"L'uomo senza ombra" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

tutti diamo per scontato che la nostra ombra esiste e ci segue sempre. Ma è proprio vero?

"L'uomo senza ombra" pag.1

Il signor Capuleti si accorse improvvisamente di un fatto increscioso, era senza ombra. Da quanto, non poteva saperlo.
Voglio dire, uno non è che sta tutto il giorno a controllarsi l’ombra. Sarebbe difficile, in alcuni casi decisamente imbarazzante. Cosa state facendo, giovanotto? domanda l’anziana signora seduta sull’autobus, in tono austero e fastidioso. Sto controllando la mia ombra, casomai sparisse. Voi non siete in senno, giovanotto, dovreste frequentare di più la parrocchia e pregare, pregare molto.
Insomma, sorvegliare la propria ombra non è affare facile e comunque i pensieri son tanti, mille i problemi di una comune giornata ed un pover’uomo facilmente si dimentica delle cose più banali, come controllare che la propria ombra non scappi, non se ne vada per i fatti suoi, a combinare chissà quali guai.
Così passano i giorni ed un bel momento uno si accorge che l’ombra non c’è. Come non c’è? Andata, volatilizzata, sparita, alienata, forse aggrovigliata da qualche parte o impigliata in un cavo elettrico, defluita giù per lo scarico, rimasta sotto le gomme di un camion di passaggio e magari a quest’ora già in viaggio verso il nord europa, i Carpazi, l’America, non si sa, non è dato sapere.
Dove sarà a quest’ora? si domanda il signor Capuleti in preda ad un’ansia crescente. Sembra facile a dirsi. Ci sono cose che uno da per scontate. L’ombra è una di queste. Apparentemente inutile, incorporea, immateriale, impalpabile. Eppure necessaria come l’aria e il pane. L’ombra è un punto di riferimento, ti dice che esisti, anche al buio. Si staglia gigantesca contro il fianco dei palazzi, quando rincasi la sera. Proietta la tua sagoma stilizzata contro la casa di fronte, quando osservi la città piena di luci. Il più delle volte ti segue docile, come un animale al guinzaglio, passando sotto le suole di chi ti cammina accanto, scivolando silenziosa su pozzanghere, marciapiedi, cacche di cane, macchie d’olio. Senza mai un lamento, una protesta, una richiesta, una benché minima manifestazione d’indipendenza. Si limita a mutare forma, ad allungarsi, a restringersi, come negli specchi dei luna park, in cui uno si vede più alto, più magro o più grosso, a seconda dello specchio e un po’ anche dell’umore.
Insomma, niente farebbe pensare ad una fuga improvvisa, ad un moto di ribellione. Il signor Capuleti immagina un’eventuale denunzia alla polizia. Quando l’avete vista l’ultima volta? domanda un sergente prendendo appunti con aria annoiata. Andiamo sergente, potreste metterci un po’ più di impegno, che diamine, in fondo si tratta della mia ombra! Il sergente si limita a scrollare le spalle. Spariscono tante cose ogni giorno Soldi, oggetti di valore, persone, alcune di valore, altre meno. Non c’è certo il tempo, né la voglia di occuparsi di una cosa banale come un’ombra. Ci fosse almeno di mezzo una rapina, un colpo di pistola, qualcosa di lontanamente eccitante, per un sergente annoiato a pochi mesi dalla pensione. Nossignore, solo un tipo scialbo, con la pancia e pochi capelli, che sostiene di aver perso l’ombra. Niente da fare, si dice il signor Capuleti, la polizia non capirebbe. Già s’impegnano poco per le cose serie, tipo rapine e omicidi, figurarsi per un’ombra. L’ombra di un tipo scialbo con la pancia e pochi capelli.
Cosa fare? si chiede Capuleti. Uscire a cercarla? Uno ne fa di chilometri in una giornata, anche ammesso che fosse sparita nelle ultime ventiquattr’ore. Si esce, si rientra, si gira, si fa la spesa, si salutano i pochi amici, si beve un bicchiere prima di rincasare. Il tutto fidando che lei, la docile ombra, sia rimasta attaccata al tuo corpo per tutto il tempo. Solo che adesso non c’era più. Dov’era finita? Forse qualcuno poteva averla presa, rapita, rubata. Preso da un improvviso impulso, il signor Capuleti decide di uscire nuovamente a cercarla. Dove? Dove capitava. Avrebbe girato la città, passando e ripassando dai posti che era solito frequentare, fino a quando non fosse saltata fuori, con le buone o con le cattive.
Uscito di casa, si schiaccia contro un muro, in preda ad una nuova vergogna. E se qualcuno, magari, dio non voglia, un conoscente, si fosse accorto del fatto che gli mancava l’ombra?
Avrebbe perso quel po’ di prestigio sociale di cui godeva.
Guarda quel tipo, non è quello che lavora nell’ufficio accanto al tuo, caro? E’ senza ombra. L’avevo detto io che aveva qualcosa di strano. Ti ricordi quando lo incontrammo al Luna Park? Aveva vinto tutti quei pupazzi al baraccone del tiro a segno. E non ha né moglie, né figli e nemmeno uno straccio di fidanzata , che se ne fa di tutti quei pupazzi? Mi piacciono i pupazzi, ci ha risposto, con quel sorriso falso, ti ricordi caro? E adesso gira senza ombra. Te l’avevo detto io che era un tipo strano.

"L'uomo senza ombra" pag.2

Dopo alcuni minuti, il signor Capuleti trova il coraggio di staccarsi dalla parete. Nessuno lo nota, i passanti nemmeno lo guardano. In questa città la gente non si guarda in faccia. Ognuno è concentrato sulle proprie miserie, sulla propria solitudine, non c’è tempo, né voglia per quella degli altri. Potrei essere senza testa, senza braccia, senza corpo, non se ne accorgerebbero neppure, pensa il signor Capuleti, al tempo stesso rinfrancato ed inquieto, per questo pensiero.
Comincia a girare a caso. Passa due volte dallo stesso bar, in cui quella mattina ha bevuto una birra. Indugia qualche secondo in più nell’agenzia delle scommesse. Per scrupolo controlla il talloncino della puntata che ha fatto oggi pomeriggio. Niente da fare, pensa scuotendo il testone. Saltimbocca, il cavallo su cui aveva scommesso qualche soldo, è arrivato ultimo. Tanto per cambiare, pensa Capuleti.
Gironzola per le strade lucide di pioggia, poi, come in preda ad un’improvvisa ispirazione, gira l’angolo e svolta in una stradina laterale. La via è stretta, poco più di un vicolo e termina contro un edificio basso e largo, di mattoni rossi.
Ombre cinesi, dice il cartello di fianco all’ingresso. Solo per oggi, lo straordinario spettacolo di ombre cinesi.
Il signor Capuleti entra senza badare alla ragazza seduta al botteghino, che gli grida qualcosa, forse di pagare prima il biglietto. Scosta la pesante tenda in velluto blu. Il locale è povero, disadorno, con alcune file di sedie sbilenche. Ci sono due spettatori che russano nella prima fila ed una coppia, un soldato e una ragazza, che amoreggiano sulla sinistra in fondo. Il palcoscenico è un lercio telone bianco, pieno di rappezzi e di macchie d’indefinito colore e provenienza. Nel cono di luce del proiettore si formano e svaniscono sagome di tutti i tipi. Un coniglio, un serpente, un cane. Un mazzo di fiori, un coyote che ulula alla Luna, molto somigliante al cane, in verità. E poi una coppia di innamorati, una casa, un cervo, altri fiori. Il signor Capuleti osserva lo spettacolo in preda ad un imbarazzo crescente. Da dietro la tenda è spuntato anche il proprietario del locale, un ometto magro con baffi radi, incerto se apostrofarlo per il mancato biglietto o rallegrarsi comunque per un nuovo cliente, per quanto insolvente.
Poi, pian piano , con gli occhi ormai abituati alla penombra, al signor Capuleti sembra di scorgere qualcosa ai margini del cono di luce. Prima incerto, aguzza gli occhi e li stringe, poi, via via più sicuro, si avvicina al telone, con le mani sui fianchi e una rabbia che aumenta visibilmente. La sua ombra è lì, in un angolo del telone, visibile come una sagoma più grigia dell’oscurità che c’è intorno. Gliene dirò quattro, pensa il signor Capuleti, le ordinerò di tornare a casa. Ha un compito da svolgere, c’è poco da scherzare. Io sono una persona seria, non posso certo andarmene in giro senza ombra, come un pinco pallino qualsiasi. Se torna senza fare storie, per questa volta sarò buono, sarò comprensivo, ma se mi fa arrabbiare…
L’immagine nel cono di luce, nel frattempo è diventata un uccello, poi un aereo, una ballerina. Ed a quel punto succede qualcosa. L’ombra esce dall’angolo, si avvicina alla sagoma della ballerina e comincia a danzare con lei. Il signor Capuleti si blocca, prima con le mani sui fianchi, ancora con un fiero cipiglio, poi le braccia si fanno via via più cascanti, fino a penzolare lungo i fianchi, inerti ed impotenti. Nel frattempo l’ombra continua a danzare un tango appassionato. Non c’è nessuna musica, ma si può intuire, immaginare, tanta è la grazia con cui la ballerina si lascia cadere tra le braccia dell’ombra, per poi risollevarsi come senza peso. Anche l’ombra si muove con insospettata agilità, quasi non fosse la mia, pensa il signor Capuleti.
Tutta una vita restando incollati ad un uomo banale e scialbo, con la pancia e radi capelli. Un’ombra agile, che potrebbe benissimo essere quella di un ginnasta, di un acrobata, di un grande ballerino e che invece ha avuto in sorte di appartenere al ragionier Capuleti, impiegato. Con la pancia e radi capelli.
Una lacrima scorre silenziosamente sulla guancia del proprietario dell’ombra, poi un’altra ed un’altra ancora.
Sei libera, dice sommessamente il signor Capuleti, da oggi ti sciolgo da ogni voto o dovere. Poi volta le spalle al cono di luce ed esce dal locale, con le guance rigate da sottili fili d’argento. Ed è un vero peccato che si sia voltato e sia uscito così in fretta e furia.
Perché l’ombra, dopo le sue parole, si stacca per un istante dalla ballerina e si esibisce in un lungo, elegante inchino, al tempo stesso omaggio e ringraziamento, per un vecchio, vecchissimo amico che, caso strano su questa terra, ha saputo rinunciare al proprio orgoglio, alla propria vanità.
Ed il signor Capuleti, tornando a casa sentendosi un po’ più vecchio, solo ed inutile, non sa di aver compiuto una meravigliosa buona azione.