dilagante.
Eppure ci sono giorni che se potessi comprimerla tutta e infilarmela dentro gli occhi, giuro, ridurrei di sale chi osasse incrociare il mio sguardo.
Lo so, perché la vedo rispecchiata spesso negli occhi di quelle mie colleghe, che dopo sei ore passate a sopportare il bambocciante adultismo degli allievi, saranno risucchiate il pomeriggio dai vecchi malati, invalidi, piscianti, ed immortali.
La cifra degli ultimi dieci anni della mia vita? Antri d’attesa, ASL, Ufficio Invalidi, pratiche pratiche pratiche… per comode, per sedie a rotelle, per pannoloni, per riconoscimenti di invalidità (si scopre che in Italia se uno è invalido al 100%, poi deve dimostrare che si è aggravato se vuole avere il diritto all’assegno integrativo), per case di riposo… ed evito ospedali cliniche medici fisiatri ed analisi cliniche.
Prima per mio padre e dopo per mia madre, tutto doppio giustamente, e forse, da figlia di nomadi, sono stata baciata dalla fortuna. Gli stanziali possono trastullarsi fino al terzo grado dell’affinità parentale.
Sissignore, dai quarantatre anni in poi si impara a convivere col tanfo di morte, senza il privilegio di poter pensare che si tratti della tua. Solo una permanente prova generale. Un altro tipo di onanismo percussivo che ti trapana il cervello.
Non ci sarò più quando il disastro ecologico sarà assorbito dai nuovi equilibri: quando finalmente sarà ripristinato il sacrosanto diritto all’orfanità. Per tutti quei figli fortunati partoriti da madri quarantenni. Amen.
Intanto lo Zen aiuta, e guardo.
Guardo, facendo finta di non vedere. I campanelli che suonano, senza assistenti che arrivano. I pannoloni strapisciati che non vengono cambiati. La realtà fasulla dei vecchi assistiti. L’abbandono cimiteriale di uomini e donne semiviventi deposti sulle sedie. L’edificante volto della miliardaria industria del vecchio.
Avrei ancora forza e vita e amore per pensare alla musica alla bellezza a Rylke e alla poesia.
Ma il mio pensiero dominante, oggi, si chiama KIT.
Neanche alla pensione ci penso più di tanto. Tenetevela tutta, tenetevi quarant’anni del mio lavoro.

Lo Zen - Pagina 12

Ma per tutti gli dei strainkazzati dell’Olimpo, fatemi mettere le mani su un Kit da eutanasia.
Tanto prima o poi dovete togliervelo dalla testa: le generazioni che sto tirando su io mai e poi mai fabbricheranno un reddito tale da mantenere centenari attaccati alla sedia. Regalerete kit agli angoli delle strade, come dopo l’AIDS si sono tirati dietro preservativi a tutti. Siamo in pochi ad aver memoria, ma ci fu un tempo in cui anche i farmacisti li tenevano in cassaforte, perché solo a vederli la vostra morale ne sarebbe uscita adontata e offesa.
Adesso stracciatevi le vesti col culto della vita. Domani, cari mestieranti delle etiche prêt-a-porter, li farete trovare in edicola allegati ai quotidiani. Basterà la vostra traballante macroeconomia a far vacillare le vostre granitiche certezze.

E adesso basta. Hai ragione. Ho parlato troppo. Fammi uscir dal vischio. Dai, una coppa di vino… e filiamocela dal palco.
Il tragos è finito, anche stasera il sole è calato.
Socrate, amato amico di molte lontananze, parlami di qualcosa di cui valga la pena.
Riportami alla Verità, risvegliami l’assente nostalgia di un mondo in cui i giovani avevano sete di vivere, e i vecchi sete di morire.
Se preferisci… in cui i giovani avevano sete di sapere, e i vecchi sete di insegnare.
Tanto tu ed io lo sappiamo che anche se cambi i verbi, il senso resta uguale e inalterato.

Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora

Nel gennaio più caldo del pianeta… i bulbi di anemoni iris e fresie mi sono germogliati a Natale. Nel frattempo a scuola sono entrati i topi adescati dalle dolciastre immondizie primaverili che ristagnavano ancora in pieno autunno perché nessun bidello si era sognato di rimuoverle.
È arrivata l’asl e li ha avvelenati tutti.
Gli americani hanno vinto una guerra impiccando un vecchio.
I vicini di casa massacrano due famiglie regalando indimenticabili attimi di estasi ai giornalisti distratti.
Leggo Dante in classe sempre approfittando – parlandone come da Zen – della mia momentanea assenza.
Le mie lolite velinette lanciano urletti isterici sugli ignavi… perché gli insetti jè fanno schifo.
I mie begli efebi palestrati, ancora strozzati da decine di metri di cordone ombelicale attorno al collo, mi offrono finalmente una inedita ed edificante esegesi dantesca… ah professore’, ma se je faceva le corna ha fatto strabene ad ammazzalla la Francesca…
Dio ti ringrazio… il mondo è ancora perfettamente in ordine!
(anno 2007)

"Milano capitale morale" di Alessandro Bastasi

di Alessandro Bastasi

- Ehi … come va?
Chi è? Non riesco a parlare, ho la bocca gonfia, e se mi muovo impazzisco dal dolore.
Che cosa è successo? Ho la testa che mi scoppia, che mi è successo? Ricordo solo due tizi che mi hanno tirato fuori dalla macchina e mi hanno riempito di botte, poi … poi niente. E questo chi è, che cosa vuole …
Sono in due dentro al bar, stanno bevendo una birra, il bar sta per chiudere, ma loro se ne fregano. Uno ha una croce celtica al collo, l’altro ha i capelli corti che gli disegnano una svastica in testa. Ridono, forza dobbiamo chiudere, dice l’uomo dietro il bancone, ma vaffa’n culo, cos’è, hai tua moglie che ti aspetta in piedi col bastone? e giù sghignazzi. Cominciano una gara di rutti, il barista è nervoso, è da solo, anche se sono solo le dieci non c’è nessuno in giro. Sembra notte fonda, è novembre avanzato e una timida nebbia comincia a creare un alone misterioso attorno al lampione di fuori. D’altra parte è la Milano del 2012, mica quella di quarant’anni fa, con la gente che affollava i trani fino all’una di notte.
- Chiamo un’ambulanza, aspetti, non può stare in queste condizioni, dove abita?
Dove cazzo vuoi abiti, deficiente. Abito qui. Ma che cosa sta facendo? Mi frega il portafoglio, mi frega! Mi vien da ridere, non c’è un euro che sia uno, eh!
- Scusi, sa, sto cercando un documento. Ah, ecco. Carlo Morosini, via Gulli al 18.
- No! – riesco a dire, più gesticolando che con la voce – no … non abito più là. E non voglio andare in ospedale, no …
- Perché no? Non sei mica un irregolare, che se vai dal medico ti denunciano e ti spediscono in un centro per immigrati clandestini!
- No, per favore … lasciami qui, sto meglio, davvero, grazie.
Mi rialzo a fatica, stringendo i denti, ma non voglio fargli capire che sto da cani, che quei bastardi mi hanno riempito di calci dappertutto.
- Ma scusa, lasciarti qui! Sei a cinque chilometri da casa tua, come fai?
- Senti, grazie, però adesso non rompermi i coglioni. Grazie. Va’ fuori dalle balle.
L’altro è incerto, non sa che fare. A un certo punto mi dice:
- Dai, vieni con me, ti porto al caldo, così bevi qualcosa e poi vediamo. Io mi chiamo Alberto, e tu sei Carlo, giusto?, l’ho vista nella carta d’identità.
- Ehi! Guarda lì quel barbone che abbiamo massacrato di botte!
- E’ ancora vivo a quanto pare. Chi cazzo è che se lo sta portando via, quel rottame! Ehi, coglione, molla giù quel sacco di merda!
- Dai che gli diamo fuoco!
Alberto ce la fa a portarmi nella sua macchina, una Peugeot 207 tutta ammaccata. Mi siedo a fianco a lui tra mille sofferenze, bestemmiando in silenzio e maledicendo Milano. Quella Milano che amavo, che mi dava un sacco di soddisfazioni. Io, rampante promessa di una importante società di costruzioni …
- Dottor Morosini, lo legge anche lei sui giornali. E noi ne subiamo le conseguenze. Fino a ieri abbiamo tenuto duro, ma capisce anche lei che con questo mercato qui … insomma, a Milano non si costruisce più niente, e neanche fuori, speravamo con l’Expo, ma si è mangiato tutto il Ligresti, anche se col casino che c’è i famosi miliardi promessi nessuno li ha visti ... Sì, lo so che non è giusto, lo so anch’io che una politica miope, la loro, ma che dobbiamo fare? Andare lì col mitra? A volte mi verrebbe la voglia, sa, ma che cosa otterremmo …
Sorrideva, quella bestia. Era molto imbarazzato, forse sorrideva proprio per l’imbarazzo, una specie di tic nervoso. Fatto sta che dopo due settimane ero fuori. Fuori. Mi sembrava impossibile. E la mia vita è cambiata. Niente più pranzi al ristorante, niente più viaggi last-minute a Sharm, niente di niente. Anzi …
In fondo non si sta poi malissimo, qui. Mi vien quasi da ridere pensando che il SUV che adesso è la mia casa me l’ero comprato per far mangiare la polvere a quei disgraziati che con le loro macchinine ansavano lenti su due file nella circonvallazione. Pista, aria, sfigati! gli gridavo pestando sul clacson. Una volta un vigile mi ha fermato per darmi la multa, quasi mi arrestavano dal casino che avevo fatto! E adesso sono qua, ci dormo dentro, almeno le coperte quella stronza di mia moglie (ex moglie, per la verità) mi ha permesso di portarmele via. E pensare che la casa l’avevo comprata io!, indebitandomi fino al collo, e quando la banca mi ha costretto a rientrare del finanziamento mi son dovuto mangiare tutta la liquidazione, rimanendo senza un euro in tasca. Che schifo, bastardi delinquenti assassini! Come se non fossi stato in grado di trovarmi un altro lavoro, mica siamo in Africa, cazzo! Qui chi vale va avanti, e gli altri si fottano, si fott … Avevo però fatto male i conti. La crisi del 2009 era solo agli inizi, nei due anni successivi masse di disoccupati avrebbero fatto la loro apparizione, casse integrazione a manetta, ferie forzate, le mense dei preti assediate da masse cenciose, immigrati a fianco di operai e impiegati, e di quadri … come me!
Quanto tempo è che non la faccio andare, questa fortezza di macchina? Due anni? Tre? Ho perso il conto. Ormai c’è una puzza da far schifo, qui dentro, i finestrini sono appannati, per fortuna, così non mi vede nessuno … Piazza Aspromonte di notte è un via vai di negri e di froci, ci mancherebbe solo che mi venissero a dare fastidio. Quello che proprio mi disturba è questo grattarmi continuo. Vado nei cessi della stazione a lavarmi, ma a volte me lo dimentico, poi questo cespuglio secco che ho in testa non mi dà pace. La barba me la rado ogni settimana, e va bene, ma è il resto che non sopporto, i vestiti ormai sporchi, la manica strappata … Ne ho provate tante di mense, ma quella del Cardinal Ferrari è la meglio, solo che c’è troppa gente, si mangia stretti, con la puzza degli altri che si mescola alla mia, soprattutto la puzza dei neri e di quegli arabi che pregano col culo per aria.
Dove mi sta portando questo Alberto? Mi pare che stia andando alla Bovisa, faccio fatica a raccapezzarmi, ho un fuoco che mi esplode in testa, il labbro spaccato e un male ai fianchi che mi impedisce di starmene fermo, mi muovo di continuo per trovare una posizione che mi faccia passare il dolore ma niente, mi lamento, e Alberto mi dice dai, sta’ buono, che siamo quasi arrivati. Non c’è un cane in giro, tutti se ne stanno tappati in casa, impauriti, ferocemente sospettosi, magari a guardarsi l’ottantesima edizione del Grande Fratello!

Milano capitale morale Pag.2

Un cancello su una via che non riconosco, Alberto suona il campanello ed entriamo. Buio pesto, una sorta di vialetto pieno di pietre, macerie, sterpaglia, sembra un cantiere edilizio in disuso, io me ne intendo!, un edificio in fondo, grande, una macchia nera che si confonde col buio della notte, con grandi finestre da cui esce una flebile luce. La porta dell’edificio si apre, e un nero alto e minaccioso ci accoglie con un gesto secco. Ho paura, dove stracazzo siamo?, c’è un bancone sulla destra, dove spillano la birra, molte tavolate nell’ampia sala, c’è un mare di gente, uomini e donne, molti neri, sudamericani (almeno credo), bianchi, giovani e meno giovani, che bevono, leggono, parlano, discutono … sulla sinistra una sorta di palco, che sembra approntato per ospitare dei concerti, grandi casse acustiche, microfoni, una chitarra appoggiata su una sedia … e in fondo una biblioteca che copre l’intera parete con un mare di libri.
- Ma dove siamo? – bofonchio
- Benvenuto nel centro sociale Mario Ferrandi, l’ultimo rimasto dopo la piazza pulita che ha fatto De Corato!
- Chi, il vicesindaco?
- E chi sennò.
Un centro sociale!
- Ma che fate qui? Ci dormite pure?
- Di solito no, di solito organizziamo concerti, ospitiamo dibattiti, letture, studiamo, ascoltiamo musica, giochiamo a carte … poi ce ne andiamo a casa nostra, si fa per dire, qui rimangono solo due o tre persone a fare la guardia. Stasera però ci siamo tutti, perché domattina vogliono sgomberare anche noi. Dice che questo è un covo delle brigate rosse, o racconta palle per giustificare la sua furia o si vede che non ha capito un cazzo di che cosa è diventata Milano, soprattutto con questa crisi che ci massacra da tre anni … Dai, prendi una birra. Ti fa ancora male? Quei bastardi infami! Ti volevano ammazzare!
- Pare proprio di sì … ma domani vado dai carabinieri …
- Ma ci sei o ci fai? Non ti scomodare, i caramba verranno qui loro, domani mattina. Anche se mi sa che avranno altro da fare che ascoltare te!
Non so che pensare. Giro tra i tavoli, ci sono animate discussioni di cui capisco ben poco. Parlano di come organizzarsi per difendersi, ma anche dell’assassinio di Obama di un mese fa, della terza intifada in Israele che è appena cominciata, della fabbrica occupata in via Rubattino e delle cariche della polizia … Mi si avvicina uno, lo sento chiamare Mario, è un po’ fumato, e comincia a declamare, senza fermarsi, il Grande Fratello, capisci, come Anche i ricchi piangono, o Saranno famosi prima di loro, è parte di un sistema di format imperialisti USA a diffusione imperiale, lo trovi uguale in Corea, in Canada o in Egitto, capisci, perché il loro scopo è colonizzare subliminalmente la mente del parco buoi, della massa lumpen-cetomedio imperiale e convogliarla giù dal burrone come una mandria di bisonti, consumisti, vendicatori di fame contadina atavica, cultori parossistici della propria improbabile importanza personale, capisci … ma chi sei? Da dove vieni? Sei venuto a darci una mano contro la milizia armata dell’impero che domani verrà a massacrarci? Dai, parco buoi, che ti trovo un posto per dormire. Beviti un’altra birra, dobbiamo farla fuori tutta, ché domani qui ci saranno solo lacrime e sangue!
Sono qui, su una branda improvvisata, e sento una grande nostalgia del mio SUV, che mi protegge da tutto. Adesso il dolore è un po’ passato, mi sono anche sommariamente lavato. Solo il labbro è ancora gonfio. Non so che cosa fare. Non c’entro niente io, con questi disperati … Per me questa di barbone è una situazione passeggera, ne sono certo, ho una professionalità, io, e prima o poi ci sarà occasione di farla valere. Mi si accappona la pelle. Domattina presto uscirò di qui, prima che arrivi la polizia, non voglio trovarmi in mezzo a ‘sta gente, al casino che combineranno, io …
Ma non faccio a tempo. Non è ancora l’alba che fuori si sentono arrivare le camionette piene di poliziotti. Saltano giù come razzi, equipaggiati come tanti robocop, in assetto antiguerriglia, con le tute nere e i caschi con la visiera, come avevo visto alla televisione tanti anni prima, a Genova nel 2001. Un tipo col megafono vestito in borghese ci intima di sgomberare o darà l’ordine di costringerci con la forza. Cento vaffa’nculo risuonano all’unisono, come un boato. Escono tutti fuori, donne e uomini, a fare muraglia, solo io resto dentro, ancora dolorante e paralizzato dalla paura. Due eserciti in miniatura, uno di fronte all’altro. Da una parte l’esercito in nero, indifferenziato, armato di tutto punto, che batte all’unisono i manganelli sugli scudi, dall’altra una moltitudine multicolore di individui armati di sassi, di rabbia e di parole. Grida da entrambe le parti, prima isolate, poi sempre più massicce. Partono le prime sassate, cui l’esercito in nero risponde con lanci di candelotti lacrimogeni, ad altezza d’uomo. Uno di questi finisce dentro la casa, l’aria si riempie di una sostanza che mi fa lacrimare, che mi entra dentro nei polmoni, non respiro più, mi sento soffocare, mi precipito fuori nel fumo denso della guerriglia, oltrepasso la muraglia colorata, corro verso i liberatori con le braccia alzate, non sparate, urlo, non sparate, io non c’entro!
Forse ho corso troppo forte. Qualcuno avrà pensato che tenessi in mano chissà che cosa. Qualcuno avrà avuto paura e ha sparato. Una pallottola mi entra dritto nel cuore. Mi fermo, incredulo. Tutto il mondo si ferma intorno a me. Tutto rallentato, dilatato … Anche le urla mi arrivano attutite. Poi silenzio. Un silenzio assoluto. Mi ha sparato. Ha sparato a me. A me. Ma che cazz … Cado a terra come un sacco e non sento più nulla. Definitivamente.
Il boato ricomincia, improvviso. Corpi che cozzano contro gli scudi e le armature, teste spaccate dai manganelli, fumo, spari, donne trascinate per i capelli, visiere frantumate dai sassi, sangue che cola dai visi …
E’ notte. L’edificio è immerso nel buio. Le finestre distrutte lo fanno sembrare un teschio con le orbite vuote. Neppure il miagolìo di un gatto, un silenzio di tomba pervade il fabbricato e tutta la zona intorno, solo il freddo entra indisturbato, con uno strano fruscìo. Improvvisamente, come a un tacito segnale, il fruscìo diventa sempre più marcato, e qualcosa si muove. E’ un’ombra che esce da una finestra, poi due, poi tre. Poi dieci, venti, cento. Si calano all’esterno, senza rumore, indistinguibili, percorrono in fretta il vialetto, oltrepassano il cancello divelto. La fioca luce dei lampioni ora li rischiara, è una moltitudine ormai, una moltitudine multicolore che monta passo dopo passo, fino a dilagare nella città.

Domani Milano si sveglierà, e nulla sarà più lo stesso.

"Missione impossibile" di Nadia Zapperi

apparire, voce del verbo essere
di Nadia Zapperi
“Bel corpo, si…” “son più bella io…” intervenne una vocina lì di fianco interrompendo così il signore dalla faccia pallida, tutto vestito di blu con degli inquietanti buchi neri al posto degli occhi, che aveva parlato.
“Si,… bella tu! Pfui… ma ti sei vista? - rispose il Corpo – sei lì che sembri uno straccetto… Sporco per di più…”
“Per forza sono sporca, è colpa tua. Sei tu che non hai avuto cura di me”.
“Già – riprese il corpo – è colpa mia se tu ti macchi sempre ad ogni parolaccia o bisticcio o errore che commetto. E guarda lì che macchie… neanche avessi ucciso qualcuno…”.
“Son tutta sporca perché tu non mi hai mai dato retta. Te ne andavi in giro sculettando, con i tacchi alti, il trucco da diva, tutta bella infiocchettata, la vocina seducente e poi ti lamentavi, con parolacce ovvio, così mi macchiavo ancora di più, se l’uomo che avevi rimorchiato perché tanto ti piaceva, ti mollava dopo due incontri…”.
“Tu non è che mi venivi tanto in aiuto però…” disse il Corpo imbronciandosi.
“Per forza, mi hai mai chiesto qualcosa?”
“Perché c’è bisogno di chiedere a te vero? Sei sempre lì a dar giudizi, a pesare pro e contro su tutto. Dio, ti sento ancora… questo va bene, quest’altro no… e perché non fai così invece che cosà… Ma lasciami vivere! alla fine ti rispondevo…”
“Ed io ti ho lasciato vivere infatti e questo è il risultato… guardami… guardami!!!”
“Si, si , ti vedo ti vedo… Dio che brutta…”
“Allora la finite di litigare o no? – tuonò spazientito l’uomo con la faccia pallida – qui dobbiamo decidere dove vi devo portare. Non ho ordini precisi dall’alto. Quindi, su o giù?”
“Su, su” rispose il Corpo. “Conciata così… - interruppe la vocina – non mi faranno neppure entrare ed è tutta colpa tua” urlò infine rivolgendosi al Corpo.
“Non vorrai mica andar giù… fa troppo caldo dicono… io non sopporto il caldo lo sai”
“E dovevi pensarci prima magari….” rispose la vocina con tono sarcastico.
“Non puoi darsi una lavatina? Prima di salire? No?” chiese il Corpo al signore pallido.
“Direi di no… non si può, ormai quel che è fatto è fatto” rispose questi.
“Ma sei proprio idiota però – intervenne di nuovo la vocina riferendosi al Corpo – non è che io mi posso lavare da sola… dovresti essere tu a farmi sparire le macchie magari, che ne so, pentendoti,…non ti pare?”
“Pentirmi io? E di che cosa? Non ho mai ammazzato nessuno io” rispose il Corpo guardando il signore dal viso pallido come a cercare approvazione.
Ma questi pareva concentrato più sui suoi seni floridi che non su quello che stava dicendo.
“Si può ammazzare in tanti modi sai?”. La vocina approfittò della distrazione del signore pallido per continuare la discussione con il Corpo. “Ricordi Giovanni ad esempio?”
“Giovanni… no non me lo ricordo”
“Ti pareva… Giovanni che ti venne a prendere in moto per un week end al mare ricordi? Lo avevi adocchiato in discoteca, bello come il Sole dicesti, un paio di battiti di ciglia e lui era già accanto a te a ballare. Vi siete scatenati tutta notte. Scambio di numeri di telefono sotto casa tua e la buona notte… anche se era già mattina…”
“Ah si si, Giovanni… ma quello hai voluto tu che lo lasciassi…” ricordò tutto ad un tratto il Corpo
“Appunto. Ma tu non lo hai fatto. Io volevo che tu lo lasciassi perché era innamoratissimo di te. Avrebbe dato la vita per te mentre tu ci stavi solo giocando”
“Non è vero che ci giocavo. Mi piaceva davvero Giovanni.”
“Certo – riprese la vocina – ti è piaciuto per quanto? Una settimana? Due? Finché hai scoperto che era un calzolaio…”
“Beh dai – interruppe il Corpo – ti pare che io avrei potuto stare con un calzolaio?” Poi si rivolse al signore pallido: “Anche a lei, le pare? Io con uno squattrinato… Ricco lo volevo”
“E così – di nuovo la vocina – lo hai lasciato e, con quelle stesse parole, lo hai ucciso. E come lui, tanti altri.”
“Già, dici che avrei dovuto chiedere l’estratto conto prima del nome? E’ questo che mi stai dicendo?” disse il Corpo.
La vocina non rispose più. “Missione impossibile” pensava, mentre si sentiva scivolare giù.

"Molte volte..." di Giuliana Barontini

di Giuliana Barontini

... mentre il cuore gioca in difesa la mente ti vuole in attacco

Hai voglia di scrivere... ma non sai cosa.
Hai voglia di andare lontano per un po’, ma questo è troppo scontato.
Tutte le persone che sentono qualcosa che non va scrivono: "Voglio andare via da qui".
Questo succede sempre, non importa che la persona si trovi a Firenze, a Parigi in Messico o in Australia.
Ti trovi cosi, a non fare niente, mentre di cose da fare ce ne sarebbero, ma tu scrivi...

Ti piacerebbe tanto descrivere il tuo stato d'animo: il che sembrerebbe una cosa da niente, ed è così, in realtà lo sai fare... se non fosse per il piccolo dettaglio che non sai quale sia il tuo stato d'animo attuale.

È come se avessi nella mano una tavolozza con tanti colori mischiati l'uno con l'altro che danno vita ad un solo unico colore: Grigio!
Tu provi a dividere ogni singolo colore, a dare ad ognuno il suo posto su quella tavolozza, ma il compito è alquanto difficile, aleatorio, ci vorrebbe Superman con uno dei suoi voli impossibili.
Così pensi di archiviare l'argomento "stato d'animo".

Potresti scrivere di lui, ma hai giurato a te stessa che non l'avresti fatto, certo scrivere di Lui ti servirebbe a colmare la pagina bianca di parole, ma non a chiarire il posto dei colori sulla tavolozza.
Temi che risulterebbe ancora un solo colore e il che non ti aiuterebbe affatto. Può andar bene certe volte prendere in giro bonariamente le persone, ma cercare di prendere in giro te stessa ti sembra davvero una gran cavolata.

Così si archivia da solo il secondo argomento.

Ok, faccio una telefonata: l'amica che chiamo mi getta di nuovo nella solita depressa e " tonificante" lezione di una delusione amorosa.
Dopo un paio di minuti che sembrano ore, le dico con voce falsamente rammaricata che suonano alla porta e chiudo la comunicazione dicendo: "Stai tranquilla stasera ti richiamo!".

Ti siedi, sei ormai deconcentrata, metti su un po’ di musica. Con la mente cerchi di ricordare il film visto la sera prima, ti ricordi che non è stato un granché, l'attore era carino, sì... rivedi le scene romantiche, i dialoghi dolci interessanti, lui e lei in situazioni incredibili e poi il finale... ma quello era solo un film.

Ti accorgi allora che non hai bisogno di vedere mille film per sognare, per ritrovare emozioni. Ricordi lontani e vicini tornano alla mente, ti parlano per dirti che forse la tua vita è una continua emozione. Ne hai passate tante!
Ti sei trovata in tante situazioni diverse, che ti hanno fatto soffrire, star bene, ridere, piangere... Vivere.
Pensi alla morte... che per alcune persone care è arrivata troppo in fretta, e non ti ha lasciato il tempo di dire o fare alcune cose, che adesso forse avresti potuto dire e fare.
Scacci quel genere di pensiero e pensi al tuo mare, alle mille emozioni che riesce a farti "sentire", alle dolci parole che ti sussurra se sai ascoltare... al profumo del vento sulla sua riva... e mentre cerchi di trovare un argomento su cui scrivere ancora, ti accorgi di aver scritto...
Di aver scritto molto, molto di più di quello che, in fondo, desiderassi fare.

"Mombello Rapsody" di Juri Casati

di Juri Casati

Ci tengo subito a ringraziare il mio amico Doraimon. Mi segue in ogni luogo, a volte solo con gli occhi e da lontano, ma a volte proprio di persona e da vicino. Il giorno del mio compleanno mi ha regalato questa bella risma di fogli su cui io posso scrivere e questa bella penna con cui posso farlo. Lo ringrazio, ma voglio subito precisare che l’ho rimborsato fino all’ultimo centesimo. Pertanto il suo non è stato proprio un regalo né un acquisto (qui d’altronde non sono consentiti né regali né acquisti). Diciamo che è stato un regalo su commissione.
Precisato questo, adesso a noi. State a sentire, Signori e Signore, quello che è accaduto a noi nel nostro paesino.

Mombello rapsody pag. 1

Era Maggio. Pioveva. I fiori erano già sbocciati, ma erano piegati sotto il peso dell’acqua che non smetteva di cadere. Due stranieri arrivarono nel nostro paesino sbucando dal provinciale con la loro berlina straniera stracarica di masserizie. Erano stati attirati non ho mai capito bene da cosa, ma sapete come sono quelli di Milano: aria pulita, verde, niente stress e via dicendo. Ecco cosa cercano.
Miei cari, questa coppia venuta da fuori aveva un bel pregio: i soldi in tasca. Liquidazioni o qualcosa del genere. Dicevano parole incomprensibili: fine della new economy, ritorno alla old economy e palle varie. Ma – Dio li abbia in gloria - con i loro soldi comprarono il negozio di ferramenta del vecchio Edwin che era chiuso da tempo. Menomale! La bisbetica Mary proprio non la voleva vendere nel suo negozio quella “robaccia” (come diceva lei) che invece il vecchio Edwin aveva venduto nel suo negozio per anni prima della chiusura.
Sia detto per inciso: il negozio della bisbetica Mary una volta era un emporio che effettivamente vendeva anche quella utilissima robaccia. Oggi no. Non si usa più. È cambiato il mondo (new economy anche per lei): solo alimentari dunque e di lusso per giunta. A peggiorare le cose aveva contribuito il nuovo arredamento che aveva scelto per il suo negozio come se si trattasse di una boutique della Quinta Strada (in un paese che ha quattro strade in croce). Inoltre - proprio non si è fatta mancare nulla quella maledetta - spiccavano alle pareti della brasserie (che Dio la perdoni, ma l’ha chiamata così) pessimi bassorilievi raffiguranti una vita agreste che la bisbetica Mary non aveva mai fatto o che non si ricordava più di aver fatto o che non voleva si sapesse che aveva fatto. Ma se devo dipingere il pollaio? Le chiedevamo. E la staccionata di Leroy? Ma per la bisbetica Mary niente di tutto questo era importante: che andassero pure alla malora pollai e staccionate. Formidabile questa penna che mi ha portato il mio amico Doraimon (dietro regolare rimborso, s’intende). Scorre che è una bellezza.
I due milanesi (mi dissero i loro nomi, ma – un po’ per comodità e un po’ perché non mi ricordo i nomi - chiamiamoli uno San e l’altro Siro) ci avrebbero pensato loro.
E fu così che aprirono bottega. Rimisero l’insegna del vecchio Edwin (un po’ di pubblicità gratis non fa mai male) e riaprirono i battenti: secchi, pale, picconi, catene, chiodi, martelli, vernici, candele, pennelli, grasso, olio, carta vetrata, filo spinato, coltelli. E ancora catene, bulloni, diserbanti: avevano tutto. E fu un bene soprattutto per la staccionata di Leroy che cadeva marcia.
Sì, tutto fu buono e giusto. A dire la verità San e Siro erano per così dire in odore di omosessualità, ma fa niente. Siamo sempre pronti a passarci sopra a queste cose quando conviene. Che si facessero pure il Gay Pride a casa loro. L’importante è che vendano quello che devono vendere e tutto filerà liscio. Sia chiaro: stiano lontani dai bambini.
E invece? I due non sembravano felici. Scossi forse dal passaggio new-old economy? Una crisi di coppia? L’aria diversa della Brianza, a volte soffocante, gli stava facendo male? Era quasi estate. L’inquietudine di San e di Siro saliva, era palpabile: ma cos’è che avranno? Forse non si trovano bene? Strano. Il paese, pur riservato, è comunque ospitale. E no che non è ospitale secondo loro.
Dopo mille e mille insistenze e grazie all’offerta di un gelatino “riparatore” in piazza - anche se lontano da occhi indiscreti perché sennò chissà cosa pensano i paesani: magari che io frequento i froci al di fuori del loro ambito di accettabilità sociale dato dal loro negozio di ferramenta - infine quei due si sfogarono.
Subiamo degli scherzi, mi dissero. Scherzi? Carnevale effettivamente è passato e poi non è che qui si scherzi volentieri. Là dove c’era l’erba ora c’è… una città. Non so cosa c’entra, ma voglio dire che qui si lavora e non si ride sul lavoro. Probabilmente si tratta di scherzi fatti da monellacci. Ma se li prendo li sotterro alla cava Martinson (si fa per dire, ovviamente. Doraimon, cortesemente, non tener conto di questa affermazione e ricordati che chi fa la spia non è figlio di Maria). Ma comunque promisi un mio sincero interessamento e feci partire false indagini tanto per far vedere che ci provavo. Interrogai un po’ di figli di paesani scelti a caso e un po’ di teste calde scelte non a caso. Poi – costernato - tornai da San e da Siro.
Ho fallito, dissi. Non ho trovato… l’omertà e via dicendo, ma comunque la mia indagine qualche effetto l’avrà sicuramente ottenuto: gli autori di queste bravate si saranno sicuramente presi paura e non lo rifaranno: ne sono certo.
E invece lo rifecero subito. Quella notte stessa, così mi dissero i due Santi.
Ma rifanno di preciso che? Mettono in disordine, mi dissero San e Siro. Vede, le corde che erano ordinatamente riposte lì ora sono state sbobinate là in fondo. E poi c’è un altro fatto grave, mi sussurrò San, ben attento a non farsi sentire da Siro: le vernici. Le vernici? Feci io. Beh le vernici non hanno lo stesso ordine cromatico di quando le abbiamo messe bene in vista in vetrina mi spiegò San. Il suo compagno Siro (cioè quello che non doveva sentire, ma che in realtà ascoltava benissimo i nostri discorsi) ci tiene tantissimo ad un cromatismo perfetto dato che ai tempi delle new economy era grafico. Ci diventa matto, poverino. Loro, i mocciosi, questo lo sanno e fanno apposta a mettere vicini l’arancione e il blu, colori che non devono essere mai avvicinati. Ma così diventa blu il povero Siro.
Ma c’è dell’altro. Uffa. E l’altro cos’è? E l’altro sono le pale. Pale? Il mio amico qui che mi ha portato carta e penna – rimborsato, s’intende – e che però mi sta anche a guardare, povero Doraimon, ecco lui non ha capito la questione delle pale e forse è meglio così. Pale, pale e ancora pale. Sì le pale per scavare. Le hanno spostate? No. Le hanno rubate? Ni. E cosa vuol dire? Ni. E mi accompagnarono a vedere il nì. Nì perché effettivamente NO, non le avevano rubate. Nì perché Sì per qualcosina le avevano usate. Cominciavo a sudare. Non erano più come nuove. Il ferro non era più lucido, quasi laccato. C’erano graffiettini e incrostazioncine oltreché le classiche sbecchettature date ovviamente dall’uso. Era inutile discutere: i monellacci le avevano usate. Erano ancora vendibili, d’accordo, ma quando sono nuove nuove sono un’altra cosa.
Mi umiliai e mi prostrai davanti a loro. Non accadrà mai più, promisi da consumato politico il giorno prima delle elezioni. Scopriremo i mandanti, il livello occulto, il grande vecchio dietro le stragi. E così ricominciai i falsi interrogatori in giro per la città. Mi indignai pubblicamente: chi è che prende in giro due onesti imprenditori che peraltro fanno un servizio alla città perché se aspettavamo l’emporio (ora brasserie) della bisbetica Mary la staccionata di Leroy se l’erano mangiata le termiti da tempo? Niente. Nessun colpevole. Non è più il paese di una volta. Mio caro Doraimon che mi hai portato da scrivere regolarmente rimborsato, tu cosa ne vuoi capire? Tu mi dici sempre di sì, ma se io qualche volta dico di no mi dai sberle e mi leghi.

Mombello rapsody pag. 2

Le settimane successive furono un calvario di vetrine rotte, scritte sui muri, catene spezzate. Ma che diavolo succede? Abbiamo paura dei linotipisti, dei gatti neri, dei cattivi pensieri? Così un pomeriggio presi il telefono e cominciai a sparare ai compaesani le mie opinioni di un clown per ricordare alla Germania le sue colpe rimosse e chi doveva capire capiva. No, Doraimon, non è l’ora della medicina. Ora mi calmo. È stato un attimo. I ricordi mi pesano, sapete? Dove eravamo rimasti? Ah sì: e l’ospitalità? Dove è andata a finire, tuonò il reverendo dal pulpito. Lui che dal pulpito avrebbe dovuto dire altro e in ben altri tempi.
Ma che diavolo succede? disse anche lo sceriffo. E lui sì che era un pericolo: stella di latta, quattr’occhi e due stanghette, ma soprattutto: un cazzo da fare tutto il giorno. Era un pericolo perché era arrivato dopo i fatti. No, non i fatti di questi due gay sventurati. No, “i fatti” dell’altra volta. Chi sa poco è pericoloso perché è un dilettante e i dilettanti guardano il mondo con gli occhi giusti, quelli da bambino. Per fortuna lo sceriffo non capiva il punto centrale della questione e cioè che siamo una terra di apostati. Lo diceva anche un nostro conterraneo come Don Giussani: altro che Cattolici! In Brianza sono Protestanti. E non credo che si riferisse al fatto che i Protestanti sono antipapisti e leggono le Scritture direttamente senza mediazioni e senza catechismo, ma in modo anarchico e antiautoritario (non è un caso che il fenomeno della Lega abbia attecchito subito e in profondità in un’area culturalmente “protestante” e quindi predisposta a ricevere il messaggio di Roma ladrona, Lutero non perdona). Non è solo questo. Erano, sono e siamo eticamente protestanti per la nostra etica del lavoro per cui la conferma del far parte del novero degli eletti si manifesta nelle opere, che siano capannoni industriali oppure che siano giardinetti maniacalmente curati. L’Etica protestante e lo spirito della Brianza.
Comunque anche lo sceriffo – The Sheriff – si mise ad indagare come avevo fatto io prima di lui. Doraimon digli al dottore che è uno scandalo che mi ha tolto internet. E poi digli anche che non lo sento più il pling-pling che gli dicevo, ma sì il pling-pling… il rumore del sommergibile. Ma lui, The Sheriff, indagava sul serio. Non come avevo fatto io. Forse è la volta buona, pensai, che lo invito al capanno sul lago Kentuky a cacciare le anatre. Ne abbiamo di cose da dirci. Non abbiamo avuto ancora il tempo di conoscerci bene. Anzi, per la verità, proprio non abbiamo ancora avuto il tempo di presentarci. Ma fa lo stesso perché tanto non ci conosceremo comunque. Infatti non appena sarà al capanno avrà un incidente di caccia. O magari affogherà nel vicino invaso della miniera degli Oregon’s. Il crepuscolo degli Dei. Ciao Doraimon, mio custode più che Angelo rimborsato fino all’ultimo centesimo, ma cosa ti segni su quel taccuino? Spia del Vaticano. Tu non sai con che frequenza capitano certi incidenti. Laghi ghiacciati, tronchi d’albero rotolanti, slavine, fulmini e parafulmini in un capriccio d’estate quando ti va di traverso una spina di pesce che hai pescato. Hey Jude, non peggiorare le cose, prendi una canzone triste e rendila felice.
In più c’era un altro casino. Siamo una piccola comunità del cazzo. Le voci corrono e la curiosità pure. Diceva il Poeta: una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale. Così la curiosità spinse ad affollare quel negozio al di là delle necessità quotidiane. E così a giugno si cominciarono a fare le provviste per l’inverno: pale da neve, perché ogni anno la neve arriva prima; ramponi da ghiaccio perché tanto adesso o più avanti li devo comprare; filo spinato perché le pecore sennò mi rovinano i campi e anche se i campi non li tengo più da decenni è uguale. Metti che in futuro il prezzo della segale risalga io…. E così via. Tutti a vedere il Circo degli Elefanti. Entrata gratuita, cosa sempre gradita.
Era chiaro che in queste situazioni qualche parola sfuggisse. Passi per lo sceriffo che era quello che era. Qui mandano sempre quello che avanza. Lui indagava fastidiosamente e con occhi da bambino, ma non aveva l’intuizione giusta. Rompeva i ciglioni, ma non avrebbe capito comunque. Il problema erano quei due che venivano da Milano. Sì, a quanto avevamo capito avevano fatto crollare l’economia mondiale… ma non da soli: loro avevano solo “contribuito”. Quello che voglio dire è che San e Siro stupidi non erano. Cominciarono a mangiare la foglia. E cominciarono a stare attenti alle mezze parole. Ai dettagli. Mi spiego meglio: uno serviva i clienti e l’altro si aqquattava tra gli scaffali e tra la merce ad ascoltare di contrabbando i discorsi degli altri clienti – quando ce ne erano – sparsi per il negozio. Tanto va la gatta al lardo che… beh non lo so più. Ma era al largo o al lardo? Insomma: riprendo il discorso. Si nascosero finché non udirono la frase incriminata. La vecchia Ethel - incredibile: la moglie di Leroy: loro e la loro maledettissima staccionata quanto hanno rotto! – disse: “È come l’altra volta”. Ecco cosa disse.
È come l’altra volta. Voi pensate al mare di congetture messe in moto da una semplice frase. È come l’altra volta. Ma allora c’è stato un precedente, pensarono i due: evidentemente la banda di monellacci era stata già protagonista di incresciosi episodi analoghi. E fu così che si andarono a lamentare dal Sindaco il quale stette zitto zitto e fu meglio per lui e non solo perché le elezioni erano vicine. Il Sindaco maledisse tra sé la vecchia Ethel e quella maledettissima staccionata che andasse alla malora una buona volta. Ma – da politico consumato quale non era - promise e promise ancora. Poi si impegnò formalmente. Con fare solenne guardò la bandiera e giurò sulle stelle e sulle strisce che non avrebbero mai più patito quegli scherzi idioti.
E invece gli scherzi ripartirono regolarmente. Subito. Da quella notte. Nel negozio chissà cosa avevano fatto quella in quella occasione. C’era un odore, un odore pungente di stoppia bruciata. Quell’odore che si sente a dieci chilometri di distanza. E poi c’era la questione delle pale. Ancora le pale. Ma cosa ci dovevano fare quei parassiti? A usarle così poi si rovinavano e nessuno le avrebbe più comprate, si lamentavano San e Siro.
E qui si sbagliavano. Perché noi del paese ci organizzammo e comprammo lo stesso le loro pale anche se non ci servivano. Infatti era necessario frenare la loro ira. Il negozio ci serviva. Il casino meno. E così giù pale a tutto spiano per tutti gli usi e per tutti i gusti.
Anche Buddy, l’incazzoso Buddy, comprava, comprava, comprava. I bambini lo chiamavano Necrosius. Il nome forse lo aveva scelto un bambino più colto degli altri che probabilmente aveva letto qualcosa del solitario di Providence: non si sa mai cosa nascondono le biblioteche private delle nostre parti: perle nei porcili. Il povero Buddy lo chiamavano così – Necrosius, intendo – perché letteralmente perdeva i pezzi. Non era lebbroso, ma qualcosa del genere. Era soltanto un povero marcione. Era stato in Vietnam o giù di lì non per vacanza ed era stato contaminato dall’agente arancio (che – sia chiaro una volta per tutte - non sta bene vicino al blu). Aveva avuto una qualche malattia alla pelle: non ho capito mai bene.
La storia del povero Buddy, incompreso reduce dal Vietnam, mi consente una breve divagazione. Ascoltala Doraimon perché riguarda anche te. Infatti è comune dalle nostre parti e per quelli che hanno una certa età, il mito del Vietnam. Il mito si diffuse nei primi anni ’80 e colpì i bambini e i ragazzi di allora che - spinti da certo cinema americano (Platoon, Full Metal Jacket, Apolicalypse Now, ma soprattutto Rambo I) – sentirono per così dire il richiamo della foresta, nel nostro caso il richiamo del Parco. Il richiamo del Parco li spingeva a far la guerra a misteriosi musi gialli che sbucavano dal sottosuolo del Parco di Monza. Che caldo, si soffocava. Cosa ne capivamo noi dei sottointesi politici di quei film di cui subivamo però fascino profondo? Niente. Un po’ come oggi. Capimmo solo dopo anni che gli USA erano stati sconfitti in Vietnam: all’epoca pensavamo che avessero vinto. Ma fa niente: quei film ravvivavano la stanca e scolastica retorica resistenziale da 25 Aprile che cominciava già allora a perdere colpi (e quanti colpi avrebbe perso in seguito nessuno allora avrebbe potuto immaginarlo). Era bello – più a stelle che a strisce – pensare che l’esercito USA era stato alleato ai Partigiani durante la guerra. Sì, avremmo voluto una nuova Resistenza con il suo romanticismo solitario dei fuochi accesi nella notte in montagna che brillano da lontano. Certo ci mancava un nemico. I nazisti? nella nostra zona non ne avevamo visto mai uno dal vivo. I fascisti? C’era un vecchio in paese – poi abbiamo capito che era un reduce di Salò, ma neanche tanto di Salò, quanto piuttosto un reduce di quegli anni – che iniziava ogni discorso alternativamente con: “quando c’era il Duce…” oppure: “Ha ragione Almirante quando dice…”. Troppo poco per essere un nemico. I comunisti? Quelli del Circolo dei compagni non sembravano così pericolosi tanto da essere combattuti. E comunque: chi avrebbe preparato le salamelle al Festival dell’Unità se ci fossimo dichiarati anticomunisti? Gli ebrei? Mah. I negri? Non c’era ancora stata l’ondata di immigrazione che ci sarebbe stata negli anni successivi. I Musi Gialli? Nemico che sentivamo già come più appetibile. Nessun rischio, ideologicamente neutri (almeno così ci sembravano all’epoca). Ma erano proprio cambiati i tempi: questa volta anziché ritirarci come i nostri nonni sulle montagne avremmo forse preferito ritirarci al mare.
Ehi, Doraimon, diglielo al dottore che giocavi anche tu alla guerra con noi inseguito da quel bastardo di Sceriffo (The Sheriff). Lui, quel bastardo di Sceriffo, lui non aveva rispetto di chi come noi aveva combattuto per la libertà o così ci avevano detto. Oggi non ne sarei più tanto sicuro. La verità è che abbiamo perso tempo nel Parco in quegli anni. Stop coi Rolling Stones. Se rinasco colleziono francobolli. Loro e solo loro non ti tradiscono mai.

Mombello rapsody pag. 3

Doraimon! Non ti permettere! Non dire che l’America è lontana e che non c’entra un cazzo con me, con noi e con la Brianza. C’entra, c’entra, c’entra sempre. Hai presente, Doraimon, il video di Bruce Springsteen "Born in the USA"? Ebbene nel video c'è una serie di immagini flash che "rappresentano" gli USA del 1984 circa: macchina in vendita, ponte visto da sotto, uomo tatuato, esercitazioni militari, cimitero di guerra, vista da uno specchietto retrovisore, poliziotto con un occhio bendato, ancora esercitazioni militari, fila davanti a non so che, fabbriche viste da una macchina in movimento, case, festa di compleanno di bambino, coppia di sposi che esce di casa, Luna Park, auto che parcheggia, bambino straniero, poligono, studentesse che escono da scuola, operaio in giro per la città, ragazzi che giocano a baseball. Ovviamente bandiera USA. Tutte immagini che – mutatis mutandis - potrebbero andar bene per noi brianzoli. American Pie. Tanti strati, tanti gusti. Capannoni e villette. Noi siamo l’America della provincia, quella laboriosa dei grandi laghi, lontana da Washington. Noi siamo il New England profondo, quello delle fabbriche e delle villette a schiera. Anche noi siamo protestanti come loro. Solo che noi siamo protestanti calvinisti, mentre loro sono protestanti puritani. L’unico torto degli americani è quello di non averci costruito qui dalle nostre parti una bella base NATO. Pensa che bello che sarebbe stato: aerei che rombano, campi da baseball, Giorni del Ringraziamento. Altro che Aviano, altro che Vicenza: a Monticello dovevano costruire la base. E poi via a fare esercitazioni e a bombardare per sbaglio le Langhe fino a spianarle. Born in the USA I was.
Ma a proposito di guerriglia nel Parco: Doraimon? Mi pare di ricordare che tu – proprio tu: mio carceriere – ti isolassi in quei lontani pomeriggi nelle zone più solitarie del Parco. Noi incuriositi un giorno ti seguimmo. Solo ora metto bene a fuoco questo ricordo. Quella volta ti inoltrasti nella boscaglia bassa, quella nera e tutta ricoperta d’edera, fino ad un ceppo d’albero che era stato tagliato chissà quanto tempo prima: marcio e muschioso. Ti vedemmo inginocchiarti davanti a quell’inaspettato altare per adorarlo. Doraimon: vecchio paganaccio maledetto! Se l’avessero saputo i tuoi genitori chissà cosa avrebbero detto? Loro che erano così attivi nella Democrazia Cristiana. Loro che si impegnavano così tanto in Parrocchia nella “Catechesi per adulti”. Cosa rappresentava quel ceppo per te? Che religione era quella che tu – camuno del cazzo – praticavi nell’umida foresta primordiale mentre noi, nella medesima foresta, sopportavamo calura, insetti e agente arancio per garantire la libertà all’occidente? Tu in che cosa credevi veramente? Credevi nella libertà come noi ex giovani combattenti o credevi forse nei cinque cereali?
Dove ero rimasto? Ah sì, ci eravamo comprati le pale. Ma ormai la cosa non poteva essere più fermata in nessun modo. Era come la Rivoluzione: quando arriva arriva e non ci sono brioches a sufficienza che possano sfamare gli insorti. Doraimon: digli al dottore che adesso non posso venire: lo vedrò più tardi. Digli piuttosto di riconsegnarmi il mio tamburino bianco e rosso. Glielo avevo dato quando mi hanno portato qui e non l’ho più rivisto. È vero: un tamburino non è più di moda, ma cosa volete farci: a me piace. Cos’altro non è più di moda? Il gatto con gli stivali? Beh: a me il gatto con gli stivali piace. Non sono fatto per vivere l’oggi. E l’ho capito un giorno che camminavo sulla riva del grande fiume cercando un punto buono per buttarmi dentro.
Altra divagazione. Altro giro, altro regalo: oggi sono in vena: il Lambro è per me come il Missisipi per Mark Twain: una fonte di perenne ispirazione. Nel Lambro, così come nell’immenso e possente fiume americano, affiorano talvolta carcasse trascinate da chissà dove e chissà perché e che sembrano guardare – a volte seguire con gli occhi che non hanno – noi comuni mortali seduti sulla riva. Una volta mi ritrovai nello stesso punto a distanza di tempo, forse di anni, e rividi casualmente una macchia su di un albero, un’immagine che si era impressa nella memoria per poi scomparire. Rividi anche una ruga sul terreno e un mattone che sporgeva male da un muretto basso. Mi ha fatto piacere ritoccare quegli elementi e mi fatto piacere pensare: io li toccherò in futuro quando tutto sarò cambiato, quando il peggio sarà passato. Loro saranno ancora lì: rughe sul terreno, macchie sugli alberi, mattoni che sporgono male. Ed è rassicurante oggi pensare quando le cose vanno male o cala l’inverno – l’inverno dell’anima, intendo – che là fuori ci sono rughe sul terreno, macchie sugli alberi, mattoni che sporgono male e che loro – alla fine solo loro – non ti tradiranno mai, come i francobolli.
E scoppiò un altro casino. Bevete acqua Evian, sentivo dire in strada. Quel pazzo del fruttivendolo urlava questo spot pubblicitario. Non so perché. Neanche la vende l’acqua Evian. Ma ormai il bubbone – e lo capite da voi - stava scoppiando. Anche lo zafferano in bustine avanzava irricevibili piattaforme sindacali. Non più zafferano Tre Cuochi, ma dovevano essere 5 Cuochi e tutti con le 35 ore: meno lavoro per tutti a parità di salario! Era ovvio: la fine era vicina. L’acqua Evian aveva costretto il fruttivendolo – sotto minaccia delle armi o dell’avvelenamento - a farle pubblicità perché le sembrava di non andare più di moda come una volta. Il fruttivendolo singhiozzava. Era stato ricattato da quella maledetta acqua che avrebbe rivelato tutti i suoi segreti: vizi privati e pubbliche virtù. E di vizi privati doveva averne parecchi perché non la smetteva più di piangere, singhiozzare, ma soprattutto non la smetteva di pubblicizzare l’acqua Evian che lui fra l’altro non vendeva nemmeno.
Non avevamo ancora finito di chiarire la questione del fruttivendolo e dello zafferano Tre Cuochi che fu la volta delle, matite dei righelli e delle squadre del geometra del paese - qui noi non abbiamo spazio per architetti e designer: ci accontentiamo di meno - insomma matite, righelli e squadre si misero a disegnare. Si misero a disegnare - mica male a dire il vero - la città che volevano loro: giardini piscine. Ma non ci sono già? Scuole, parchi e biblioteche. Ma non ci sono già? Piste ciclabili. Ma con quello che costano? Tasse no, ma piste ciclabili sì?
Doraimon, ho capito. D’accordo. Prendiamo le medicine. Effettivamente qui mi danno quelle medicine, non sono per nulla amare. Ti senti strano. Diverso, compiuto e completo. Migliore. Certo mi viene in mente che il buon Richard che sono trent’anni che prende le medicine e sono trent’anni che non si vede e che vive nella casa sulla strada per la collina. A volte lui lascia messaggi nel cavo di un particolare albero come se fossero messaggi in bottiglia lanciati in mare. Mi rendo conto che sono medicine per non disturbare i vicini.
Torniamo a noi. Ovviamente le rivolte fanno emergere i leader. Fu pertanto quello il momento degli eroi, ma non solo. Nel nome del Padre, del figlio e via dicendo. Anche loro – gli eroi – a quel punto si incazzarono e fecero sentire la loro voce stentorea e con un forte eco, ma d’altronde proveniva dall’oltretomba. Come fecero? Ecco come fecero.
Dovrebbero essere ad altezza vista. Nella realtà sono un metro sopra i nostri occhi. Dovrebbero essere lette. Nella realtà sono ignorate. Dovrebbero generare orgoglio e senso di appartenenza. Nella realtà generano indifferenza e disinteresse. Dovrebbero suscitare il ricordo. Nella realtà producono l’oblio. Sono le targhe commemorative. Nessuno sa quante siano. Non è mai stato effettuato un loro censimento. Ci sono le targhe per gli eroi. Ma ci sono le targhe per gli scrittori. Ci sono le targhe per i pittori. Ci sono le targhe per i martiri. Ci sono le targhe per i musicisti. Ma ci sono le targhe anche per gli eventi memorabili. Ci sono le targhe per le stragi. Ci sono le targhe per gli scienziati. Ogni città ha targhe commemorative. Ogni amministrazione locale discute - anche animatamente - dove apporle e a chi dedicarle. Ogni amministrazione locale predispone una bella cerimonia il giorno in cui la targa viene apposta e nella cerimonia si sprecano belle parole di ricordo o di “richiesta di giustizia” o “per non dimenticare”, a seconda delle circostanze. Un articolo di giornale il giorno dopo. Poi più nulla. Le targhe negli anni si consumano e diventano illeggibili. Talvolta negli anniversari alla targa viene agganciata una corona di fiori. Ma in pochi mesi le dorature si asciugano e si incrostano. Il verde marcisce e poi secca. Fino al successivo anniversario. Ebbene quel giorno le targhe presero vita e si staccarono dai muri facendo saltare le viti arrugginite che ve le tenevano agganciate. Non è possibile in questa sede rendere conto in dettaglio di tutto quello che dissero e rivendicarono. Vi dico solo che la marmaglia di Santi, Eroi, Poeti e Navigatori improvvisò un disordinato corteo più largo che lungo. Come un Quarto Stato avanzarono pressappoco le seguenti sbriciolate richieste: ma in che cazzo di via mi avete messo? Con tutto quello che ho fatto io per l’Italia; ma sono tutto sporco (si erano infatti risvegliate anche le statue): possibile che nessuno si sia degnato in questi anni di raschiarmi le incrostazioni?; ma chi è quel villano ha scritto le didascalie sulla mia targa? Come ha osato definirmi surrealista? Io non so più chi sono o chi dovrei rappresentare? (era una targa letteralmente illeggibile); non è vero che Garibaldi ha dormito qui (ma il testo della targa sembrava volerci convincere dell’opposto). Questa era la prima fila: gli incazzati, potremmo definirli. Seguiva – ed era la marmaglia più grossa – una serie di corpi tumefatti e bruciati che si lamentavano: erano i quindici morti dell’incidente ferroviario accaduto a Monza il 5 gennaio 1960. A differenza dei pittori e dei poeti che avevano - almeno una fugace - presenza nei libri, di loro non si ricordava più nessuno. Raccontarono la cattiva sorte che era toccata loro. Morti in un incidente ferroviario, e passi. Ma nemmeno un po’ di attenzione: subito sepolti dalla cronaca che non poteva occuparsi di morti così semplici dal momento che in quegli stessi giorni erano morti Coppi, Camus e la figlia di De Filippo. Quindici righe in cronaca per quindici morti.
La protesta non era ben articolata ed era inevitabile che il corteo sbandasse e che si creassero dissidi al suo interno: pittori contro architetti, discussioni sulla superiorità della cultura artistico letteraria rispetto alla preparazione tecnico scientifica; tu hai un posto più bello e più centrale; non sono stato capito nella mia epoca figuriamoci in questa; l’avevo detto che io sarei stato rivalutato al contrario di altri che non vedo più nemmeno citati e di cui non voglio nemmeno dire il nome altrimenti qualcuno li va a cercare su qualche vecchia enciclopedia; dov’eri tu mentre noi facevamo la Resistenza?; vedo che anche a te è stato concesso qualche onore che non meritavi. Musica la tua?…. E ovviamente: Cinque Cuochi anziché Tre, 35 ore a parità di salario. Immancabile: bevete acqua Evian.
Doraimon, io qui fondo un sindacato: possibile che non si possa avere un po’ di kebab alla mensa o, come lo chiamavamo all’asilo, al refettorio.
Lo sceriffo – The Sheriff – che più ci penso più credo che fosse un vigile urbano sparò un paio di colpi in aria con la sua pistola d’ordinanza nella speranza di portare un po’ d’ordine. Ma ottenne poco se non zittire almeno per un po’ il rumoroso corteo senza meta e senza programma.
Non era la prima volta che si verificavano fatti del genere. In paese lo sapevano tutti tranne i due Santi e lo Sceriffo. E a sorpresa furono proprio i più imbecilli, lo Sceriffo e i due Santi, a costringerci a parlare. Grazie al loro istinto animale si erano accorti che sapevamo qualcosa che non volevamo dire dal momento che non sembravamo eccessivamente sorpresi dall’accaduto. Noi spiegammo alla meglio che effettivamente il vecchio Edwin, l’ex proprietario del negozio di ferramenta, non era per così dire un modello di virtù. Fu costretto a chiudere il negozio dopo una rivolta degli utensili che vendeva di giorno e utilizzava in certi modi certe notti. La rivolta all’epoca fu decisamente più contenuta di quella capitata a San e Siro. Evidentemente dovevano aver pensato che il vecchio Edwin avesse riaperto i battenti. Non era vero; si sbagliavano. Era stata montata solo la vecchia insegna, ma Edwin non c’era più.
Ai tre imbecilli facemmo più o meno anche questo discorso. Qui il cattolicesimo non ha mai attecchito in profondità, ma ha avuto solo un’adesione formale, come quella dei popoli sconfitti in guerra. In realtà qui noi siamo protestanti, calvinisti o pagani nel senso più profondo del termine. Vero Doraimon e il tuo ceppo? Ma questo protestantesimo e questo paganesimo che oggi non ha più possibilità di sfogo formale e liturgico (se non nel profondo della foresta nera) non è scomparso del tutto. Non sappiamo realmente perché, ma come un fiume carsico scorre sotto la crosta terrestre per ricomparire a decine di chilometri di distanza così il nostro protestantesimo riemerge costantemente nelle cose che ci circondano e negli oggetti d’uso quotidiano come gli utensili o le villette e i giardinetti che vi dicevo.
E furono proprio gli oggetti che non vollero saperne dei turpi maneggi nel cimitero cittadino del vecchio Edwin nelle notti dopo i funerali di giovani donne. Gli utensili presero la parola e si ribellarono perché gli oggetti devono essere utilizzati per dimostrare, con le opere, che si è stati scelti dal Signore.
All’epoca mettemmo il vecchio Edwin in un manicomio – ben legato, ovviamente - e rimettemmo a posto le cose nel cimitero. Ciò bastò a placare gli animi degli oggetti inanimati che rientrarono ben presto nelle loro quiete forme immobili. Ovviamente noi paesani per tacito accordo nascondemmo alle autorità l’accaduto. L’ipocrisia di gruppo fece sì che ce ne dimenticassimo in fretta. Facemmo dire – ironia della sorte – anche una messa riparatrice dal reverendo; lo stesso che anche questa volta fece finta di niente.
Questa volta fummo costretti a fare di più: oltre alla ipocrita messa, da buoni protestanti che hanno bruciato le streghe fino a pochi anni prima, demmo alle fiamme anche l’insegna della ferramenta del vecchio Edwin. Un’autodafé per non creare più equivoci tra noi e quel mondo che non conosciamo o conosciamo poco. Quel mondo che ci sta vicino giorno e notte e non fa commenti, ma che evidentemente ci osserva e ci sente. Giorno e notte. Quel mondo che qui – forse per il nostro protestantesimo naturale o forse per le invocazioni pagane di Doraimon - per due volte in pochi anni ha voluto prendere contatto con noi.
Talvolta mi sogno – sogno di me stesso – con la pistola in bocca. La pistola in bocca. La pistola in bocca. The Day the music die. Pistola in bocca. Helter Skelter. Pistola in bocca. American Pie. La pistola in bocca.
Come cantava Aznavur: “Io Sono Un Istrione”. Basaglia del cazzo. Ma non dovevano chiuderli i manicomi perché – e cito sempre l’esimio maestro Basaglia – “il ricovero coatto provoca la cronicizzazione”?
Ah, cosa dici Doraimon? Dici che questo manicomio è stato chiuso e che c’è solo nella mia testa? Bene. Bravi. Affondata la teoria di Basaglia: sono cronico anche se sono fuori. Glory Days.
Ancora una cosa: ma se il manicomio è stato chiuso ed esiste solo nella mia testa, ma tu, Doraimon, chi sei?

"Morta due volte" di Attilio Meoli

di Attilio Meoli

Si muore – ha detto qualcuno – semplicemente quando non si ha più voglia di vivere.

Irene era una donna graziosa, minuta, di cinquantacinque anni, ed è sempre vissuta in un piccolo paese in provincia di Sondrio.
Irene, alcuni anni orsono, ha commesso un crimine agli occhi dei suoi concittadini: «Si è innamorata di un uomo che non era suo marito». A nessuno importava sapere il motivo, nessuno aveva mai notato i lividi che spesso apparivano sul volto di Irene. Nessuno sapeva quanta dolcezza Irene trovasse nelle braccia di questo nuovo amore. Irene, donna minuta, non più giovane, con un marito violento che la trattava con disprezzo e dal quale aveva avuto due figli, decise di riprovare a vivere.
Il marito fece di tutto per non lasciarla andare, la riteneva una sua proprietà. I figli non la capirono e non la perdonarono. Le sue amiche semplicemente sparirono. Irene, piccola donna forte, sopportò tutto questo in cambio di un po’ d’amore, quell’amore a cui anelava e che sempre le era stato negato.
Dopo pochi anni di convivenza col suo nuovo uomo, Irene iniziò a non sentirsi toppo bene. Una strana stanchezza la pervase, in pochi mesi perse otto chili, diventando l’ombra di se stessa. Dopo ricoveri in ospedale e vari accertamenti, i medici, con malcelato imbarazzo, le comunicarono che era sieropositiva e probabilmente già in AIDS.
I sanitari consigliarono ad Irene di farsi curare presso l’Ospedale di Lecco, il solo, nelle vicinanze, che disponesse di un reparto di Malattie Infettive. Irene accettò di buon grado, sperando che così facendo, la notizia non trapelasse al suo paese.
In una fredda e piovosa giornata di febbraio, Irene entrò nel reparto dove io lavoro come caposala. L’accolsi come d’abitudine e le mostrai la sua camera. Senza dire una parola si mise la camicia da notte e s’infilò nel letto, il viso rigato di lacrime rivolto verso la finestra lasciava trapelare un’indicibile sofferenza. Non fu facile vincere la sua naturale diffidenza, per giorni il suo rapporto col mondo si limitò a pochi monosillabi. A poco a poco però la sua diffidenza si allentò, incominciò a fidarsi dei medici del reparto e ancor più degli infermieri. Il bisogno di rapporti umani vinse la sua timidezza e la sua vergogna. Così, un giorno, Irene mi raccontò la sua storia. Mi raccontò di come l’uomo che aveva amato così profondamente e per il quale aveva lasciato la sua famiglia, saputo della sua malattia si fosse dileguato. Di come i suoi figli si fossero sbarazzati di lei, ripudiandola. Della paura di morire sola, senza nessuno da salutare, nessuno da cui accomiatarsi.
Mi misi in contatto con i suoi figli, uno non volle nemmeno parlare, l’altro accettò di venire a trovare la madre. Ebbi un incontro con il figlio di Irene, vorrei dimenticarlo perché ancora le parole che ci scambiammo mi chiudono lo stomaco. Disse frasi assurde, che sua madre meritava quello che le stava accadendo perché aveva lasciato la sua famiglia per un poco di buono. Mi chiese di capire l’altro figlio che non voleva vedere sua madre, perché anche lui non riusciva a perdonarla. Mi parlò della vergogna che provava al suo paese, dove tutti ci si conosce. Mi disse che sarebbe stato meglio se fosse morta. La cosa più triste fu assistere al loro incontro. Mai una sola volta il figlio d’Irene guardò sua madre negli occhi, nonostante lei ricercasse insistentemente il suo sguardo. Non si dissero nulla più che poche frasi. Non tornò mai più a trovarla, né lui né nessun altro.
Irene è morta il mese di aprile, il suo corpo si è rifiutato di rispondere a qualsiasi terapia. Lei ha deciso di non vivere più e ha semplicemente smesso di combattere. Irene era già morta socialmente nel momento in cui è stata rifiutata dal mondo a cui apparteneva; Irene, come spesso accade ai malati di AIDS, è morta due volte.
(anno 2008)

"Nevraz"

di Fabrizio Chiesura

Stanco di una vita passata dinanzi alla cinepresa, deciso finalmente i sogni a sognarli e non a viverli, il Nevraz, di professione attore, una notte chiese aiuto a Morfeo: pregò il Dio, figlio del Sonno e della Notte, di accoglierlo per sempre fra le sue braccia. Sogni a iosa – pensò – sogni lunghissimi, eterni, sogni a colori e senza, sogni meravigliosi dove il cielo e la terra sono fusi in miscela, in mulinello dolce, e il cuore riposa e batte leggero: io vi aspetto.

Si svegliò il Nevraz con un lieve mal di capo, come due pesi calati sulle tempie. Ricordò il dio Morfeo dal sorriso fiero, le membra proporzionate, le braccia ad arco sui fianchi, le gambe leggermente divaricate. Si vide col mento sul petto, dinanzi a lui che gli batteva sulla spalla. Ricordò in un baleno anche le parole. Poi la visione svanì, squillò il telefono.
Lo chiamavano dal set, strepitavano ch'era tardi, che si sbrigasse o il contratto – sentenziarono – saltava. Il Nevraz fece una smorfia, sbottò: “Sì, vengo”, attaccò l'apparecchio. Deciso a non dar corso alla promessa.
Si guardò intorno, carezzò le coperte. E s'infilò sotto.
Chiamò il Dio. Una, due, tre volte. Poi si addormentò. I capelli appena in disordine, assunse un'aria placida e in pace col mondo. Gli zigomi distesi, la bocca leggermente atteggiata a sorriso. Ma, subito, che succede? Gli angoli della bocca si abbassano, la fronte s'increspa. Un aspetto feroce si disegna sul suo volto. Nulla di strano, signori: il Nevraz ha sbagliato Dio, non Morfeo egli sogna bensì il fratello di lui Fobétore, esso pure figlio del Sonno e della Notte ma che appare in forma di fiera spaventosa. A lui il Nevraz tapino ha domandato il sonno eterno, i sogni senza una fine.
E il telefono non squilla più.

"Non sporgerti dal balcone" di Erik Sullivan

di Erik Sullivan

Dedicato a tutte le Mamme

Mamma gridava forte da sotto, ma tu alla ringhiera lasciavi piegare i capelli nelle linee di vento, distratta, lontana verso un cielo buio come il cuore di una strega. Ci volevi abitare dentro, e così allargavi braccia, provavi ali per poi andar oltre - almeno con la fantasia - quel lento frastagliare dei muri che circondavano il paese. Già volavi, anche se, come oggi, a ripararti dall'istinto di cadere, già era salita tua madre che abbracciandoti proteggeva dal primo tuono. Due corpi immersi in uno.

"Notte insonne" di Giuliana Barontini

L'amicizia e l'amore. L'eterna sfida di due sentimenti profondi e, a volte, sovrapponibili.

di Giuliana Barontini

Una notte afosa degna di un estate caldissima, il sonno che non arriva.
Affacciata alla finestra guardo in alto come a cercare qualcosa che mi conceda un attimo di sereno, dopo una giornata faticosa e rumorosa .

Nel cielo, carico di una nebbiolina strana come i miei pensieri, cerco almeno una stella, ma nemmeno la luna mi fa compagnia.
Di sotto nella strada, il rumore del traffico continua come se le ore si fossero fermate al mezzodì...
Torno nella stanza, le pale sul soffitto stridono nel girare, sono ore che non si fermano, mi chiedo se anche loro sentano la stanchezza della giornata e del vivere di ogni giorno.

Ormai sono preda della malinconia, la tristezza mi opprime più del caldo. Mi avvicino al computer lo accendo, cerco la home del mio sito dove ogni tanto mi rifugio e nella cartella dei messaggi lampeggia una letterina.

So che è un messaggio da leggere, ma non so se ho voglia di aprirlo.
E' tardi e magari è uno dei soliti ragazzi che prima di chiudere la serata lancia cretinate in ogni dove ...

Che ho da perdere se lo leggo? mi domando, incuriosita mio malgrado.
Una piccola variante e la curiosità di sapere mi prendono. Magari mi farò una risata amara sapendo che ormai niente avrebbe "rovinato" maggiormente la giornata che mi stavo accingendo a chiudere.
Mentre sorseggio una camomilla per far sì che questo benedetto, cercato sonno arrivi, senza nessuna pretesa, apro il messaggio.

Non era quello che credevo, il cielo mi ha ascoltato. Con un leggero sorriso compiaciuto che, involontario, si è disegnato sulle labbra ho bevuto quelle parole come acqua fresca: sul foglio bianco le frasi di un amico, parole che si schiudevano come fiori nella notte, il suo pensiero per me, il suo tenero saluto in quel momento particolare, critico...
Un attimo e non mi sono sentita più sola, preda di una notte anonima che non aveva niente di magico, non mi sono sentita dimenticata, delusa, ma serenamente inserita nel mio piccolo mondo dove l'Amicizia è una parte importante e gelosa.
Beh sono stati attimi di commozione profonda che sento ancora circolare nelle vene.

Ho risposto stamani alla sua mail.
Non sarei riuscita a farlo subito, c'erano lacrime di speranza, di commozione, di allegria ritrovata ad impedirmelo e quelle frasi innocenti hanno fatto da morbido cuscino dove ho potuto serenamente poggiare la testa e riposare.

Ti ringrazio Amico caro,
tu non saprai mai quanto bene quelle pochissime ma sentite parole hanno fatto al mio cuore.
L'amicizia vera, quella che non si consuma e non si perde nei sentieri impervi della vita è Amore allo stato puro.
Perchè solo l'amore può, se pur da lontano, "capire" quando l'altro, l'amico/a, si sente solo/a e ha bisogno di una parola di comprensione e di affetto anche soltanto per poter dormire.

"O' monaciello" di Leila Mascano

di Leila Mascano

Allineo sul tavolo sei uova, la bustina di zucchero vanigliato, la scatoletta di latta con la cannella, lo zucchero in barattolo, il latte, il sale, il limone. Rompo le uova con meticolosa attenzione, metto i rossi con un etto di zucchero in un pentolino e lavoro bene, poi lentamente aggiungo il latte che ho fatto bollire prima con una buccia di limone e rimetto sul fuoco attenta a non scottarmi. Ho acceso tutte le luci nella cucina, che è molto grande, e nel corridoio. Lascio che la crema si addensi lentamente. Lui è in cucina, alle mie spalle. Se mi girassi improvvisamente lo vedrei, ma lui non vuole essere visto, il Monaciello. E' un bambino, un po' dispettoso, come sono i bambini, e vive in cucina perché fa caldo e ci sono buoni odori e buoni sapori. E' goloso e freddoloso, quando si accende il camino più tardi, a fuoco spento, ci va a dormire vicino o dentro, nella cenere calda. Ora che la crema è pronta, densa ma abbastanza liquida, la verso nelle coppette, e la lascio raffreddare. Dopo ci troverò le impronte delle sue piccole dita, le tuffa dentro e se le lecca, ma poco, nella speraza che io non me ne accorga. Il Conte Coda che fino a poco fa sognava i suoi sogno orientali ( è un persiano magnifico e altezzoso ) spalanca all'improviso gli occhi enormi, gialli, e fissa un punto oltre le mie spalle. Eccolo drizzare il pelo, gonfiarsi, soffiare: l'ha visto, il Monaciello, che certo schizza sulla credenza, e gli getta un incantesimo, anche il gatto con un miagolio rabbioso schizza via, la coda dritta come una bandiera, mai l'ammainerebbe, è un gatto filibustiere e tutte le gatte del quartiere lo sanno, ma con uno spiritello dispettoso nemmeno lui ce la fa. Io inghiottisco a vuoto, a bocca asciutta, ma so che debbo ignorare la sua presenza, o saranno dispetti e guai...Apro il cassetto, tiro fuori la frusta e sfogo la paura sbattendo le chiare a neve fermissima, sono certa d'intravederlo con la coda dell'occhio, e se le luci si spegnessero ora? Il cucchiaino d'argento dello zucchero si sposta bruscamente da solo. Tuffo nel latte che bolle in un altro pentolino la chiara montata cercando di farne delle palline. La porta sbatte, pazienza, ad alta voce dico: Ti prego, non fare così...Scolo le palline ormai cotte dopo averle girate da ogni parte, le metto ad asciugare su un canovaccio...sciolgo ora lo zucchero in un padellino, finché non prende un bel colore dorato...bastano solo tre cucchiai d'acqua, o quattro? Il coltello per tagliare il limone sul piano del tavolo si mette a girare lentamente in senso orario. Mi tremano le gambe, ma con voce che spero sia decisa gli dico: Ma ti fermi o no? La vuoi smettere? Il coltello si ferma. Metto il succo di limone nel caramello. Ora mi volto, dico. Metto le palline nelle coppette e sopra a filo lo zucchero caramellato. Alle mie spalle si rovescia lo scolaposate nel lavandino. A quel punto scappo a gambe levate dalla cucina. Non ho la coda, ma se l'avessi me la terrei fra le gambe.
Tornerò più tardi a mettere le coppette in frigo, quando ci sarà qualcuno in cucina. E' il compleanno di mia madre, che torna questa sera da un viaggio con mio padre. Il dolce è un mio regalo.
Il Monaciello vive con noi da anni, ma si fa vivo solo con me. Questa sera, dopo avermi fatto spaventare, verrà a carezzarmi i capelli con la sua manina leggera, mentre sto per addormentarmi. Gli sussurro: Ciao, monacié, non mi fare più gli scherzi come stasera, che mi metto paura...
Ho sei anni. Les iles flotantes le preparerò spesso a mia madre, come gesto d'amore. Come gesto d'amore lei le mangerà. Ci ho messo trent'anni per apprendere per caso in una sua conversazione che "detestava quel dolce insipido e appicicoso". Chissà 'o monaciello le risate!

"Pazzapizzainpiazza" di Michele Navarra

di Michele Navarra

può succedere di tutto in una pizzeria che si chiama pazzapizzainpiazza

"Pazzapizzainpiazza" pag.1

Aveva voluto decidere tutto lei.
Quella sera l’avrebbe finalmente portato in un ristorantino-pizzeria molto di moda, che si trovava negli immediati dintorni di piazza Fiume. “Pazzapizzainpiazza”, scritto tuttattaccato, era l’assurdo nome di quel locale, probabilmente partorito dal delirio di una mente irrecuperabilmente disturbata, nel corso di una fase acuta della malattia.
Alessandro conosceva quel posto famigerato, per esservi stato per ben due volte in passato, rischiando poi in entrambi i casi di schiantare la tazza del cesso una volta tornato a casa. Gli avevano fatto anche conoscere il proprietario del ristorante, un certo Guidoni Mario, un ripugnante gnomo dal ventrone prominente, a forma di tonno “pinna gialla”, che si era subito messo a dargli delle grandi pacche sulle spalle, come se fosse stato il suo migliore amico.
Guidoni, detto “er provola”, per via della sua untuosa pseudogalanteria con le ragazze, di cui guardava bramosamente e sistematicamente culi e tette, a cinquant’anni suonati aveva finalmente trovato il suo personale Eldorado, aprendo quella cimiciosa pizzeria che, in breve tempo e alquanto misteriosamente, era diventata addirittura un locale di tendenza.
Chiara aveva precauzionalmente prenotato un tavolo, anche se quella prenotazione non le garantiva in realtà alcun diritto, anzi era del tutto inutile, avendo un mero valore indicativo, a mo’ di segnalazione della propria presenza. Infatti, fuori dal locale, nonostante la temperatura fosse di appena un paio di gradi sopra lo zero, si era formata una ressa spaventosa. Decine di persone, tutte con regolare prenotazione, aspettavano impazienti il loro turno per entrare e degustare le meravigliose prelibatezze dello chef. Ogni tanto, la porta del locale si socchiudeva leggermente e, dallo spiraglio aperto, faceva capolino la brutta faccia di un tizio, probabilmente “er provola” stesso, a giudicare dall’altezza cui appariva la faccia, che declamava, con voce stentorea, il nome di quei fortunati che avrebbero potuto finalmente fare ingresso nel suo prestigioso locale. Poi lo spiraglio si richiudeva e tutto tornava come prima.
Quello era un momento di grande intensità emotiva, in cui regnava un silenzio pressoché assoluto. Subito dopo l’estrazione dei fortunati vincitori, quel popolo di sfrantumati mentali riprendeva ad aspettare impaziente, chiacchierando, fumando o, come nel caso di Alessandro, rodendosi incessantemente il fegato.
«Mi sposto un po’, perché comincio ad avere freddo» disse lui allontanandosi.
Sgomitando come un figlio di mignotta, in effetti, era riuscito ad accaparrarsi un posticino di sbieco proprio accanto allo “stufone”. Si trattava di un punto strategicamente molto ambito da tutta quella torma di diseredati.
Lo “stufone” era un diabolico marchingegno calorifero, a forma di fungo metallico, progettato da qualche pazzo sadico che creava, per un raggio di circa due metri, un microclima vulcanico, sui trecento gradi sopra lo zero. Al di fuori di quel raggio d’azione, rimaneva la temperatura ambiente, che, in quel caso, era vicina allo zero.
Rimanere troppo a lungo accanto allo stufone poteva essere molto pericoloso, per la propria salute, sia fisica che mentale, ma Alessandro aveva deciso di correre il rischio. A pochi metri da lui, aveva notato un inquietante tizio, fuori dal raggio d’azione del micidiale attrezzo dispensatore di calore, che, ormai prossimo al congelamento, si muoveva come un tarantolato, probabilmente per cercare di scaldarsi o, forse, semplicemente perché del tutto impazzito per la fame.
Alessandro al contrario aveva il volto completamente paonazzo e puzzava di carne bruciata, quando er provola, dall’alto del suoi centocinquanta centimetri, si era degnato di annunciare il loro turno: «Chiara! Chiara per due! C’è Chiara?».
«Sono qui!» rispose prontamente lei, emergendo a fatica dalla folla di cenciosi affamati in attesa del loro turno.
Entrati dentro il locale, furono fatti accomodare a un tavolino d’angolo, vicinissimo alla porta del cesso.
«Conosci il proprietario eh?» commentò scherzando Alessandro alla vista del tavolo che gli era stato assegnato.
«Ha voluto per forza darmi questo tavolo, quando ha saputo che venivi tu», rispose lei sorridendo.

"Pazzapizzainpiazza" pag.2

Guidoni si era adeguato a modo tutto suo alla nuova normativa antifumo, nel senso che ognuno fumava a suo piacimento, facendosi alla stragrande i cazzi propri: che si trattasse d’un sigaro, d’una pipa, d’una semplice sigaretta o di un calumet della pace, non faceva alcuna differenza. Er provola aveva fatto sistemare una pseudoparete di carta velina rinforzata che, a suo dire, divideva il locale in due distinti ambienti, uno per i fumatori e uno per i non fumatori. Almeno non gli si poteva rimproverare la mancanza di fantasia.
Alessandro, che amava trovarsi in mezzo al fumo allo stesso modo in cui a un musulmano sarebbe piaciuto essere sepolto in mezzo ai maiali, aveva comunque deciso che, in via del tutto eccezionale, per quella sera non avrebbe sollevato obiezioni.
In silenzio, sotto lo sguardo complice di Chiara, aveva studiato attentamente il menù plastificato, nel quale tutte le pietanze finivano con la desinenza “one” oppure “otto”. Alessandro ricordava che in quel locale, oltre alle tradizionali pizze e a qualche orrendo piatto di cucina, venivano serviti – anzi, erano le specialità della casa, cui si doveva l’incredibile successo di quel posto – gli “struffoloni” e i “pizzotti”.
Lo “struffolone” era una sorta di pizza arrotolata a cannolo, che aveva una singolare e inquietante somiglianza con l’organo genitale maschile in erezione “barzottata”. Cosa ci fosse dentro era un mistero. “Segreto di Mario” c’era scritto sul menù: probabilmente carne di sorcio tritata o, quando disponibile in frigo, di gatto randagio, più altri ingredienti della sana tradizione mediterranea.
Il “pizzotto”, invece, era una sorta di pizza, più piccola e più tozza del normale, con sopra mozzarella, pancetta, broccoli, salsiccia piccante e cipolle. Per la sua alta digeribilità, il pizzotto era unanimemente consigliato, da tutti i dietologi più famosi, per l’alimentazione dei bambini e dei malati. Il nome aveva una sinistra assonanza con la parola “cazzotto” e infatti Alessandro pensò che, a giudicare dagli ingredienti, quella roba si sarebbe dimostrata ben peggiore di un pugno nello stomaco.
«Devi assolutamente assaggiare lo struffolo!» esclamò Chiara, che, come al solito, sprizzava entusiasmo da tutti i pori.
«Lo conosco, lo conosco» rispose lui guardingo. «Preferirei optare per una classica pizza funghi e prosciutto se non ti dispiace».
«Non se ne parla nemmeno!» replicò categorica lei. «Lo struffolone è la fine del mondo!»
Alessandro guardò la ragazza come un condannato guarda il suo carnefice, ma decise di fare come diceva lei. In fin dei conti, non sarebbe certo morto per quello.
Ordinarono e mangiarono gli struffoloni con gusto, anche se a quell’ora, con la fame che aveva, Alessandro avrebbe mangiato con rapace voracità qualsiasi cosa gli avessero messo davanti, si fosse anche trattato di un pezzo d’intonaco.
Il temibile piatto cominciò immediatamente a far sentire i suoi devastanti effetti sul suo apparato digerente, anche perché Chiara, come era prevedibile, gli aveva subito mollato metà del suo struffolo, pretendendo che lo finisse tutto. Gli ingredienti del maledetto cannolone arrotolato, con ogni probabilità già parzialmente putrefatti al momento della cottura, avrebbero continuato a marcire per ore all’interno del suo stomaco. Per lui si preannunciava una notte terribile, da trascorrere alle prese con una digestione lenta e faticosissima, probabilmente condita da numerose e spesso infide scorregge.
Anche per questo motivo, avrebbe volentieri fatto a meno del dolce, ma non poté purtroppo esimersi dall’ordinare il “nutellone”, che non era niente altro che uno struffolone inzeppato di nutella, dal contenuto calorico equivalente a quello di tre pasti completi, primo secondo contorno frutta e dolce.
«Ci vuole sopra una spruzzata di cacao?» gli chiese solerte il cameriere, posandogli davanti il piatto e prendendo nel contempo una specie di grande saliera piena evidentemente di cacao in polvere.
«Certo, grazie» rispose lui annuendo con decisione. «Versi, versi pure, mi raccomando. Altrimenti corro il rischio di digerire troppo in fretta e poi magari tra un ora mi viene di nuovo fame».
Chiara sorrise divertita, mentre il cameriere non colse o, più probabilmente, finse di non cogliere l’ironia di quella battuta, e spruzzò inesorabile una abbondante nuvola di cacao su quell’inquietante arnese ripieno di nutella.
Terminata la cena, pagarono in fretta il conto e uscirono dal locale, tutto sommato felici, rituffandosi nel freddo, terso e pungente, della notte romana.
Adesso era davvero ora di tornare a casa.
A dormire.

"Petali di rose" di Giuliana Barontini

di Giuliana Barontini
Tu mamma...
una goccia di mare pulito, un battito d'ali che copre milioni di attimi, km di tempeste e uragani…
Mani ancora piccole e sapienti le tue, carezzano volti impauriti, delusi, fieri, dolcissimi, asciugano lacrime, rivoli d'argento in occhi azzurri come laghi di montagna o nerissimi come frutti di bosco, more e mirtilli.
Tu mamma ...
rifugi in quel sublime atto d'amore la sua nascita, i sogni persi di bambina, le emozioni, gli anni di spensierata allegria e, in un battere di ciglia ti trovi donna, mamma.

In quel piccolo uomo che ti corre vicino, inciampando nei passi e cercando veloce la tua mano per non cadere, ritrovi il tuo essere bambina; il tuo piccolo mondo si avvicina al suo nel proseguire insieme il cammino.
I suoi sempre più arditi sogni sono un comune pensare, lui vuole e crede di possedere il mondo un giorno.
Tu mamma...
lo abbracci con amore, sai già che, ancora adolescente, poco di quello che spera e crede diventeranno una realtà.
Ma non vuoi insegnarli solo questo, no, tu lo aiuti a crescere a sentire, dentro il suo piccolo cuoricino, la "vocina " che parla burbera se non si comporterà bene, o che lo loda dolcemente quando riuscirà a dare qualcosa oltre al volere...

Gli insegni il perdono anche per chi palesemente sbaglia, il rispetto per la natura, per ogni essere che gli vive accanto e solidarietà e comprensione per chi soffre ogni tipo di disagio.
Tu, piccola mamma cresci con lui ...il suo arrivare a mete prefisse ti regalano le gioie che a te sono state negate, i sogni, le avventure del tuo ragazzo si fanno un poco anche le tue...
dolci sono le briciole che raccogli per cibarti di una fame di affetto e carezze che ti sono stati, nel matrimonio, negati.
Il dolore di mille graffi di vita si allenta, il sole ricomincia ad essere caldo dopo anni bui e freddi, la speranza rinasce insieme ai suoi mille progetti di vita alle sue sincere affermazioni....Andremo, Faremo, Finalmente, Sarai Felice.
Tu ingenua sognatrice, Tu mamma ...
ci hai creduto fiduciosa, ma ti accorgi che, camminando nei sentieri aspri della vita, INSIEME è la parola che sparisce dal suo vocabolario e porta con se tutte le altre, distrugge i passi fatti come un tornado di vento freddo.
La sua vita, come è giusto che sia, prende il volo, la tua si posa sopra un cespuglio di spine.
Adesso non hai più rose da donare, non le vorrebbe, hanno le spine, i sorrisi non contano, le premure sono un volersi impicciare, la vicinanza è solo una lotta con il tempo che sembra non bastargli mai.
Non riesci a farti "sentire", lui non ti ascolta, è troppo" lontano"; quello che ti gira intorno adesso è solo un vuoto cosmico, anche la stella più lucente in cielo ti ha proibito di guardare.
Forse non è rimasto niente dentro al suo cuore, nessuna traccia del vostro passare, del vostro cammino mano nella mano, tra le pieghe di un vissuto.
La polvere dell'indifferenza tutto ha coperto, il valore, la tenacia con cui tu lo hai cresciuto si è scontrata fatalmente con l'essere responsabile, con il rispetto dovuto, reciproco e, come se niente fosse, ha cancellato l'amore.
Tu mamma ...
sai che per te niente di questo è accaduto, tu conosci lacrime atroci, sangue vivo, le tue notti disperate cercano il sonno ristoratore che non arriva, come ancora di salvezza, per continuare a lottare.
Tu conosci l'immenso dolore di dover rinunciare a qualcosa che ancora senti legato da vincoli "speciali " che ti appartiene, ma ti rifugi sola, zitta nel profondo dell'anima che vorrebbe gridare.
Sai anche che, per troppo amore, hai sbagliato. Non cerchi processi, giudizi, ragioni, bensì, ancora e disperatamente, quella piccola mano che ti cercava sicura di trovare quello che voleva...
Tu sei ancora e sempre lì che aspetti, incredula, stupita che una realtà, forse più bella di un sogno che INSIEME avevate costruito, non abbia la forza e il coraggio per continuare.

"Punti di vista" di Frank Spada

di Frank Spada

Un uomo anziano, seduto a piedi fermi, doloranti per i crampi, formicola le mani sfogliando un album di fotografie, e ogni tanto alza gli occhi verso la sigaretta che tiene accesa tra le dita – l’aria nella stanza vela di grigio la vetrata di una finestra che guarda verso un campanile. Un tremolio, quando l’accanito fumatore imbocca l’abitudine malsana, gli impolvera i vestiti ricamando forellini, contrassegnando l’esistere di un corpo appeso alla magrezza che incava le sue guance.

L’uomo aspira l’ennesima boccata e soffia la corposità del fumo sulle inquadrature in bianco e nero: il campanile del Castello, l’angelo di rame confinato da un perno senza fine a ruotare ai venti della rosa, il piazzale che delimita i pendii, i giochi al sole, le penombre della sera, la sua infanzia – Udine. Un rantolio dei bronchi e fissa l’immagine ingiallita del palazzo liberty rotondo del Cinematografo Centrale, demolito per far posto ai magazzini Upim, e si ricorda di un pomeriggio fine anni ’40, quando andò per la prima volta al cinema – rannicchiato tra le braccia della madre, lui s’impaurì per il via vai di invisibili cadaveri da una cassapanca a una cantina. Sequenze con strepiti di tromba, lugubri frastuoni e la donna fu obbligata dai piagnistei del figlio a uscire; lasciando senza finale “Arsenico e vecchi merletti”. Poi la sua giovane età, ancora lacrimante di paura per le sirene e i boati, e i bagliori dei bombardamenti alle grate del rifugio sotto un ristorante, si avvoltolò con gli anni in altri turbamenti. Ma intanto, una pendola traballante al suono della carica, un canale sotterraneo, il volto ambiguo di idiozia di un certo Lorre – intravisto sbirciando tra le dita le immagini del film – furono per lui notti d’angoscia. E Cary Grant? Beh, il bambino imparerà con Hitchcock ad apprezzarne la bravura e si conforterà con Rita Hayworth che gli insegnerà a sognare da una locandina appesa in camera. Comunque, diviso dalla madre solo da un bracciolo, qualche mese dopo vide un altro film, e questa volta fino in fondo. Ambientazione ottocentesca, ufficiali cavalieri con gli alamari in ghingheri e guerre all’orizzonte fumiganti i cannoncini sulle ruote, e in primo piano: fanciulle in riccioli e sguardi maliziosi in abiti da sera, o in costumati abiti alleggeriti a norma di censura, tra balli e tavoli da gioco. Il primattore? Antonio Centa, un friulano di Maniago, un rubacuori d’animo gentile che a Cinecittà spopolava recitando la bellezza del suo volto ironico di luce.

Poltroncine accese di velluto rosso, buio in sala e la pellicola sgranocchia i titoli di testa. Primo tempo, intervallo, e inizia la sequenza di un duello tra il protagonista e un ufficiale della guarnigione dislocata in un sobborgo dell’impero. Padrini a lato, tanti passi quanti servono a distanziare gli avversari, e il primo colpo di pistola spetta allo sfidante: un’uniforme offesa da un cavaliere pari grado che alza la mira a petto d’uomo. L’altro, Antonio Centa, giubbetto bianco e spalline arabescate, allunga una mano verso un alberello che lo fiancheggia al sole di una giornata estiva; stacca da un ramo una ciliegia, la mette in bocca, spolpa la delizia e sputa il nocciolo a lato confondendo l’avversario con la piega di un sorriso – la mano destra, che impugna la pistola, abbandonata lungo il fianco. Il braccio teso di chi vorrebbe colpire l’impudenza ondeggia, si raccoglie, si stende mirando ancora l’arma – Centa continua a deliziarsi; soffia in giro noccioli gonfiando e spolpando le guance, strafottente. L’avversario: offeso una seconda volta! Che senso ha sparare a uno cui non importa nulla della vita? Ognuno va per la sua strada – il resto del filmato non lasciò altre impressioni nello spettatore in pantaloni corti. La mano stretta a quella della madre e uscì dal cinema.

Pochi passi e arrivano a casa, al ristorante “Al Monte”. I primi clienti a cena, i camerieri volteggianti per i tocchi che il proprietario allunga loro sugli stinchi se non servono nei modi, le ordinazioni in volo, e suo padre lo accompagna al tavolo riservato agli ospiti importanti, nella sala decorata. Occhi fanciulleschi strabuzzati e lui vede l’ussaro ufficiale in monopetto grigio che mangia un risotto alla parmigiana! “Ma come fa a essere qui se l’ho appena lasciato là”, pensa alzando lo sguardo verso il genitore – presentazioni e Antonio Centa posa la forchetta, e lo prende in braccio. Un cameriere porta il rialzo di un cuscino, mezza porzione di risotto e lui cena per la prima volta assieme all’attore tra i sorrisi del padre che lo serve.

Anni ’50, e un giorno l’emigrante friulano allontanatosi da Roma, prima di dirigersi a Maniago dai parenti, a Casarsa cambiò strada e arrivò a Udine. Spezzato inglese con camicia aperta e foularino, il divo entrò nel “ristorante sotto il monte” – complimenti, strette di mano, mentre un ragazzino fremeva in disparte con i pantaloni lunghi, poi la celebrità si accomodò in sala. Due austriache, habitué del ristorante, venute in città per agghindarsi alla ‘Boutique Longega’, incuriosite da quell’uomo affascinante, e riverito, chiesero informazioni ai camerieri. Un sorriso firmato sotto su due pose e l’attore indirizzò le foto di persona a un tavolo – chiacchiere in inglese, caffè, tre Corvoiser a seguire e a fine pranzo lui lo chiamò. E lungo il portico in discesa con le formelle quadrettate come il cioccolato, dove da bambino incanalava tra le fughe litri di San Pellegrino per vedere che strada prendevano le bollicine in rivoli, Antonio Centa gli mise in mano un portachiavi a ferro di cavallo – le due donne strette al fianco. Lui corse fuori; i tre arrivarono con calma. Sull’altro lato di Via Mercatovecchio, parcheggiata in mezzo alle carrozzelle del servizio pubblico, la meraviglia agli occhi: un’automobile lunga nelle code, lucente di vernice nera, targata Capitale! Interni profumati di Via Veneto, un giro della chiave e via su e giù col piede frusciando il tubo dello scarico. “La vita è una giostra, amico mio, siamo tutti a bordo e finiremo nello stesso posto, ma non pensare che ci arriverai per caso”, si era limitato a dire sorridendo al ragazzino lasciato al volante di una Studebaker Champion-Commander per strombazzare il clacson, quando lui gli aveva chiesto di portarlo con sé, a Roma, per fargli fare la vita dell’attore. Antonio Centa, andando via con le avvenenti carinziane, rimandò la risposta a un’altra occasione. Fu l’ultima volta che lui vide il mito della gioventù – Antonio Centa si schiantò qualche anno dopo dalle parti di Rovigo, contro un muro di nebbia.

Rincorrersi di voci. L’uomo si alza, apre la finestra: un bambino insegue i giochi sulla riva del Castello – il fumo nella stanza lascia posto a una buffata, l’aria tiepida invita a uscire. Passi strascicanti la salita e l’anziano arriva sul piazzale. Una panchina e prende fiato. L’abitudine di una sigaretta e all’improvviso un capogiro: l’angelo sul campanile vortica lo scenario naturale della piccola “Patria del Friuli”, velocissimo. L’uomo gesticola qualcosa, borbotta una piega tra le labbra, salivando. Un bambino si avvicina, chiama aiuto – non sarà che il proprietario della giostra ha deciso di passargli in corsa il testimone della storia?

"Regina Coeli" di Andrea Scala

Riflessioni sul carcere, la libertà, gli anni che passano

Vent’anni di galera da contare senza pause sulle punte da spilli di questi settemilatrecento giorni che feriscono superficiali senza avere sufficiente pietà per uccidermi. Giorni che pungono la pelle nuova che non ricorda il colore di quella maglietta leggera con su ricamata la scritta libertà.
Anni da scontare da una vita tutt’altro che infinita, pagamento in contanti, pronta cassa e
senza sconti. Il carcere non è un negozietto di provincia.
E il tempo alla fine non è denaro, è più simile all’amore vero, lascia segni profondi e nessuna offerta speciale. E’ un po’ vigliacco, ma sempre giusto e onesto con tutti.
L’onestà è del tempo, non è dell’uomo.
Quando due persone non si vedono per vent’anni si dice “è una vita”, vent’anni consumano infanzie, macinano finemente maturità, matrimoni.
Cadono milioni di capelli in tutto questo tempo. Una non vita, un’esistenza al contrario che diviene antivita e come l’antimateria esplode al contatto di tutto ciò che è materia, il carcere esplode dentro di me a contatto di tutto ciò che è vita vera.
Per non essere disintegrato dovevo liberarmi di tutto il mio passato fuori. Capii questo e lo capii in fretta, lo feci e diventai un lombrico, non un topo come spesso si dice di noi carcerati, troppo furbo, troppo pieno di comodità e libertà. Ci sono topi qui, vanno e vengono più dei parenti, mangiano bene e non prendono botte.
Siamo lombrichi, nudi e tutti simili, lenti, ciechi, sordi, infilati sull’amo, divorati dai pesci, bocca e carne senza pensieri, prigionieri della terra pesante e sporca e come lombrichi ci adattiamo a divorare solo terra, cagando qualcosa di utile se non per noi per qualcun’altro.
C’era un unico colore vivo nella mia cella. Unico in questa piccola stanzetta grigia dove lentamente sbiadisce anche il poster, un tempo abbronzato, di Sabrina Ferilli, c’era una gabbia con un canarino giallo. Non lo tenevo per affetto e neanche per la sua bellezza, lo guardavo raramente. Forse era solo la mia vendetta verso la massima libertà di chi possiede le ali.
La prigione; piccoli piaceri, piccole vendette. Come lombrichi s’impara ad accontentarsi.
Cantava alla luce, al sole o alle nuvole, cantava al nuovo giorno senza significati.
Ma una mattina rimase in silenzio, lo fissai a lungo per la prima volta dopo tanto tempo, mi guardava serio e poi parlò. Parlò con la voce che avrebbe qualsiasi canarino se parlasse. Non mi stupii, niente mi stupisce più.
Mi chiese il perché della mia tristezza, mi cinguettò il suo dubbio, perché non cantavo con lui felice ogni giorno?
Gli dissi che la mia felicità era troppo grande per poter entrare in una stanza così piccola, attraverso sbarre così strette, e che forse mi aspettava fuori.
Rispose: “Perché allora tu ingabbi anche me se il dividere la tristezza non la rende più leggera?”
Mi convinse, era facile da spostare la mia sferica indifferenza.
Aprii la porta e lui volò fuori, volò via, mi disse salutandomi che avrebbe cercato la mia felicità e l’avrebbe convinta ad aspettarmi per tutti gli anni che mi mancavano.
Mangiai il suo pane secco e misi un pezzo di carta nella gabbia foggiandolo vagamente con le mie rozze mani affinché gli somigliasse.
Quel giorno, quando il secondino mi portò fuori per l’ora d’aria passeggiavo con lo sguardo basso, opposto al cielo, scalciavo la ghiaia divinando un futuro, il mio, che era solo un minuto più in là. Un futuro non scritto, ma inciso su una roccia tanto dura da trattenere le catene.
Aprii le braccia, rigide, dritte, le muovevo lentamente, ma non volai via.
Rimasi lì a guardare i sassi, insistente, con le braccia larghe come uno spaventapasseri. Privo di vergogna.
Qualcuno mi abbracciò forte afferrando una speranza, la speranza che io potessi davvero volare portandolo con me in un posto lontano dove i luoghi scorrono senza incepparsi come meccanismi rugginosi. Non mi girai a guardarlo in faccia, solo cercai di assorbire il calore solare di quella carne e il calore ci portò davvero in alto per un istante solo, insieme, come solo due esseri umani sanno stare. Continuammo a camminare, intrecciati in silenzio, senza più trascinare i piedi nel cortile recintato, cercando di assomigliare sempre meno a lombrichi e in questo istinto primordiale di libertà, si dilatò, in un cerchio sempre più largo, la circonferenza del nostro camminare fino a che, impavidi come aquile, sfiorammo il muro di cinta con le nostre imperfette ali.
Un soffio d’aria mosse la carta nella gabbia e sentii una goccia cadermi sulla testa.
Forse stava per piovere o forse era solo un anticipo, una promessa, un frammento di quella cosa che mi attendeva oltre le sbarre. Forse davvero qualcosa di grande là in alto nel cielo aspettava paziente.
E dopo anni, io sorrisi.

di Andrea Scala

"Ricordi" di Nadia Zapperi

di Nadia Zapperi

un racconto nostalgico, allo stesso tempo intenso e delicato

Era tempo che non entrava più in quel luogo. Enrico si paralizzò, con i ricordi che si accavallavano, davanti al portone a vetri. Il riflesso di sé che gli rimandava la vetrata era di un uomo alto, brizzolato, sicuro di sé dietro i suoi occhiali da vista e nel suo abbigliamento elegante e sportivo, sicuramente molto diverso dal ragazzino di allora…
Era lì, nello stesso punto dove si era fermato ora, lungo e magro dentro jeans troppo corti, nella goffaggine tipica dell’età con l’entusiasmo misto al timore che solo ora, ormai adulto, riconosceva essere stato l’inizio della costruzione del proprio futuro.
Guardava la palazzina bassa a mattoncini rossi, distesa a formare una lunga «L». Quella prima volta gli sembrarono due braccia desiderose di stritolarlo. Ricordò che il primo impulso fu di scappare via. Arrivava da un paesino di montagna e non aveva mai visto così tanti ragazzi, tutti insieme. Pensava: «Io lì dentro? Mi perderò. Non ce la farò mai!»
Ma il pullman per tornare a casa non sarebbe passato se non di lì a tre ore e non avrebbe saputo né come né dove impiegare quel tempo. Il timore di stare in giro in una città sconosciuta superò quello di entrare e fu così che mosse i passi verso il portone, lo varcò e si ritrovò nell’atrio della scuola.
Da dentro sembrava ancora più grande!
Il vociare dei ragazzi che arrivava dalle classi ancora aperte gli creò un senso di smarrimento. Così tanta gente e nessuno a cui chiedere dove fosse la Prima C.
Si guardò intorno in cerca di cartelli di segnalazione ma non ne trovò sui muri a pannelli alternati giallo e grigi.
Altri ragazzi continuavano ad entrare urtandolo, ma nessuno sembrava comprendere il suo bisogno di informazioni.
Decise così di percorrere tutto il corridoio iniziando da quello alla sua destra e controllare sulle porte che vi si affacciavano ma scoprì che erano tutte le Seconde. In fondo al corridoio, una vetrata permetteva di intravedere altre porte, altre classi e più in fondo ancora, sulla sinistra, un grande portone antipanico blu chiuso lasciava pensare che dentro ci fosse la palestra.
«Hai bisogno di qualcosa?» Una voce dietro di lui lo fece girare di scatto. Una signora, in realtà una signorina se pensava con la mente di oggi, con un lungo grembiule blu a scacchi bianchi lo stava fissando con uno sguardo interrogativo.
Lui, balbettando un po’ per lo spavento un po’ per timidezza, le rispose: «Sì, mi scusi. Cercavo la Prima C».
«Sei nuovo, vero?» gli sorrise la signora, senza scherno – «ti accompagno io» – e si voltò per farsi seguire. Con il tempo, di lei scoprì che si chiamava Alessandra ed era una delle bidelle, la più simpatica, la più giovane e forse, per questo, la più paziente.
Sollevato, lui si apprestò a memorizzare il percorso dall’ingresso fino alla sua classe per evitare, l’indomani, di ripetere lo stesso errore, di apparire ancora così goffo. Quindi: corridoio a sinistra, quinta porta a destra di fianco alla Prima A e di fronte al distributore automatico delle bevande calde.
A questo ricordo ne subentrò immediatamente un altro.
Il suo professore di musica, un omone alto e grosso, un armadio di bontà e comprensione che, durante l’intervallo, era solito avvicinarsi al distributore, inserire una monetina per volta e allineare sul tavolino di fianco the, cappuccino, caffè e cioccolata per farne un unico grande beverone.
Da lui imparò l’importanza del rispetto per gli altri. L’ora di musica, così come quella di religione e di educazione artistica, era da tutti gli alunni considerata secondaria, poco importante. Si poteva allentare la tensione e le lezioni avevano sempre come sottofondo un chiacchierio generale tra chi ripassava la lezione dell’ora dopo, parlava di altro o disturbava per il puro gusto di distrarre.
Lui, il professore di musica, non si imponeva mai e, pur sapendo che i propri giudizi avrebbero pesato poco sulla promozione o la bocciatura dell’alunno, insegnava ugualmente ciò che sapeva con una passione tale da riuscire, alla fine, a trasmettere un po’ di interesse. Era soddisfatto del lavoro che faceva, di ciò che insegnava e non gli importava nulla della blanda considerazione che riceveva. Amava la musica ed era convinto che pochi l’amavano allo stesso modo ed era per questo che regalava voti sufficienti anche a chi non li meritava, mentre guardava con più tenerezza i pochi che condividevano quell’amore.
Durante i cinque anni di permanenza in quella scuola, rispettare la passione di quell’uomo, pur senza comprenderla fino in fondo, diventò per Enrico importante tanto quanto prendere un buon voto in matematica o latino. Ascoltare una persona perché ha qualcosa che lui ritiene importante per sé da trasmettere, fu l’insegnamento che ebbe da quel professore. In fondo, frequentava una scuola che gli avrebbe dato l’abilità all’insegnamento e per insegnare occorreva, innanzi tutto, essere capaci di ascoltare e comprendere l’altro, che sia adulto, bambino o genitore.
Bisognosa di comprensione era anche la professoressa di latino. Una donna anziana, sia allora che nel ricordo di oggi, alta, grossa, con un viso poco avvezzo al sorriso e occhi perennemente tristi che parevano più volti al passato che al presente. Parlava e gesticolava da sola divenendo, per questa sua mania, oggetto di scherno da parte degli studenti.
Ma sapeva farsi rispettare in classe. Incuteva timore al solo guardarla per non parlare dei 2 e dei 3 e perfino degli 0 che segnava in grande ed in rosso sui compiti in classe.
Enrico si ritrovò a pensare che, quasi sempre, del periodo delle superiori si ricordavano solo il professore più buono e quello più severo. Il primo è comprensivo, il secondo è invece colui che, in fondo, insegna ad accettare le frustrazioni, a superarle ed a diventare un po’ più grande.
E a diventare più grande erano serviti ogni giorno di quegli anni, ogni amicizia; il primo amore e le prime liti importanti, le vacanze, le gite, le notti a studiare… il giorno prima degli esami… Quanto tempo era trascorso, quanta strada aveva percorso da lì in poi…
D’un tratto Enrico intravide, al di là del vetro, dentro la scuola, un grembiule blu a scacchi bianchi.
«No, non può essere lei» mormorò con stupore. Quasi trent’anni e Alessandra era ancora lì, ad accompagnare nuovi alunni che si perdevano impauriti nei corridoi, con lo stesso sorriso seppure segnato da piccole rughe. Ragazzi che arrivano, se ne vanno e fanno carriera. E lei sempre lì. «Certo non mi riconoscerà» pensò con nostalgia e tenerezza.
«Papà, allora entriamo?» Quella domanda riportò Enrico alla realtà. Era lì per assistere al primo giorno di scuola del figlio e si era perso nel passato. Ormai riscosso rispose: «Sì, certo, Roberto… hai ragione». Dopo pochi passi Enrico si rivolse al figlio e gli chiese: «Hai paura?»
«Un po’…» rispose Roberto abbozzando un sorriso timido ed abbassando lo sguardo a terra.
Enrico sorrise al figlio e pensando alla sua stessa goffaggine di allora lo consolò: «Passerà… vedrai, passerà e diventerai grande».
(anno 2007)

"Rinnegato" di Stefano Chiarato

di Stefano Chiarato
alla ricerca delle certezze perdute
ascoltando un vecchio disco e riscoprire,
a trentaquattro anni dalla sua pubblicazione, che è più attuale che mai

Anche quella mattina, come sempre, mi ritrovavo a fare più cose contemporaneamente: guidare, ascoltare la radio e pensarne mille altre. Una mano ferma sul volante, mentre l’altra cercava affannosamente qualcosa di interessante tra i tanti canali delle emittenti. Ad un certo punto la mia attenzione veniva catturata da una vecchia canzone di Edoardo Bennato; quella che diceva:
…Patrizio dice che si deve sempre dire
Ad ogni costo tutto quello che ti pare…
Immediatamente la memoria è volata indietro nel tempo. A quella sera, quando all’Arena Civica, avevo assistito al mio primo concerto; al concerto di quel cantante che soltanto qualche giorno prima, sentendolo sulla frequenza di una radio libera, lo avevo bollato come un pazzo scatenato. E lui era lì, sul palco, e da solo era un’intera rock-band, armato di chitarra, armonica a bocca, kazoo, tamburello a pedale e una voce stridula, partenopea, piena di versetti e gridolini.
Che concerto!
Di lì a poco avrei comprato tutti i suoi dischi e perfino la chitarra e l’armonica.
Quella sera aveva cantato proprio quel brano che ora stavo riascoltando alla radio:
…Patrizio dice che si deve sempre dire
Ad ogni costo tutto quello che ti pare…
Era la canzone che chiudeva il suo primo LP; sì, i dischi si chiamavano così, i CD non esistevano ancora, erano in vinile nero e per ascoltarli si doveva selezionarne la velocità: o trentatre giri, o quarantacinque giri, poi passarci sopra lo spazzolino per raccogliere la polvere che immancabilmente, essi, nel loro ruotare, attiravano su di sé, e ciò nonostante gracchiavano sempre un po’. Erano grandi quei dischi ed era bello, mentre li si ascoltava, tenere in mano la copertina di cartoncino per seguirne i titoli o leggerne i testi delle canzoni, mentre oggi i piccoli e freddi CD sono accompagnati da piccoli albumini che per leggere i testi delle canzoni ci vuole la lente d’ingrandimento e sembra di non avere in mano niente. Però la resa sonora non ha paragoni.
La canzone in questione si intitola Rinnegato, non è tra le più famose del cantautore, ma i fans come me, la conoscono bene; sostenuta da un ritmo veloce e trascinante.
E mentre la ascoltavo, iniziavo a pensare che anch’io dovrei dire sempre tutto quello che mi pare. Per esempio che, non che i cantautori di oggi non siano bravi, ma non mi entusiasmano, non li trovo particolarmente impegnati. No, non ci sono più cantautori che mentre cantano, suonano la chitarra e il tamburello. Non ci sono cantautori che stimolino all’impegno sociale e, perché no, politico. Non ci sono cantautori che vengano presi a prestito dalla protesta giovanile. Per lo meno, quelli di un certo successo.

E le parole di quella canzone non mi hanno abbandonato neanche la sera mentre guardavo la partita alla TV. Anzi, mi hanno stimolato a dover dire che questo calcio non mi piace più, perché non è più uno sport e le squadre sono aziende che devono conseguire un utile. Il calcio di oggi è fatto di soldi, lusso, partite combinate, doping… È finito il tempo del calcio eroico, quello di Italia-Germania 4-3, tanto per intenderci. Quello che il numero sulla maglia identificava il ruolo e non il giocatore, così avevi la certezza che il numero 2 era il terzino destro e il numero 10 la mezzala sinistra e la indossava sempre il giocatore più prestigioso. Erano certezze, appunto, così come era una certezza che la mia squadra del cuore giocasse la domenica pomeriggio in contemporanea a tutte le altre. Oggi questa certezza non c’è più e se non si leggono i giornali o si seguono i programmi TV, c’è sempre il dubbio: ma giocherà la domenica pomeriggio, o il sabato alle 18 o alle 20.30, o giocherà in posticipo la domenica sera?
Le partite si giocano dal venerdì al lunedì e i restanti giorni sono dedicati alle gare internazionali; ogni sera almeno una partita in TV. Ecco, è questo che è diventato il calcio oggi, uno sport da televisione, uno sport da salotto. Certo mi emoziono ancora quando la mia squadra vince, ma il giocattolo si è rotto, mi ha un po’ stancato; giocare sempre allo stesso gioco, prima o poi stanca, e vedere partite tutte le sere, ormai, mi dà un senso di nausea.
E poi proprio non riesco a capacitarmi di come sia possibile che associazioni e organizzazioni nazionali ed internazionali, dai nobili intenti umanitari e sociali, abbinino la propria immagine a uno sport così corrotto e marcio. E di come sia possibile che le società sportive, nelle loro scuole di calcio, trattino i bambini come merce di mercato quantificabile in denaro.
E mi sento un po’ confuso.

La sera dopo, per protesta rinuncio a vedere la partita in TV; e allora, con il telecomando stretto in pugno, posso scegliere tra una fiction alla TV di Stato e un target o un gossip su uno dei tanti Net Work, o magari un bel reality show, a cui poi segue un TG news, i trailers dei nuovi film e per concludere la serata ecco il talk show. Santo cielo! Ma un programma italiano non c’è? Un banale sceneggiato? No, non è più di moda chiamarlo così! Adesso inizio a rendermi conto che la mia lingua ufficiale, l’Italiano, è sottoposta ogni giorno ai continui attacchi di quella anglofona, anzi: americanofona.
Le fiction o i target sono programmi che fanno dormire; mi sveglio e c’è il solito giornalista, trasformato in show man, che sta già conducendo il talk show. Al programma partecipano pseudo- politici che danno spettacolo e gente di spettacolo che fa politica. Siccome tra i meandri del cervello mi rimbalzano ancora le parole di quella canzone di Edoardo Bennato, lo devo proprio dire: di questi politici non se ne può più! Di questi politici che quando sono all’opposizione contestano ciò che fa la maggioranza, e poi quando tocca a loro di governare, fanno le stesse cose di quelli che c’erano prima; ma non solo: ora chi sta all’opposizione contesta ciò che fa la nuova maggioranza, ovvero è come se contestassero se stessi. E non capisco. Di questi politici che mi vogliono fare lezioni di morale sulla famiglia quando loro stessi sono sposati, separati, divorziati, risposati e di nuovo separati. Ma quando parlano di famiglia, di quale parlano? E non capisco. Di questi politici che dicono che tutte le droghe fanno male. E non capisco se lo dicono prima o dopo che si sono fatti una canna.
Di questi politici che dicono che non si deve fare antipolitica. Ma l’antipolitica per esistere, ha bisogno che esista la politica. Oggi, questi politici fanno politica? No, fanno spettacolo. Quindi non si può dire che la gente di spettacolo faccia antipolitica, perché in realtà, è questa che fa politica.
Intanto il talk show verte sull’argomento dell’islamismo e delle radici cristiane e le tradizioni da salvare; tutti si accalorano a discutere, anche animatamente, attorno alla solita richiesta di un musulmano di togliere il crocefisso dall’aula in cui si trova il proprio figlio. Ecco che le parole di quella canzone di Edoardo Bennato tornano prepotenti nella scena della mia mente e da buon cristiano, lo grido, quasi con rabbia: «No! I crocefissi dalle aule non si toccano!» Ma poi mi fermo a riflettere su quella richiesta, da che cosa può essere mossa: forse perché i musulmani vedono un certo disinteresse, da parte dei cristiani, verso il crocefisso nelle aule e perché nessuno è in grado di spiegare perché sia lì. Poi mi ricordo della domenica precedente, di quando mi sono recato a Messa in orario come sempre, e del prete che si è quasi incazzato perché i fedeli entravano a cerimonia ormai abbondantemente iniziata e mentre li richiamava al rispetto della funzione e di chi dice Messa un telefonino trillava all’impazzata seguito da veloci passi che si allontanavano e il portone della chiesa che si richiudeva dietro di essi. Subito dopo ha regnato un breve istante di profondo silenzio che sembrava infinito. I musulmani sono molto più attaccati alla religione di quanto non lo siamo noi; vivendo accanto a noi sicuramente hanno notato un certo nostro disinteresse e una mancanza di rispetto per la nostra religione ed ecco che si sentono di avanzare una, secondo il loro punto di vista, lecita richiesta di togliere i crocefissi dalle aule delle scuole. Noi ci ricordiamo della nostra religione soltanto in questi casi.
Ma io no! Io sono cristiano. A Natale preparo il presepe per mia figlia così come lo faceva mio padre per me. Vado alla Messa di mezzanotte e poi festeggio mangiando il cappone e il panettone, quello con l’uvetta e i canditi, non quello con la glassa o ripieno di crema. La domenica delle palme vado a prendere il ramoscello d’ulivo da mettere accanto al crocefisso sopra la porta d’ingresso. O forse dovrei toglierlo nel caso ospitassi un musulmano?
Ma sono anche Italiano e fiero di esserlo, un Italiano che il 25 aprile festeggia la liberazione dal fascismo e il 2 giugno quella dalla monarchia.
Poi lentamente le palpebre si abbassano e mi addormento con la paura che qualcuno voglia portarmi via le mie tradizioni.

La mattina dopo, al risveglio, sento di avere nella testa una certa confusione e le parole di quella canzone che si muovono all’interno di essa. Penso che tutto ciò non sia normale e penso che forse sia meglio fare un salto dal mio medico. Lo studio del medico è gremito come al solito. Dopo circa un’ora di attesa tocca a me; sento un po’ di emozione o qualcosa che non riesco a definire, ma lui in due minuti si libera di me piazzandomi in mano un’impegnativa e spedendomi da uno specialista.
Esco e mi dirigo verso l’ospedale, imbocco il viale centrale della mia città e mi sembra diverso.
Lì dove c’era il salumiere ora c’è un kebab, di fronte c’è un Blockbuster, poco più in là ecco un McDonald a fianco di un Outlet Store, poi una Deutsche Bank, poi un Phone Center dove fuori sta gente delle più disparate etnie esotiche, ecco un Photo Service, un Edil Service e un bar con un vistoso cartello con su scritto Happy Hour per far sapere che lì servono aperitivi. Poi un forte odore di fritto ed ecco un ristorante cinese. E non sono più certo che questa sia la mia città, il mio Paese.
Finalmente arrivo all’ospedale, entro nell’atrio d’ingresso e mi trovo di fronte ad un cartellone indicatore; mi fermo a leggere per orientarmi: Day Hospital, Week Hospital, Week Surgery, Triage, Nursery, Morgue, Stroke Unit… Poi noto poco più in là quella che dovrebbe essere la portineria; mi avvicino e chiedo: «È la portineria questa?» Quello dall’altra parte risponde: «No, è il Front Office della Reception». A questo punto sento che è il momento di sciorinare il mio inglese scolastico: «Dovrei andare al cap».
«Il cap? Che cos’è il cap? Forse vorrà dire il CUP, Centro Unico di Prenotazione».
Ancora rosso di vergogna mi reco al CUP; sono fortunato, la mia prenotazione è urgente e così mi mandano subito in ambulatorio. Nella saletta d’attesa sono seduto accanto ad un ragazzino che ascolta musica con le cuffiette da un minuscolo i-pod che tiene chiuso nel pugno della mano.
Spiego il mio problema allo specialista e quello, in tutta tranquillità, mi dice che non è nulla di preoccupante, sono soltanto stressato e ho bisogno di riposo.
Quando esco ho più dubbi di prima: come posso stare tranquillo, riposare con tutto ciò che ho da fare? Ho mille impegni da portare a termine, mille scadenze da rispettare, e poi il lavoro, la famiglia…

Intanto il motivetto di quella canzone è ancora lì, si muove tra i meandri sempre più confusi della mia mente. Penso che forse sia il caso di affidarmi a qualche santo; in tanti lo fanno. Allora prendo in mano il calendario e… e mi incazzo come una bestia ferita, perché anche il calendario non dà più certezze. Ma come? Il giorno del mio compleanno è sempre stato Sant’Albino e ora non lo è più. Che fine ha fatto Sant’Albino? È forse stato degradato dal suo ruolo di santo? Ma c’è di peggio. Prima c’era la certezza che il 21 marzo fosse San Benedetto, così come il 31 dicembre San Silvestro. E invece no! Il 21 marzo non è più San Benedetto e non si può più dire: «A San Benedetto la rondine è sotto il tetto». C’era la certezza che fosse primavera, magari con qualche giorno d’anticipo o qualche giorno di ritardo, ma era primavera e le rondini facevano ritorno al loro nido di sempre. Forse chi ha avuto questa idea è stato un precursore dei tempi, prevedendo che le rondini sarebbero state una specie in via di estinzione e che le mezze stagioni, come la primavera, non ci sarebbero più state, passando da lunghe estati torride ad inverni altrettanto lunghi e miti.
Insomma non trovo certezze neanche tra i santi del calendario e il tempo ormai è impazzito.
Ormai sento che la confusione nella testa ha raggiunto limiti insopportabili.
Per favore basta! Non mettetemi altra confusione nel cervello.
Ma la frase appena pronunciata mi spaventa. Mi ricorda il testo di una vecchia canzone dei Pink Floyd:
…please don’t put your wires in my brain…
E anch’io ho paura di finire così: con i fili elettrici nel cervello.
Basta!

E invece non basta! Perché un bel giorno torno a casa e mia moglie in modo categorico e autoritario mi dice: «Fuori!» perché non sa che farsene di un marito musone, che non parla, che non si impegna e che non vuole cambiare.
«Fuori!»
E ora sento che tutta la confusione che avevo nella testa mi implode dentro.

BUM!

Così mi risveglio la mattina dopo che ho perso il treno che mi porta al passo coi tempi che cambiano e mi ritrovo a vagare, come uno zombie, in una metropoli di due milioni di abitanti, dove tutti si muovono freneticamente, dove tutti corrono di qui e di là urtandomi e io rimbalzo da una spalla all’altra. Ad ogni urto sento nella testa gli echi diffusi di quella implosione che si perdono nei meandri più reconditi della mente.
Mi ritrovo scaricato da tutti, senza un punto di riferimento, senza un orizzonte, senza sapere che cosa faccio, che cosa voglio, chi sono. Sono solo, in un’immensa, popolosa e brulicante metropoli, ma è come se fossi in mezzo al deserto. Poi metto una mano in tasca. Trovo un documento d’identità e dice che, sì, sono proprio io. Allora mi chiedo che cosa ci faccio qui e non capisco, non posso capire, che cosa c’è da capire? Sento l’ansia che mi assale, il respiro diventa frenetico, veloce. Ho paura, ma neanche io so di che cosa. Sento un gran fuoco dentro il petto che risale su, fino alla gola che mi si secca. Ho sete e…
Cristo!
Sono solo in mezzo al deserto e non ho neanche una borraccia con un goccio d’acqua. Penso che sia finita. Mi sento irrimediabilmente perso.
Piano chiudo gli occhi e mi rifugio in un nostalgico passato. Travolto dalla malinconia.

Rientro nella mia vecchia casa e trovo tra i pezzi di me stesso, sparsi tra le antiche radici, quel vecchio disco di vinile nero, quello che ha in copertina un grande fiammifero, tipo svedese, rosso fiammante con la capocchia gialla, su uno sfondo bianco. Lo metto sul piatto dello stereo. Gracchia un po’, ma fa niente. Poco dopo partono le note e le parole di Non farti cadere le braccia.
…non farti cadere le braccia
Corri forte ma più forte che puoi
Non devi voltare la faccia
Non arrenderti né ora né mai…
Lentamente riapro gli occhi e riprendo a guardarmi attorno, a guardare il mondo intorno, a guardare chi mi circonda, mi guardo allo specchio e sento che la vita forse può tornare a fluire.
Poi arriva la brevissima: Ma quando arrivi treno.
Ma quando arrivi treno
Portami lontano
Il testo della canzone è tutto qua. Adesso inizio a pensare che dovrei andare. Salire su quel treno e farmi portare lontano, non importa dove, ma sento che su quel treno devo starci.
Poi una sinfonia d’archi introduce ai primi accordi di chitarra e alle parole di: Un giorno credi.
Un giorno credi di essere giusto
E di essere un grande uomo
In un altro ti svegli e devi
Cominciare da zero…

Quando ti alzi e ti senti distrutto
Fatti forza e va incontro al tuo giorno
Non tornar sui tuoi soliti passi
Basterebbe un istante…
E allora mi rialzo e sento una forza nuova dentro, una forza che prima non conoscevo e mentre ritrovo anche gli ultimi pezzi di me stesso sparsi lì attorno, ecco che parte l’ultimo brano del disco, quello che per tanto tempo mi ha tormentato con quelle parole: Rinnegato.
Patrizio dice che si deve sempre dire
Ad ogni costo tutto quello che ti pare…

Eugenio dice che io sono un rinnegato
Perché ho rotto tutti i ponti col passato
Guardare avanti sì, ma ad una condizione
Che tieni sempre conto della tradizione…
Ecco, ora sono pronto a salire su quel treno, ad uscire di nuovo senza sentirmi uno zombie.
Ora posso ricominciare, ma non da zero. Così come diceva Massimo Troisi:
Ricomincio da tre, perché tre cose mi sono riuscite nella vita.
Perché le dovrei rinnegare,
io posso ripartire da due, le uniche due certezze che ho: mia figlia e il mio passato. Sì, perché nessuno mai potrà portarmi via queste due certezze.
E allora grido al mondo intero la rabbia che covo dentro e lo dico a squarciagola: «Non sono un rinnegato. Non ho rotto i ponti col mio passato, perché il passato è la mia storia e io sono la mia storia. Rinnegare il mio passato sarebbe come rinnegare me stesso. E non rinnego neppure le mie tradizioni, me le tengo strette!»
Rifugiarsi nel passato potrà sembrare anche una vigliaccheria, una fuga da una vita che stressa, potrà sembrare nostalgia o malinconia, ma se si ripercorrono i ponti che ci legano al passato possiamo ritrovare chi siamo, che cosa facciamo, che cosa vogliamo, possiamo ritrovare le certezze che ci fanno ripartire e andare avanti.
Ora sono su quel treno che mi porta lontano, neanche io so dove e non mi importa, ma so che su quel treno devo starci e mi porterà a conoscere nuovi mondi, oltre i confini, ma mai fuori dal tempo in cui vivo.
E ogni tanto quel treno tornerà a percorrere i ponti che mi legano al passato.
Perché i ponti col passato sono le fondamenta del futuro.
(anno 2007)

"Rosso Natale" di Roberto Ritondale

di Roberto Ritondale

- Ti ricordi di quando c’era il Natale?
- Anche adesso è Natale…
- E questo me lo chiami Natale? - domandò il vecchio Lu’ alzandosi per prendere un coltello.
- Che vuoi farci con quell’arnese?
- Tagliare il pandoro, tranquillo…
Lo sezionò a fette orizzontali.
- Guarda, sembrano stelle - disse Lu’.
- Le stelle di Natale…
- Ma davvero a te sembra Natale?
- Lu’, fidati. Oggi il calendario segna proprio 24 dicembre.
- Del 2043.
- No, anno dodici dopo Serra - precisò Ric allungando la mano verso una fetta di pandoro.
Mangiò veloce. Mangiava sempre troppo veloce, il vecchio Ric, e infatti spesso si sentiva male. Perché mangiare in fretta non aiuta a digerire, soprattutto a una certa età. Poi prese il suo tovagliolo verde e si pulì le labbra.
- Anche voi facevate il cenone? - domandò Lu’.
- Certo che lo facevamo, la mia era una bella famiglia grande, numerosa.
- Anche la mia. Al cenone non eravamo mai meno di venti.
- A proposito, ma i tuoi nipoti non vengono quest’anno?
- Niente Villa Maria, quest’anno. Vacanza all’estero…
- All’estero? E come hanno fatto a ottenere il visto?
- Hanno amicizie tra quelli del regime.
- Shhhh! Ma sei pazzo? Non si può dire, lo sai che lo vieta lo statuto.
- Sarà pure vietato, ma sempre regime è.
- Hai 88 anni, Lu’: quando la metterai la testa a posto?
- Quando riavrò il Natale…
Ric lo fissò rassegnato.
- Ma ti cambia la vita magiare su questa tovaglia verde?
- Fosse solo la tovaglia verde. E il presepe azzurro? E babbo natale vestito di bianco? Col rosso era tutta un’altra storia, Ric…
- Ma allora sei veramente pazzo. Lo sai che lo statuto…
- Tu m’hai rotto i coglioni con la storia dello statuto.
- E tu sei un vecchio rincoglionito!
- Dicesti che ero un rimbambito anche quando Serra comprò il colore rosso in esclusiva.
- Mi ricordo…
- Ti ricordi, eh? E ti ricordi pure che parlasti di idea innovativa, di moderna strategia industriale…
- Mi sembrò un colpo di genio.
- Fu un colpo di Stato.
- Ma potevo mai immaginare che Serra sarebbe diventato il Presidente dello Stato delle Libertà?
- Libertà! Libertà! Ma quale libertà? Quel dittatore farabutto…
- Zitto, santiddio! Zitto! Zitto!
- Non ci sto, zitto. Hai capito? Ma che cos’è uno che chiude le associazioni e il Parlamento, abolisce i diritti e vieta persino l’uso di un colore?
- Ma che ti cambia, un colore?
- Questo colore è un simbolo!
- Appunto, è un simbolo. Il simbolo del male. L’ha detto pure il presidente, quando ha spiegato il motivo.
- E ti sembra un buon motivo? Abolire il rosso per “cancellare le vergogne del comunismo”…
- Ha fatto tanti danni, il comunismo.
- E a te hanno fatto il lavaggio del cervello.
Restarono in silenzio guardandosi in cagnesco. Non era la prima volta che litigavano per il rosso, per Serra e anche per il regime. Però alla fine Lu’ guardò il vecchio amico con una strana aria complice.
- Ric, ho un segreto.
- Quale segreto, Lu’?
- Non so se fidarmi di te. Non l’ho mai detto a nessuno…
- Ma cosa?
Esitò ancora un attimo. Poi si alzò, prese il suo vecchio borsone ingiallito e lo svuotò.
- Vedi qui sotto? C’è un doppiofondo sigillato.
Lo squarciò utilizzando il coltello con cui aveva tagliato il pandoro, non senza difficoltà.
- Guarda, la tovaglia rossa della mia famiglia.
- Credi di essere un sovversivo, Lu’? Un rivoluzionario?
- Le rivoluzioni cominciano dalle piccole cose.
- E che vuoi farne? Una bandiera da esporre sul pennone?
- No. Voglio imbandire la tavola.
Si guardarono di nuovo, questa volta con gli occhi lucidi. Vagamente arrossati.
- Dovesse essere l’ultimo Natale della mia vita, Ric, io lo voglio festeggiare con il rosso!

Lu’ e Ric, sulla base del rapporto di un agente federale, furono condannati a morte il giorno dopo, accusati di propaganda sovversiva clandestina, anche se dal referto medico risultò che erano morti per arresto cardiocircolatorio. Due infarti contemporanei e sospetti. Quella versione non risultò convincente, e la leggenda della tovaglia rossa passò di bocca in bocca suscitando scalpore e scuotendo le coscienze assopite. Nessuno, si disse, aveva mai osato tanto.
Quella leggenda è stata ricordata anche oggi, 24 dicembre del 2050, alla vigilia delle vacanze natalizie. Oggi che le salme di Lu’ e Ric sono state traslate al cimitero degli eroi. Sulla lapide c’è un nuovo epitaffio: “Un loro piccolo gesto fu la scintilla che fece scoppiare la rivoluzione. Onore ai grandi vecchi che per primi sfidarono il regime”.
La leggenda, ma nessuno può confermarlo, racconta anche che i due amici si abbracciarono, in quella notte fredda, prima di andare a dormire.
- Buon Natale - disse Ric spegnendo la luce.
- Rosso Natale a te, fratello mio - rispose il vecchio Lu’ aprendo il cuore alla speranza. E chiudendo gli occhi per sempre.

"Sapore di quinte" di Roberto Ritondale

di Roberto Ritondale

Il palcoscenico negli occhi, il sapore delle quinte sulle labbra secche, sottili.
-Signora, si chiude.
-Un attimo. Ancora un attimo e vado, signorina. Un attimo solo.
Vuota e silenziosa la platea. Ed Eliana seduta lì, in sesta fila, ultimo posto a destra.

“Eliana, il futuro è tuo. Con quella voce, quella voce immensa. E quel tono così espressivo. Credimi, sarà un trionfo. Il pubblico non avrà occhi che per te. Ti applaudirà, ti adorerà… come ti adoro io”.
“Ma io ho paura, Sandro. Ho paura di quel palco infinito, di quelle luci che ti solcano il viso, ti spogliano fino a mostrare l’anima”.
“Ti passerà, vedrai… col tempo passerà. Tu hai un fuoco sacro, dentro. Un fuoco sacro”.
Soltanto Sandro riusciva a capirla. A infonderle coraggio. Perché l’amava, Sandro. L’avrebbe amata per la vita.
“Per te è più facile, Sandro. Tu sei un regista, tu non ti mostri in pubblico, resti dietro le quinte”.
Un anno dopo Eliana debuttava nei teatri di periferia. E il pubblico applaudiva, certo. Apprezzando le forme più che i contenuti, la bocca più che la voce. Ma applaudiva.

“E’ il tributo da pagare, Eliana. E’ la gavetta: triste ma inevitabile. Vedrai, col tempo diventerai una stella”.
Sì, una stella cometa. Perché il successo a un certo punto sembrò sfiorarla. E infatti la sfiorò. Nulla di più.
“Pronto, Sandro? Ti prego, vieni subito qui e portami via. Non ce la faccio più: che vita è mai questa?”.
“Vedrai, col tempo…”.
E il tempo trascorreva. Fino a materializzarsi: fra le mani, negli occhi, sulla fronte.
“C’è Sandro?”.
“No, signora, Sandro Lieti non c’è. Lei chi è?”.
“Eliana”.
“Eliana…”
“Eliana e basta”.
“Bene, riferirò”.
Sempre più sola, in compagnia di un’illusione. Di fronte a un impresario. L’ennesimo. L’ultimo.
“No, Eliana. Non c’è niente per te…”.
“Ancora niente”.
“Eliana, ti sembrerò crudele, ma devi fartene una ragione: gli anni passano, la bellezza sfiorisce….”
“Ma io ho una voce, una voce immensa”.
“Ci sono mille voci…”.
Quanta rabbia, negli occhi. E dietro gli occhi, quanta umiliazione.

-Signora, mi dispiace, devo chiudere la sala.
-Sì, ha ragione, ma io ho un appuntamento col regista.
-Chi, Sandro Lieti?
-Sandro…
-Signora, si sarà sbagliata. Il maestro è andato via da più di un’ora.
-Ma io ho un appuntamento, la segretaria…
-L’avrà dimenticato, il maestro ha così tanti impegni.
-Gli aveva dato in pegno la mia vita…
-Signora, non mi metta in difficoltà: io devo chiudere la sala.
-Capisco… La capisco. Mi scusi tanto.

Si alzò, Eliana. E lasciò la sala col sapore delle quinte sulle labbra umide. Spalle al futuro e sguardo nel passato.

"Scelgo il cavallo" di Frank Spada

di Frank Spada

sulla giostra della vita, cosa scegliere?

Scelgo il cavallo: è dorato, ha la criniera bianca, il pennacchio rosso e blu e parto svolazzante al trotto. Seguo una carrozza, una bambina bionda, una principessa con i codini all'aria dei dolciumi che invadono le strade, uno sguardo azzurro-cielo implorante aiuto. La insegue un manipolo d'armati; galoppo via, su e giù sull'asta, fendendo l'aria zuccherina con una spada che non vedo, in sua difesa. Il fondale ruota di volti, di richiami inascoltati tra la musica di organetti che si allarga sopra un prato senza nascondigli, che si affievolisce tra ombre tenebrose sulle pendici di un castello, che tace innalzando un campanile culminante un angelo, un dito al vento della rosa. L'avventura mi allontana. Valico montagne, insanguino pianure, brucio plichi nella notte. Mi imbarco all'alba su una nave diretta in capo al mondo. Lascio il continente natio per le foreste astrali. La felicità notturna delle stelle ci accompagna tra le vele: lei, al mio fianco, ora porta i capelli lunghi, sciolti. Burrasche, tempeste zodiacali e fatichiamo a lungo a manovrare, a raggiungere la sponda. Sabbie infinite sulle spiagge e impariamo linguaggi persi nel tempo. Un veliero all'orizzonte, il richiamo del ritorno...

Mia madre questa volta non apre il borsellino e devo scendere. Diventerò più grande un'altra volta, per davvero. Imparerò il mestiere di vivere sempre su una giostra, ma senza fantasia; rimpiangendo la mia infanzia volata dentro un palloncino, appena trattenuta da una carezza lasciatami sul viso a Santa Caterina, il giorno della festa, quando la bambina bionda se ne andò mano nella mano, con suo padre.

"Scusate se esisto" di Attilio Meoli

di Attilio Meoliun grido contro l’ingiustizia di chi riconosce come persone solo i cosiddetti «normodotati»

Inizia un altro giorno, le gambe mi fanno male, queste maledette gambe che non mi sorreggono. I tutori, me ne dimentico sempre, mi dolgono mentre mi chiudono la carne ma non posso farne a meno. L’ultima operazione subita, la nona, mi ha lasciato stremato. Con fatica, arrancando, attaccandomi a tutto ciò che è in grado di sorreggermi, raggiungo la cucina dove mia madre mi saluta con un sorriso, dolce ma intriso di tristezza e di un dolore antico. Vorrei consolarla, chiederle scusa di non essere il figlio che avrebbe voluto. Una dolce carezza mi rassicura, e uno sguardo pieno d’amore, di quell’amore che solo una madre è in grado di dare, mi scalda il cuore.
A scuola mi aspettano i compagni, alcuni mi sorridono con imbarazzo, altri mi evitano. Le insegnanti fingono di trattarmi come fossi normale e senza accorgersene mi fanno sentire ancora più emarginato. L’intervallo, è l’intervallo che odio di più. Rimango come un goffo pulcino in disparte, mentre i miei compagni giocano a rincorrersi, con un’allegria che non sarà mai mia. Ritorno in classe, l’insegnante di sostegno è lì a ricordarmi la mia diversità, e libero la mente, rincorro sogni irrealizzabili e la malinconia sembra soffocarmi.
La campanella annuncia la fine del giorno scolastico, ho il privilegio, uno dei pochi, di essere il primo a lasciare la classe. Mia madre mi aspetta con la sedia a rotelle. Sa che non la sopporto, e che non sopporto di doverla usare davanti ai miei compagni. È mortificata, mi spiega che il solito imbecille ha occupato il parcheggio dedicato ai disabili e quindi ha dovuto posteggiare lontano.
Tornare a casa è un sollievo, la mia camera mi accoglie con le mie cose: i miei giochi, i miei libri, la play-station. Sento i ragazzi del condominio giocare in cortile, mi affaccio alla finestra e respiro la loro allegria. In strada un ragazzo più grande cammina mano nella mano con la sua ragazza, si sorridono felici, ed io so che quella felicità non mi sarà concessa.
La fatica nelle piccole cose quotidiane. La vergogna per essere diverso, l’indignazione verso questa società che non ti riconosce, il dolore vissuto in solitudine, l’amore negato. Ma nonostante tutto io esisto, voglio esistere, voglio giocare, ridere, partecipare, amare. Scusate se esisto… ma esisto!
(anno 2008)

"Se mi facessi in quattro" di Luciana Facchinetti

di Luciana Facchinetti
una storia vera, raccontata con amarezza e ironia
Non so mai come cominciare quando devo raccontare qualcosa. Potrei cominciare dall’inizio ma non è semplice; ci sono tanti inizi e tante fini. Cose già iniziate e cose che ancora devono iniziare, cose già finite e altre che stanno finendo.
Allora parlerò di quelli che inizi non sono e neppure delle fini. Sono e basta. Sono gli sviluppi di cose iniziate, iniziate sotto i migliori auspici, con tanto entusiasmo. Ma soprattutto. Con altre persone. Ecco forse sto cominciando a dire quello che voglio.
Che voglio dire? Ovvio. Sto parlando di cose che capitano a tante persone, anzi a tutte. Il fare insieme delle cose, il cooperare, il condividere un’esperienza.
Il famoso «armiamoci e partite», «comincia tu che poi ti raggiungo…». Insomma tutte quelle situazioni dove si è in tanti ma chi lavora, si impegna, si sbatte. Sono sempre i soliti. O peggio, il solito. Il solito illuso, scemo, cialtrone. Che si addossa quello che doveva essere un lavoro di tutti «condiviso», ma che poi non si dimostra altro che la solita occasione per far sì che, se la cosa va bene è merito di tutti noi (alcune volte addirittura uno solo si arroga il merito!!!), se va male… e beh! «Sei il solito incapace!».

Quella che sto cominciando a sviluppare come racconto non è un racconto, è una storia vera. Sarò quindi costretta a cambiare i nomi… i luoghi… le situazioni reali saranno variate… Il tutto per non far capire di cosa sto scrivendo. Insomma cambio così tanto un avvenimento da finire per raccontarne un altro -u g u a l e- ma non quello.

Tutto cominciò per caso, così, eravamo lì in cinque o sei amici e si parlava di quelle cose che piacerebbe fare. Come sarebbe bello se. Ah se si potesse. Ma perché no. Siamo tutti desiderosi di fare questa cosa. Insieme. Tutti. Tutti insieme. Faremo insieme. Ciò. Che da sempre. Tutti noi. Vogliamo. Tutti. Noi. Fare? Mah…
Così comincia la maggior parte delle cose che mi fanno venire l’ulceralastipsilaflatolenzal’ansial’angosciailpanicol’insonnial’eruzionecutanealapsoriasi e altro che sarebbe troppo penoso raccontare in questo momento. Perché, ovviamente non parlo di Voi che state leggendo, parlo di altri, i famosi altri che in queste situazioni, come dire. Svaniscono. In quanti si possa cominciare una simile esperienza statene sicuri, ci sarà SEMPRE una nutrita maggioranza di persone che spariranno. Molte volte sono quelli che più di tutti volevano quella cosa per cui la tragedia (tragedia? ho detto tragedia! Sarà un lapsus…) ha avuto inizio.
E non rimaniamo che noi, alle volte insieme ad un altro, o altra, sventurato; con cui portare avanti il progetto. Anzi non rimaniamo proprio soli soletti. Rimaniamo noi insieme alla «dirigenza», ossia a quelle persone che quando si deve cercare fare lavorare impegnarsi, non ci sono mai; ma che PUFF misteriosamente appaiono qualora ci sia qualche recriminazione da fare anzi sicuramente c’è un collegamento astronomico tra la loro presenza e il manifestarsi di problemi. Cosa molto probabile visto che il progetto era cominciato con l’impegno di cinque o dieci o più persone, ma che poi «casualmente» il tutto ricade su di una o poco più. E questi esseri evanescenti appaiono per dire. Che sì, si scusano ma hanno degli impegni proprio inderogabili (gli altri, quelli che lavorano al progetto è noto che non hanno nulla da fare, anzi meno male che li si coinvolge in queste situazioni così da poter dare un senso alla loro inutile vita); ma che adesso, che sono qui, non possono non fare a meno di notare il negligente pressappochismo con cui avete fatto quella pochezza di cose che loro, sicuramente, avrebbero fatto meglio, anzi ringrazia che non ti sputino in faccia e ti espongano al pubblico ludibrio. VERGOGNA. Non fai in tempo a dirgli ciò che pensi su di loro e che anzi, se proprio vogliono far vedere quanto sono bravi, che si facciano avanti e comincino a lavorare, perché magari tu avresti un po’ di cosine tue da fare (famiglia, lavoro, salute, fatti tuoi!) ebbene neppure riesci a formulare tale pensiero che costoro. PUFF. Come sono apparsi spariscono. Così. Lasciandoti nel dubbio di aver esagerato con i tranquillantiillassativol’antispasticol’antiacido e di aver avuto un’allucinazione, ma molto più semplicemente e realisticamente lasciandoti schiumare di rabbia.
E così cominci a darti da fare di più. Invece di fare la cosa più normale ovvia e giusta che è quella di mandare tutti a quel paese. Cominci a saltare ore di sonno, a lavorare di più, meglio, ancora di più. E di più. E di più. Perché si sappia che non sei come quelle persone che lasciano le cose a metà alla prima avversità. No. Non lasci a metà niente. È questo che ti frega. La convinzione di fare qualcosa per te. E invece stai facendo tutto questo per qualchedun altro. E dopo tutto questo farsi in quattro non rimane che abbozzare, sì perché alla fine dopo tutto, nessuno ti ha obbligato. A fare quello che hai fatto. Chi te l’ha chiesto? Nessuno. Cosa rompi a fare….boh.

Sapete che faccio stasera? Così giusto per evitare di ricominciare un nuovo\vecchio inizio, di cui penso già di sapere come andrà a finire. Sapete che farò?
STARÒ A CASA! Ho l’assemblea di condominio. E so già come andrà a finire. Alcuni vogliono ridipingere la cancellata «tutti insieme»!! HAHAHA
(anno 2006)

"Senza tempo" di Francesco Pomponio

di Francesco Pomponio

Grossi fiocchi di neve scendevano oltre le sbarre. Il frate sedeva vicino all’uomo con la barba incolta.

“Dunque, quale era il tuo dubbio, figliolo?”

L’altro attese prima di rispondere, si alzò e, salito sulla panca, si affacciò a guardare nella piazza.

“Mi chiedo, padre, se non sia peccato di orgoglio affermare che per creare noi uomini ci sia voluto un Essere Superiore.”

Il frate non rispose, scosse la testa e uscì, col viso triste.

“Vorrei essere un gesuita, per saperti rispondere, ma entro stasera lo saprai ugualmente.” pensò allontanandosi, mentre la porta veniva richiusa.

Fuori, sotto la neve, la gente ammucchiava fascine attorno al palo.

La piazza cominciava ad affollarsi di curiosi per l’esecuzione del pomeriggio, mentre il cielo grigio si sfaldava a pezzettini.

"Smog in Valpadana" di Stefano Chiarato

Cinque racconti tratti dal libro "Smog in Valpadana" di Stefano Chiarato

Racconto 1 "Nebbia in Valpadana"

di Stefano Chiarato

...Nebbia in Valpadana...

…nebbia in Valpadana…
Ero bambino quando sentivo questa frase, emessa dalla radiolina a transistor di mio padre, posizionata in bella mostra sul mobile, quasi a simbolizzare il progresso degli anni sessanta.
Me la ricordo quella nebbia, che nelle giornate d’inverno, a metà pomeriggio calava a grosse volute sulla città oscurando un tiepido sole. In pochi minuti ammantava la città, ne invadeva le vie, i vicoli, ogni angolo. Le case lentamente sparivano, come inghiottite da quella massa informe e grigia, restavano solo i profili confusi di quelle più vicine.
Noi bambini si continuava a giocare lo stesso, dentro i nostri maglioni di lana calda, magari lavorati ai ferri da nonne o mamme. Nei cortili e nelle strade le voci degli altri bambini sembravano venire da lontano e si perdevano come echi nel vuoto di quel grigiore. Te la sentivi attorno, addosso, ti entrava nel naso e aveva un tipico odore di… di nebbia. La respiravi. Ombre di persone che passavano per strada, prendevano forma, poi ritornavano ombre e sparivano così come erano comparse. Comparivano i punti luminosi dei fanali delle auto e passavano via lentamente, quasi senza far rumore. Con la nebbia il buio arrivava in fretta, e noi se non fosse stato per le mamme che richiamavano i propri bambini al tepore delle loro case, come le chiocce richiamano i propri pulcini, non ce ne saremmo proprio accorti. Nella strada e nei cortili restavano solo i segni dei giochi interrotti: uno scalone disegnato sul cemento con un pezzo di mattone, un paio di biglie di vetro dimenticate nella terra del cortile, un pallone qui, una bicicletta là, due sassi piatti usati per il gioco della sbioeula… tanta nebbia e un silenzio senza confini.
La nebbia dava un ritmo più lento alla città. Aveva un suo fascino e quando alla notte, poi, la temperatura scendeva, la mattina ogni cosa era ricamata da un velo di ghiaccio. Nebbia e gelo: era come se il tempo si fosse fermato.
Poteva durare giorni, quel nebbione e non vedevi più il sole. Allora domandavo a mia madre: “Mamma, ma quando viene il sole?”
“Quando verrà il vento e la spazzerà via. Forse domani.”
E finalmente arrivava la primavera; il vento di marzo spazzava via tutto e da casa mia lo sguardo spaziava lontano, su un orizzonte chiuso da una catena di montagne ancora innevate. Un giorno salirò su quelle montagne, per vedere da lassù casa mia, pensavo.
Gli anni sessanta sono passati, è finito anche il millennio e la nebbia di quei giorni d’inverno è rimasta un ricordo. La nebbia, a poco a poco, ha preso le distanze dalla città. Non entra più nelle sue vie, nei vicoli, sotto i portici. Se ne sta fuori, in disparte, guarda la città con timore. La città l’ha respinta. Oggi non c’è posto per la nebbia in città, perché lì la vita corre veloce e frenetica, l’ha relegata alla solitudine della campagna dove i ritmi di vita sono più lenti, dettati ancora dalle stagioni e non dalle macchine.
Ieri era un naturale elemento dell’inverno comunemente accettato come il sole d’estate. Oggi no, oggi la nebbia è un fastidio; al punto di finire sul banco degli imputati con l’accusa di omicidio. Non passa inverno senza vedere titoli sui giornali del tipo: “Nebbia Killer: Strage in autostrada!”
“Nebbia killer”? Ma non sarà piuttosto che l’uomo pretende che gli elementi della natura si adattino all’uomo stesso? La nebbia è lenta e l’uomo deve correre, perché il tempo è denaro, per stare al passo coi tempi che cambiano in maniera vertiginosa.
No la nebbia non si avvicina più alla città, ma le persone che passano per strada sono comunque ombre anonime che compaiono e scompaiono frettolosamente. E le automobili… le automobili vanno lentamente, ma solo perché non hanno più spazio sufficiente per muoversi.
Sono passati gli anni e finalmente sono salito lassù, su quelle montagne che chiudevano il mio orizzonte di bambino. Sono salito fino alla vetta più alta; volevo individuare casa mia, vedere la Pianura Padana. La salita mi è costata sudore e fatica, ma una volta in cima la fatica non la si sente più, nuovi orizzonti si aprono davanti agli occhi e la sensazione di toccare la volta celeste con un dito è unica. Ma in quella gioia c’era un velo di tristezza perché, è vero che di lassù si può ammirare la catena delle Alpi a nord e gli Appennini a sud, ma tra quelle montagne e gli Appennini c’era il nulla più assoluto. Proprio lì dove doveva esserci casa mia e la mia città c’era il nulla, occultate da una patina grigia con sfumature rosa e violetto. Una patina che saliva dalla pianura verso i monti, si estendeva sopra il lago fino là dove il lago prende forma, si addentrava nelle valli alpine. Era attaccata alle pendici dei monti,sembrava volesse trascinarseli là sotto.
Quella patina grigia non era e non è nebbia, ma smog.
Un cancro che è partito dalla metropoli ed è dilagato su tutta la pianura come una metastasi! E ora risale per le valli alpine.
“Dio mio! Là sotto c’è casa mia, la mia vita!”
“Dio mio! Questa è l’aria che respiro ogni giorno!”

Non ascolto più quella radiolina a transistor, non sento più ripetere: “…nebbia in Valpadana…”
Oggi le previsioni del tempo le si guarda alla televisione e con le previsioni del tempo capita sempre più spesso di sentir dire: “…condizioni favorevoli all’accumulo di sostanze inquinanti…” E mi inquieta.
…smog in Valpadana…

Racconto 2 "Ciminiere"

Ciminiere

Nelle giornate di inverno, di quando ero bambino, ricordo che ogni tanto si fermava sotto casa un’autobotte. Veniva a rifornire di nafta la cisterna della caldaia.
Insieme ai miei piccoli amici, incuriositi quanto me, assistevo alle operazioni di scarico. L’operaio che effettuava il travaso ci raccomandava di stare a debita distanza e di non respirare quell’odore. Perché poi? Non era per niente sgradevole.
Quando aveva finito di scaricare restavano qui e là delle chiazze di combustibile nero.
La caldaia giù in cantina, poi, mi ricordava vagamente, nella forma, una locomotiva a vapore; aprendo lo sportellino si poteva vedere al suo interno un fuoco grande, che sprigionava un intenso calore. Faceva impressione.
Quando la caldaia era in funzione, sul balcone di casa, a seconda di come tirava il vento, si depositavano minuscoli granelli di polvere nera. Era il residuo della combustione della nafta.
Nella stagione invernale era facile incontrare quelle autobotti, così come era facile vedere comignoli con un pennacchio nero. Dovevano avermi impressionato molto quei comignoli, perché nei miei disegni non mancava mai una casa con un comignolo con la sua nuvoletta nera.
Soprattutto dovevano inquinare molto le caldaie delle abitazioni civili.
Erano quelli i tempi in cui sentivo per le prime volte parlare di smog: “Che cos’è lo smog papà?”
“Fumo. Fumo che viene dalle fabbriche.”
All’interno e all’esterno dell’area metropolitana, gravitavano, infatti, piccole e grandi industrie, dalle cui ciminiere uscivano vere e proprie nuvole. Per dimensioni erano simili a quei bei cumuli candidi che a primavera occupavano il cielo azzurro. Ma le nuvole delle ciminiere erano grigie, a volte più chiare a volte più scure, dense e maleodoranti.
Erano loro le principali indiziate dell’inquinamento.
Oggi non mi capita più di vedere autobotti che vanno rifornire le cisterne delle abitazioni. Gli impianti di riscaldamento sono stati convertiti al gas metano, meno inquinante, anche se qua e là resistono ancora abitazioni civili e addirittura uffici pubblici che per riscaldare usano il gasolio. Ma soprattutto hanno smesso di fumare le ciminiere delle grandi industrie. Sì, quelle enormi fabbriche che hanno dato lavoro a tanti genitori della mia generazione non ci sono più. L’ultima nuvola di fumo emessa da quegli alti camini, ha portato via con sé, per sempre, un pezzo della nostra storia industriale.
Quelle grandi fabbriche sono diventate aree abbandonate, dall’aspetto triste. Le chiamano aree dismesse, segnate dal degrado in corso. Sono diventate rifugio di sbandati ed extracomunitari, ma non per molto, perché i muri di quelle fabbriche che odorano ancora di fumo e di sudore di chi ci ha lavorato, vengono abbattuti e al loro posto spuntano moderni centri direzionali, centri residenziali ed enormi centri commerciali con annesso paese dei balocchi all’insegna del consumismo più sfrenato.
Oggi è il traffico veicolare il principale indiziato di inquinamento dell’aria.
Non mi capita spesso di viaggiare in autostrada, ma recentemente mi è capitato di imboccare una delle tante autostrade che percorrono la Valpadana e che collegano le varie città, ebbene sono rimasto impressionato dalla enorme mole di mezzi pesanti che la percorrevano. Era un lunedì pomeriggio. Autostrada tutta a tre corsie e già l’ingresso dal casello non è stato agevole per via della colonna di automezzi pesanti. Una fila che iniziava molto più indietro della mia immissione in autostrada e praticamente non ne ho mai visto la fine. Dal casello di una metropoli a quello di un’altra, tutta la corsia di destra era occupata da un interminabile serpentone di autocarri, tir e autotreni distanziati tra loro non più di cinquanta metri. Ognuno dei quali con almeno un tubo di scarico del diametro di una ventina di centimetri, moltiplicato per 150 km di tir…
Altrochè ciminiere industriali, se esistessero ancora sgretolerebbero dalla vergogna. Surclassate da queste ciminiere ambulanti che scaricano i loro veleni sulle campagne coltivate della pianura e per le strade dei centri urbani.
E le altre autostrade? Più o meno nelle stesse condizioni. Lo testimoniano i bollettini dei notiziari Onda Verde trasmessi dalla radio. Che patetici questi bollettini! Alternano notizie utili ad altre totalmente noiose: i primi notiziari del mattino annunciano traffico in intensificazione sulle strade intorno alle grandi città, un paio d’ore dopo annunciano che su quelle stesse strade il traffico è rallentato, ci sono incolonnamenti, incidenti, traffico bloccato…
E’ storia di tutti i giorni, da anni ormai.
E’ storia di…smog in valpadana…

Racconto 3 "Automobili"

Automobili

Automobili. Automobili ovunque: dalle mulattiere di montagna alle spiagge del mare. Automobili dai greti di fiumi e laghi ai marciapiedi e piste ciclabili di città. Auto in ogni dove: in doppia fila, davanti ai passi carrai, alle fermate degli autobus…
Auto osannate, celebrate, protagoniste di film e canzoni. Auto in edicola e in televisione. Auto pubblicizzate, perfino sulle riviste che si occupano di natura, e ogni pubblicità è un boicottaggio ai mezzi di trasporto pubblici…
Auto come salotti, dotate di ogni comodità. Auto all’autolavaggio, come se fossero dall’estetista, auto con la cera, auto da coccolare…
Un’auto per andare a lavorare nei giorni feriali e un’auto per uscire la domenica o andare in vacanza. Auto per andare al centro commerciale a fare rifornimento di viveri e acqua minerale, auto per fare shopping tra le vetrine del centrocittà…
Auto per andare a messa la domenica. Auto per accompagnare e riprendere i bambini a scuola, perché mezzo chilometro o un chilometro da fare a piedi li fa stancare. Auto per andare in palestra perché si fa una vita sedentaria…
Auto per andare a prendere il giornale all’edicola in fondo alla via. Auto per andare a bere il caffé al bar dietro casa…
Auto per tutti, di tutti i tipi per tutti i gusti. Auto utilitarie. Auto station-wagon lunghe fino a cinque metri ed enormi fuoristrada dalla dubbia utilità cittadina che occupano il posto di due auto. E io dove parcheggio?...
Auto come status-symbol. Simbolo di benessere e ricostruzione nel secondo dopoguerra. Simbolo di emancipazione, di libertà, di indipendenza. Simboli positivi che offuscano quelli negativi, perché è anche simbolo di dipendenza, dal petrolio, per esempio, di morti in autostrada, mentre si cerca la fuga verso le vacanze, simbolo di dipendenza dalla stessa auto. Ma di questi sembra non preoccuparsene nessuno, perché come sempre guardiamo ciò che ci interessa positivamente.
L’auto fa parte della nostra vita e non potremmo più rinunciarci. Sul suo utilizzo si basa la nostra società, la nostra economia, ma anche la nostra cultura. L’auto usata per lavoro, per necessità, per convenienza, per divertimento, per pigrizia. La nostra auto è diventata l’appendice di noi stessi. Ci identifichiamo in essa. Ricordate quando furono abolite le sigle delle province dalle targhe?
Uno scandalo! Era come se avessimo perso la possibilità di riconoscerci. Non è l’estrazione culturale o la parlata dialettale a identificarci, ma la targa della nostra auto.
Se l’auto è diventata parte integrante della nostra società, allora siamo obbligati a possederne una e ad essere, ovviamente patentati, perché solo così ci si sente come tutti gli altri, ci si sente parte di questa società.
Durante l’adolescenza, il mio amico Franz, era solito dire: “Appena ho diciott’anni mi faccio la patente e la macchina, perché così si possono rimorchiare le ragazze. Se non hai la macchina non sei nessuno.”
Anch’io, appena raggiunta la maggiore età, non mi sono sottratto al rito della patente. La mia prima auto è stata un’auto di terza mano, prodotta sul finire degli anni sessanta: era una Prinz NSU di 600 cc. di cilindrata. Che macchina! Il bagagliaio davanti, il motore dietro e la batteria sotto il sedile posteriore. Era soprannominata: vasca da bagno. Per via della sua forma e si diceva che quelle di colore verde portassero sfiga e se ne avvistavi una dovevi passarla ad un amico, in modo che la sfiga ricadesse su di lui. La mia per fortuna era di colore azzurro. Se poi ne avvistavi una verde con delle suore a bordo era il massimo della sfiga che ti potesse capitare.
C’erano poi altre auto dal soprannome famoso: l’elmetto tedesco, lo squalo, l’auto dei compagni, quella dei fighetti…
Ora che eravamo diciottenni patentati e con la macchina potevamo uscire con facilità dai nostri ristretti confini del quartiere e della città. Il nostro orizzonte si allargava. Così capitava che la sera si uscisse dalla città di provincia per andare al cinema nella grande metropoli, per vedere un film che si sarebbe potuto vedere benissimo nella propria città. Ma vuoi mettere la grande metropoli con la tua città di provincia?
Oppure si andava a bere una birra o mangiare un gelato sulle verdi colline o in riva al lago. E per andare in discoteca si prendeva l’autostrada e si andava in un’altra provincia, perché le ragazze di là sono meglio di quelle di qua. E poi si andava in vacanza in auto, pazienza se si faceva la coda in autostrada, ma sempre meglio di un paio d’ore di ritardo su treni stivati all’inverosimile.
Il nostro territorio, ormai, non aveva più limiti, il mondo ci apparteneva.
Certe sere, quando ci si ritrovava, capitava di non sapere dove andare e allora si iniziava a discutere su questo cinema o su quel locale dove si beve della buona birra. Poi si prendeva la decisione di iniziare ad andare, ma dopo avere girovagato a vuoto per un po’ di chilometri, ci si fermava al bar a due passi da casa a giocare a biliardo e lì tra un colpo di stecca e un sorso di birra si concludeva la serata. Non ce ne rendevamo conto ma l’auto ci serviva anche per ammazzare la noia.
E le ragazze? Beh! Ne abbiamo rimorchiate tante quante ne rimorchiavamo prima andando in giro in motorino. Ma in quelle occasioni l’auto era davvero importante perché diventava luogo di intimità.
Non c’è dubbio che l’auto ci sia servita per allargare i nostri limiti territoriali, ci ha permesso di conoscere nuove città, nuovi luoghi, nuove realtà, di fare nuove conoscenze. Ho solo il rammarico di avere usato spesse volte l’auto, con o senza amici, per sopperire la noia e farci dei semplici giretti, ma senza mai correre più del dovuto. Non me ne rendevo conto ma così facendo contribuivo anch’io, nel mio piccolo, all’inquinamento.
Anche oggi i giovani usano l’auto per i giretti, per dimostrare la propria superiorità, la propria abilità, per mettersi in competizione e ingaggiare delle vere e proprie sfide di velocità. Poi una sirena taglia il silenzio della notte…
Auto per correre, auto per divertimento, auto per gioco.
Auto tante quante le stelle del firmamento, e proprio come le stelle non le puoi contare.
Auto ovunque. Ovunque è …smog in valpadana…

Racconto 4 "Domeniche a piedi"

Domeniche a piedi

Da giorni il Foehn si è ritirato nelle sue lande del nord, da due mesi non piove. Sulla città grava, immobile, impenetrabile e irrespirabile, l’immensa cappa grigia dello smog. I raggi del sole faticano a oltrepassare quella cortina caliginosa e tutto assume un colore uniforme. E’ una città senza contrasto, una città senza ombre.
Dopo una giornata di duro lavoro, sprofondo in poltrona, la mano lentamente abbandona la presa sul telecomando, gli occhi a poco a poco si chiudono e cado nel dormiveglia. Dalla televisione continuano ad arrivarmi suoni e voci in maniera confusa:”Superamento della soglia di attenzione…Benzene… Polveri sottili…Anidride carbonica…Particolato…Tenere in casa i bambini…”
“Accidenti, ma come parli? Sii più chiaro.” Dico nel dormiveglia.
Poi ancora dalla televisione:”Ristagno dell’aria…Sostanze inquinanti…Marmitte catalitiche…centraline di rilevamento…Pm10…Sconsigliata l’attività sportiva all’aperto…”
“No, no, non capisco…”
“Domenica blocco totale della circolazione alle auto, nella metropoli e nelle aree omogenee!”
“Ma cosa è stato? Ho capito bene? Domenica non si può usare l’auto?” Riapro gli occhi in tempo per vedere un’immagine che sfuma e il giornalista che passa ad un’altra notizia. Dormivo. Forse ho sognato.
Poco dopo a cena , altro telegiornale e ancora quella notizia:”Domenica blocco totale della circolazione alle auto nella metropoli e nelle aree omogenee!” Il boccone mi va di traverso, mi sento soffocare, ho bisogno di aria. Corro alla finestra, la apro e respiro a pieni polmoni ma invece di riprendermi mi sento di soffocare ulteriormente; richiudo immediatamente la finestra perché l’aria fuori è peggio di quella dentro.
No, non è possibile domenica devo andare al ristorante con gli amici, devo andare al centro commerciale, devo andare al cinema , devo andare…devo andare… non importa dove , ma purchè con la mia auto. E come faccio senza?
Poi quella domenica arriva, il solito pallido sole si sforza di riscaldare l’aria fredda di questo nuovo giorno, e già dal mattino si nota qualcosa di strano: c’è silenzio! Non sento arrivare il rombo dei motori delle auto dal viale vicino a casa. Mi affaccio alla finestra e vedo un paio di ragazzi in tuta che corrono a passo lento in mezzo alla strada, vedo alcune persone che si avviano a piedi verso la chiesa e davanti al sagrato non c’è il solito groviglio di auto.
Ma c’è ancora qualcosa di strano e non capisco cosa. Decido di uscire e di fare un giro in bicicletta per le vie della città, per una volta, sgombre di automobili e mi sento libero. Mi sembra quasi che si respiri meglio di ieri e intanto continuo a sentirmi addosso quella sensazione di stranezza. Ci penso e ci ripenso e quando vedo alcuni ragazzini giocare a pallone in strada, finalmente capisco di cosa si tratti: questa domenica senza auto mi ricorda tanto quelle giornate,di quando ero bambino e anch’io giocavo a pallone in strada, le giornate in cui la nebbia occupava la città, ne inghiottiva i rumori e ne rallentava il ritmo di vita. E tutti si adattavano ad un ritmo più lento senza preoccuparsene, perché era normale che fosse così. Oggi questo non è più normale, bisogna correre, bisogna produrre e guadagnare, bisogna stare al passo coi tempi, non ci si può permettere di restare indietro, chi si ferma è tagliato fuori dai moderni schemi di vita e l’automobile è indiscutibilmente parte di questi schemi.
Ecco questa giornata senza auto ha il sapore di quelle giornate di nebbia di una volta, in questa giornata rivive il sapore di tempi e spazi perduti per sempre.
Per un giorno le auto rimangono ferme ai box, per spostarsi si usa la bicicletta e alle fermate degli autobus si formano assembramenti di persone; si ride, si scherza, si gioca in strada, c’è serenità e nessuno sembra essere triste perché non può usare l’automobile..
Il sole si abbassa all’orizzonte in un tenue tramonto, il giorno di silenzio e tranquillità si spegne nell’oscurità di un cielo senza stelle.
Poco dopo termina il divieto di circolazione delle auto e i motori si apprestano a rombare di nuovo.
Anch’io, come tutti del resto, salgo sulla mia auto, metto in moto e mi dirigo verso il centro città per andare al cinema. Dopo pochi minuti sono in coda al semaforo rosso, sono imbottigliato nel traffico; un’auto vicino alla mia diffonde musica ad alto volume e sembra di essere al luna park, i clacson suonano all’impazzata perché non si va avanti, tra automobilisti ci si guarda in cagnesco, ogni altro automobilista è un ipotetico avversario pronto a toglierci centimetri di spazio e ogni centimetro perso è un minuto di ritardo, così non trovo parcheggio, non arrivo in tempo all’inizio del film, lo perdo… e intanto il nevoso sale…
Ma dove è finita la serenità e la tranquillità del giorno appena trascorso?
Tutto è tornato come prima; è tarda sera, c’è traffico e puzzo di gas di scarico come se fosse pieno giorno e della domenica ecologica, ormai, non c’è più traccia.
Nonostante il blocco della circolazione delle auto per un giorno, è ancora…smog in valpadana

Racconto 5 "Tir e case abbandonate"

Tir e case abbandonate

Per colpa dell’improvviso sciopero del trillo, indetto dal sindacato dei dormiglioni e attuato dalla mia sveglia arrivo tardi all’appuntamento con Franz e Lario. Quella mattina dovevamo incontrarci alle 5.30 per andare sulle Alpi a fare un escursione. Avevamo scelto un giorno feriale e di partire di buon’ora per evitare di trovare traffico, sia sulle strade che sui sentieri. Quando mi sveglio e mi accorgo che la sveglia ha scioperato chiamo Franz e lo avviso del mio ritardo. Lui grugnisce come un animale ferito.
Ci incontriamo che sono quasi le otto; sono accolto da una bordata di improperi e prese in giro perché ho dormito e quindi sono più riposato di loro e meglio disposto ad affrontare le fatiche dell’arrampicata. Senza perdere ulteriore tempo trasbordo il mio zaino e la mia attrezzatura nel baule dell’auto di Franz e si parte in direzione nord; là, verso le montagne.
Dato che ormai è tardi optiamo per una meta più vicina. Così lasciamo perdere le lontane Alpi e scegliamo quei monti che nelle giornate di vento possiamo ammirare anche da casa nostra. Quando arriviamo alla città posta alle pendici di quei monti siamo nel pieno del traffico, e quando la strada inizia a salire siamo in coda e procediamo a passo d’uomo.
E’ una giornata di primavera inoltrata, luminosa nonostante un sole un po’ opaco, ma i suoi raggi comunque la rendono tiepida già dal mattino.
Dato che si procede con la velocità di una lumaca, ne approfittiamo per contemplare le montagne sotto le quali ci troviamo e iniziamo a dialogare e a raccontarci di sentieri nei boschi e vie di salite a questa o quella cima. Lo stereo dell’auto ci accompagna con un sottofondo di musica rock e possiamo tenere i finestrini abbassati e goderci il tepore e i profumi, già, di montagna. Ma dopo un paio di tornanti la strada si stringe e siamo costretti a richiuderli, perché un tir davanti a noi, arrancando in salita, ci inonda coi suoi gas di scarico. Ora la strada è stretta tra due fila di case delle frazioni a monte della città. Non riusciamo più a vedere le montagne e il tir che ci precede chiude la visuale anche davanti. Siamo fermi e ci sembra di essere ingabbiati.
Come è brutto attraversare questo tratto di strada. Ha un aspetto triste. Qui le tinte pastello delle mura delle case hanno perso la loro brillantezza; sono ingrigite. Ma quello che colpisce di più sono le ferite inferte loro, dal passaggio dei tir. Ogni casa porta evidente le striature di incontri troppo ravvicinati coi tir, come i segni che la raspa di un falegname lascia su un asse di legno.
I nostri discorsi ora si spostano da sentieri e rifugi alla realtà attuale del momento:
“Ma voi ci abiteresti qui?” domando a Franz e a Lario?
“Non ci penso proprio! Magari più su, in valle, ma qui no;” risponde Lario.
E Franz: “No, neanche io. Anche se la posizione è molto bella: la città e il lago a valle e i boschi e le montagne per le escursioni a monte.”
“Già! Come si fa a vivere qui, con questo traffico? In settimana sei assediato dai tir e i giorni festivi da un interminabile colonna di auto di gitanti che vogliono sfuggire allo stress della città. Qui è pericoloso soltanto mettere il naso fuori dalla finestra: rischi di vedertelo portar via dal primo tir che passa e quando esci dalla porta di casa, dato che non ci sono marciapiedi, devi fare attenzione a non farti stirare.” Aggiungo io.
Franz tiene le mani sul volante, sbuffa e tace. Io e Lario teniamo vivo il dialogo e lui in maniera, quasi concitata, esclama: “Infatti! Guarda quella donna lì con quel bambino per mano che si coprono bocca e naso con un fazzoletto e camminano tra il muro della casa e il tir! Hanno giusto lo spazio per passare.”
“No, no, qui non si può vivere. Ma ti immagini, adesso che viene la bella stagione, pranzare o cenare con le finestre chiuse per via del rumore del traffico, ma soprattutto il fumo dei gas di scarico di questi bestioni che ti arriva sotto il naso mentre stai assaporando un bel piatto di pasta?”
“Beh, se ci fai caso ci sono diverse case chiuse, non quelle che pensi tu! Qui la gente mi sa che sta scappando via, non ce la fa più. Avvelenata da una parte, presa in giro da un’altra, perché la nuova strada che dalla città sale in valle, evitando al traffico di passare di qui, non viene mai consegnata, rinviata anno dopo anno.”
Restiamo in silenzio per un po’. Rattristati da quello che stiamo vedendo. Percepiamo che fuori dall’abitacolo della nostra auto c’è un’atmosfera pesante, invivibile. In quegli attimi di silenzio penso che anche noi nel nostro piccolo contribuiamo a quella situazione. Penso alla differenza tra una casa abitata e una disabitata: una casa abitata con i vasi fioriti sui davanzali, le tende alle finestre, il bucato steso ad asciugare, ordinata, pulita dà un’immagine di vita. Una casa abbandonata, le finestre chiuse, i muri anneriti dallo smog dà un’immagine di morte.
Sì, a transitare su questa strada la sensazione che si ha è proprio quella della morte.
Procediamo ancora lentamente, sbuffando di noia e di impazienza.
“Colpa tua che hai dormito.” Dice Franz, rivolgendosi a me e rompendo così, quel pesante silenzio che si era venuto a creare. La nostra attenzione cade sul tir che ci precede.
“Lo vedi questo tir che abbiamo davanti? Questo non ce lo togliamo più dai piedi fino a quando arriviamo.” Mi dice ancora lui.
Infatti sarà proprio così. Si tratta di un tir adibito al trasporto di acque minerali di una nota marca che ha sede proprio qui in valle.
“Già.” Gli rispondo semplicemente.
Di nuovo attimi di silenzio, rotto dalla musica dello stereo che ci isola dal rumore esterno.
Poi Lario sul tir che ci precede: “Ma ci pensate? Questo è andato a portare il suo carico di acqua giù in città o da qualche parte della pianura, ora sta rientrando in sede, vuoto, e guarda su questa salita quanto fumo di gasolio butta fuori. Ogni accelerata è una nuvola di fumo nero. Questa è una situazione comune a tante altre aziende di acque minerali, e a tante altre valli dell’intero arco alpino, che per fare arrivare il loro prodotto sulle nostre tavole devono sfruttare questi mezzi di trasporto e transitare su strade ripide, strette, tortuose in mezzo a case come queste. Ma ci pensate a tutte quelle acque che portiamo a tavola e che arrivano da valli lontanissime da noi? A quanto gasolio va consumato?”
Franz lo interrompe dicendo:“Beh! Io già da tempo bevo quella del rubinetto, perché in fondo è buona”
“Sì, anch’io. O per lo meno la compro solo saltuariamente. Perché oltre ai tir che la portano ai supermercati o simili, poi noi la andiamo a comprare in auto perché te la vendono in confezioni che pesano quintali e quindi consumi benzina e quando hai riempito un sacco di bottiglie vuote, un camion passerà a ritirarle consumando altro gasolio, con la speranza che finiscano in un centro di riciclaggio. Ma ci pensate quanto inquinamento respiriamo per bere un bicchiere di minerale?”
“Tanto.” Intervengo io. “Noi respiriamo un sacco di inquinamento per bere acqua minerale e pensa a tutta quella gente che in Africa muore di sete. Questa è la civiltà dei consumi.”
Ma finalmente oltrepassiamo quei borghi di case e riprendiamo velocità; non troppa, però.
Un display luminoso che al termine della salita, ricorda quanti giorni mancano alla consegna della nuova strada, mi offre l’opportunità di fare una domanda ironica:”Ma quante volte è già arrivato a zero?”
Lario contempla le montagne intorno e Franz cambia il disco, che è arrivato al termine, dallo stereo. La strada ora si apre in un lungo rettilineo tra gli opposti versanti delle montagne; il verde è il colore dominante. Ne rimango attratto, in silenzio; è un verde luccicante come quello di un’auto appena uscita di fabbrica, interrotto qua e là da qualche macchia bianca di alberi ancora in fiore e da affioramenti di grigie rocce calcaree.
Anch’io ammiro il paesaggio intorno.” Qui la primavera è ancora un passo più indietro che da noi in pianura.” Dico ai miei compagni di viaggio.
Ma nessuno risponde, Franz è impegnato a cercare il varco per sorpassare il tir davanti a noi. Poi desiste; non vale la pena rischiare per recuperare solo qualche minuto del nostro ritardo.
Poco dopo, infatti, salutiamo ironicamente il tir che, per così dire, ci ha fatto compagnia asfissiandoci e imbocchiamo una stradina laterale che in breve ci porta al nostro punto di partenza.
Parcheggiamo l’auto, scendiamo e per prima cosa stiracchiamo le nostre ossa rattrappite, ci prepariamo freneticamente, e ci incamminiamo sul sentiero che ci porterà lassù a contatto con l’azzurro del cielo. Subito dopo passiamo vicino a una cascina, dalla quale arriva un forte odore di capra e di stalla. “Ah! Respira! Respira! Senti che aria!” dico rivolgendomi a Franz che procede al mio fianco.
“Eh sì! Avercela da noi un’aria così!” risponde lui.
“Non dirmelo!” interviene Lario da dietro. “Ogni volta che apro le finestre per cambiar l’aria, la mattina, mi domando cosa le apro a fare. Sembra sempre di avere un camion in moto sotto casa che mi scarica dentro i suoi gas!”
Ad una svolta del sentiero incontriamo due valligiani che scendono; ci salutiamo cordialmente. Questa è una delle cose belle della montagna: ci si saluta sempre, anche se non ci si conosce. Mentre da noi in città, soprattutto quando siamo al volante, la cosa più gentile che possiamo dirci è:”Vaff…”
Poco dopo veniamo superati da una moto. “No! Anche qui!” sbotta Franz.
Ma è l’ultimo incontro con la civiltà. Poi è soltanto silenzio e natura selvaggia e in essa ci immedesimiamo. Dopo circa tre ore di cammino siamo in cima; da lassù possiamo abbracciare l’intero mondo che ci circonda. Ci si sente piccoli in quella immensità, particelle dell’infinito universo.
Lario è visibilmente affaticato, più volte durante la salita ci siamo dovuti fermare ad aspettarlo. Diceva di sentirsi stanco. Franz e io lo prendavamo in giro per questo, ma al tempo stesso trovavamo strano il fatto, infatti di solito era lui a fare l’andatura.
Dopo esserci rifocillati riprendiamo il cammino.
“Bene! Avete fatto il pieno di ossigeno ai polmoni?” chiede Franz.
“Non completamente, ma per quando siamo giù penso di averne fatto una scorta sufficiente.” Gli rispondo io.
Mentre iniziamo a scendere Franz dice ancora: “Sapete? Tempo fa ho letto sul Corriere che una equipe di medici universitari ha svolto una ricerca sui polmoni dei bambini dell’area metropolitana. Bene, anzi male: è risultato che i polmoni dei bambini sottoposti all’indagine sono del tutto simili a quelli di anziane persone dedite al culto di dio tabacco.”
“E’ desolatamente e seriamente preoccupante.” Interviene Lario. “Io, invece ho letto su una rivista un articolo che parlava di ricercatori americani che hanno svolto una ricerca sull’aria dei boschi di montagna. Pare che il modo di dire.”Respirate quest’aria che fa bene!” non sia soltanto un modo di dire, ma che l’aria di questi boschi faccia veramente bene alla salute, perché le piante dei boschi liberano nell’aria delle particolari sostanze, mi pare di ricordare che si chiamino terpeni, ed è stato dimostrato che questi terpeni agiscono positivamente sulla psiche.”
“Allora respiriamone a più non posso.” Dice Franz gonfiandosi i polmoni.
Quando siamo in prossimità della nostra auto, iniziano ad arrivarci in lontananza i rumori della civiltà sottostante. Percepiamo che la nostra fuga dallo stress e dallo smog è giunta al termine.
“Ora sì che sento i polmoni pieni di ossigeno.” Dico ai miei compagni di escursione.
Mi sembra proprio, ad ogni respiro che faccio, di andare a pescare l’aria nel punto più profondo all’interno del mio corpo. Ho l’impressione di avere i polmoni dilatati al massimo, enormi.
Mentre ci rimettiamo in macchina e partiamo Franz propone: “Che ne dite di fare una sosta a berci una birra?”
“Dico che ce la siamo meritata.” Risponde Lario.”
“Ok. Al primo bar ci si ferma”
Dopo la sosta ristoratrice si fa rotta verso casa. Percorriamo la strada in senso inverso all’andata. Transitiamo di nuovo, lentamente ma senza fermarci, tra le case di quei borghi assediate dal traffico, mi pervade ancora quella sensazione di morte. Non facciamo alcun commento.
Una volta imboccata la superstrada procediamo velocemente e guardandola dall’alto di una delle ultime colline mi sembra un fiume, dove al posto dell’acqua c’e l’asfalto e al posto di trote e cavedani guizzano via veloci tir e automobili tra rive di capannoni industriali e centri commerciali. Un paio d’ore fa eravamo immersi nella selvaggia natura e ora…
Siamo stanchi, non parliamo, Lario sul sedile posteriore si è appisolato e anch’io sento gli occhi quasi mi si chiudono; allora rompo il silenzio: “Però nei hai preso di sole! Sei rosso come un peperone.” Dico rivolgendomi a Franz.
“E tu no?”
E’ stata una bella escursione, un’evasione dalla quotidianità. Ma come le domeniche a piedi, passa in fretta e resta solo il ricordo di una giornata vissuta diversamente, il traffico caotico e l’aria asfissiante ti riportano alla dura realtà.
Arriva il momento di salutarci e stringendoci calorosamente la mano ci diciamo: “Allora, alla prossima.”
“Sì. Alla prossima.”
La sera prima di addormentarmi non ho negli occhi, stranamente, le immagini di quegli ampi panorami, del verde dei boschi, delle fresche acque dei ruscelli, ma ho negli occhi le immagini di quelle case assediate dai tir, di quelle striature sui loro muri, di quelle che sono state abbandonate , di quella donna col suo bambino tra un tir e il muro di casa. Penso a tutti quei paesi di montagna, ma anche di pianura, che sono attraversati e tagliati in due da strette strade statali, alle case che si affacciano su di esse, alle famiglie che vi vivono tra sgasate di tir e strombazzate di clacson, e a quelle che si trovano a due passi da autostrade, a cui è stata tolta anche la visuale da orrendi muri di pannelli antirumore. Mi addormento così.
Sarà una notte da incubi. Incubi da …smog in valpadana

"Sympathy" di Leila Mascano

di Leila Mascano

Un servo silenzioso mi ha condotto, attraverso le stanze del castello, fino a questo salone dove arde un immenso camino. Il mio signore mi volta le spalle. Rimane a lungo a contemplare le fiamme, tanto che mi chiedo se sappia che sono qui. I miei piedi nudi non fanno rumore sul pavimento di pietra.
- E dunque Thomas, nella sacra rappresentazione tu vorresti essere Satana. Almeno è questo che hai sussurrato ad un compagno. Sai che cosa potrebbe costarti una simile affermazione?
Il mio signore si gira verso di me. E’ un uomo alto, robusto, vestito di nero. Calza pesanti stivali. Per un attimo mi sembra di vedere ardere i suoi occhi nella penombra. Si avvicina, mi solleva il mento.
- Il nostro bellissimo arcangelo vorrebbe indossare le vesti del demonio…
- Perdonatemi, signore, riesco a dire con un filo di voce. Fu osservando un dipinto nella chiesa che mi venne quest’ idea. Sapete, quello dove si vedono gli angeli giocare. Ce n’è uno in disparte che guarda i compagni con occhi gelosi. Per la sua posizione, le ali non si vedono, e forse per un gioco del pittore, se guardate bene, le volute disordinate dei riccioli sembrano alla sommità del capo due piccole corna…
- E dunque?
- Fu lo sguardo dell’angelo-demone, lo sguardo dell’escluso, e la pena che ne provai, a mettermi in bocca quelle parole insensate che, ne convengo, potrebbero costarmi la vita.
- Parli bene, ragazzo, ma per giustificarti peggiori la tua situazione. Come puoi provare pena per chi ha osato sfidare Dio, per chi gli ha voltato le spalle, per chi è diventato signore delle tenebre?
- Penso alla nostalgia, signore. La nostalgia del Paradiso… quella che ci ossessiona tutti, anche se non lo sappiamo. Dev’essere atroce per chi lo conobbe e ne conserva la memoria, esserne escluso per sempre.
- Per sua scelta, Thomas.
- Ma fu davvero sua la scelta? Fu scelta un cuore superbo, un animo ribelle, ed occhi gelosi? Noi diciamo che l’agnello è mite e il lupo feroce, ma perdonatemi, signore…
Taccio, con le orecchie in fiamme. Devo essere impazzito a parlare così.
- Continua, Thomas. Niente di quello che dici uscirà da queste mura. Non farò come il tuo infedele compagno.
Con voce incerta riprendo a parlare.
- Non vi è merito nella mitezza dell’agnello, né colpa nella ferocia del lupo.
- E la conoscenza, Thomas? Il frutto fatale…Si chiama libero arbitrio, cosa che tu certo non puoi sapere, ed è la facoltà di scegliere, che ci contraddistingue dalle bestie.
- Ma io credo, perdonatemi ancora signore, che vi siano istinti così feroci in alcuni, che è fatale soccombervi…
- Per chi è schiavo di Satana.
- O di una natura feroce che non sa dominare Sapete che qui a Machecoul molti fanciulli spariscono. Si parla di sacrifici efferati, ad opera di creature diaboliche…
Gli occhi del mio signore sono vicinissimi ai miei. Le sue pupille, ora, sembrano due gallerie senza fine verso il buio.
- Parla dunque, mi sollecita ancora.
Il suo sguardo mi mette i brividi, la mia anima lotta per non sprofondare in quell’abisso. Egli ha potere di vita e di morte su di me, e so che da questo colloquio dipende la mia sopravvivenza, eppure non so mentire.
- Ebbene, io mi chiedo se chi nel segreto della notte vive in un’orgia di sangue, violando e massacrando quei corpi che sono ad immagine e somiglianza di Dio…ebbene, quell’uomo, quegli uomini avranno un attimo in cui malediranno il loro destino, chiederanno: Signore, perché?
Il male, mio signore, “è”il castigo in sé, il vuoto di Dio…Avrebbero quegli uomini, se avessero potuto, scelto un destino di scelleratezze, di orrore?
Sono turbati gli occhi di Gilles de Rais dalle mie eresie. Sento che il mio destino è segnato.
- E cosa dovrebbero fare dunque costoro?
- In quegli attimi di smarrimento affidarsi a Dio, alla sua giustizia. In nome di quei soli attimi, saranno perdonati, ed Egli li avrà cari, come la pecora smarrita.
- Vattene, Thomas. Dirò al mio cappellano che tu hai espresso il tuo folle desiderio per castigare il tuo orgoglio, avendo pensato che con la tua bellezza tu solo potevi impersonare l’arcangelo. Tieni per te queste eresie, che potrebbero condurti al rogo. Non voglio più rivederti.
Non so perché le lacrime mi scorrono sul viso. M’inginocchio.
-Non scacciatemi, mio signore. Non volevo farvi andare in collera. Sono solo un ragazzo ignorante che pensa troppo.
I suoi occhi non sono più terribili, ora. C’è una strana dolcezza in loro, e nella voce che mi dice:
- Sarai Gabriele nella rappresentazione sacra, il messaggero di Dio. E’ un ruolo che ti si addice. Vai ora, e ricordati: non voglio vederti mai più.
Scivolo via nel dedalo di stanze che mi ricondurrà all’aperto.
Che Dio mi perdoni, ma negli occhi del mio signore ho visto le fiamme dell’inferno, e tutta la tristezza di Lucifero.

"Tanto una brava persona" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

La città a quell’ora è il solito caleidoscopio di musicanti, accattoni, coppie ben vestite e tipi loschi, che vengon chissà da dove, per andarsene certo da qualche parte.
La signorina Poppel si ferma un attimo, nel corso della sua consueta passeggiatina serale, voltando lo sguardo intorno.
Di musicanti, accattoni e tipi loschi si è già detto. Anche di coppie ben vestite, che si recano all’opera per ascoltare con distratta ammirazione le musiche di Wagner o di Lehàr, ce n’è a bizzeffe.
Gli strilloni, strategicamente dislocati nei principali incroci, si sgolano a spiegare tutti i retroscena dell’ennesima crisi anglo-tedesca e le solite lamentele degli ungheresi, un popolo che, se spendesse meno tempo a piangersi addosso ed un po’ più a lavorare, sarebbe certo più utile alla grandezza dell’impero cui gli si fa l’onore d’appartenere e invece sanno solo dare grattacapi al povero Franz Josef, che Iddio ce lo conservi in salute, insieme alle nostre tradizioni. E non si capisce davvero per quale motivo dovrebbero cambiare le cose, visto che vanno così bene e godiamoci Vienna, finchè al Kaiser ed agli inglesi non salta alla testa qualche nuovo ghiribizzo, che noi abbiamo già i nostri bravi problemi con gli slavi e gl’italiani, per non dimenticare gli ungheresi, un popolo che dovrebbe pianger di meno e lavorare di più, ma forse questo s’è già detto.
La signorina Poppel riprende il cammino, mentre gli organetti nei vicoli fanno risuonare le loro magre versioni di Wagner e Lehàr, che anche il popolino ha diritto ad andare all’opera e può dirsi fortunato di andarci a modo suo, restandosene comodamente sull’uscio di casa a udire le melodie più armoniose, senza il fastidio di doversi vestire di tutto punto e passare metà del tempo ad inchinarsi alla contessa di Vattelapesca o al principe di Chissàdove, per tacere dei continui scossoni di un viaggio in carrozza, che ormai bravi cocchieri, docili di briglia e saldi di frusta, non ve n’è più e quelli di adesso son tutti ungheresi.
Un velo di pioggia fa luccicare i marciapiedi ed i cilindri dei signori diretti all’opera, ma è stata solo una di quelle pioggerelline d’inizio autunno, buone a rinfrescar l’aria, che ci sarà tutto l’inverno, per spremer acqua dalle nuvole e non c’è da invocarla, anzi, che da noi freddo e pioggia son merce comune e l’inverno più freddo della mia vita fu un’estate passata a Vienna, com’ebbe a dire quell’italiano in visita di piacere, certo avvezzo a ben altri climi, come i suoi compaesani d’altronde e per loro vale quello che s’è già detto degli ungheresi, anzi peggio.
La signora Poppel affretta il passo, stringendo a sé la sporta con dentro patate, cipolle ed un bel cavolo. Che comincino ad allenarsi alla convivenza già da ora, che ne dovranno passare di ore nella pentola, a bollire senza stufarsi ed a stufare senza tediarsi. E basteranno per rallegrar la tavola, conditi con un po’ di pane raffermo, un sorso d’acquavite per estinguer la sete ed un quarto di salamino ungherese da farci la punta, che l’acquavite fa venir fame ed il salame sete, ed è un bene che questi due elementi vadan così d’accordo e dimenticate quanto s’è detto finora degli ungheresi, che almeno riguardo ai salami son gente seria e forse solo per questo l’imperatore se li tiene ancora belli stretti, invece di sbatterli fuori a calci dalla porta di servizio.
Mentre rincasa, la signorina Poppel non manca mai d’osservare le vetrine, piene di merce sfavillante, giunta da ogni angolo d’Europa. Qua i gioielli dei migliori orafi olandesi, là le stoffe fiamminghe e i cappelli parigini. Ed i vini italiani e francesi, le salsicce bavaresi, l’acquavite dei Carpazi e soprattutto le torte, la celeberrima pasticceria viennese, con la glassa di cioccolato e le creme di mille gusti e sfumature, che solo per questo motivo il mondo dovrebbe voler bene all’aquila con due teste e farla volare in pace, per i fatti suoi.
Mancano solo due traverse alla casa della signorina Poppel, quando all’improvviso una carrozza, certo condotta da un ungherese, svolta all’improvviso da una via laterale. La signorina Poppel evita per un pelo gli zoccoli dei cavalli, solo per essere urtata da una sporgenza del predellino, finendo nel fango, senza che quel farabutto d’un cocchiere, né i passeggeri del mezzo, la degnino d’attenzione. Stesa in mezzo alla strada, contempla con rabbia le verdure sparse nel fango e soprattutto il suo bel cavolo, di cui era così orgogliosa, spiaccicato a faccia in giù, come un fiore calpestato. Lacrime d’indignazione le montano agli occhi e non basterà certo un quarto di salame ungherese a cui fare la punta, per ritrovare il buonumore stasera, né qualche sorso in più d’acquavite. Non certo con un cavolo di quella risma, che solo a vederlo sarebbero schiattate d’invidia la signora Mettelbaum e tutto il resto del vicinato, ridotto ormai a brandelli.
C’aveva impiegato una buona mezz’ora a sceglierlo, che sembra cosa facile, ma non lo è. Il cavolo deve avere innanzitutto la grandezza giusta, perchè troppo piccolo lascerebbe inappagati e troppo grande c’è il rischio di doverne mangiar per giorni e non sia mai detto che si getti via la grazia di Dio. E poi ha da esser orgoglioso, quasi tronfio di sé e delle sue forme, da portarlo in cima all’altre verdure nella sporta, con la stessa euforia con cui qualche damerino di buona famiglia attraversa il Prater in compagnia della ballerina più formosa, che non se la sposerà, questo è certo, a meno che non sia così folle da voler rinunciare a rendita e patrimonio, ma per stasera se la spassa e che il mondo veda e soprattutto abbia invidia.
Invece del cavolo restano solo sparute vestigia, ormai a brandelli e sozze di fango. A voler essere ottimisti, si potrebbe recuperar qualche patata, che queste son più dure delle cipolle, ma quanto alle ultime, poco c’è da prendere e non s’è mai vista una zuppa di sole patate, che queste son cose da prussiani, cugini si, ma fino ad un certo punto.
E proprio in quell’istante un giovane si ferma giusto all’altezza della signorina Poppel e le chiede se ha bisogno d’aiuto.
E’ un ragazzo di circa diciannove-vent’anni, vestito in modo povero, ma dignitoso, con due immensi occhi chiari, l’aria triste ed un ciuffo di capelli neri, che ricade continuamente sulla fronte.
E’ molto magro, ma riesce comunque a far rialzare da terra la signorina Poppel e subito dopo si mette a setacciare il fango, per riporre nella sporta gli ortaggi ancora commestibili, con la tranquilla pazienza della gente onesta, che ben sa quanto sia preziosa, di questi tempi, ogni patata e ogni cipolla.
Poi, riconsegnata la sporta alla legittima proprietaria, insiste per accompagnarla fin sull’uscio, timida richiesta che la claudicante signorina Poppel accetta di buon grado, datosi che le strade son piene di cocchieri ungheresi, ubriachi d’acquavite e di Dio sa che altro.
Quel gesto d’umana solidarietà fa ritrovare il perduto buon umore alla signorina Poppel e mentre s’avvia verso casa, aggrappandosi al magro braccio del giovanotto, pensa che forse basterà far la punta al salame ed in fondo, per una sera, ci si può pure accontentare di qualche patata lessa, magari accompagnata da un bel tocco di formaggio. L’importante è che ci sia ancora della brava gente, giovanotti come quello, che piuttosto che correr dietro alle gonnelle o infarcirsi la testa con le bufale di quei socialisti senza Dio, sono capaci di un bel gesto, di dare una mano ad una povera donna in mezzo ad una strada.
Arrivati sull’uscio, il giovane si congeda, quasi non volesse arrecare altro disturbo e se non fosse che la signorina Poppel è una donna onesta, che giammai ospiterebbe in casa uno sconosciuto, ci sarebbe da invitarlo a cena e divider con la sua mite povertà le patate lesse, il formaggio e perché no, anche il salame ungherese.
- Aspettate un attimo. Come vi chiamate, giovanotto? –
- Adolf. Adolf Hitler. –
- Che Dio vi benedica –
- Auf wiedersehen – risponde il giovanotto prima di perdersi nelle ombre della sera e la signorina Poppel pensa che sì, ha incontrato proprio una brava persona.

"The Kingmaker" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica
Allora come oggi, che sia quacun altro o che siamo noi, nulla cambia il risultato

The Kingmaker Pag.1

Mi sembra ancora di vederlo, il Fabbricante di Re, curvo sul bancone della sua officina, tra assi di legno e secchi di colla, pannelli di cartapesta e tubi metallici.
C’era sempre fila, fuori dalla sua porta e mai, dico mai, a qualsiasi ora del giorno o della notte, in giorno feriale o festa comandata, che scontentasse qualcuno.
Chiunque veniva, dopo una ragionevole attesa, più o meno lunga a seconda del lavoro da effettuare, se ne andava via con il suo bravo re sotto il braccio, magari non del tutto contento del risultato, perché il Fabbricante non teneva in alcun conto le istanze della clientela e costruiva i monarchi a proprio capriccio, ma certo con l’animo più sgombro, datosi che, oltretutto, l’opera era stata svolta a titolo gratuito.
Il Fabbricante di Re, infatti, non traeva alcun compenso dalla propria attività limitandosi, come si è detto, ad esercitare un legittimo arbitrio sulle qualità e peculiarità del prodotto finale.
Aveva ben voglia di esigere, il cliente di turno, re tiranni o costituzionali, crudeli o caritatevoli, con baffi e senza baffi. L’onesto artigiano, ascoltati i desideri del nuovo arrivato, si grattava la testa per un paio di minuti con fare stordito, indi traeva il necessario dal materiale presente nell’angusta officina, e cominciava subito a smartellare.
Qui una lastra di lamierino leggero, lì due tavole in compensato, là in fondo alcuni chiodi a testa piatta e così via.
Dopo un certo periodo di tempo che, come abbiamo già detto, poteva essere più o meno lungo, consegnava il prodotto finito e passava al cliente successivo.
A volte il risultato soddisfaceva pienamente le aspettative, altre volte meno.
Ma come? Io vi chiesi un monarca orgoglioso e fiero, barbuto come Carlo Magno e capelluto come Sansone, con membra di quercia e membro d’ebano, ridondante di virile possanza e voi recaste meco siffatto mingherlino, glabro, monco e guercio, che giammai sarebbe capace di partorire impresa, né tantomeno far partorire ad altrui propria figliolanza?
Ma il Fabbricante di Re non lo degnava nemmeno di un risposta, già intento ad eseguire la successiva ordinazione ed al cliente non restava che andarsene con le pive nel sacco, recando al proprio popolo funesta novella e probabilmente, ancor più funesto monarca.
Questo perché, essendo il solo ad operare in quello specifico mercato, il Fabbricante di Re agiva in regime che potremmo definire, di assoluto monopolio, che non c’era altri che lui a saper svolgere quel compito ed in più, l’ulteriore soprammercato dell’assoluta gratuità dell’opera, svelleva sul nascere la mala pianta del reclamo, erba gramigna e selvatica, che alligna in ogni specie di commercio.
D’altronde l’anziano artigiano godeva di una modesta rendita e si adoperava nella sua officina per puro amore dell’arte.
In molti dei paesi in cui regnavano creature da lui costruite, la stampa, ingrata e malevola, si scatenava, intingendo la penna nel veleno, per descriverlo di volta in volta, come l’Oscuro Manovratore, il Grande Vecchio, il Persuasore Occulto, quando invece egli era soltanto il Fabbricante di Re.
Invero un benefattore, più che un despota.
Se poi i re gli venivano a suo capriccio e non seguendo le pur ragionevoli istanze della clientela, ebbene di questo non ne aveva alcuna colpa. Volere il contrario sarebbe come pretendere che Giotto, Michelangelo o Raffaello sottostessero ai desideri dei mecenati, volesse il caso che uno di essi capitasse, che so, nella bottega di mastro Giotto un bel mattino, imponendogli di dipingere questo e quest’altro.
Veh, mastro Giotto, che voi la vedete dotata di siffatta bruttezza la madonna mia?
Io vedo solo ciò che è, Vostra Signoria.
Ma lavorate di fantasia, ove la natura non s’assomiglia. Quella verruca, ad esempio, la si potrebbe pure eliminare, tanto è particolare di nulla importanza, disadatto a raffigurar il sembiante!
Tale verruca eppure esiste, Vostra Signoria, e dalla mente mia niuno puote scacciarla.
Non è che vi dissi di far la madonna mia, manchevole del naso, delle orecchie o d’altre parti che abbelliscono l’intima sua sostanza. Solo la verruca vi chiesi di dimenticare, che essa non giova né a chi la possiede né, soprattutto, a chi la mira.
L’arte mia non consente siffatte dimenticanze, se madonna tanto verrucosa un dì v’aggradò, e perché essa possiede invero maggior beltade interiore. Specchiatevi in quella dunque ed anche la verruca gradevole v’apparirà!

The Kingmaker Pag.2

E con parole come queste mastro Giotto liquidava qualsiasi mecenate che s’intromettesse, ma erano tempi diversi, in cui la persona dell’artista era oggetto di maggior cura e rispetto da parte del prossimo.
Per il Fabbricante invece le cose andavano diversamente. Aveva un bel chiarire che solo l’estro del momento e l’ispirazione creativa dettavano alle sue mani il da farsi. Tutti, clienti e giornalisti, stavano lì a criticare, a tramare, ad insinuare che egli, con oscure manovre, intendesse appropriarsi del potere mondiale.
S’era chiesto un re tranquillo, di quelli che bacian bimbi ed aiutano le vecchiette ad attraversare la strada e egli c’ha fornito codesta sottospecie di malandrino, che solo dallo sguardo già s’intravede il desiderio d’attaccar briga col prossimo, e far guerra persino ai suoi stessi alleati.
E noi invece? Era desiderio del popolo un santo monarca, che ci riconciliasse con la fede e con Dio e c’è cascato tra capo e collo un soggetto che non vi dico. Bestemmiatore e baro, ingordo e lussurioso, che né una donzella, ne una coppa di vino, sfuggono alla sua presa rapace e pur di finanziar bagordi sempre nuovi, s’è incaponito d’apparecchiar la guerra!
Potreste pure dirvi sfortunati, poveretti, se non fosse che a noi è toccata sciagura inver peggiore, che s’era domandato un re bello come il sole, biondo come il grano e con gli occhi color del cielo, cosicchè tutto il mondo ci invidiasse e c’ammirasse per cotanta schiatta di sovrano e quel falegname da quattro soldi c’ha rifilato una nanerottolo scuro come la pece, con i capelli tutti torti e con un occhio solo, però albino ed è tanto l’orrore che smuove nell’altrui la sua figura, che vuole dichiarar guerra a tutti coloro che lo trovan repugnante, per lavar l’onta col sangue.

Insomma, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, tutto il pianeta era sull’orlo di una guerra mondiale, terribile e devastante, perché per l’intricato gioco delle alleanze, se Tizio combatteva Caio, allora Sempronio era costretto ad intervenire, trascinando a sua volta altri nel conflitto.
Che almeno si trattasse di una guerra all’antica, di quelle di una volta, ove uomo uccide uomo ed è il valor di spada a dettar legge, No! Quel farabutto ha atteso l’era peggiore per dar seguito al suo folle piano, che ora basta premere un bottone e mille cascan giù, come colpiti da febbre terzana e dopo quelli altri mille e via così, fino alla fine del mondo.
Continui conciliaboli si tenevano in quei giorni, nelle Sale degli Specchi, nelle ambasciate e nei palazzi d’Inverno. Come disfare quanto già fatto? Come evitare l’inevitabile?
Abbisognerebbe che ciascuno facesse un passo indietro, sventando così il folle piano.
E chi m’assicura che mentre intraprendo codesto passo, uno di voi non mi pugnali alle spalle?
Ciò che più necessita, caro amico, è la reciproca fiducia.
Invero necessita, ma non è sostanza facile, né da ottenere, né da dare, soprattutto da quando siete ricorsi ai servigi di quel falegname, per ottenere siffatto re che ci ha messi tutti negli impicci!
E sarebbe nostra la colpa? E voi invece, che imploraste e supplicaste per ottenere alfine, sire così infingardo che persino le gocce d’acqua spesso non osano dargli le spalle, mentre si lava, per tema di un tradimento.
Questa è pura menzogna, perché è ovunque risaputo che il sire nostro non è uso lavarsi, né spesso, né mai, per tema di rovinar l’incarnato!
E di siffatti costumi voi menate gloria?
I costumi nostri non vi riguardano e poi meno acqua adopra il monarca per le abluzioni sue, più ne resterà al suo popolo!
Io dico che è tale il puzzo che giunge di là dai vostri confini, che vi dichiareremmo guerra anche da soli, per far cessare l’orribile tanfo!
Parlate invero bene, per essere un popolo aduso a pascolar le mogli e sedurre le capre!

Cosicché spesso le discussioni diplomatiche degeneravano in duelli sanguinosi e ciò che s’era intrapreso per dirimere, invece s’annodava sempre più.
Finchè, un bel giorno, quando niente ormai sembrava possibile, per evitare la più atroce ed inumana delle guerre, un vecchio diplomatico s’alzò a parlare di fronte all’assemblea dei popoli riuniti.
Ahimè cari signori, il litigio ha piedi veloci, ma ne fa assai poca di strada! Da mesi ormai non facciamo altro che discutere, con l’unico risultato di inimicarci sempre più l’un con l’altro.
Come le prede del ragno, ci dibattiamo nella ragnatela ottenendo solo di aggrovigliarla maggiormente!

A queste sagge parole, anche i più bellicosi chinarono il capo, proponendosi di ascoltare il seguito.

The Kingmaker Pag.3

Accapigliandoci gli uni con gli altri, sembriamo tutti aver dimenticato chi è l’autentico colpevole di siffatta questione! Egli senza dubbio sogghigna, vedendovi litigare, e in voi non sembra esserci altro desiderio che soccorrere il suo gioco! In questi anni abbiamo costruito immensi eserciti, mandiamoli alla dimora del Fabbricante e facciamolo portare in ceppi di fronte a quest’assemblea. Che renda conto dei suoi innumerevoli torti!
E dopo queste parole, una rappresentanza di tutti i maggiori eserciti si recò presso la casa del Fabbricante di Re, intimandogli di seguirlo.
Quando questi comparve, in catene di fronte all’assemblea, alte urla si levarono verso di lui ed innumerevoli pugni si alzarono per minacciarlo.
Il Fabbricante, per nulla turbato da tutto quel trambusto, si fece avanti e cominciò a parlare.
Popoli della Terra, di cosa mi si accusa? Si dice che l’umanità intera sia sull’orlo di una guerra rovinosa per causa mia? Che le mie occulte trame abbiano condotto a ciò?
Immagino che questa soluzione sia la più facile a prendersi. Incolpare me d’ogni male possibile e discolpare voi d’ogni probabile conseguenza. E allora perché odiarmi? In fondo vi si offre la possibilità di dar sfogo ai vostri più bassi istinti, facendone ricadere la colpa su di me.
Invero dovreste ringraziarmi!
Invece mi pare di vedervi, popoli della Terra, fuori dalla mia officina, con i vostri melensi sorrisi, con l’atteggiamento che è proprio dei servi, vogliosi d’ingraziarvi la mia benevolenza, per ottenere sconti su ciò che non ha prezzo!
Chi vi costrinse a venire, popoli della Terra? Chi vi supplicò d’accettare la mia opera? O foste voi, piuttosto, ad implorare che vi fabbricassi i re più disparati e c’era chi lo voleva bello, chi forte, chi magnanimo e giusto. Ma non era in mio potere darveli quei re, popoli della Terra, perché l’unico obbligo cui la mia arte soggiace è l’amor del vero. Come un grande pittore non può far a meno di dipingere una verruca sul volto, così io debbo costruire i monarchi ad immagine e somiglianza di chi li desidera. Volevate dei re migliori? Avreste dovuto render prima migliori voi stessi!
A ciascuno ho dato il suo ed a nessuno è stato fatto torto. Ma accettare questo, sarebbe pretendere da voi il senno che non avete e che ricercate in questi vuoti simulacri!

Ciò detto scese dal podio e cominciò a percuotere tutti i re presenti, facendoli cadere al suolo e rivelandoli per ciò che erano, legno e cartapesta, metallo e chiodi, colla e vernice.
Adesso direte che vi ho ingannati, che con arti illusorie vi ho fatto credere ciò che non era. In verità vi dico che avete ricevuto per quanto avete pagato. Nulla, in cambio di niente.
E com’eravate contenti, andando via dalla mia officina con un fagotto di stracci sotto il braccio!
E adesso vi dico, popoli della Terra, d’ora in poi fabbricateveli da soli, i vostri re e vedremo se sarete capaci di compiere un lavoro migliore del mio!

Quindi con un solo gesto sciolse le catene e si allontanò, scomparendo alla vista.
Da quel giorno i popoli della Terra presero l’abitudine di fabbricarsi da soli i propri re, e non con il legno e il cartone, ma scegliendoli tra gli uomini più saggi e meritevoli.
Nonostante questo, di nuove guerre ne scoppiano sempre.

"Un altro mondo" di Stefano Chiarato

Poco più in là della città c'è un mondo da visitare, da non dimenticare, da proteggere e preservare...

Un altro mondo - Pag. 1

di Stefano Chiarato
Driiin… driiin…
Squilla il telefono. Rispondo: “Pronto?”
“Ciao Ste, Come va?”
“Oh! Ciao Franz…”
Dopo i soliti convenevoli di rito, si passa a parlar di cose serie.
“Allora? Sabato si va in montagna, c’è anche Filo. Ci sei?” mi chiede Franz.
“Volentieri! Avete già un itinerario?” domando a mia volta.
“Non ancora, ma basta prendere in mano una cartina e lo si trova.”
Un’escursione non inizia quando ci si infila gli scarponi e si comincia a camminare, ma inizia molto prima: quando, sul tavolo di casa, si stendono le cartine e le guide con gli itinerari. Si studia il percorso, i tempi di percorrenza e li si confronta col tempo a disposizione, i punti d’appoggio, ci si informa se i rifugi sono aperti o chiusi e portarsi di conseguenza i viveri necessari, le condizioni meteo… Insomma, si cerca di lasciare al caso il meno possibile.
“Ma chi me lo fa fare…” è il primo pensiero che mi passa per la mente, quando un sabato mattina di metà settembre, alle cinque del mattino suona la sveglia. E’ ancora buio.
“Ma chi me lo fa fare…” ma è solo un attimo, poi sono subito in piedi. Certo, gli occhi non vogliono saperne di stare aperti, ma è come se dovessi rispondere ad una chiamata. La montagna mi aspetta. E’ il mio richiamo della foresta. Devo andare!
Una colazione frugale. L’incontro con gli amici; saluti e abbracci. Poi Franz punta il muso dell’auto in direzione nord e si va. Via!
In macchina si parla del più e del meno, delle ferie appena trascorse, del lavoro, di calcio, di musica… Ma soprattutto di montagna.
Sono da poco passate le otto, quando parcheggiamo la macchina oltre l’ultimo paese della valle. Lì finisce la strada; c’è una piccola piana e c’è un campeggio in cui c’è solo una piccola roulotte (chissà che impresa portarla fin quassù) e una tenda, attorno alla quale si muovono alcuni ragazzi, anche loro, come noi, in cerca di natura selvaggia. Siamo poco sopra i mille metri di quota fa freschino ed è molto umido.
Fervono i preparativi per l’escursione: gli scarponi, lo zaino, la macchina fotografica… soppeso lo zaino ed è già bello pesante, prendo in mano la giacca a vento, guardo i miei compagni e chiedo mostrandola loro: “Cosa faccio, la porto?”
“Ma no.” Risponde Franz con sufficienza e poi: “Hai già il pile…”
“Io la lascio qui, nel baule della macchina” Aggiunge Filo.
Faccio anch’io così. Poi guardo il cielo: c’è qualche nuvola che si è posizionata sulle cime circostanti e ne occulta la visione, ma si riesce a vedere, al di sotto, qualche lingua di neve.
“Però la mantellina per la pioggia la porto.” Dico rivolgendomi a loro.
“Ah, sì,sì! La porto anch’io.” Dicono quasi in coro.
Finalmente ci mettiamo in cammino; il sentiero si addentra nel bosco. Poco dopo incontriamo una vecchietta, tutta vestita di nero, che porta sulle spalle una fascina di legna. Scende con passo regolare,non molto veloce. E’ mattina presto, ed è già stata a far legna!
“Buongiorno!”
“Buongiorno!”
Dopo averla oltrepassata, mi giro a guardarla e cerco di indovinarne l’età: boh! Molti!
Allora Filo mi dice scherzando: “E tu hai lasciato giù la giacca a vento per non portarti il peso!”
“Ah! Perché tu no?” gli rispondo. “E poi non era una questione di peso, ma di spazio!”
Proseguiamo il cammino e veniamo investiti da un intenso profumo di ciclamini. Io li voglio vedere e mi fermo, mi guardo intorno e non li vedo. Faccio un paio di passi ed eccoli lì! Proprio dietro una grossa roccia. Mi fermo, tiro fuori la macchina fotografica e per fare la foto migliore che possa fare, non esito a sdraiarmi per terra incurante del terreno reso umido dalla pioggia di qualche giorno prima. Gli altri due intanto, che sono andati avanti, si fermano a guardarmi e Franz dice: “Peccato, poi, che quando guardi le foto non si possa sentire anche il profumo.”
Già, è proprio vero.

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Mi rialzo e li raggiungo che mi sto ancora scuotendo il terriccio e le foglie che mi si sono attaccate addosso. Nel bosco si susseguono i profumi con una cadenza quasi regolare: ora di resina, ora di funghi, ora di ciclamini…
Dopo un’ora di cammino il bosco lascia il posto all’alpeggio ed ecco lì, a non più di dieci minuti, il rifugio, la nostra prima tappa. Sul pennone per un attimo ondeggia il Tricolore illuminato dal sole. Il rifugio è aperto e si fa sosta, tanto abbiamo già guadagnato una mezz’ora di tempo sulla tabella di marcia.
All’interno il rifugio è accogliente e c’è un bel tepore; la stufa è accesa. Chiediamo un caffè.
“E qualcosa da mangiare no?” chiede Filo.
Così in attesa che sia pronto il caffè ci mangiamo una fetta di crostata.
“Cercavi la natura selvaggia… Quella mica è natura selvaggia.” Dico a Filo indicandogli la fetta di torta, “Quella è civiltà dei consumi!”
“Ti sbagli!” risponde addentando la fetta “Vedi qui? Mirtilli, fragoline di bosco… questa è natura selvaggia!”
“Mah! Sarà…”
Intanto intravediamo la caffettiera sul fuoco di là in cucina e uno sbuffo di vapore ne annuncia l’arrivo. Una volta rifocillati, Franz chiede al rifugista se nei pressi ci sia una sorgente per riempire la borraccia d’acqua.
“No. Se vuoi c’è il rubinetto in cucina, dammi!Te la riempio io.”
Va a riempire la borraccia e quando torna ci dice, con quel suo accento tipicamente montano: “La sorgente c’era. Era proprio qui dietro, ma si è prosciugata un paio di anni fa. In inverno non nevica e se nevica, nevica poco e d’estate le piogge sono scarse e non sono sufficienti a ripristinare la sorgente.” Poi aggiunge: “E poi dicono che il tempo sta cambiando, che ci sono i cambiamenti climatici. Il tempo è già cambiato, altroché…!”
In un attimo mi scorrono nella mente le immagini ripetutamente viste ultimamente, ai telegiornali della prolungata siccità dell’estate appena trascorsa, del grande fiume, in secca, che attraversa la Val Padana: le barche arenate sulla riva, i piloni dei ponti scoperti fino alle fondamenta…
“E allora dove va a prendere l’acqua?” domanda Franz.
“Ho dovuto fare un collegamento con un tubo e andare a prenderla almeno cinquecento metri più su, ad almeno un chilometro di distanza da qui.” Risponde lui.
“L’acqua è un bene prezioso.” Aggiunge Franz.
“Eh sì! A diversi rifugi sta capitando la stessa cosa. E’ sempre più difficile approvvigionarsi di acqua a queste quote.” dice il rifugista e poi aggiunge: “E pensare che nelle località turistiche, in inverno, non si fanno scrupoli di captarla dai torrenti o dagli invasi per farne neve artificiale. Con tutto quello che consumano, poi, di energia elettrica le pompe e i cannoni sparaneve!” ribatte il rifugista.
“Ah sì! Quelli lì di energia ne consumano un mare!”
“L’uomo deve divertirsi anche quando non si può! Deve sciare anche quando non c’è la neve…”
“E buona parte di quell’energia è prodotta col petrolio…”
“Sì, ma non solo, poi quando quella neve artificiale si scioglierà, non sarà più acqua pura, perché è stata trattata con additivi chimici, che trascinerà poi nei torrenti.”
Poco dopo usciamo dal rifugio un po’ sconsolati da quei discorsi, ma la nostra voglia di natura selvaggia non è diminuita.
Una foto al rifugio e via verso un altro rifugio che raggiungeremo valicando la dorsale a circa 2700 m. di quota. Dopo dieci minuti che ci siamo rimessi in cammino il rifugio alle nostre spalle è già piccolino. Camminiamo su prati verdi, inondati di sole, fa caldo, le cime delle montagne però sono ancora coperte dalle nuvole. Seguiamo i classici segnavia bianco- rossi che ci indicano il percorso. Ogni tanto incrociamo il tubo che porta l’acqua al rifugio che abbiamo lasciato alle nostre spalle. Camminare sull’erba è bello, sembra di camminare sul velluto; non si sente neanche il rumore dei propri passi. Qui e là ci sono tane di marmotte e ad un tratto eccone il classico fischio di allarme. Ci fermiamo, dirigiamo lo sguardo verso la zona da cui è partito il fischio, ma non riusciamo a individuarla. Poi ancora il fischio: “Eccola là! Su quel sasso!” mi affretto a dire.
“Dove?” chiede Franz.
“Là!” e indico la direzione coll’indice della mano e il braccio teso.

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Giusto il tempo di dire:“L’ho vista!” e il batuffolo di pelliccia corre goffamente a rintanarsi. Di marmotte ne abbiamo viste tante, ma ogni volta è sempre uno stupore, una gioia.
Riprendiamo il cammino e faccio strada io; ora non c’è un sentiero vero e proprio, si cammina sull’erba e incrociando ancora il tubo dell’acqua e guardandomi in giro per cercare di vedere altre marmotte, porto tutti fuori pista. Ci guardiamo attorno cerchiamo i segni bianco-rossi. Li ritroviamo un po’ più in là. Poi ci troviamo di fronte ad una bastionata e cerchiamo di individuare da che parte si dirige il sentiero: “Eccolo là!” dice Filo e aggiunge: “Porca miseria! Va su dritto per quella bastionata lì! Ci sarà da sudare!”
“Saranno almeno tre o quattrocento metri dritti in piedi!” commenta Franz.
Infatti il sentiero è bello ripido e la morbida erbetta lascia il posto a cespi di erba secca scivolosa come il ghiaccio, frammista a sassi instabili. Il sentiero è praticamente in verticale e ogni tanto lo abbiamo proprio davanti alla punta del naso.
Saliamo a zig-zag ansimando e a circa metà di quel pendio ci fermiamo e guardiamo indietro il percorso fatto. Ce lo abbiamo tutto nelle gambe impresso indelebilmente nella mente, vivo nel cuore.
Altra foto, poi giriamo lo sguardo verso le montagne che chiudono la testata della valle e restiamo meravigliati dalla visione di una piccola gemma incastonata nella montagna. Un vero gioiello. Un piccolo lago dalle acque turchesi, trattenuto lì da una morena frontale di un vecchio ghiacciaio ormai ritiratosi molto più in alto. E’ incredibile ciò che riesce a fare la natura. Su quella morena la vegetazione, con radi abeti ed arbusti, sta colonizzando i territori detritici lasciati liberi dal ghiaccio. Sembra quasi una competizione tra ghiaccio e vegetazione. Del ghiacciaio riusciamo a vederne una lingua un po’ più in alto del lago. La parte sommitale è occultata dalle nuvole.
Ci avviciniamo al passo e adesso che siamo all’ombra delle nuvole, si sente subito la differenza di temperatura. L’aria è fina. Filo è davanti e Franz qualche passo alle mie spalle. Filo improvvisamente si ferma e dice con stupore sottovoce: “Guarda!”
Un branco di camosci è proprio sul nostro sentiero, ne contiamo sette. Proseguiamo lentamente per non spaventarli e loro vedendoci arrivare non scappano ma si spostano con agile eleganza fuori dal sentiero, ci lasciano il passo e si fermano poco più in là. Hanno capito che non abbiamo intenzioni bellicose nei loro confronti. Giunti alla loro stessa quota ci fermiamo a guardarli. Noi guardiamo loro e loro guardano noi; poi si guardano tra loro e sembrano dirsi: “Ma dove vanno questi tre matti?”
Intanto tiro fuori la macchina fotografica; questa è un’occasione da non perdere! Monto lo zoom, inquadro un camoscio in primo piano e c’è poca luce perchè il sole è nascosto; devo usare un tempo d’esposizione un po’ lungo; allora impegno le forze per trattenere tutti i muscoli, tutti i nervi e infine fermo anche i polmoni. C’è silenzio, sento solo il battito del mio cuore: Tum! Tum! No quello non lo posso fermare. Sto per scattare, ma l’animale si sposta. Accidenti! Lo tengo inquadrato e va a posizionarsi proprio sopra una roccia. Un camoscio vanesio! Click!
Siamo rimasti fermi solo pochi minuti e le dita delle mani si sono già gelate.
Finalmente arriviamo su al passo e il tempo che fino adesso ci ha assistito, ora è cambiato. L’altro versante della valle è immerso nella nebbia; non si vede nulla e tira un’aria decisamente fredda. Sosta obbligata. Giù lo zaino e su il pile. Scendiamo abbastanza rapidamente, tanto non si vede niente, attraverso un’immensa pietraia. Saltiamo quasi allegramente da una roccia all’altra seguendo i segnavia bianco-rossi dipinti sulle rocce.
Poi finalmente la nebbia si dirada, la luce aumenta e intravediamo laggiù il nostro rifugio accanto ad un piccolo lago. Laggiù c’è il sole. Sul pennone non sventola la bandiera, perciò è chiuso, ma noi abbiamo i nostri panini.
Appena veniamo investiti dalla luce solare nuova sosta obbligata: giù lo zaino e giù il pile; fa di nuovo caldo.
Arriviamo al rifugio. Non c’è nessuno. Siamo soli in questa immensità. Tutto è silenzio. Addirittura si sente il rumore di un leggero alito di vento. Incredibile! E pensare che ad un centinaio di chilometri di distanza una fiumana di gente rumorosa, in questo stesso momento, si starà accalcando in un centro commerciale o in un ufficio pubblico!
Sostituiamo gli indumenti sudati e poi fuori i panini!
Io ho portato anche mezzo litro di vino che ho travasato in una bottiglietta di plastica.
“Ma nella bottiglia di plastica…” mi si rivolge con ammonizione Franz.
“Il vetro nello zaino pesa! Ma se non ti va…” gli rispondo.
“No, no, un goccio ci sta bene!”
Seduti su di una panca, attorno a un tavolo in legno, mentre addentiamo i nostri panini, non possiamo fare a meno di notare i pannelli fotovoltaici che servono per l’alimentazione elettrica del rifugio.

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“Ecco un modo intelligente di produrre energia elettrica.” dice Franz.
“Qui non c’è altra alternativa…”dico io.
“Peccato che questo sistema sia sfruttato così poco.” Replica Filo.
“Già! Io non capisco cosa ci voglia, quando si costruisce una casa nuova, a dotarla già di impianto fotovoltaico. Non è mica fantascienza.”
“E perché non mettere un piccolo pannello all’angolo di ogni strada, per l’illuminazione dei lampioni?” gli replica di nuovo Filo
Anch’io voglio entrare in quel discorso: “Lo sapete che tra qualche anno le normali lampadine ad incandescenza saranno eliminate dal commercio e sostituite da quelle a risparmio energetico?”
“Ma se le normali lampadine consumano troppo perché non eliminarle da subito?” sbotta Franz.
E Filo: “Mah! E poi in una abitazione, quello che incide sul consumo, non è tanto la lampadina quanto gli elettrodomestici.”
Riprende di nuovo Franz, che in questo campo, è proprio il caso di dire, si illumina: “E allo stesso modo, nella società, ciò che determina il consumo, non è l’abitazione privata, ma l’industria.”
Né Filo, né io gli replichiamo e lui riprende: “Lo vengono a dire a noi di risparmiare energia. Ma le industrie? Pensate, per esempio a quella dello sport e al calcio in particolare: le partite si giocano quasi tutte in notturna; ma gli fa così schifo alle squadre a tornare a giocare tutte insieme la domenica pomeriggio sotto la luce del sole? E come se non bastasse vogliono anche riscaldare i terreni di gioco! E per cosa? Per esigenze televisive.”
“E’ vero.” Gli rispondo e poi aggiungo: “Perfino lo sci che è uno sport tipicamente mattutino, ora ha le sue gare in notturna.”
“Roba da matti!” dice Filo mentre si prepara un altro panino.
“E il commercio? Con tutti i centri commerciali che ormai sono aperti quasi regolarmente tutte le domeniche? Quelli non consumano energia? E le insegne dei negozi che rimangono accese tutta notte? Certo che se si vuole rendere la notte uguale al giorno e le feste uguali ai giorni feriali, il fabbisogno di energia aumenta!”
“Dai! Finisci di mangiare!” dice Filo rivolgendosi a Franz.
Ma lui replica di nuovo: “E poi vengono a dire che si devono costruire le centrali nucleari perché è aumentato il fabbisogno elettrico. Ma dobbiamo costruirle per poi buttare l’energia prodotta dalla finestra?”
“E’ vero! Prima impariamo a risparmiare, poi sfruttiamo l’energia solare e poi se proprio sarà necessario passeremo al nucleare.” Gli rispondo io.
“Non serve il nucleare!” ribatte lui seccato.
Intanto il sole ha preso a giocare a nascondino, i panini sono finiti e Filo propone di alzare i tacchi e iniziare a far ritorno.
“Dammi il tempo di fare Qualche foto qui intorno.” Gli rispondo.
Fatte le classiche foto di rito, rimettiamo gli zaini sulle spalle e ritorniamo sui nostri passi.
Ci dispiace dovercene andare; si sta così bene in quell’oasi di pace… e prima di rimetterci in cammino, ci fermiamo un attimo; ci guardiamo in silenzio. Ci guardiamo intorno e memorizziamo nella mente ogni particolare.
Ci siamo solo noi. Che sensazione! Indescrivibile!
Dopo dieci minuti siamo avvolti nuovamente nella nebbia, ma adesso il freddo si sente meno perché arranchiamo in salita. Poi sento una goccia e poi un’altra: “Ehi! Ho sentito delle gocce.”
“Anch’io.” Dice Franz.
“A me non sembrano gocce d’acqua, mi pare quasi neve.” Interviene Filo.
“E’ vero! Oh porca miseria!”
Sono piccole palline di ghiaccio, a metà tra la grandine e la neve. Ma è poca cosa.
“Caspita! Siamo solo a metà settembre!” Dice Filo.
La precipitazione aumenta d’intensità, ora è un misto di pioggia e neve. Ci tocca una nuova sosta forzata per indossare le mantelline. Accidenti quanto mi scoccia camminare con la mantellina: sopra sei bagnato perché piove e sotto sei bagnato perché sudi!
“Se nevica, o anche se piove, voglio proprio vedere come faremo a scendere dal pendio che prima abbiamo fatto in salita!” dico a un tratto ai miei amici.
“Ah sì! Diventerà particolarmente insidioso. Bisognerà porre mille precauzioni” ribatte Franz.
E Filo: “Bisognerebbe aver quattro zampe e l’agilità dei camosci di prima. Avete visto loro, come si muovevano tranquillamente, su quel pendio!”
In prossimità del passo nevica decisamente. Fa freddo. Nessuno parla. Tutto è silenzio, solo il rumore dei nostri passi e quello soffuso della neve. Siamo soli. Noi e forse qualche camoscio sulle rocce più alte. La nebbia chiude l’orizzonte qualche passo più in là del nostro naso, ma la sensazione di immensità che si vive è paragonabile all’infinito universo. Finalmente arriviamo al passo. Dall’altra parte non c’è la nebbia ma piove. Scendendo camminiamo con attenzione per non scivolare.
Quando torniamo a camminare sui morbidi prati dell’alpeggio finalmente smette di piovere e siamo felici di rivedere un raggio di sole.

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Mi volto indietro e uno splendido arcobaleno si staglia davanti alle nere nubi che occultano il valico. Sale dal fondovalle e va a incastrarsi là, sul fianco della montagna dove abbiamo visto quello splendido laghetto. Si dice che dove finisca l’arcobaleno ci sia un tesoro e il tesoro è proprio quel laghetto e noi lo abbiamo visto. Questo posto non finisce di regalarci emozioni.
Prima che l’alpeggio ceda il posto al bosco notiamo una baita un po’ più in alto. Anzi la notiamo perché un cane abbaia al nostro passaggio. Dal camino esce un fil di fumo.
Dalla baita esce un uomo. Con un braccio ci fa ampi segni di salire. Noi rispondiamo salutando a gesti.
Poi ci butta una voce: “Oee…! Vegnì su… A fò ‘l cafè!”
Noi senza fermarci gli rispondiamo che è tardi e dobbiamo andare.
Stizzito ci fa cenno, con un braccio, di andare a quel paese!
Ci fermiamo, ci guardiamo in silenzio. Ognuno di noi sa che non possiamo rifiutare l’invito di quell’eremita. Magari non vede nessuno da parecchio tempo.
“Arriviamo!”
Improvvisamente mi viene alla mente il ricordo di quell’escursionista disperso che avevamo incontrato in un’altra nostra uscita. Aveva perso il sentiero a causa della neve. Da un paio di giorni vagava senza ritrovare i propri passi; aveva dormito in un anfratto. Era stanco ed affamato. Mi è rimasto impresso che quando gli ho dato la mano per salutarlo, non la mollava più, la stringeva forte. Era così felice di vederci… Quella stretta di mano non la scorderò più.
Intanto arriviamo alla baita. Il cane ci viene incontro festoso e l’uomo della baita ci accoglie con un gran sorriso. E’ un tipo strano. In testa ha una bandana da cui spuntano capelli arruffati; una barba ispida ed incolta; un maglione di lana grossa con un buco in un gomito; pantaloni di tessuto grosso un po’ sporchi e due scarponi infangati. Forse è un pastore.
Strette di mano e cordialità.
“Sa, siamo un po’ di fretta.” Gli diciamo.
“E ma il tempo per un cafè…” e intanto ci invita ad entrare nella baita.
“Va bene, grazie.”
“Da dove venite?”
Gli raccontiamo di dove siamo e tutto il percorso che abbiamo fatto.
“Ah! Però! Avete delle buone gambe, eh?”
Poi prende la caffettiera, mette l’acqua e il caffè e la mette sul fuoco vicino a una pentola dal fondo annerito. Un fornello da cucina come quello che aveva mia nonna. L’interno della baita è molto spartano, immerso nella penombra. Un tavolo con un mozzicone di candela, un’altra candela è su una mensola, una panca, un paio di sedie mal ridotte. Sopra un vecchio lavandino in marmo c’è uno scolapiatti, un paio di piatti, un boccale da birra e uno scolapasta. Dall’altra parte c’è un camino con un fuoco crepitante; sembra quasi che il crepitare del fuoco segua un ritmo stabilito, ma è solo una mia impressione. Il cane si è accovacciato davanti al camino.
Il tipo ci dice di essere lì da circa un mese per fare dei lavori di consolidamento della baita. E se il tempo tiene si fermerà ancora qualche giorno, altrimenti tornerà giù in paese, in valle.
C’è una sorta di stupore e di rabbia, quando ci dice che la baita gli serve come base per le sue battute di caccia. Io penso subito ai camosci visti la mattina.
“Ma porca miseria! Proprio ospiti di un cacciatore dovevamo essere?” penso dentro di me.
“Magari è anche un bracconiere! Beh! Che differenza fa: bracconiere o cacciatore? E’ comunque un nemico della natura!”
Intanto il caffè sale nella moka. L’uomo della baita, da un pensile in fòrmica di una vecchia cucina, tira fuori quattro scodelle da caffelatte e vi versa il caffè. Dallo stesso pensile tira fuori una bottiglia senza etichetta: “Qui c’è la grappa, se volete.”
Non ci formalizziamo troppo sull’igiene. Aggiungiamo la grappa, così se ci sono germi l’alcool li uccide!
“Buono! Ci voleva!”
“Visto? E voi volevate tirare dritto! Va là, va là!”
Ringraziamo e salutiamo l’uomo della baita. Anche se purtroppo è un cacciatore, è stato un incontro piacevole.
Mentre riprendiamo il cammino, sotto un cielo plumbeo, i commenti si sprecano soprattutto ci domandiamo se oggi saremmo capaci di vivere in quelle condizioni: senza energia elettrica, senza acqua calda, senza il telefonino, il computer, la televisione…
Siamo concordi che resisteremmo al massimo qualche giorno, poi la pazzia avrebbe il sopravvento.
Lasciamo l’alpeggio e ci tuffiamo nel bosco. Subito incontriamo un tipo con un cesto in vimini dentro il quale si intravedono grossi porcini.
“Oh che belli!”
E già ci immaginiamo la morte migliore per quei funghi con un risotto, piuttosto che con la polenta.
Quando arriviamo in prossimità della nostra auto uno scroscio improvviso di pioggia ci costringe ad un’altra sosta forzata. Quando arriviamo alla macchina ha già smesso di piovere.
Mentre ci apprestiamo a fare ritorno a casa, dal sedile posteriore dell’auto mi volto a guardare le montagne che abbiamo salito, ma non si vedono più; il limite delle nuvole si è abbassato.
Sembra quasi che le nuvole facciano la guardia., sembra quasi che vogliano proteggere questi monti selvaggi, tenerli nascosti dalla civiltà dei consumi che colonizza tutto a velocità galoppante e che è appena qualche chilometro più in là.
Sì, forse è meglio così.
Questo è un altro mondo.

Stefano Chiarato 30.12.2008

"Un buco nel cuore" di Leila Mascano

di Leila Mascano

- Cerca di difenderti un po', le disse Antonio che le stava addosso. Non credo che Toro Seduto rimaneva come un salame mentre lo catturavano.
- E' che mi fai male al braccio e poi tanto vinci sempre tu.
- Con le femmine c'è poco sugo a giocare, osservò giudiziosamente lui rialzandosi.
L'accampamento indiano sul pavimento era tutto sottosopra. Il fortino dei soldati blu invece stava vittoriosamente in piedi. Antonio andò a metterci la bandiera. Inutile contare i prigionieri, lei aveva solo due soldatini da parte contro il mucchio di indiani di lui.
- Schiappa, le disse lui con simpatia e poi ridendo: Femmina, metti a posto! Quando lei ebbe finito di sistemare tutto nella cassapanca le dette un ruvido bacio sulla guancia.
Più tardi, mentre erano seduti per terra sul balcone, dietro i vasi, Antonio le dette un altro bacio.
- Voglio dirti un segreto, ma pure tu me ne devi dire uno e giurare su te morta di non dirlo a nessuno.
- Reciproco, gli rispose Lodovica.
- Mia madre è una bagascia.
- Ah, fece lei, e che vuol dire?
- Non lo so, niente di buono però. Lo urlava mio padre a mio nonno. Forse è arrabbiato con lei perché se n'è andata. Ora dimmi il tuo segreto.
Lei stette un po' zitta.
- Ho un buco nel cuore e dentro ci soffia il vento. Soffia soffia e non smette mai. E' come il mare agitato. Tu lo sai com'è?
- No, non lo so, ma pure questa è una brutta cosa.
In quel momento videro la macchina che veniva a prendere Lodovica e di queste cose non parlarono mai più.

- Ma quando torni? chiese Lodovica a sua madre.
- Presto, bambolina. Una settimana, dieci giorni, non lo so. E tu fai la buona, eh? Mi raccomando...Cos'è quella faccetta buia? Non piangere, eh? Perché se no non parto contenta...Ma che hai?
- Mi sembra che quando c'è silenzio io sento il vento...
- E' logico, qui a Posillipo di vento ce n'è tanto...
- Io lo sento nel cuore...
- Ma dai, questa è una bellissima immagine. Molto, molto poetica. Pensa che c'è un poeta francese che ha scritto una poesia su qualcosa del genere. Che l'abbia pensata tu da sola a otto anni è una cosa straordinaria! Potresti scriverla in un tema. Ricordatela, eh? Dormi adesso, dammi un bacio e fammi un bel sorriso. Buonanotte! Ti lascio la luce accesa. Ma che fantasia che hai...
Sua madre accostò piano piano la porta. Un attimo dopo rispose al telefono. Lodovica la sentì ridere dal corridoio.

- Ma che significa? Mi pare, Lodovica, che tu voglia essere originale a tutti i costi. Che cos'è un buco nel cuore? E questo vento? Una metafora della solitudine, dell'irrequietezza, che cosa? Vuoi dirmi che non ti voglio bene abbastanza, che sei troppo sola o che diavolo? Guarda che solo e inquieto mi ci sento già io...Per carità, non fare quella faccia, ti chiedo solo di non compiacerti di certe fantasie, vedi di crescere...
All'improvviso è lontanissimo, un estraneo, e lei cerca di buttarla in ridere, ma sì, ha detto una cavolata, tanto per dire...Gli prende la mano e gliela stringe, è il suo modo di chiedergli perdono.
Stefano che la lascerà tre anni dopo, troppo difficile, troppo complicata Lodovica. Senza di lui, la ragazza complicata si sentirà molto meno sola.

Lodovica a vent'anni trovò la poesia del poeta francese che parlava del buco nel petto dove soffiava un gran vento.
- Allora non sono l'unica al mondo, pensò. Ne parlò, con la sua più cara amica..
Angela le disse.
- Ma visto che quest'idea ce l'ha pure questo qua, non sarà mica una specie di schizofrenia, che ne so? Lodovi', mò io ti conosco, so che ragioni bene e che sei pure intelligente, e le risate che mi faccio conte non me le faccio con nessuno, ma bella mia 'ste paturnie tienitele per te... Tu ci hai il vento nel cuore, a mia nonna fischiano le orecchie per la pressione, qua ognuno ci ha 'na cosa.. Sarà che stai depressa da quando quello stronzo di Stefano si è dato, hai voglia a dire che stai meglio adesso, tre anni mica si cancellano così, allora ti vengono in mente 'ste cazzate...
Finirono con una risata. Del buco nel cuore non parlarono più.

- A che pensi? chiese Roberto uscendo dal bagno.
- Ah, hai fatto la domanda proibita... Lodovica si mise a ridere. Mio marito, questo ragazzo è mio marito, pensò con incredula tenerezza.
Lui si sdraiò accanto a lei, togliendosi l'accappatoio.
- Niente più segreti. Voglio sapere tutto di te.
Lodovica diventò seria.
- Tutto davvero?
- Tutto davvero.
- Ho un buco nel cuore e dentro ci soffia il vento. Mi sento come un gabbiano sbattuto di qua e di là. Capisci questo?
- Adesso ci sono io, c'è la nostra vita. Staremo insieme e a queste sciocchezze non penserai più.
- Ma questa cosa l'hai sentita mai tu? gli chiese lei con angoscia. Dimmi che capisci quello di cui ti parlo...
- Capisco tutto, Lodovica, capisco che ti voglio bene e nessuna mi piace come te...Vieni qui, dimmi un po'. Secondo te che gli succede adesso a questo gabbiano?
La guarda sorridendo e intanto l'abbraccia. Ridono insieme. Lui la bacia.. Del buco nel cuore non parleranno mai più.

Ricordava solo quei grandissimi fari che le venivano addosso. Due occhi gialli nel buio. " Che stronzo " aveva pensato. Uno stronzo, proprio, che fa un sorpasso da stronzo. Che fatica riemergere da quel buio. Che fastidio quel suono odioso nella testa, l'impressione di soffocare, di essere legata, di oscillare, di perdersi nel niente e voler tornare. T O R N A R E. Qualcuno le si inchinava addosso. Una macchia chiara che si avvicinava. Due fari. No, due occhi.
- Ho un buco nel cuore, disse a quella macchia indistinta o forse pensò solo di dirlo. Ma il vento quasi non lo sento più, aggiunse cercando con uno sforzo enorme di scandire le parole.
- Che dice? chiese uno dei due infermieri.
- Niente, delira, rispose l'altro.

"Un doppio insospettabile" di Frank Spada

di Frank Spada


È lui, anzi sono io, insomma è lui ma con i baffi

Che indagine, mi dico, che giornata! Il gorgonzola, però, era buono, forse ho esagerato come il solito. Aggiungo tra i pensieri.

Mando giù un robusto digestivo e avvoltolo le lenzuola nella nausea. Poi mi addormento faticando il fiato…
– … insomma, signor Marlo, lei mi chiede di cercare un tizio che non vede, ma che sente sempre accanto, vero? – riassumo ripetendo.
– Sì, sì… la prego, sono disposto a pagare tutto quello che vuole, purché lei lo trovi in carne e ossa – soggiunge passandomi una foto.
Guardo l’immagine, alzo gli occhi sul suo volto e resto a bocca aperta: è lui, anzi sono io, insomma è lui ma con i baffi. Non commento. Apro un cassetto e, tenendo in mano un pennarello nero, mi avvicino all’uomo sorridendo. Fra poco, penso, ritroverà se stesso. Lui aggrotta i sopraccigli, s’impaurisce e comincia a urlare come un matto.
– Ma no, ma no, mi lasci fare, vedrà come… – si divincola, afferra sulla scrivania un tagliacarte e mi si fa contro… santa Madonna! Sgorga dappertutto zampillando: è il mio sangue, anzi è il suo e svengo.
Mi sveglio tra brividi sudati. Basta! Oggi li taglierò via, mi dico andando in bagno. Se servirà li metterò posticci, rivolgendomi allo specchio.

Lo stesso racconto, in lingua friulana, lo si può trovare a questo link:
http://contecurte.splinder.com/post/22704437/%25C2%25ABun-dopli-insospie...
L’altro, intanto, camuffato con i suoi, mi guarda sogghignando.

"Una battuta silenziosa" di Frank Spada

di Frank Spada

E quella sera, quando l’interferenza incidentale andò in scena, al cineforum proiettavano “La morte corre sul fiume” di Charles Laughton – l’unico film che vide questo grande attore dietro a una macchina da presa.
Dritta a prender posto per entrambi, Gloria, sequenza dopo sequenza, divisa dal compagno solo da un bracciolo, e tenendo le mani sul grembo e gli occhi legati allo schermo, trattiene per un’ora e mezza i pensieri nell’angoscia.
Appena uscita dalla sala – fuori diluvia – la giovane entra di corsa da “Pierino il marinaio”; lui, invece, venendo in qua al riparo di un ombrello, si accomoda con calma e ordina: – Una con le acciughe per me e una margherita – iniziando con fastidio a parlare del film.
La discussione attorno agli accadimenti messi in luce in bianco e nero, in un film noir incentrato su un predicatore affascinante con le nocche tatuate con le parole amore e odio, degenera subito affrontando il tema della sempiterna debolezza della donna, soprattutto della protagonista: Shelley Winters, nel ruolo di una madre, Willa Harper, vittima della protervia di un reverendo, Harry Powell, impersonato da Robert Mitchum.
Gloria s’infiamma, stravolge i fatti, li personalizza; e lui, più spazientito che accomodante, scantona parlando dei suoi impegni e per distrarla accenna a un possibile weekend insieme, chiedendole di abbassare il tono della voce.
Cena terminata. Fuori… piove che Dio la manda, il parcheggio è deserto, l’ora ormai tarda, e Gloria carica le parole di violenza, mentre il suo compagno ingabbia la ragione predicando assurdità, parlandole di tutto e di niente, e trattenendola tenta di imbrogliarla ancora.
Lei lo implora, cerca di spiegargli – lui s’infuria, allunga una mano… Un lampo e la giovane vede il buio riflesso dai suoi occhi, la vanità di un legame inesistente: una fede che… Gloria non è che un anello intermedio, mancante, in una catena che avrebbe voluto legare lo stesso alla sua vita – si svincola; e trattandolo com’è giusto capisce che da ora in poi dovrà pensare solo a se stessa.
L’uomo corre via sgommando il suo coupé, e lei si ripara sotto una tettoia, ammutolita, rincorrendo con le orecchie “Questa volta sono certa, lo voglio. Devi lasciarla!” – le parole che gli aveva detto minacciandolo.
Gloria rientra a Cividale in treno – le luci dei paesi al finestrino, il labirinto dei rivoli sul vetro… rinunciare a quel bambino! La condizione imposta a un amore vissuto di sfuggita, in qualche camera d’albergo, tra gli intervalli delle gite poco oltre confine, in Austria o in Slovenia. Un amore interpretato da Gloria con le attese, magari con le caldarroste in mano e il vin nuovo stretto tra i denti, i baci rubati negli androni al profumo della primavera, le promesse ripetute nuotando nelle acque verdi del fiume Natisone, in ombra, davanti all’anfiteatro estivo delle pendici Giulie; il cineforum a Udine, d’inverno, per accontentarla nella sua passione per il cinema d’autore.
Lei lo aveva amato tanto. Lei non voleva, lei… “no, non può essere, Dio non lo permetterebbe” pensava affrettando i passi verso casa, rasentando l’antica porta di mattoni, il Chiostro delle Benedettine, il lungofiume di Borgo Brossana rumoreggiante per la piena, aggrappando la speranza alla vertigine di una battuta silenziosa, nascosta da James Agee, lo sceneggiatore, dietro a una sequenza di quel film di Laughton – quando unì la sua incredulità a quella della Harper, prima di volar giù nel Natisone dietro alla battuta di un predicatore che lei aveva amato tanto.

Questo racconto lo si può trovare in friulano a questo link: http://contecurte.splinder.com/

"Una gita al castello" di Leila Mascano

di Leila Mascano

Una favola...

"Una gita al castello" pag.1

Ci fu un anno in cui, durante i mesi estivi, gli orsacchiotti furono ospiti di una zia. La zia abitava in un paesetto alle pendici di una collina il cui nome era Tor-del-duca.
Era un posticino tranquillo, che sembrava l’illustrazione di un libro di lettura, con un’arietta così leggera che metteva un grande appetito.
Con l’arrivo degli orsi il paese si movimentò non poco: presto a casa della zia ci fu una processione di persone che per un verso o per l’altro si lamentavano dei suoi nipoti.
“Chi ha liberato il merlo del ciabattino? Lui stesso l’aveva preso l’anno scorso ed ora è venuto a mostrarmi la gabbia vuota!” chiedeva loro la zia esasperata. “Zia, hai visto che gabbietta? Povero merlo, ci ha detto di essere triste da morire…” rispondevano i piccoli orsi. La zia tratteneva un sorriso; ora fingeva soltanto di essere arrabbiata.” Così adesso capite anche il linguaggio degli uccelli?” “Zia, quello che diceva il merlo era così chiaro che lo capivano tutti, solo quell’ottuso ciabattino faceva orecchie da mercante!” La zia rinunciava a castigare quei nipoti un po’ scavezzacolli ma di buon cuore. Certo che in paese ne avevano combinate più d’una e perciò la zia li mandava a giocare in collina, dove andavano portando a turno un bel cesto con la merenda.
Questa collina era davvero un bel posto, tutta verde, piena di uccelli e di animali selvatici. Un tappeto di ciclamini si stendeva a perdita d’occhio sul lato più fresco e ombroso, dove c’era un viottolo che conduceva alle rovine di un castello.
Proprio quel castello in cima alla collina aveva dato il nome al paese e certamente un tempo era stato magnifico. Ora i secoli e l’incuria l’avevano ridotto a poco più di un rudere invaso dalle ortiche, rifugio di gufi e pipistrelli. Delle quattro torri ne era rimasta in piedi solo una, la torre del duca, appunto, che si stagliava maestosamente verso il cielo e faceva un po’ paura.
Si raccontava che quel duca fosse stato molto cattivo e il castello fosse abitato dai fantasmi. Orsi e orsette non badavano a queste sciocche storie di paese e andavano a fare merenda abbastanza vicino al castello, attratti dal bel panorama ma soprattutto dal fresco e dal tappeto di ciclamini.
Quando avevano finito pulivano tutto, ma lasciavano sempre qualche pezzetto di biscotto e di pane e dopo un po’, presa confidenza, venivano uccellini e scoiattoli a fare piazza pulita.
Durante queste scorpacciate gli orsacchiotti erano spesso spiati da un gruppo di ragazzetti del paese: era stato inutile tentare di fare amicizia, dall’altra parte c’erano stati sberleffi e boccacce ed era volato perfino qualche sasso. La zia era venuta a conoscenza di questo fatto interrogando uno degli orsi più piccoli, che sembrava spaventato e non voleva più andare a giocare in collina. Era quindi andata a protestare con le famiglie dei ragazzi: ma come, tanta severità con i suoi nipoti e nessuna con quella banda di scalmanati? Da quel giorno sassi non ne erano volati più, ma i dispetti continuavano.
Vedendosi spiati, gli orsi gridarono: “Ma che volete? Perché non ve ne andate?” Quelli, desiderosi di prendere in giro i loro coetanei di città, si avvicinarono per dire: “Voialtri forestieri venite quassù per farvi belli e far vedere che non avete paura.
Veniteci a mezzanotte, invece, così ci dimostrate che non siete quei vigliacchi che pensiamo noi” Gli orsacchiotti, poverini, a farsi belli proprio non ci avevano pensato e neppure capivano la ragione di tanta ostilità, ma punti sul vivo dall’accusa di vigliaccheria risposero: “Saremo qui stanotte stessa a faremo un bel pic-nic alla luce di un falò. Purtroppo per vedere se diciamo la verità dovrete esserci anche voi!” Quegli altri ammutolirono: a questo non avevano pensato! Poi però il più aggressivo di loro, che faceva da capobanda, replicò: “Ok. La sfida è raccolta. Saremo qui a mezzanotte a mangiare pane e salsiccia e a goderci lo spettacolo di voi che ve la date a gambe”. Poi se ne andarono.

Orsi e orsette si misero a riporre la tovaglia e i piatti e bicchieri di plastica nel cesto del pic-nic e intanto commentavano l’accaduto. “Ma che gli avremo fatto? Perché ci fanno la guerra?” chiedeva il pacifico Teddy. “Perché spesso stupidamente siamo ostili a chi non conosciamo, o ci sembra diverso, o viene da un altro posto” rispose Mirtillo tutto aggrottato.
“Vogliono la guerra? L’avranno!” esclamò allegramente Miss Green. “Ho in mente un tiro mancino; se ci riesce il piano al quale sto pensando cominceranno a correre domai sera e non si fermeranno mai più! Faranno il giro del mondo!” “Dicci! Che hai pensato?” gridarono tutti, pieni di entusiasmo. Conoscevano gli scherzi di Miss Green e sapevano che erano formidabili!
“Ragazzi, noi sappiamo che i fantasmi non esistono, ma sappiamo anche che quei ragazzetti muoiono di paura e se non si fossero spinti troppo in là per il gusto di sfidarci, qui a mezzanotte non ci sarebbero venuti per tutto l’oro del mondo.
Sotto la spavalderia nasconderanno una paura matta… giustamente, perché a mezzanotte avranno il loro bel fantasma con tanto di catene e di balletto!” “Ma come?” Chiesero gli altri, tutti in coro. “Sentite, sapete che da anni sono una girl-scout, che so scalare un muro e non soffro di vertigini. Basterà un lenzuolo e la vecchia catena del cancello e il gioco sarà fatto! Sotto il lenzuolo nasconderò una pila e avrò una luminescenza…”fantasmatica!. Già mi vedo ballare lassù, tra i merli del castello…Ragazzi, ci sarà da morire dal ridere!”
Superati i deboli se e ma del buonsenso, tutti aderirono con entusiasmo: Miss Green era la più grande delle orsette e niente le faceva paura. Del resto, tutti gli altri sarebbero stati ad un passo, pronti ad intervenire in caso di pericolo.
Tornarono a casa tutti eccitati: non facevano che ridere e bisbigliare e la zia fu sorpresa nel vedere che dopo cena se ne andavano a letto senza fare le solite storie per tirare tardi.
La casa fu presto tranquilla; solo la finestra della cucina rimase per un po’ illuminata perché la zia vi si attardava in faccende, poi anch’essa si spense.
Le stanze degli orsacchiotti erano sul retro,al pianterreno.
Fu un gioco da ragazzi calarsi dalla finestra uno alla volta per non dare nell’occhio, attraversare il giardino e scavalcare il cancello. A quell’ora le strade erano deserte perché tutti erano a casa, ad eccezione di qualche cane e di un vecchietto un po’ brillo che li salutò allegramente: “Olà ragazzi! Buona passeggiata!”
Arrivarono facendo un gran chiasso fin sotto il castello.

"Una gita al castello" pag.2

Ognuno aveva la sua torcia elettrica e tutti erano molto allegri, forse anche per farsi coraggio, perché non è una cosa da poco attraversare di notte un boschetto e salire su per una collina deserta fino ai ruderi di un castello che si dice sia popolato dai fantasmi! Per fortuna era una notte di luna piena e loro formavano una comitiva numerosa.
Uno degli orsi, che si chiamava Brown, disse in tono un po’ preoccupato:”Come mai non vedo Miss Green?” “Stai tranquillo – gli rispose Mirtillo – “E’ tornata indietro a metà salita, quando si è accorta di aver dimenticato la catena.” “Ma …tornerà su da sola?” Mirtillo si mise a ridere. “Se il diavolo in persona incontrasse nostra cugina nel bosco stanotte, penso che se la darebbe a gambe! Perciò non temere, lei sa cavarsela molto bene!”
Decisero di fermarsi proprio sotto le mura del castello e accesero un bel falò. La fiamma e le scintille li resero ancora più allegri e cominciarono a mangiare di ottimo appetito le cose buone che si erano portati da casa. Dopo un po’ arrivò un gruppetto di ombre esitanti: erano i ragazzi del paese, molto meno spavaldi che alla luce del giorno. Si sistemarono un po’ più giù, accesero anch’essi il fuoco e scambiarono con gli orsi qualche battuta di sfida e di scherno prima di iniziare a loro volta a mangiare.
Passò una mezz’ora e il campanile della chiesa battè dodici rintocchi, che portati dall’aria tersa furono udibilissimi anche dalla collina. Una civetta fece sentire il suo lugubre richiamo. Orsacchiotti e ragazzi rimasero in silenzio mentre per un lunghissimo minuto la luna fu coperta da una nuvola. Poi la nube passò e di nuovo la notte fu rischiarata da una luce argentea.
Tutti trattennero il fiato perché lassù, tra i merli del castello illuminato dalla luna, si muoveva una figuretta evanescente, coperta da un lenzuolo, che brillava a tratti come un fuoco folletto.
Il piccolo fantasma appariva e scompariva tra i bastioni, danzando con la leggerezza di una piuma portata dal vento. Si udiva una specie di ululato lamentoso, come appunto fa il vento qualche volta, solo che l’aria era perfettamente ferma. Poi si sentì un cigolio,come se stesse arrivando qualcuno che trascinasse pesanti catene.
A quel punto i ragazzi del paese fuggirono a gambe levate gridando a gran voce: alcuni fecero la discesa ruzzolando per la fretta di scappare.
Anche gli orsi per un attimo rabbrividirono: Miss Green era veramente grande! Da lontano l’illusione era assolutamente perfetta. “Guarda quant’è brava!” Si dicevano “Come riesce a stare in equilibrio…E’ incredibile!” “Guardate come manovra la torcia sotto il lenzuolo…Sembra davvero un fuoco fatuo!” “A proposito di fuoco” – disse Bao, sempre pratico – “Quei cretini scappando hanno lasciato il loro falò acceso. Spegniamo il nostro e il loro, raccogliamo la roba e filiamocela anche noi prima di essere scoperti!” A quel punto si misero tutti a gridare a gran voce: “Miss Green! Miss Green! Scendi!”
Silenzio. Già cominciavano a preoccuparsi quando ai loro richiami fece eco una risata agghiacciante. “Ah, beh, se deve continuare a fare la cretina, fatti suoi. La abbiamo aspettata abbastanza!” “Sì” – disse l’orsetta Honeymoon – scommetto che farà la scorciatoia correndo per farsi trovare già a letto. Le piacciono queste prodezze!” “Quanto mi dà ai nervi quando fa così! Forza, non diamole soddisfazione e andiamocene!” disse Teddy arrabbiato. “Ciao fantasma!” strillò Baby, che si era divertito moltissimo. Si udì ancora la risata “Aaaaah!” “Credo che abbia detto ciao!” commentò Mirtillo.
Presero la via del ritorno, ma l’allegria se ne era andata.
La stupida Miss Green a mettersi a fare il fantasma anche con loro…
Ed ecco che, tutt’a un tratto, videro due figure venire loro incontro. Riconobbero con stupore la zia che trascinava di mala grazia Miss Green, salendo per il sentiero che veniva su dal paese.
Ma com’era possibile?
“Eccovi qui, bricconi! Domani fate le valigie, questa è l’ultima che mi combinate. Stavo andando a letto quando ho sentito dei rumori al cancello. Ho pensato ad un ladruncolo, invece era vostra cugina che toglieva la catena. Il bello è che aveva una torcia e un lenzuolo sotto il braccio! Subito ho capito che mi nascondeva qualche bricconata, ma lei, dura, non mi ha detto una parola, salvo che voleva dormire all’aperto! L’ho rimandata in camera sua fino a quando, poco fa, ho sentito dei ragazzi correre, a quest’ora! Mi è venuto il dubbio che foste voi, così sono salita nelle vostre stanze…erano vuote, infatti, ma voi non rientravate! Allora l’ho messa alle strette e vista la mia preoccupazione mi ha dovuto raccontare tutto. Così vi ho guastato la festa sequestrandovi il fantasma e sono venuta a tirarvi le orecchie e riportarvi a casa!” Mentre la zia procedeva, piuttosto agitata, nel suo racconto anche gli orsacchiotti cominciarono ad agitarsi e a sbarrare tanto d’occhi.
Solo Teddy riuscì a dire “Ma…allora, se non eri tu…era un fantasma vero quello che abbiamo visto!!” Per l’emozione non potè continuare. Tutti avevano il nasetto verde pallido come un’oliva, a un passo dal farsi venire un accidente (voi sapete che il naso degli orsi è scuro come una mora e diventa verdino quando stanno per svenire), solo Baby tutto eccitato saltava e strillava: “Che bellezza! Ho visto un fantasma! Ho visto un vero fantasma, che mi ha detto pure ciao!”
La collera della zia fece posto alla preoccupazione: “Santo cielo, ragazzi! Che vi siete portati nella cesta del pic-nic? Vino? Birra? I piccoli non dovrebbero bere…” “No, no, non abbiamo bevuto!” balbettavano gli orsi. “Allora è l’umido della notte che vi ha dato alla testa!” s’infuriò di nuovo la zia “March a casa!” Mai più le capitò di essere ubbidita dai nipoti con tanta velocità. Prima che finisse la frase, erano già arrivati a casa, nei loro letti, con la coperta tirata fin sulle orecchie. Tranne Baby, s’intende, che rimase con la zia e la cugina a raccontare, godendosela un mondo, la straordinaria avventura di quella notte, mentre tornavano con una certa calma verso casa. La zia, ormai tranquillizzata, aveva un atteggiamento meno bellicoso e seguiva con interesse il resoconto della serata. A mano a mano che Baby parlava, si persuadeva che i ragazzi si fossero suggestionati da soli lavorando un po’ di fantasia, fino a scambiare un innocuo lenzuolo rubato dal vento e volato fin lassù per un autentico fantasma.
“E tu non hai avuto paura?” chiese alla fine a Baby che saltava per l’eccitazione. “Paura io? – rispose lui – io no, io stavo con la scimmia!” “Che certo ha più sale in zucca di tutti voi!” concluse la zia, mettendosi finalmente a ridere e abbracciando il più piccolo dei suoi nipoti (e la sua scimmia, naturalmente.)

"Una sigaretta" di Giuseppe D'Antonio [reallynothing]

di Giuseppe D'Antonio

Luigi Pescatore si tirò a sedere sul letto, poggiando le spalle al muro. Prese una sigaretta dal pacchetto che era sul comodino lí di fianco, l’accese e aspirò una boccata di fumo. Poi guardò il corpo di sua moglie Letizia disteso al suo fianco".
Fra non molto lei si sarebbe svegliata e sarebbe andata in cucina a preparare il caffè. Lui l’avrebbe sentita armeggiare fra mobili e fornelli immaginandola intenta a riempire il filtro della moka, avendo cura di non sprecare troppo caffè. Poi, una volta messa la macchinetta sul fuoco, lei sarebbe andata in bagno, chiudendo a chiave la porta. A sentire il rumore della chiave che girava nella toppa, lui in parte avrebbe sorriso alla pudicizia della moglie – dopo dieci anni di matrimonio ancora non riusciva a lasciare aperta la porta del bagno – e in parte si sarebbe rammaricato al pensiero della sua poca esuberanza in certe faccende. Distratto da alcune fantasie in proposito, si sarebbe ridestato all’odore del caffè che giungeva dalla cucina, adiacente alla camera da letto – il loro era un appartamento modesto – e cosí avrebbe scostato le coperte sedendosi poi al bordo del letto dove sarebbe rimasto per un po’ a guardarsi le punte dei piedi, muovendo le dita nelle calze di spugna. Intanto, lei l’avrebbe chiamato dal bagno – da lí, nel silenzio del primo mattino, si sentiva gorgogliare la moka – dicendogli di andare a spegnere prima che straripasse tutto sul fornello. Lui si sarebbe alzato e, infilate le ciabatte, si sarebbe trascinato in cucina passando davanti alla porta del bagno. Lí si sarebbe fermato a tamburellare con le dita sul vetro smerigliato attraverso il quale si intravedeva la figura opaca di lei seduta sul water. A quel rumore lei avrebbe sorriso per abitudine, fissando il bordo scrostato di ruggine dello scaldino.
In cucina, lui avrebbe preso due tazzine dal mobile sopra al lavandino e le avrebbe riempite di caffè. Quindi avrebbe preso lo zucchero dalla credenza versandone un cucchiaino raso in una tazzina per lei e due nell’altra per lui. In seguito, avrebbe aspettato che lei uscisse dal bagno e lo raggiungesse lasciando tempo al caffè di perdere un po’ di bollore poiché ad entrambi piaceva berlo tiepido. Lei, uscita dal bagno, sarebbe andata prima in camera da letto a recuperare il pacchetto di sigarette sul comodino e poi in cucina. Cosí entrambi avrebbero sorseggiato il caffè, in silenzio per il tempo necessario a vuotare le tazzine. In cucina non si sarebbero sentiti rumori se non il leggero risucchio di loro due che sorbivano il caffè e il lamento inesorabile del motorino del frigorifero. Lui avrebbe guardato per un po’ la striscia di calcare lungo l’acciaio del lavandino, dalla parte addossata alla parete. Lei invece un punto fisso del battiscopa sotto la finestra, ancora con le imposte chiuse. Poi, finito il caffè, lui avrebbe preso una sigaretta, l’avrebbe accesa e avrebbe cominciato a fumare ciccando nella tazzina. Lei l’avrebbe guardato con disappunto ma non avrebbe detto nulla e per non pensare alla cenere mista al rimasuglio di caffè nella tazzina – cosa che l’aveva sempre disgustata – gli avrebbe parlato del curriculum spedito un po’ di giorni prima dicendogli di aver ricevuto una risposta e di avere un colloquio a giorni. Allora lui avrebbe sorriso dicendole che tutto sarebbe andato per il meglio. Anche se poi non lo pensava sul serio e anzi sapeva che lei sulla storia del colloquio aveva mentito e già da tempo lui aveva scoperto che nessun curriculum era stato spedito per cercare lavoro. Cosí sarebbe ritornato a guardare la striscia di calcare lungo l’acciaio del lavandino e si sarebbe detto che era inutile badarci e solo il tempo avrebbe sistemato tutto e in fondo a lei non le si poteva poi chiedere molto anche perché il colpo era stato duro, perdere cosí quel bambino, il primo, dopo tutti quegli anni di matrimonio che non ne veniva nessuno. Cosí, avrebbe spento la sigaretta nella tazzina, lasciandola sfrigolare, e le avrebbe dato un bacio in fronte senza dire nulla e lei avrebbe chiuso gli occhi sia per il bacio che per la sigaretta nella tazzina. Quindi lui sarebbe andato in bagno ma senza chiudere la porta a chiave. Dal bagno, avrebbe sentito lei mettere a posto in cucina e poi l’avrebbe vista scivolare al di là del vetro smerigliato della porta. Lei sarebbe passata senza tamburellare sul vetro e, una volta in camera, si sarebbe svestita e ravviati i capelli e si sarebbe accarezzata la pancia. Lui, in bagno, avrebbe fissato la fuga crepata delle mattonelle e lo stendibiancheria nella vasca su cui c’erano gli slip di entrambi. Una volta uscito, l’avrebbe trovata in camera seduta sul bordo del letto con le braccia chiuse in grembo e lo sguardo fisso al pavimento. Lui si sarebbe avvicinato premendole delicatamente la punta del naso con un dito e lei avrebbe strizzato gli occhi e sorriso.
Poi lui si sarebbe vestito, sentendo gli occhi di lei guardarlo da sopra le spalle, e per un attimo avrebbe avuto l’istinto di dirle di smettere di guardare perché provava fastidio nel sentirsi osservato e lei ben lo sapeva, ma poi avrebbe solo sospirato e si sarebbe detto che in fondo non contava poi molto. Una volta pronti, sarebbero usciti insieme, lei per le compere e lui per il lavoro e in strada si sarebbero salutati con un bacio sulla bocca. Allora, lui avrebbe avuto l’ultima possibilità per dirle del licenziamento prima che quella giornata si mettesse fra loro e la verità.
Cosí, Luigi Pescatore prese l’ultimo tiro dalla sigaretta, la spense nel posacenere sul comodino e guardò il corpo di sua moglie addormentata lí di lato. Poi si girò su un fianco e chiuse gli occhi per ancora cinque minuti.

"Una storia di ordinaria diversità" di Attilio Meoli

di Attilio Meolidedicato ad un amico
La notte di Madrid ci avvolge con le sue luci colorate, con i suoi odori forti, con le risate spontanee e con il profumo dei fiori che il vento sparge in questa tiepida notte di maggio. Siamo seduti l’uno di fronte l’altro, Gabriele ed io, aspettando che il cameriere venga a prendere le ordinazioni. Alle nostre spalle il Palazzo Reale, illuminato, crea una cornice quasi fiabesca. Ci conosciamo da molti anni, e come sempre accade quando due vecchi amici s’incontrano, inevitabilmente ci s’incammina sul viale delle rimembranze…
Gabriele, d’origine siciliana, arrivò al Nord con la classica valigia di cartone, iniziò lavorando come operaio presso una ditta che produceva macchine per il caffè, e subito con la sua simpatia entrò nelle grazie del principale. Promosso al reparto collaudo dopo solo pochi mesi, si tirò addosso l’invidia degli altri operai, che dopo anni erano ancora alla catena di montaggio. Poi lavorò alcuni anni presso l’Ospedale cittadino, prima come ausiliario e poi come infermiere generico. Fu in ospedale che lo conobbi. Diventammo subito amici, anche se, quando eravamo insieme, io sembravo il brutto anatroccolo. Era molto bello, Gabriele, ed era molto corteggiato sia dalle donne sia dagli uomini. Un giorno, mentre ci trovavamo a casa sua, mi confessò la sua omosessualità. Nonostante avesse avuto molte donne, mi ero accorto della sua ambiguità e gli dissi che, per quanto mi riguardava, lo consideravo un amico e che i suoi gusti sessuali riguardavano solo lui.
Da allora sono passati molti anni. Gabriele, che amava dipingere, si trasferì a Milano lavorando per alcuni anni, con successo, nel campo della moda. Il suo innato buon gusto lo portò in poco tempo a ricoprire l’incarico di responsabile presso una famosa boutique di Milano, ed incominciò a guadagnare molto. Ma la sua passione rimaneva la pittura, ogni momento libero lo occupava dipingendo e i suoi quadri cominciavano a piacere e quindi a circolare nella Milano bene. Poi Gabriele fece una scelta coraggiosa, rinunciò ad un lavoro prestigioso che gli fruttava uno stipendio da favola, per dedicarsi totalmente alla pittura. Ricordo che spesso lo ospitavo a casa mia, dove lui si rifugiava quando, diceva, aveva bisogno di disintossicarsi da quel mondo falso e ipocrita in cui viveva. Spesso era accompagnato dal suo compagno, ed entrambi venivano accolti dalla mia famiglia senza pregiudizi.
Poi arrivò il successo, i suoi quadri si vendevano bene, Milano lo abbracciava in quell’abbraccio vischioso che assomiglia alla tela di un ragno. Ma tutto ha un prezzo, e Gabriele si trovò a fare i conti con le spietate leggi di mercato. Il suo gallerista gli chiedeva sempre più quadri, pretendendo l’esclusiva con un contratto-capestro, e questo era l’unico modo per restare sulla breccia. Gabriele, ormai uomo maturo e lanciato verso il successo, decise di non sottostare a questo giogo e fece un’altra scelta coraggiosa: vendette la sua casa di Milano e si trasferì a Madrid, dove ricominciò daccapo.
«Hay que esperar mucho?» chiede Gabriele al cameriere, parlando lo spagnolo come uno Spagnolo. Poco dopo il cameriere compare con una portata di mariscos (frutti di mare) che ci rimette di buon umore, il tutto innaffiato da abbondante buon vino bianco. Quando il cameriere si allontana, Gabriele, scherzando, fa qualche commento sul suo fondoschiena, ed io, lo confesso, mi sento un po’ a disagio. Parliamo del più e del meno, e mi accorgo che in questi anni non è cambiato, ha sempre quest’approccio positivo e scherzoso verso la vita e nonostante in questo momento sia affettivamente solo, sembra molto sereno. Credo di invidiare Gabriele, soprattutto invidio il suo coraggio, il coraggio di vivere seguendo i propri desideri, di fare delle scelte che io non ho saputo o voluto fare. Mi viene in mente il viaggio in India a cui ho rinunciato anni fa, il lavoro che non ho avuto il coraggio di lasciare, la donna che ho sposato e le umiliazioni subite per non perderla, perdendola comunque, le parole non dette ai miei figli, le carezze non date alla donna amata. A volte rifuggiamo i cambiamenti, anche se ci attirano molto, per paura di perdere le nostre certezze, e così facendo rinunciamo a vivere. Gabriele invece ha sempre scelto liberamente senza farsi imbrigliare dalle convenzioni, ha sbagliato e ha pagato, ma ha scelto di vivere come voleva, anche se alcune scelte significavano perdere la sicurezza economica o affettiva. Ora Gabriele vive a Madrid, in una bella casa, dipinge quando e come vuole e i suoi quadri sono molto apprezzati. Per il suo innato buon gusto, spesso viene chiamato ad arredare ville o alberghi, attualmente è stato chiamato presso Firenze per arredare un prestigioso albergo. Oggi Gabriele si sente appagato, quasi felice, e questo lo deve al suo coraggio, al coraggio di fare delle scelte che a volte possono essere difficili, il coraggio di vivere la propria omosessualità senza complessi e senza clamori. Non vi è dubbio, nella vita Gabriele è ed è sempre stato un cigno.
Ci salutiamo con un abbraccio, domani, tornato in Italia, avrò già nostalgia di questa magica serata, ma so che presto ci rincontreremo e so che ritroverò l’amico di sempre.
(anno 2008)

"Vagabondi a Vendicari" di Maria Pizzuoli

di Maria Pizzuoli

Nel comune di Noto, in provincia di Siracusa, nel lembo sud della Sicilia, c’è una zona pianeggiante straordinaria, perché lì si trovano i “pantani”, sorta di paludi costiere, le cui acque finiscono per unirsi a quelle del grande mare Jonio.
Quando ero bambina, andavo spesso a Noto, a vedere la festa del patrono S. Corrado, una festa folcloristica molto popolare. Alla fine della processione, dei canti, delle luminarie, si andava alla “villa”, che erano giardini pubblici molto belli e curati, dove si passeggiava, si ascoltava musica, si sorbivano granite e gelati fino a notte inoltrata.
Anch’io andavo a passeggiare insieme a nonno Guido, che mi parlava sempre dei pantani.
-Ce ne sono tre di pantani-diceva con enfasi-il pantano grande, il pantano piccolo e il pantano di Vendicari, il più bello, il mio preferito.
-Che cosa è il pantano?- Chiedevo ogni volta.
La risposta era sempre la stessa:
-E’ un paradiso-bimba mia-un vero paradiso! E si accarezzava la lunga barba bianca.
Quanto fosse vero, l’ho scoperto molti anni dopo, andando a visitare il pantano, incuriosita dalla descrizione che ne faceva Fazzello nel libro Historia di Sicilia:
“…e per diversità, e per la dolcezza del canto degli uccelli, e per l’amenità della pianura ove si vede quasi sempre una primavera”.
Andare a Vendicari vuol dire fare un salto nel passato: gli odori e i sapori antichi, il gusto delle olive conservate nelle “burnie”, specie di vasi di terracotta smaltata col coperchio, i racconti dei “saracini” narrati dai vecchi, sentirsi solleticare il naso dall’odore dei “mustazzoli”, tradizionali dolci di mandorle, appena tolti dal forno.
Nell’aria limpida, avvertivo le antiche radici che sentivo dentro sotto gli strati di esperienze accumulate negli anni. Mi pareva di risentire voci passate e riti antichi, e la loro magica presenza mi trasportava nel lontano mondo dell’infanzia.
Il territorio di Vendicari è costellato di pietre che sono resti di costruzioni antiche che testimoniano la presenza di civiltà succedutesi nel tempo e che ora vedevo convivere tra le dune e i boschetti. Una colonna di sassi alta due metri e mezzo, risalente al terzo secolo avanti Cristo, chiamata “cippo della pizzuta”, sembrava indicare l’inizio di una zona speciale dove regna il silenzio, rotto solo dai mormorii che giungono dai canneti e dal vicino mare. Sembrano lontani anni luce i fastidiosi rumori della vita moderna…
Il tratto di costa di Vendicari è lungo dieci chilometri, eppure vi si trovano insediamenti greci, romani e bizantini; le masserie sparse risalgono al XVII secolo.
Accanto al pantano di Vendicari, sulla destra, potevo vedere il pantano grande e il pantano piccolo, e accanto, saline e tonnare.
Andai a vedere la masseria di mio nonno Guido che era morto da tempo, mi piacque.
Una volta le masserie, costruzioni basse e lunghe, erano il centro della vita contadina: all’interno un grande cortile con la cisterna, il portico, le “mandre” per gli animali, le parti abitative, e attorno, agrumeti, vigneti, “giardini”, cioè orti.
Il limite della zona dei pantani è segnato dal fiume Tellaro, che si getta nel mare Jonio. Un tempo si chiamava Eloro e sulle sue rive sorgeva la città di Eloro da cui partiva una strada, la via Elorina, che la congiungeva a Siracusa.
A sud di Vendicari c’è una minuscola isola coperta di praticelli, dove gli uccelli migratori si posano per una sosta.
Mio nonno mi aveva raccontato la leggenda dell’origine della piccola isola: io non so se fosse davvero una leggenda antica o un parto della sua fantasia, comunque è una storia poetica ed affascinante. Eccola:
Un pescatore, ormai avanti negli anni, veniva spesso al pantano Vendicari e si divertiva a lanciare nel mare vicino le pietre che trovava scavando tra le dune. Giorno, dopo giorno, le pietre si accumularono formando un’isola, l’isola di Vendicari, come la chiamò il pescatore. Egli sognava di costruirvi una capanna per sé, ma morì prima di realizzare il suo sogno. Pure, l’isola non rimase deserta: corsero a popolarla cigni, fenicotteri, cavalieri d’Italia e tutti gli uccelli migratori durante i loro viaggi. L’isola divenne un paradiso di voli e di canti in ricordo del pescatore.
Mi fermai al pantano di Vendicari per un lungo periodo, volevo godere di tutto il pullulare di vita che sentivo attorno: le palme nane, le canne fruscianti al vento, il boschetto di ginepri, le ginestre e i rumori, i canti, i mormorii del vario mondo animale: volpi, lepri, l’istrice, il fratino, gli uccelli colorati…

Vagabondi a Vendicari pag.2

Fu allora che incontrai Tim: bello, biondo, gaio. Anche lui mi piacque subito. Ci incontravamo tutti i giorni e stavamo in silenzio a contemplare la natura. Io gli portavo da mangiare e lui mi si accoccolava accanto. Alla fine della giornata, verso il tramonto, tornavamo alla masseria del nonno, che era diventata la mia dimora. Tim mi seguiva e dormiva nel cortile. Ma era un vagabondo: cominciò a sparire per brevi periodi e poi riappariva all’improvviso guardandomi con aria ironica e saltandomi addosso. Imparai a non farci caso. Del resto, ero anch’io una vagabonda: dopo due settimane, già l’inquietudine faceva capolino nella mia mente. Io amo la vita errabonda, il vagare a zonzo, i riposi brevi e il riprendere ad andare.
Mi piace vivere di quello che mi porto dietro, e andare in giro con un vecchio paio di jeans sfilacciati.
Mentre sedevo tra le dune, mi tornò alla memoria la mia amica Serena:
-Sembri una zingara-mi disse l’ultima volta che la vidi, due mesi fa, a Roma. Aveva un’ombra d’ ironia negli occhi. Sua nuora stava per avere il suo secondo figlio, ed io le avevo portato un piccolo regalo.
Com’è che mi veniva in mente proprio ora? Forse perché mi ricordava Tim. Anche lui mi guardava con un’ombra d’ironia. Da più d’una settimana non lo vedevo: dov’era? Certe volte pensavo di adottarlo e portarlo con me nelle mie peregrinazioni, ma non sapevo decidere, così l’avevo lasciato solo nella masseria per andare a vagare per le spiagge di Noto marina. Poi me n’ero dimenticata. Io non sono fedele, appartengo alla razza dei volubili che amano gli animali col pensiero. Noi viandanti siamo tutti così, ma la stessa mania di vagare è in gran parte amore. Noi viandanti siamo abituati a coltivare i sentimenti solo perché sono inappagabili, e quell’amore che potrebbe legarci ad un animale, lo dissipiamo distribuendolo ai fiori, ai fiumi, agli uccelli. Noi non concretizziamo l’amore nell’oggetto, come non cerchiamo la meta al vagabondaggio.
Pure, la notte sognavo Tim. A lui stavo pensando. Guardai il canneto in fondo per cercare conforto, ma…sogno? Vaneggio? Una sagoma bionda si profilava tra il verde giallastro delle canne. D’istinto mi alzai: possibile? Lui? Da dove?
Non avevo tempo di pensare ancora: mi trovai distesa al suolo sotto la carezza d’una lingua calda. Volevo ribellarmi: tu non sei la meta del mio amore! Sciocchi discorsi! Era scritto che un’amicizia dovesse fermarmi. L’abbandono del vagabondare l’aveva deciso Tim, col suo ritorno. Tim, un cane.
Ora non godo più delle gioie del vagabondaggio, vivo nelle masseria del nonno parzialmente ristrutturata.
La zona di Vendicari è cambiata, ci sono state trasformazioni per la creazione di strutture e servizi, parte del paesaggio naturale è diventato agricolo, si sono perdute molte dune per effetto di spianamenti, alcuni animali non ci sono più, le masserie sono diventate residenze turistiche.
Alcune cose, però, per fortuna, sono rimaste e sono quelle che piacciono ai miei due bambini e a Tim, naturalmente, che ora è un vecchio cane lento e brontolone.
Siamo diventati stanziali, io e lui, ci adattiamo a dimenticare: lui, le sue sparizioni ed io il mio vagabondaggio. In cambio, c’è la nostra amicizia e c’è l’amore per il pantano di Vendicari, il paradiso di nonno Guido. E il paradiso è qualcosa di unico, prezioso, irripetibile.

"Velluto nero" di Carla Casazza

di Carla Casazza

La prima volta che ho incontrato Michel non ho fatto una gran bella figura.
Anche se l’ho colpito. In senso fisico, intendo.
Ero immersa nel contenitore per i surgelati del discount quando, alzandomi di scatto, ho centrato in pieno con una pizza surgelata il sorvegliante del negozio.
Michel, appunto.
Lui, impassibile, mi ha fatto un mezzo sorriso mentre io, mortificata, mi scusavo.
“Non è niente”. Ha sorriso ancora ed è andato oltre.
Ho terminato la spesa in fretta, quasi per cancellare – sparendo dalla sua vista – la figuraccia.
Ma non sono riuscita a cancellare dalla mia mente quel sorriso e due occhi di velluto nero.
Così sono tornata al discount. Dovevo rivederlo.
Stavo pensierosa a fissare alcune bottiglie di Albana: se mio padre mi avesse vista in quel momento avrebbe sollevato le sopracciglia e scosso la testa rabbuiato.
Papà è un viticoltore di quelli vecchio stampo, che il suo vino lo produce con amore e dedizione, fregandosene del marketing e di tutte quelle scemenze moderne (beh, lui direbbe qualcosa di più forte, non certo “scemenze”).
Mio padre conosce le sue vigne da quando è nato, ci è vissuto in mezzo per 65 anni: hanno raccolto le sue confidenze.
Persino il primo bacio alla mamma l’ha dato tra i filari del Pignoletto.
“So che non dovrei essere io a dirlo, ma se vuole del vino buono davvero non è qui che deve cercare”.
Era Michel. Lui, gli occhi di velluto nero. E una voce corposa e armonica come il Sangiovese.
Galeotto fu lo scaffale del vino.
Perché dall’Albana la conversazione si spostò verso altri vitigni, altri argomenti.
Abbiamo continuato, poi, a raccontarci di fronte ad una pizza.
Viene dal Senegal, Michel. E’ agronomo, e ha scelto l’Italia per specializzarsi in enologia. Ma si è ritrovato a fare il vigilante nel discount perché deve pur mangiare.
Che tanti italiani di un enologo senegalese non ne vogliono sentire parlare.
Eppure quando Michel racconta del suo sogno, una vigna, una cantina tutta sua, gli brillano gli occhi di velluto nero.
Sembra mio padre quando parla dei suoi vitigni.
Mio padre.
A volte ha delle idee così antiche. Come la terra che calpesta ogni giorno.
Ho provato a parlargli di Michel. Ma quando ha saputo che è senegalese mi ha chiesto con un’espressione allarmata “Sarà mica negro?”.
Alla fine l’ho convinto a conoscerlo.
Ora stiamo per varcare il cancello di casa dei miei. Michel guida cercando di mostrarsi tranquillo, ma dai suoi gesti capisco che non lo è.
Metto una mano sulla sua.
“Vedrai che andrà tutto bene”
Di fronte al casale centenario, i miei genitori ci aspettano.
La mamma indossa uno dei completi buoni. E sorride.
Papà, con gli abiti di tutti i giorni, è serio, le braccia lungo i fianchi, apre e chiude i pugni nervosamente.
Mi fa tenerezza quando porge la mano a Michel per stringerla con energia: un gigante d’ebano e un ometto tutto rughe ristrettosi con l’età.
L’imbarazzo è tangibile ma ognuno fa del suo meglio per alleggerire l’atmosfera del pranzo.
A turno io, mamma e Michel cerchiamo di mantenere viva la conversazione.
Papà risponde a monillabi e guarda ostinatamente nel piatto.
Noto che mamma osserva Michel di sottecchi, poi si accorge che la sto guardando a mia volta e sorride. Nei suoi occhi leggo approvazione.
Si alza. Va in cucina e torna con il secondo.
Mio padre stappa una nuova bottiglia.
Michel assapora il vino e pare improvvisamente rapito.
Chiude gli occhi, sospira. Sorride.
Papà lo fissa interrogativo.
“Ma questo è Bursôn!” esclama Michel con entusiasmo.
E sono fiera della sua approfondita cultura enoica.
Papà, impegnato a bere pure lui, manda di traverso. Tossisce.
E’ diventato rosso scuro come il vino che ha nel bicchiere.
Io e Michel siamo in piedi e lo guardiamo preoccupati.
Papà smette di tossire. Si pulisce la bocca nel tovagliolo. Scosta la sedia rumorosamente e si alza.
Fa due passi verso Michel che troneggia su di lui ma ha la stessa espressione di un bambino che sta per essere punito.
Papà lo guarda e improvvisamente lo abbraccia.
“Benvenuto a casa mia, figliolo!”.

Lettera da Gaza di una mamma medico alla propria figlia. Marzo 2009

Ciao tata,
finalmente riesco ad avvicinarmi ad un computer connesso. (mi mangio le mani per non aver portato il mio, qui c'è solo wirless). E' da poco finito un acquazzone e ora sta tornando il sole, anche se rimane nuvoloso: ristorante con wirless sul mare, vetrate panoramiche, tavoli con poche persone, molte donne in gruppo, sedute a mangiare: sembra di essere in villeggiatura se non fosse per le macerie vicine, per la corrente che va e viene, e per quello di cui siamo testimoni. Qui a Gaza city le distruzioni sono state mirate: moschee, palazzo del parlamento, un ministero, una sede universisaria, alcune palazzine sparse, la sede della scuola di polizia, ospedali, la sede dell'ONU dove hanno distrutto un edificio e alcune gip, i l perimetro dello Shifa Hospital, quello governativo ed il più grande, la sede dell'UNRWA quella dei rifugiati dell'ONU, dove avevano sfollato i senza tetto!!!!.
Nei quartieri limitrofi di Gaza (Beit-Hanoun, Jabalia e i dintorni del valico di Eretz, confine con Israele) ci sono state delle distruzioni massive, con interi quartieri rasi al suolo: ci hanno raccontato gli anestesisti che ilprimo giorno sono cadute 300 bombe in un minuto e che per 15 gg hanno sparato giorno e notte. Ci hanno fatto vedere le foto dei feriti e dei morti ... bambini......(le lacrime mi sono scese senza che mi accorgessi) e hanno raccontato che i feriti venivano portato a mucchi: 300 nalla prima mezz'ora: avrebbero dovuto impiegare 8 ore per ogni ferito, ma non otevano, ne avevano troppi da curare: la maggior parte sono morti perchè non facevano in tempo a curarli. Il piazzale davanti all'obitoro era coperto da 300 morti il primo giorno e loro hanno lavorato tanto ininterrottamente che alcuni sono svenuti. Si sono accorti delle mie lacrime e hanno detto: " le tue lacrime, son le nostre ma noi non avevamo il tempo di piangere.". Mi sono vergognata!!!!
...
Per leggere il continuo della lettera clicca sul titolo in blue

Qui sono bravissimi: hanno attivato fin dal primo giorno nei campi profughi delel attività per i bambini e i ragazzi, ci sono molti volontari giovanissime e meno che si danno un gran daffare per limitare i danni del gtrauma da guerra, con la narrazione, il disegno, la drammatizzazione il gioco. Abbiamo conosciuto molti ragazzi volontari ch ci portano e ci accompagnano alle loro attività ovunque e le Psico lavorano costantemente. Filippo ed io abbiamo visitato il ministero della salute, gli ospedali, io i reparti di ginecologia; ho lavorato con le ginecologhe sia in ospedale che negli ambulatorie nei consultori esterni, abbaimo lavoragto con i medici di base che qui lavorano un po' come un Pronto soccorso di base. E' u popolo generoso ed ospitale : siamo spesso a cena da uno e dall'altro: addirittura dall'autista del pullmino che ABBIAMO noleggiato, tutti cercano di farti sentire a casa: se pensi che fanno fatica a trovare da mangiare, non hanno il gs e nei quartieri periferici fanno i turni per la corrente elettrica: mangiamo spesso al buio con le campoinggas o le candele e le pile. I bambini sono tenerissimi e hanno un bisogno di carezze di corporeità commovente: cercano baci, ti danno tutti la mano da quelo di 9 mesi a quello di 13 anni, sono intimiditi e all' inizio un po' diffidenti ma quando li saluti e gli parli si sciolgon: molti hanno un sorriso divertito ma gli occhi tristi. Ci riferiscono che l'enuresi è aumentta del 90 % sia nei bambini che nei ragazzi. I genitori raccontano che di notre non riuscivano ad addormentarsi e li tenevano tutti vicini a loro e anche i più piccoli sapevano che c'erano le bombe e ancora adesso hanno gli incubi. Tutti in un modo o nell'altro sono stati colpiti: ci sono case usate come tirassegno dai tank: bichi, buchi ,buchi e alcuni locali sventrati. Tutti hanno avuto un lutto o un ferito: sono famiglie molto gandi con 7-10 figli e giovani , e molti hanno riportato anche danni minori come disturbi dell'udito, stt i bambini piccoli. Quelli più depressi sembrano i ragazzi dai 12 ai 17 anni: alcuni li vedi in giro persi, sguardo nel vuoto, altri con uin'espressikone dura, incazzata, scostante.
Ma quello che si vede è una gran voglia di andare avanti, di rincominciare, di non lasciarsi andar di n on arrendersi: sistemano tutto come se dovessero da un momneto all'altro accogliere gente, turisti, come se la vita riprendesse a scorrere per loro libera come tutti i popoli hanno diritto di essere e di sentirsi. Ora ti lascio perchè ho paura che si disconnetta di nuovo, prima ho perso tutto quello che ti avevo scritto! Grazie della tua mail e se vuoi puoi diffondere queste notizie ai tuoi contatti: più persone sanno cosa succede e più informazione sulla verità si diffonde.
Un forte abbraccio a te e Stefi e a tutti.
Ciao mamma