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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Ai piedi della cascata - parte 1

di Lorenzo Perego
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C’era una volta una cascata.
Questa cascata era limpida, trasparente come vetro, come quel sottile e fragilissimo cristallo, che gli artigiani più esperti usano per rinchiuderci mondi meravigliosi, e poi basta agitare per far scendere la neve su città fantastiche, paesi sognati e inventati, prati di ceramica di color verde acceso.
L’acqua della cascata cadeva fragorosa e senza sosta, anche se il balzo non era eccessivamente alto, ma si formava comunque, nella piscina naturale dove i flutti si gettavano, quella tenera schiumetta fatta di soffici bollicine, che solleticano la pelle delle fanciulle quando vi s’immergono.
Quando splendeva il sole, le goccioline d’acqua sospese nell’aria fresca e umida facevano sempre comparire l’arcobaleno, che attraversava tutta la gola rocciosa in mezzo alla quale la cascata compiva il suo salto.
Un grande fiume portava la sua acqua a questa cascata: in realtà non era poi così grande, perché da una riva all’altra si vedeva benissimo, e per attraversarlo occorrevano solo pochi minuti, dato che la corrente non era nemmeno forte e impetuosa.
Per gli abitanti della valle però, questo placido corso d’acqua era l’origine di tutta la vita e la prosperità che essi portavano avanti da generazioni.
Il loro villaggio si trovava sul lato destro del fiume, mentre la riva opposta ospitava un’immensa foresta. La terra era occupata da tantissime fattorie e campi coltivati dagli abitanti del villaggio, mentre le pecore, le capre, le vacche e i cavalli pascolavano liberi sul fianco della montagna che chiudeva la valle, oppure andavano ad abbeverarsi ad un piccolo canale, formato da un altrettanto piccolo ramo secondario del fiume.
La vita nel villaggio trascorreva tranquilla e impegnata dal lavoro nei campi e con gli animali; gli abitanti formavano una comunità allegra e gioiosa, si conoscevano tutti tra loro.
Non avevano leggi scritte, perché ognuno sapeva ciò che era meglio fare per vivere in armonia con gli altri e con la natura che li circondava; non usavano monete o denaro, perché tutti vivevano del loro lavoro e mettevano in comune tutto ciò che avevano. I bambini giocavano felici insieme nei prati, correvano dietro alle oche nei cortili delle case, con le madri che li rimproveravano di non far spaventare le galline, altrimenti le uova sarebbero state meno buone!
Tutti avevano qualcosa da fare, e all’ora di pranzo si ritrovavano attorno a grandi tavoli di legno, per mangiare insieme quello che le donne e gli uomini addetti alla cucina avevano preparato per tutto il villaggio.
Non mancava proprio nessuno: c’erano contadini, boscaioli, artigiani, cuochi, sarti… C’era anche un medico, sempre impegnato ad andare per i boschi a raccogliere erbe per preparare i suoi infusi.
Ogni due anni era nominato un capo-villaggio, che aveva il compito di presiedere le assemblee cui partecipavano tutti gli abitanti, e inoltre aveva a che fare con i (rarissimi) forestieri che capitavano nella valle.
Ora, il capo-villaggio era Oloap, il bibliotecario. Sì, c’era anche una biblioteca, formata da tutti quei libri che gli antenati degli abitanti avevano scritto e lasciato alle future generazioni, per insegnare loro tutto quello che avevano imparato dalla vita.
Oloap aveva una figlia bellissima, di nome Anele: era alta, con la pelle abbronzata e i capelli lunghi e scuri; gli occhi del colore della corteccia degli alberi del bosco, un sorriso su cui splendeva il sole, e che le faceva venire le fossette alle guance.
Anele era fidanzata con Ylor, il figlio di un artigiano: alto, coi capelli e gli occhi scuri, le spalle larghe; di lui si diceva che avesse letto tutti i libri della biblioteca del villaggio! Dava una mano in cucina solitamente, e poi, insieme ad Anele, si occupava di far giocare e divertire i bambini: era solo una delle mille e più cose che i due giovani avevano in comune!
Sentivano entrambi di stare benissimo insieme, non si stancavano mai, ogni loro momento libero lo sfruttavano per fare passeggiate sui monti, per distendersi sull’erba verde a guardare le nuvole, per andare a fare il bagno nella piscina della cascata riscaldata dal sole: erano felicissimi, e gli altri ragazzi del villaggio un po’ li invidiavano.
Un giorno si decise nel villaggio di costruire un ponte, per raggiungere l’altra sponda del fiume senza bisogno delle barche. Sulla riva sinistra si trovava, infatti, il cimitero del villaggio: gli antenati erano sepolti nella terra del bosco, ognuno sotto un albero diverso.
Gli uomini e i giovani del villaggio si misero al lavoro; anche alcune donne robuste si impegnarono nell’impresa. Ylor era tra i costruttori, mentre Anele sembrava persa ad osservarlo in ogni momento, ogni movimento che faceva: aveva lasciato bruciare parecchie pagnotte nel forno, mentre era persa nei suoi sogni, e sua madre non la smetteva mai di farle ramanzine!
Erano state prese molte pietre dalla montagna, trasportandole con le barche fino al punto esatto del fiume. Poi era stata costruita un’impalcatura di legno che sorreggesse la struttura del ponte, e le pietre lavorate e modellate erano state posate, utilizzando acqua e sabbia per tenerle compatte: non c’erano mai inondazioni, quindi difficilmente il ponte sarebbe crollato.
Il lavoro fu ultimato in poco meno di un mese. Subito il villaggio si animò di una grande festa, c’erano balli, canzoni, fuochi d’artificio, tavolate immense di cibo e dolci, per la gioia dei bambini e di Anele, che era molto golosa.
Come se non bastasse, il giorno seguente cadeva il solstizio d’estate, quindi la baldoria proseguì per festeggiare il ritorno del sole caldo e della bella stagione: alla fine delle due giornate, nel villaggio erano tutti felicissimi. Oloap aveva anche tenuto un discorso, per il quale si era ispirato ad un libro scritto un centinaio di anni prima, in occasione dell’arrivo dei primi contadini nella valle; Ylor lo avrebbe saputo recitare quasi a memoria, ma si limitò a sorridere divertito mentre lo ascoltava, abbracciato ad Anele.
Passarono i giorni, gli abitanti ormai utilizzavano il solidissimo ponte per far visita ai loro cari al di là del fiume, quando accadde qualcosa di straordinario: dal valico sulla cima della montagna, qualcuno cominciò a vedere due piccoli puntini neri che si muovevano sulla neve candida.
I bambini erano incantati da quelli che sembravano due folletti, o due gnomi che danzavano nel freddo. Ma alla fine della giornata, i due esserini si erano ormai avvicinati al villaggio, e si erano pure ingranditi. Altro non erano che due eleganti cavalieri.

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