scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Diario Piccolo" di Rosa Noci

Prefazione
La recente rosa dei libri scelti al premio Campiello è tutta al femminile; fa eccezione una solitaria comparsa maschile.
Non c’è da stupirsi, basta seguire le varie hit parade settimanali per avere le dimensioni di questo “sorpasso”.
Le donne scrivono, vendono e vincono premi (ci fu anche un Nobel), perché scrivono bene, in modo piacevole.
Vicende e stile si impongono, con la leggerezza dei sentimenti più genuini, che fanno parte della stessa natura femminile. E non sono fantasie, non invenzioni narrative, come la nonna sapeva fare quando alle donne era preclusa la scrittura e ci raccontavano le fiabe.
Apparentemente antiletterario, spesso contro schemi precostituiti di “scuole”, il libro al femminile non è più un fenomeno; una Tamaro basta, in questo senso.
Dicono che preferiscano argomenti del passato, ma senza ricalcare nostalgie inutili, impossibili; sono ispirate da invenzione nuova, fresca, come questa che mi fa leggere Rosa Noci. Anche quando il suo “lessico familiare” si trasforma nel linguaggio del dolore acuto della “tragedia familiare”.
Non conosco l’autrice, né saprei riconoscerne la voce, l’ho sentita una volta al telefono, invece è riconoscibile la sua scrittura, dopo una prima lettura.
Ha l’inizio di un diario, un diario piccolo lo chiama, ha l’incipit di un libro di sentimenti vissuti nella serenità di una famiglia, in cui l’amore si incarna in ogni più piccolo gesto, il suono della parola detta ne esprime l’eco. Ma in una simile atmosfera non occorre parlare per capirsi, il colloquio si accende senza cercarlo e dà senso alle abitudini, come alla casualità, a ciò che sembra non contare nella vita.
Allora anche la nonna, che sa fare le più buone polpette del mondo, non è una figura banale che si spegne nel ricordo e tanto più diventa angoscioso il percorso della malattia che ti sta consumando, come l’esaurirsi della candela che ti lascerà al buio.
La parola, prima alta e sonora, si affievolisce nella stanchezza e debole si fa il gesto solitamente vivace; il camminare non trova più il passo della vita.
In questa parte del libro, Rosa Noci acquista una capacità di introspezione notevole; non usa più il tono pacato del diario, anche se i sentimenti ci sono ancora tutti, ma straziati, incapaci di ridare con l’integrità di prima, l’amore, la serenità, la pacatezza del cuore.
E ognuno nella casa sembra diventare sconosciuto all’altro, quando non addirittura a sé stesso.
Per superare questo straniamento, l’autrice si nasconde dietro un’identità diversa dalla sua che sia in grado di parlare di un dolore che l’ha resa muta.
È la stessa negazione che ognuno in famiglia compie verso sé stesso, la propria identità, per continuare a vivere, ma ogni persona, marito, figlia, nonno, non sono più gli stessi, si è spenta la candela e c’è buio in casa.

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