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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"L'errore di Cronos" di Barbara Risoli

Se i fuggiaschi si erano concessi una pausa, Dunamis non conosceva tregua, avanzava deciso, costeggiando il fiume Sperchius in direzione della foce, nell’attesa di incontrarli. Aveva marciato di notte e di giorno per accorciare lo scarto che lo separava da loro, aveva sottoposto i suoi uomini ad uno sforzo inaudito, mentre in lui non vi era traccia di stanchezza; la rabbia e la determinazione lo rendevano più pericoloso del solito. Aveva permesso a Zaira di attuare il suo piano, le aveva concesso la pietà che gli aveva chiesto, ma non si sarebbe lasciato beffare. Al loro successivo incontro sarebbe stato lui a dettare i patti e poi il conto in sospeso con Aimatos doveva essere pareggiato una volta per tutte. Assaporò, cavalcando come un forsennato, la morte di quel bastardo figlio del popolo ed immaginò lo scorrere del suo fetido sangue. Non gliene importava nulla del caldo soffocante, del sole accecante, del respiro affannato dei cavalli esausti. Aveva addosso i raggi brucianti dell’estate amplificati dagli abiti neri e dalla pesante armatura, nulla lo avrebbe fermato.
Tuttavia, percepiva la presenza di qualcuno. Era seccato di essere spiato, di vedere Autolico rasentare il suo tragitto, celandosi nel bosco. Conosceva il ladro del Parnaso e la sua fama. Era il nonno del re più astuto dell’Ellade, nelle sue vene scorreva il sangue divino di Ermes, come asseriva egli stesso, ma non lo temeva per questo. Spazientito fermò la corsa all’improvviso. Mosse lentamente lo sguardo e lo scorse immobile nel fogliame. Attese che l’intruso si tradisse, ma il vecchio aveva tempo e non era stolto. Una brezza calda gli filtrava nell’elmo semiaperto, senza però distrarlo. L’atmosfera divenne pesante. Lontano un lupo ululò.
- D’accordo, Autolico! Dimmi cosa vuoi ed io vedrò di accontentarti! - esclamò rombante. Il vegliardo sussultò. Tacque ed il lupo ululò ancora.
- Non giocare con me, Autolico. Sai bene di avere poche possibilità di uscirne incolume! - insistette ed il brigante scoccò una freccia che mancò il bersaglio. Il sovrano spostò il capo, vedendosela ad un soffio dagli occhi che volsero verso il punto ove il bandito si nascondeva. Sorrise, ma Autolico non si lasciò intimorire dalla sua fermezza: il fatto che inseguisse Zaira con tanta caparbietà gli faceva pensare che fosse più per amore che per odio. La sua esperienza in fatto di donne era notevole e avere conosciuto Zaira spiegava come doveva sentirsi il figlio del lupo. Il ghiaccio del suo essere si stava sciogliendo con la sua pericolosità. Lo vide sfilarsi il copricapo, sfoderare la spada e scendere agile da cavallo.
- Ti sto aspettando Autolico. Ti conosco e sono pronto ad affrontarti se sei abbastanza leale da colpirmi in combattimento e non di sorpresa! - lo sfidò apertamente.
- Eppure, Dunamis di Astos, sai che non sono onesto! – si scoprì, senza però muoversi dal suo riparo.
- Non fare appello a lato peggiore di te stesso e mostrati, sempre che tu non abbia paura di me - fece leva su un punto che sapeva debole per chiunque. Infatti l’uomo uscì dall’ombra con l’arco teso. Gli occhi di Autolico erano terribili durante gli agguati e la curva della sua bocca serrata spaventava. Ma anche Dunamis non dava segni d’incertezza.
- Temi forse il confronto, nobile brigante? - non la smise di provocarlo.
- Cosa te lo fa pensare? – rispose infastidito.
- Dimmi allora quale spada può difendere il suo padrone dalla velocità di una freccia scoccata a distanza – sottolineò.
- Quella di Dunamis - rispose sottile. La lusinga era un’arma infallibile, quella che lui preferiva, anche se con il sovrano di Astos le possibilità di riuscita erano scarse.
- Cosa vuoi, Autolico? O meglio, chi ti manda a gettare la tua vita al vento? Non c’è dio disposto a proteggere un profanatore di luoghi sacri - ringhiò astioso.
- I vostri cavalli, voglio i vostri cavalli ed in special mondo il tuo, perché vale molto! - e solo allora il signore di Astos vide nella sua faretra il luccichio di frecce d’argento. Un sobbalzo al cuore lo ammutolì. Quel silenzio disorientò Autolico: un nemico tacito era più letale di un lupo inferocito. Mentre ci pensava, la rabbia incontenibile violentò il re.
- Da me non avrai nulla, se non sventura e lutto! - sentenziò roco e veloce scagliò contro di lui la spada. Il colpo lo privò della sua difesa e lo scalfì al braccio, facendolo cadere in ginocchio in un successivo vano tentativo di rialzarsi in tempo.
- L’Arciere Bianco ti ha pagato per uccidermi! - lo accusò, pestandogli la mano. Autolico mugugnò.
- L’Arciere Bianco mi ha ordinato di rallentare il tuo passo, solo questo – confessò per non essere giustiziato sul posto. Era vecchio, un corpo a corpo avrebbe significato la sua fine e lui non voleva morire.
- E tu, incosciente, hai voluto sfidarmi! Non lo sai che Dunamis di Astos non concede pietà ai suoi avversari? - e lo prese per le spalle magre, guardandolo dritto in faccia.
- Davvero Dunamis di Astos non conosce sconfitta? - sorrise il ladro allusivo e coraggioso, mosso probabilmente dalle certezze che continuava ad avere sul suo conto e su Zaira. Scorse in lui una profonda disperazione, la stessa che aveva colto nella straniera, identica in tutto e per tutto, mascherata con lo stesso ammirevole risultato.
- Non offendere un re – lo riprese ghignante. Autolico sogghignò: vedere Dunamis alle strette era cosa rara e degna di un eroe, quello che lui non era.

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