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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Vanitas" di Gianluca Valenti

III Sulla menzogna

“Questa è la storia di Vacca Vittoria:
morta è la vacca, finita la storia.”
Così mi rispondeva mio papà
le sere in cui per cedere alla veglia
chiedevo un palliativo di sonnifero,
quando la voglia di ascoltare storie
vinceva sopra quelle di narrarle.
Ma era davvero dolce la finzione,
non mi accorgevo di essere un fantoccio
in mano ad un fasullo cantastorie?
Da piccoli crediamo ad ogni cosa,
siamo così inesperti della vita:
manifestiamo lo stesso stupore
per una lampada che va in frantumi,
per un canguro o un’eclissi di sole.
C’era un bambino che credeva agli elfi,
al topolino che porta via i denti,
alla Befana, Dio, Babbo Natale:
ricordo ancora quel fanciullo ingenuo,
avvoltolato sotto le coperte,
che confidava a Gesù i desideri,
le sue speranze, i timori, i problemi
che il Dio bambino ascoltava in segreto.
Babbo Natale non sbagliava mai,
indovinava i migliori regali
senza bisogno di scrivergli un rigo;
il topolino era ricco davvero
e aveva più di un milione di denti
per farci il bagno come Paperone;
dall’uomo nero stavi un anno intero
ed il mago di Oz esisteva davvero;
ma la più bella ed attesa fra tutti,
la sola che realmente mi ammaliava
veniva con le scarpe tutte rotte
veniva con la gonna alla romana
volava sulla scopa la Befana!
Niente è per sempre ed il bimbo imparò:
cadde in battaglia la prima cicogna
mentre pareti tuonanti d’amore
davano acute nozioni di vita.
Nessun folletto nessun uomo nero
vennero a farmi balzare dal letto,
senza lasciare alcuna tipo di tracce
tutti morirono senza rumore.
Anche il ciccione, la renna e la slitta:
mi rubò tutto la mia adolescenza,
prese i ricordi e lasciò le ferite,
e chissà chi si occupò di cucirle.
Pensando fosse un processo normale
pensando avessi bisogno di tempo
pensando amando dormendo mangiando
la vita prese il normale destino
d’incanalarsi in mediocre esistenza,
a ogni illusione infantile preclusa.
Secondo loro, scelto a votazione
soltanto Dio non doveva sparire
(forse in ragione del soffio vitale?),
perdersi in tumuli d’ossa e preghiere
e nell’effimera gioia annegare.

“Mettiamoci seduti, contrattiamo.
Mi devi dare almeno l’occasione
di sbalordire per un tuo miracolo:
trasforma queste mele in albicocche
ed io consacrerò per te la vita”.
Ma nulla accadde, e il mio fittizio dialogo
si palesò ben presto per monologo;
non persi l’animo ma continuai
a interpellare il silenzioso oracolo.
“Dammi la morte, son qui, sono pronto,
mi sarà lieve, attenuerà il dolore”
gli dissi dopo avergli confessato
i miei peccati ingenui di bambino;
“toglimi adesso il mio fragile spirito;
la pietra tende al basso, il fuoco all’alto:
sono sicuro che andrei in Paradiso”.
Uscendo mestamente dalla chiesa
pieno di vita ritornavo a casa:
non ritenendomi degno abbastanza
non riprovai a dialogar con Dio,
ma spenta ogni speranza nell’attesa
lo disprezzai per l’ultima sua arresa
al mondo immaginario dell’infanzia;
né le minacce d’orchi, né il munifico
Babbo Natale, né il grillo parlante
che mi doveva indirizzare al bene,
poteron vincere la delusione
dell’esperienza d’irrealtà divina:
il vuoto che lasciò fu senza uguali
e a confessarlo fuggon le parole.
Ancora adesso, stanco e disilluso
mi scopro a volte a bestemmiar preghiere
nel nome di un Padrone in cui non credo,
ma senza fede maledire il cielo
e di nascosto contemplar le mele
senza speranza, senza alternative.

E caddi come corpo morto cade.

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