Fantascienza

"L'alleanza" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

“ Prendete e bevetene tutti:
questo è il calice del mio sangue,
per la nuova ed eterna alleanza “
(Messale di Paolo VI)

Gli alieni erano verdi, viscidi e brutti.
L’invasione, come ormai la definivano tutti, era cominciata circa due settimane prima.
Un’astronave enorme appariva all’improvviso sopra il centro di una città, un bagliore verde inceneriva strade e palazzi, poi centinaia di astronavi più piccole scendevano per sterminare i pochi sopravvissuti.
Così avevamo perso Los Angeles, Mosca e Dublino.
E Atlanta, Venezia, Lima, Pechino, Seul, Anchorage, Tokio.
E la lista potrebbe continuare per giorni.
Allungandosi di un paio di nomi a settimana.
I governi o quel poco che ne restava, nascosto in innumerevoli bunkers dagli Urali alle Montagne Rocciose, cercarono di intervenire.
Naturalmente.
I migliori cervelli del pianeta tentarono di entrare in contatto con gli invasori, alla ricerca di un minimo comune multiplo che permettesse la comprensione e la pace tra esseri viventi.
E i migliori cervelli furono inceneriti.
Allora toccò all’esercito, dopo aver morso il freno mentre i cervelloni si affannavano con simboli matematici e luminosi, prendere in pugno la situazione.
Una divisione corazzata si schierava lungo il previsto percorso dell’astronave aliena, scavando trincee, piazzando mine e puntando cannoni.
Un bagliore verde e della divisione rimaneva soltanto ferraglia da rottamare e pozze di plastica fusa.
Allora i militari usarono le atomiche.
Ci vennero restituite come palle da baseball battute fuoricampo.
Ed ogni colpo era un’altra città cancellata dalle guide turistiche.
Usarono aerei stealth, sommergibili atomici, satelliti armati di laser.
Tutti questi giocattoli vennero spazzati via con apparente noncuranza, mentre milioni di persone fuggivano davanti agli invasori, che continuavano ad allargare inesorabilmente i loro immensi cerchi di desolazione.
...

Clint, contea di El Paso, Texas.
980 anime a voler credere all’ultimo censimento. Qualche centinaio in più, contando anche le vacche.
Qualche decina in meno, considerando che l’ultimo censimento risale al 2000 e da allora se n’è andata molta gente e qualcosa mi dice che di censimenti non se ne terranno più per parecchio tempo.
Il reverendo Jonas vide i soldati passare nella strada principale. Una fila di mezzi di corazzati diretti in buon ordine verso l’orizzonte.
All’altezza della chiesa il comandante fece il saluto militare, per poi detergersi il sudore, che colava da sotto l’elmetto in quel polveroso mattino.
Li vide ritornare nel tardo pomeriggio. Una triste litania di veicoli anneriti e claudicanti, con lamiere ammaccate e cingoli danneggiati.
Un blindato color kaki, con un altoparlante sul tetto, ripeteva in continuazione sempre lo stesso messaggio.
Ci stiamo muovendo verso la base, per riorganizzarci e lanciare una nuova offensiva. Consigliamo a tutti i civili di abbandonare le proprie case, portando con se solo lo stretto necessario.
Non fu necessario spiegare che gl’invasori stavano arrivando.
In pochi minuti una folla di persone riempì le strade. Tutte le 980 anime di Clint, più parecchie vacche, legate al parafango posteriore dei pick-up e cani, gatti, canarini, perché era risaputo che gli alieni si divertivano a torturare gli animali, quando non trovavano uomini o donne in buono stato su cui accanirsi.
E poi, che diamine, è risaputo che l’esercito non si ritira, mai.
Al massimo effettua un movimento verso la base, per riorganizzarsi e lanciare una nuova offensiva.
Ma nel frattempo è meglio mettere in salvo il cane, il gatto e quelle obbligazioni di J.P. Morgan nascoste sotto un mattone del salotto. Non si sa mai, metti che la nuova offensiva tardi ad arrivare.
Il reverendo Jonas non fuggì. Semplicemente non poteva abbandonare la sua città, la sua chiesa.
E poi dovevano per forza essere rimasti dei vecchi, dei malati, gente che non poteva fuggire e aveva bisogno di lui.
Un prete cattolico non può d’un tratto sollevarsi la sottana e scappare. Ci sono degli obblighi, degli imperativi morali cui non ci si può sottrarre.
Un prete non può dimettersi, né disertare.
Cosa più importante, di solito non ha vacche da portare in salvo e quanto alle obbligazioni J.P. Morgan, se ne occupi il vescovo di Houston, se è ancora vivo.
Se Houston è ancora in piedi.
Padre Jonas, mentre fuori si allontanava il rumore dei motori, si precipitò in sacrestia, afferrando al volo una bottiglia d’acqua e qualcosa da mangiare. Mise il tutto nel vecchio zaino grigioverde, che usava quando accompagnava nelle escursioni i bambini della parrocchia e si precipitò fuori.
L’orizzonte era un ammasso di polvere.
Nubi immense, a forma di fungo, che salivano verso il cielo, intervallate da bagliori verdastri.
Montò sul vecchio camioncino che aveva più di trent’anni di vita e si diresse verso la periferia, con la ferma intenzione di controllare ogni casa.
...
L’oscurità era calata da un pezzo. Un clangore metallico, lento e cadenzato aveva preannunciato l’arrivo degli invasori. Smontarono dai loro mezzi e s’insediarono in paese, con la solita arroganza di ogni conquistatore.
Padre Jonas, seminascosto dietro i barili dell’emporio di Al Fisher, li vide tirare al bersaglio su alcune galline, dimenticate nella fuga frettolosa. Si rimproverò di non aver salvato quei poveri esseri viventi, ma la sua attenzione era rivolta ai vecchi, agli ammalati, ai poveri di spirito che la folla avrebbe certamente dimenticato dietro di se.
Di cui non c’era traccia, comunque.
Clint, contea di El Paso, contava ormai un’anima sola, la sua. Escludendo quelle povere e sfortunate galline.
Strisciò nell’ombra, indeciso sul da farsi, finchè non fu convinto che gli alieni erano troppo impegnati nel torturare i pennuti, per accorgersi di lui.
Attraversò la strada in un lampo. C’era l’eucaristia da salvare, ovviamente. Conservata nel tabernacolo. Quattro o cinque ostie, padre Jonas non ricordava bene, ma qualunque fosse il numero, era corpus christi, mica coca-cola.
Scivolò in sacrestia di soppiatto, sfruttando le ombre del vicolo, mentre gli invasori biascicavano urla di giubilo nella loro lingua da rettile.
Apprendo la porta che conduceva in chiesa fu sorpreso da uno strano bagliore. Per istinto si appiattì contro la parete.
Decine, centinaia di alieni erano inginocchiati sui banchi della chiesa e uno di loro, che indossava strani paramenti verde fosforescente, innalzava un’ostia verso il crocefisso.
Il legno della croce si animò, pervaso da un’ipnotica luce verdastra, poi una mano scese verso il basso, a sfiorare il simbolo della comunione.
In un attimo padre Jonas capì.
Gli invasori adoravano anch’essi il vero Dio ed Egli si manifestava a loro.
Si materializzava.
Da ciò indubbiamente la loro invulnerabilità in battaglia.
Il Dio degli eserciti combatteva con loro.
Padre Jonas rimase ad osservare l’essere sceso dalla croce, che avvolto in un’aura verde brillante, dispensava la comunione ad una lunga fila di alieni.
Il prete si segnò, prima di scivolare via, tra le ombre della notte.
Gli altri, tutti, dovevano sapere. Quel segreto non doveva restare celato all’umanità
...
La chiesa di Agua Dulce, contea di El Paso, era piena di gente. Il reverendo King si approssimò al pulpito, consapevole della tristezza intorno a lui.
Le donne stringevano i bambini. Gli uomini fissavano il pavimento. Tutti con un’espressione di rabbia impotente.
Prima che cominciasse la predica, un’ombra si staccò da una delle ultime colonne sulla destra e domandò la parola.
“ Fratelli, sorelle, accoglietemi tra voi anche se appartengo a un’altra confessione. “
Tutti si volsero verso padre Jonas che, incoraggiato dal silenzio, proseguì: “ In fondo tutti noi crediamo nella stessa cosa. E pur con sfumature diverse, nello stesso Dio. “
Le parole rimbombarono sotto le alte volte di pietra.
Il reverendo King annuì : “ è giusto ciò che dici, fratello Jonas. Unisciti a noi nella preghiera, se è ciò che desideri. “
Padre Jonas si spostò al centro della navata.
“ Non sono qui per pregare! Fratelli, sorelle, quel Dio in cui crediamo aveva stretto un patto con noi, suggellandolo con il sangue e la carne. Ora io vi dico che quello stesso Dio ha rinnegato questo patto, schierandosi con gli invasori. L’ho veduto io stesso scendere dalla croce e offrire la comunione, il suo stesso corpo, a coloro che distruggono le nostre case.”
Tutti videro, alla luce delle candele, che indossava una mimetica e imbracciava un fucile.
“ Io dico che dovrà pentirsi di questa scelta!”
Lo scatto di un otturatore risuonò in tutta la chiesa.
“ E perdio, dovrà pagare per questo tradimento!.”
Alte urla si alzarono contro la volta in pietra e mille pugni scandirono verso il cielo il guanto di sfida dell’umanità.

"Quelle torri misteriose" di Simone Valtorta

di Simone Valtorta

un racconto da leggere «sottovoce», quasi una meditazione sul destino ultimo dell’umanità.

Huy arrivò alle Rovine ai primi bagliori del crepuscolo, quando il cielo era soffuso d’un pastello color arancio sfumato di striature purpuree ed oro, e denso come melassa. Da lontano, le cupole e le guglie che si protendevano a sfilacciare le nubi sembravano tante gocce d’ambra stillanti dalla volta di un’immensa caverna.
Il giovane cacciatore si fermò, incerto, sul limitare della collina: la marea stava calando, l’acqua ruscellava dentro e fuori dagli edifici rugginosi, scivolava sull’asfalto delle strade e lungo le banchine dei porti, si tuffava nell’abbraccio del golfo. Qua e là, negli avvallamenti, ristagnava, con la superficie arruffata dalle carezze del vento occidentale.
Guardingo, Huy s’inoltrò tra le Rovine, assaporando il sapore d’arcano che quel luogo sapeva ancora trasfondergli, e sentendosi – pur dopo tante volte che vi ritornava – un intruso, un estraneo che penetrava in un territorio che non gli apparteneva. Gli altri non approvavano che si andasse lì; neanche i più coraggiosi ed esperti vi si avventuravano, se non nei periodi di carestia, quando la selvaggina scarseggiava e il mare rifiutava i suoi doni (allora, in qualche edificio di periferia vuoto e silenzioso, ripieno del sole che fluiva dalle vetrate infrante, talvolta si poteva trovare qualcosa di buono da mangiare). Ma erano eventi rarissimi, e comunque nessuno – che lui ricordasse – era stato tanto temerario da passarvi la notte.
Infatti esistevano storie, sulle Rovine: la più comune, che lui aveva ascoltato tante volte accucciato accanto al focolare, parlava degli spiriti dei morti che, nelle notti senza luna, uscivano gemendo dalle antiche tombe e percorrevano le strade lastricate, dilaniando con gli artigli e succhiando l’anima di ogni incauto esploratore.
Ma Huy sapeva che non c’era pericolo – non in quel senso: quelle voci lamentose erano solo un’illusione del vento, che strideva tra le lamiere dei cantieri e scuoteva le cigolanti catene dei moli. Erano queste leggende, come tante dita barocche puntate a intimorire i più irruenti, che, paradossalmente, l’avevano indotto a visitare quei luoghi. E, dopo la prima volta, vi era tornato, ancora ed ancora.
Lì si sentiva in pace: in pace col Cosmo, in pace con gli uomini che avevano popolato le Rovine, in pace con gli dèi e con gli spiriti che governano le azioni di tutti.
A volte, quando era stanco e si abbandonava al sonno, disteso sul caldo cemento di una strada o accanto ad un uscio dai cardini divelti, le Rovine rispondevano alle sue mute domande: in un sospirato sussurro gli trasmettevano le vibrazioni, centellinate dal tempo, di chi lì aveva vissuto, lì aveva amato, lì aveva ceduto al gelo della morte. Come tanti granelli di sabbia racchiusi nella clessidra dell’eternità, quegli uomini orgogliosi avevano eretto orgogliose torri, simboli superbi della loro potenza e della loro vitalità. E dalle torri avevano scrutato il cielo, le nebulose e le costellazioni, coi grandi occhi scintillanti di meraviglia e d’ammirazione…
Huy guardò il cielo tinto d’inchiostro, la volta sulla quale le stelle cominciavano ad occhieggiare, timide e indifferenti, come una miriade di fuochi intenti a tracciare un sentiero: era lassù che se n’erano andati gli antichi uomini, era stato il loro sogno fin da quando un ragazzo s’era fabbricato ali d’uccello per salutare più da vicino il sorgere del sole. Avevano abbandonato la terra per trasvolare sulle rotte del cielo, erano migrati come le anatre selvatiche che fuggono dai freddi invernali per raggiungere i caldi stagni meridionali, erano partiti e non erano più tornati. Cercavano un mondo migliore, un giardino di delizie dove i fiumi stillassero miele e i lupi si pascessero con gli agnelli: perché pensavano che quello che avevano ereditato dai padri non fosse abbastanza per loro, erano andati a scandagliare l’ignoto per trovare qualcosa di più bello, di più grande, di più vero, una terra dei sogni divenuta realtà e lasciata là, tra le galassie, a disposizione di chiunque fosse andato a prenderla. Solo le Rovine erano rimaste, immobili sentinelle del passato dominio: un ponte sospeso tra ciò che era e ciò che sarebbe stato, tra le radici della civiltà e i rami più alti.
Huy si chiedeva spesso dove fossero quegli uomini ora, se stessero calcando il suolo di lontani pianeti, se fossero felici e se, nella solitudine della sera, qualcuno di loro rimembrasse il mondo lasciato dietro di sé, le città invase dai rampicanti e i campi soffocati dalle paludi. Un mondo in lenta, inesorabile putrefazione, la carcassa di un animale abbandonata sotto il pugno degli elementi; solo le lucertole guizzavano furtive tra i luoghi di culto e le dimore nobiliari pavimentate di mosaici opachi, ragni, topi e pipistrelli stavano acquattati tra i cadenti architravi dei palazzi e là, nelle crepe delle fonti disseccate dei giardini, si vedevan sovente brillare gli occhi gialli della serpe. Forse, si disse il giovane, in quel momento, da qualche parte del Cosmo sconfinato, c’era qualcuno di quegli uomini che pensava a lui, come lui pensava a loro…
Ma a quest’ultima domanda le Rovine non rispondevano. Non sapevano che cosa rispondere!

La rugiada dell’alba gli solleticò le membra. La marea stava salendo. Huy si alzò, diede un’ultima occhiata agli edifici semisommersi, alle abitazioni un tempo risuonanti di vita, alle torri da cui erano partite le navi dirette verso il cielo, quel cielo dal quale nessuno era mai più tornato.
Il vento dell’oriente gli passò sul corpo dita vellutate d’argento in lunghe, morbide carezze: odoravano di muschio, di funghi e di foresta. Era un segno favorevole, si disse il giovane. Raccolse la piccola ascia dalla lama di selce, l’arco di giunco flessibile e le frecce. Avrebbe fatto una buona caccia… forse sarebbe riuscito addirittura ad abbattere un leone delle caverne o una tigre dai denti a sciabola.
Ci sarebbe stata carne per la tribù!
(anno 1999)

"Senza nome" di Alessandro Bastasi

di Alessandro Bastasi

"Senza nome" pag.1

Non mi è mai piaciuto comprare roba usata, ma quella borsa di El Campero mi ha subito conquistato. Bella, ben conservata, pelle solida, cuciture robuste, rivestimento interno con un tessuto a fiori discreto ed elegante. Degli anni Settanta, mi ha detto la signora dalla gonna lunga e i capelli grigi, gli occhi azzurri e sorridenti, che stava dall’altra parte della bancarella. Io vado pazza per le borse, ne avrò quaranta stipate nell’armadio, e non ho saputo resistere. Sarà stata l’aria festosa della fiera dell’antiquariato, o la luce radente del tardo pomeriggio domenicale che illuminava di sbieco i Navigli, fatto sta che me ne sono subito impadronita senza neppure tirare sul prezzo.

- Ho fatto acquisti! – trillo di gioia mentre sto aprendo la porta di casa e mi accoglie il profumo forte e aromatico della pipa di Guido. – Guarda che meraviglia!
Guido è ancora lì, dove l’ho lasciato tre ore fa, al computer, a scrivere la sua relazione per il consiglio di amministrazione di domani e non solleva neppure lo sguardo dallo schermo.
- Oh, smettila, dacci almeno un occhio!
Gliela metto davanti al naso, lui la sfiora con la mano.
- Bella, sì.
- Eh? mi mancava proprio una così.
- Se adesso che hai trent’anni ne hai così tante, di borse, quando sarai una sessantenne quante ne avrai? Dovremo prendere una casa più grande solo per quelle.
In un altro momento gli avrei risposto per le rime, ma adesso sono troppo eccitata per il mio acquisto, non gli bado neppure e corro in camera a studiare i particolari di quel meraviglioso manufatto. L’accarezzo, palpeggio la morbidezza della pelle, la tengo in mano mentre passeggio su e giù sul parquet, mi siedo sul letto, la apro, ne scopro le tasche interne, faccio scorrere uno zip, poi l’altro…

Una fotografia! Ma guarda… Che bell’uomo. Se non fosse per la data direi che somiglia a Guido. E’ impossibile, ovviamente, dieci giugno del settantatre, Guido è nato l’anno dopo! Certo che la somiglianza è straordinaria, alle volte uno non ci pensa ma chissà quanti sosia ci sono in giro di ciascuno di noi.

Più tardi, a cena, anche Guido prende in mano per un istante quella fotografia sbiadita, ma dice di non notare alcuna somiglianza. Io invece lo osservo con attenzione, quel trentenne dai capelli lunghi e la barba, sguardo intelligente, maglione col collo alto e jeans, poi mi concentro sulla faccia di Guido, e cerco di immaginarmelo acconciato anche lui in quel modo.
- Ti piacerebbe essere vissuto allora? – gli chiedo.
Lui ci pensa un attimo, una ruga gli passa sulla fronte, poi mi risponde che è una domanda senza senso, uno vive quando gli tocca, in un altrove temporale lui non sarebbe mai potuto esistere né mai potrà farlo, non riesce nemmeno a concepirlo, tanto diverse sono le situazioni.
- Beh, dicevo così, tanto per parlare – faccio io, contrita e leggermente stizzita per la sua reazione. Ma Guido è così, solido, concreto. Proprio figlio del suo tempo.
Lui si accorge che mi ha un po’ frastornata e sorridendo mi dice:
- Pensa che non c’erano né i computer, né la posta elettronica né i cellulari… Non ci saremmo neppure potuti conoscere! E poi, un periodo come quello, pieno di disordine e di violenza, ma per carità…
Gli accarezzo la mano, lui mi guarda, solleva leggermente un sopracciglio, mi fa un buffetto sulla guancia, si alza e se ne va a lavorare.

Sul retro della foto c’è qualcosa, un nome, una frase, ma non riesco a leggerla, è cancellata da tratti di biro fitti fitti, quasi rabbiosi. Rigiro tra le mani quel cartoncino vecchio di trentasei anni. Mi intriga, non c’è che dire, e mi viene un’idea. Mentre Guido torna al suo posto di lavoro io vado nel mio studio, accendo il computer e scansiono la foto e il retro. La frase mi accorgo che è scritta con un inchiostro blu, mentre i tratti che l’hanno coperta sono neri. Carico il programma PhotoControl, e gli dico di fare sparire il nero. Il programma prontamente esegue, però si capisce ancora poco, compaiono solo piccoli tratti e puntini blu, difficile risalire a qualcosa di comprensibile, scritto per di più in corsivo… Ci vorrebbe un sistema esperto che cercasse di interpretare quell’insieme di segni e mi proponesse alcune alternative… Domani chiedo a Francesco, il mio collega che si occupa di intelligenza artificiale. D’altronde lavoro in una società di informatica, no? Anzi, gli mando subito una mail, lui ci gode con queste cose, magari riesce ad arrivare a qualche risultato. E a dare un nome a questo bel ragazzo degli anni ’70.

Di chi sarà mai questa borsa? Chi è l’uomo della foto, che fine avrà fatto, adesso avrà quasi settant’anni, coi capelli bianchi, se ne starà tranquillo in una casa di campagna dove ogni tanto lo andranno a trovare i suoi figli e i nipoti, la borsa sarà stata di sua moglie, forse è morta, per questo ho trovato la borsa al mercatino, o forse è morto anche lui e i figli si sono disfatti di tutte le cianfrusaglie che lui si teneva in casa per ricordo, ché quando conservi così gelosamente le cose vuol dire che stai proprio invecchiando, e non te ne importa nulla di rinnovare il mondo che ti circonda, ché la vita ormai l’hai vissuta. Mi prende una stretta al cuore mentre vado nella nostra camera da letto e a luce spenta rimetto la foto nella borsa che poi appoggio sulla cassettiera, la borsa tutt’a un tratto è pesante, non è gioiosa come quando l’ho presa al mercatino, è come se avesse voglia di nascondersi, di celarsi alla vista, forse perché le ho strappato il segreto della fotografia che ha conservato per tanti anni, troppi anni, anche se non mi sembra possibile che qualcuno l’abbia usata per tutto quel tempo senza accorgersene, forse ha di proposito lasciato lì la foto, nella sua tasca interna, magari in un qualche momento della vita aveva ripudiato quell’uomo e aveva voluto cancellarlo dalla faccia della terra, poi però non se l’è sentita di eliminarlo davvero e l’ha conservato in un posto dove non fosse costretta a vederlo, ma con la consapevolezza che comunque c’era, era vicino, nonostante tutto quello che potesse essere successo.

"Senza nome" pag.2

Ho il cuore gonfio di una strana inquietudine, sarà il buio della notte, il silenzio della nostra casa isolata, il chiarore lieve che filtra dal soggiorno nel quale Guido sta lavorando alla luce di una lampada da tavolo, un’inquietudine fatta soprattutto di malinconia, mi piacerebbe che Guido smettesse di battere sui tasti del computer e venisse qui da me, per andare insieme sotto le coperte e fare l’amore a lungo, vorrei davvero perdermi nella dimensione senza tempo di un abbraccio, e mi scende un brivido giù per la schiena quando mi accorgo che la borsa è lì, come se mi stesse fissando, come se volesse dirmi qualcosa, e meccanicamente torno ad avvicinarmi, la apro e riprendo in mano la fotografia, ho un tremito mentre la trattengo tra le dita, e non voglio accendere la luce per non rovinare quell’attimo eterno in cui percepisco nettamente il palpito di vita che è lì a bussare impaziente dalla superficie di quel cartoncino per uscire finalmente dall’accumulatore di passato che l’immagine di quell’uomo imprigiona nel suo aspetto sorridente e sbarazzino, soprattutto in quegli occhi più vivi che mai.

Mi scuoto quando improvvisamente un fascio violento di luce investe la mia figura e vedo Guido fermo sulla porta che mi guarda perplesso:
- Ma che succede? Cosa stai facendo?
Non lo so, mi dico. Sto tenendo la fotografia con entrambe le mani, sono sudata, la borsa è sulla cassettiera, una normale borsa di pelle El Campero, e poi l’armadio, e il letto, i libri sullo scaffale dietro la testata…
Sono invasa da una tristezza infinita, e le lacrime affiorano dai miei occhi, gli occhi blu che un tempo facevano impazzire d’amore il mio Guido, mi tremano le labbra e gli tendo le braccia, lui mi viene incontro, mi toglie la foto di mano, l’appoggia sulla cassettiera e mi porta sul letto, come una bambina. Mi abbraccia in fretta, mi sorride e mentre mi asciuga il viso mi dice, con la sua voce calda e ferma:
- Adesso riposati, qui, tranquilla. Ti porto una tisana, vuoi?
No, non voglio la tisana, voglio te, voglio appoggiare la mia testa sul tuo cuore, sentirne i battiti, il sangue che circola, solo questo mi tranquillizzerebbe, vorrei che andassimo a letto, a fare l’amore, starcene stretti l’una all’altro, e poi goderci la presenza forte dei nostri corpi e delle nostre anime intrecciate, ma invece no, non dico nulla, sto in silenzio, perché lui mi accuserebbe di essere la solita sentimentale, che non mi comporto da persona adulta.
- Vieni qui anche tu… - gli sussurro con un filo di voce.
- Più tardi, amore, lo sai che devo finire la relazione.

Ed è notte fonda quando mi sveglio di soprassalto con la sensazione che Guido non sia più lì con me. Lo scopro in soggiorno, in piedi, nudo, con la fotografia in mano. E lui si volta lentamente verso di me, con un sorriso fisso sul viso e gli occhi carichi di angoscia, in una scissione anche fisiognomica spaventosa. Urlo di nuovo, ed è la volta che mi sveglio davvero, con Guido accanto a me che apre per un attimo gli occhi assonnati e mi attira verso di lui bofonchiando un “Dormi, amore” prima di sprofondare di nuovo nel buio profondo della notte.

- E’ un bel problema quello che mi hai messo in mano! Il sistema standard non riesce a ricostruire la scritta, ci ho provato in tutti i modi ieri sera ma non c’è stato verso, devo quindi trovare un’altra strada. E forse… miracolo!, ce l’abbiamo. Sì perché per una banca abbiamo sviluppato un software che “legge” con un raggio laser le densità delle scritture, sai, serve per controllare l’autenticità delle firme. Bene, venendo a noi, se al programma riusciamo a fargli distinguere i punti dove la densità dell’inchiostro è doppia, dove cioè compare sia la scritta che la cancellatura, da quelli in cui c’è solo la scritta oppure solo la cancellatura, è fatta. Penso di darti i risultati entro stasera, al massimo entro domani. Tu però non dirlo al capo che sto trascurando il lavoro per fare un favore a te, lo faccio solo per i tuoi occhi, lo sai, eh?
- Ma smettila! – Francesco è un tesoro, un vero amico. Forse l’unico vero amico che ho.

Sono lì, alla mia scrivania, davanti al computer e agli altri accessori del mio lavoro, e penso all’immagine della fotografia, ne ripercorro i tratti, i capelli, gli occhi, il sorriso… Lo so che devo concentrarmi sul progetto, ma non ci riesco, e poi siamo alle finiture finali, il beta test è quasi completato, da un’immagine bidimensionale, opportunamente elaborata, siamo riusciti ad estrarne una possibile rappresentazione tridimensionale. Il lavoro più impegnativo è stato quello di analizzare le luci e le ombre, in modo da riuscire a calcolare il grado di curvatura delle superficie, le eventuali asperità, le profondità degli oggetti contenuti nell’immagine. E’ chiaro che, in assenza di simmetrie, il retro di questi oggetti è ricostruito sulla base di mere ipotesi, ma già così il risultato è notevole. Ha ragione Guido, in fondo, come potevano fare a meno, gli uomini degli anni Settanta, di tutto quello che oggi la tecnologia ci offre? Chissà cosa direbbe il tizio della fotografia se potesse vedere il punto cui siamo arrivati!

Il tizio della fotografia. Che mi succede? Ci penso e un brivido mi assale la schiena, è fine ottobre e il riscaldamento è acceso, eppure ho freddo, poi improvvisamente inizio a sudare, devo alzarmi, fare due passi lungo il corridoio, poi torno indietro, infine mi decido ad andare a prendere un caffè, e là incontro Francesco che mi dice, con fare complice:
- Ci siamo quasi! Ora tolgo un po’ di impurità e ti porto quella scritta su un vassoio d’argento. Bacio?

Il test del software di cui mi sto occupando è OK. Dalla fotografia di un cane sono riuscita ad ottenere una rappresentazione tridimensionale, che ruoto come voglio sullo schermo del computer, brava!, mi dico, dopo tutto sono davvero in gamba! Sto per spegnere tutto per tornarmene a casa quando mi arriva l’ultima mail. Il testo è breve, tre parole: “Il tuo Guido”. Ho un tuffo al cuore, pensando a qualcosa che mi può aver inviato mio marito, un biglietto d’amore in allegato, o l’invito a cenare fuori in un ristorante elegante, è tanto tempo che non usciamo la sera, del resto lo capisco, povero Guido, è un brutto periodo questo, con la crisi e tutto il resto, e lui deve prendere delle decisioni spiacevoli, tipo licenziare un po’ di dipendenti per riorganizzare l’azienda…

"Senza nome" pag.3

Ma non me l’ha inviato Guido quel messaggio. Il mittente è Francesco. E io rimango impietrita a rileggere quelle tre parole. Allora l’uomo della fotografia si chiamava Guido. Come il mio, di Guido. E l’aveva sicuramente regalata a una donna. Che poi, per qualche motivo sconosciuto, aveva cancellato la dedica. Senza però buttar via la foto. Mi precipito da Francesco, che se ne sta andando anche lui, ha in mano la fotografia, la agita per aria con un’espressione divertita.
- Allora - mi dice, - che ne facciamo di questa? La rivuoi? E tu cosa mi dai in cambio?

Guido! Guido non viene a casa stasera, ha una cena di lavoro. L’ennesima cena di lavoro. Sono sola, al buio, ho in mano la fotografia di Guido, che mi osserva incuriosito, in attesa di qualcosa, forse adesso che è ricomparsa la sua dedica si aspetta un segno, da me?, lo guardo e lui mi parla, ma non capisco che cosa mi stia dicendo, ho la testa in fiamme, e fuori ammicca una luna pazzesca, vorrei essere lì sul viale a passeggiare, le foglie secche che volano dagli alberi sul controviale, vorrei calpestarle e sentirne il rumore, e respirare intensamente l’aria fresca e tenue di questo fine ottobre.
D’improvviso, l’idea. Nel mio studio ho tutta l’attrezzatura necessaria, me l’ero installata per fare dei test a casa sul nuovo software che stiamo sviluppando sulla trasformazione delle immagini da bidimensionali a tridimensionali, e da questo elaborato creare degli ologrammi. Forse non funzionerà perfettamente, ma perché non provarci, domani al lavoro mi scarico l’ultima versione del programma e nel pomeriggio mi prendo mezza giornata di permesso. E faccio rivivere Guido.

E’ stato facile stamattina convincere il mio capo che era meglio che facessi i test a casa, senza essere disturbata dai colleghi e da mille telefonate, così non ho nemmeno dovuto chiedere il permesso. Sono al culmine dell’eccitazione mentre inserisco il CD nel lettore del computer, vedermi Guido in tre dimensioni, davanti a me, come se fosse vero, quel ragazzo di tanti anni fa che mi viene a trovare, l’idea mi pervade la mente e il corpo, non riesco quasi a stare seduta sulla sedia, il CD trema nelle mie mani, finalmente è inserito, vai sul programma, la freccina del mouse sull’icona giusta.

Il rumore fastidioso delle chiavi che girano nella serratura della porta d’ingresso. Guido. Guido che arriva proprio mentre sto attivando il software. E’ tornato a casa alle tre del pomeriggio, come è possibile, proprio oggi doveva arrivare così presto!, ho il cuore che mi batte all’impazzata, non voglio che si accorga di quello che sto facendo, spengo tutto e gli vado incontro in soggiorno, lui è sorpreso nel vedermi, si è appena tolto il giaccone, rimane un attimo in silenzio, poi si accorge della fotografia che tengo in mano, si guarda attorno e non ce la fa più a trattenersi, mi urla contro:
- Ma cosa fai qui, invece che essere al lavoro, almeno mettessi un po’ di ordine in casa, sono stanco di tutto questo caos, libri per terra, prendi le cose e non le metti a posto, guarda che roba, e poi il frigo vuoto, sono stufo, hai capito? Che cos’hai lì in mano, ancora presa con quella cazzo di fotografia, mi hai rotto le scatole, finora sono stato fin troppo comprensivo, adesso basta, basta, ora me ne vado a giocare a golf, tu vedi di mettere a posto tutto e soprattutto non voglio più vedere quella fotografia, chiaro?

Io sono confusa, mi ronzano le orecchie, mi accorgo appena che sta rimettendosi il giaccone, che sta cercando con gli occhi la sua sacca da golf, e sento a malapena la sua voce che mi chiede se l’ho vista in giro, con tutto questa confusione non si trova mai nulla, te la prendo io, tesoro, le parole mi escono dalla bocca, perché erano lì, ferme, parcheggiate, in attesa di uscir fuori, ormai senza alcuna connessione con il resto di me, del mio corpo, del mio essere, le pronuncio, senza rendermene conto, così come non mi rendo conto che sto estraendo dalla sacca e afferrando a due mani un ferro 3, ottimo per i tiri ravvicinati e precisi, forgiato, sensibile e potente, come dice la pubblicità, e lo sto portando sopra la mia testa per poi calarlo in avanti con tutta la mia forza…

- Guido…
- Ciao, piccolo fiore.
- Tu sei…
- Sì, sono io, Guido. Il tuo Guido.
- Ma non è possibile, non puoi essere Guido, tu sei un’ombra, un ologramma…
- Oh, no, sono reale, lo sai benissimo, sono il tuo Guido, l’avevo scritto pure nella fotografia, anche se tu ti eri presa la briga di cancellarlo…
Mi accorgo che sto tremando, non riesco a proferire parola.
- Mi avevi cancellato, amore mio. Ucciso. Sono il Guido dentro di te. Il Guido che avresti voluto. Che avevi dovuto eliminare per accettare tuo marito. Ma non ci sei riuscita, per fortuna, così sono vivo, vero, come nessuna persona reale potrebbe mai esserlo… Ora più che mai, dal momento che l’altro Guido è morto.
Io sto in silenzio, incantata. Una dolcezza languida ed estenuante mi invade il corpo, le gambe molli, il sangue che circola leggero, quasi evanescente. E prima di socchiudere gli occhi dall’emozione sento me stessa sussurrare:
- … e non mi lascerai mai, vero?
- Mai più tesoro mio. Sono tuo, e lo sarò per sempre.