scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Racconto vincitore

Sono appoggiata alla porta chiusa, con le mani dietro la schiena. Lui evita di guardarmi.
Io, invece, non riesco a staccargli gli occhi di dosso.
E' sempre stato così nel nostro rapporto, ora me ne rendo conto, l'entusiasmo era solo il mio. E, adesso, non so se il gioco è valso la candela, non so, se varrebbe la pena di rimettere insieme i cocci di questa storia, di riprovarci.
Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.
Probabilmente è solo per questo che sono qui. A chiedergli di ricominciare tutto da capo.
Sto volutamente evitando di fare domande. Anche se mi sono chiesta più volte il motivo di questo improvviso cambiamento; perchè diamine mi ha detto che non gli manco quando non ci vediamo, che i suoi "ti amo" non erano sinceri.
Con quelle parole è crollato il mio mondo, il nostro mondo.
Nato quando, per la prima volta, abbiamo scelto, o meglio, ho scelto di credere in questo amore nonostante le difficoltà, nonostante i problemi, nonostante tutto il resto del mondo.
Credevo mi amasse. Mi sbagliavo. Ed ecco il risultato: io sono qui a compiangermi, a supplicarlo di non strapparmi così un pezzo di cuore e a chiedermi come diavolo faccia ad essere così facile, per lui, voltare pagina. Come faccia a chiudere un capitolo come questo con la stessa disinvoltura con cui si slacciava i pantaloni. Mentre lui mi ignora totalmente.
Probabilmente mi ha solo usata. Come una bambola di pezza. Ora, stanco del giocattolo vecchio, mi ha abbandonata sulla strada. E come un bambino, per poter chiedere un nuovo gingillo senza assumersi le sue responsabilità, sta facendo di tutto per far dire a me, la parola fine.
Ma c'è una parte di me che si rifiuta di crederlo. La stessa parte che si rifiuta di credere che la nuova bambola sia già pronta, avvolta in carta sgargiante e chiusa nell'armadio. La stessa che mi ha condotto qui.
Probabilmente, la stessa che mi impedisce di sfilarmi quell'anello. L'unico segno ancora visibile di quello che credevo l'amore con la a maiuscola. Per chissà quale recondita parte del mio subconscio togliendo quel cerchietto di metallo dal dito segnerei davvero la fine di tutto. Lo allontanerei definitivamente da me. E, in contrapposizione alla voglia di tenerselo stretto, di premere quella mano sul petto e sentire gli ultimi battiti della nostra storia, c'è quella di scagliarlo lontano, uscire e non vedere più né lui né quella stupida acquamarina, di ricominciare finalmente a vivere, dopo tre anni.
La lingua, a volte, ferisce di più della spada.
Me ne sto rendendo conto solo ora. Ora che ogni parola che esce dalla sua bocca brucia come una stilettata. Ora che, inerme, lo sento dire di non avermi mai amata.
Le mani mi fanno male. Le dita sono serrate le une sulle altre, le nocche bianche per la stretta.
Rimango immobile.
Lo osservo.
E, ora che anche lui mi guarda, non riesco più a scorgere, nei suoi occhi di ghiaccio, quel luccichio che credevo la fiamma del nostro amore.
Il dolore arriva ad ondate, belle grosse, una vicina all'altra.
Ma c'è qualcos'altro che, ora, si fa spazio sgomitando, tra un cavallone e l'altro.
E' la rabbia, la rabbia per essere stata così stupida da non capire tutto, la rabbia per essermi fatta incantare dalle belle parole, dai regali e dagli sguardi falsi come la morte.
« Non ti chiederò scusa. Non ti chiederò scusa per averti amato. Non ti chiederò scusa per essermi convinta che il mio amore fosse ricambiato. Non ti chiederò scusa per averti creduto migliore di quello che sei. Non ti chiederò scusa per essermi bevuta la balla che mi avresti sposata. Non ti chiederò scusa per aver sopportato quell'oca inacidita di tua madre e quegli zotici dei tuoi amici. Non ti chiederò scusa per essermi sforzata di essere carina con loro. E non ti chiederò scusa, per aver fatto tutto questo per te. Sarebbe stato tutto più facile, no? Se io non mi fossi sforzata così tanto di starti vicina. Non saresti dovuto arrivare a tanto. »
E' difficile fermare un treno quando è lanciato a tutta velocità verso la stazione successiva.
Le parole escono da sole, senza controllo. Una delle due parti ha preso il sopravvento, alla fine. Spero solo che sia quella giusta.
« Non avresti dovuto regalarmi questo dannato anello. Non avresti dovuto, ora che davvero non mi vuoi più tra i piedi, rifilarmi la classica scusa del "non ti ho mai amata". Non avresti dovuto farmi così male.
E' tutta colpa mia, non è vero?
Bene. E' tutto iniziato da me, quindi ho tutto il diritto di dire basta. Fine. Stop. E' finita.» ... « Adesso sarai contento»
Ci metto un po' a sfilarmi l'anello - i singulti non aiutano - ma quando finalmente ci riesco mi sento liberata, come se le catene che mi hanno sempre tenuta legata a questa casa si siano dissolte. Appoggio l'anello su una copia de " Il Meraviglioso Mago di Oz ".
E, con due lacrime di mascara a solcarmi il viso, esco dalla stanza.
E' ora di battere i tacchi e tornare alla mia vita.
E non ho intenzione di chiedergli scusa.

Davide Trevisan II D Liceo scientifico Majorana

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