scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Domenica di sera pag.1

– Arrivederci, Timo.
– Buonanotte, professore. – Dice l’altro sottraendo al ceppo braci con una paletta in mano, mentre un paio di braciole macerano sapori dentro una fondina lambita dalla fiamma e due clienti le tengono di mira dal tavolo lì accanto.
“La Patria del Friuli” in tasca e la sua firma in calce all’editoriale quotidiano, e il giornalista esce dalla trattoria.
Nevicherà? Lui alza gli occhi – il cielo soppesa il fumo dei camini, indeciso se appendersi a quell’appendiabiti insicuro o proseguire verso le montagne per togliersi giù il manto. Il letterato lascia il poetico fondale e accosta l’andatura a sinistra – la quinta è chiusa dalla roggia che s’imbuca ai piedi delle ‘Grazie’.
Ammutolita, in centro al prato ovale, la fontana si specchia nella rotondità del gelo. In alto, l’angelo svetta il campanile della Piccola Patria con un dito puntato al vento della rosa: impone il sostare della notte. Ed ecco che una buffata bianca volge di lato il naso al nostro amico. Avverte tanto freddo che si fermerebbe solo per abbracciarsi a se stesso, e sospende il passo per dar strada a un autobus che corre via con gli interni spenti sotto le rive del Castello, poi sale verso l’arco dell’antica porta di mattoni. Giunto là sotto, tra quattro angoli bui, maleodoranti per l’odore acre dei viandanti, zampilla e si allontana non visto.
Svoltato il liberty rotondo del Cinema Centrale, il professore imbocca un vicolo e affretta il nome di una donna nel chiarore di un’insegna. Entra in un’osteria: due persone al banco. Di domenica, a quest’ora?
Amalia lo saluta storcendo... la chiamano ‘bocjate’. Il perbenismo cittadino si riferisce a lei con più eleganza dicendo ‘boccabella’. A parte questo, la donna ha una figura... È una mancata indossatrice offesa al volto dalla brutalità di un mascalzone che ora vive in carcere, in via Spalato. Quanto alle maldicenze cittadine... desideri perpetuati da chi non è capace d’altro.
Una caraffa di Refosco, due calici capovolti tra le dita e Amalia si siede assieme a lui, al solito tavolo.
– Professore, è da un po’ che non la vedo. Mica ammalato? – gli chiede premurosa, sorridendo come può, felice di vederlo.
– No, no, – risponde lui abbassando i baveri del cappotto alzati intorno al collo – ero fuori città per lavoro, – aggiunge consolato dal tepore raggiunto lì dentro e serve lei per prima tintinnando l’amicizia che li lega – la donna impaziente di ascoltare le sue storie, lui di parlarle del suo amore.
– Amalia, sai che nevica, – dice il giornalista eccitato dal colore bianco. – E Gigi? – chiede sorseggiando. – È a casa da una settimana. Quest’influenza trattiene la clientela a letto, professore mio, – risponde allegra – Comunque è quasi un bene, – soggiunge aspirando la voce – se non c’è lui non ce la faccio a portare in qua le damigiane. – E scuote i riccioloni bruni difendendosi la bocca dagli sguardi.
– Màlia! – I due tizi al banco la chiamano. Due occhi appiccicati addosso seguono ondeggiando i suoi passi. Il professore beve crocchiando aromi sul palato e apre il quotidiano. Legge il suo editoriale e rimugina pensieri attorno al vino sfuso che gli accarezza il cuore.
Gigi, il fratello di Amalia, è un levantino che cerca il vino buono di persona; il rosso dalle parti di Faedis, il bianco nel Collio friulano.
Un’occhiata al banco e un cenno lo invita ad aspettare.
Alzando il fondo del bicchiere, lui si ricorda che Gigi qualche anno prima, un pomeriggio di novembre, lo prelevò dalla redazione con la sua Topolino Giardinetta verde chiaro e legno a strisce, diretti alla cantina di un certo Bachèt, vicino a Cormòns.
Si rammenta l’impazienza che Gigi aveva di partire, il cofanetto sul sedile, le spiegazioni circa lo strumento per misurare il grado alcolico del vino, le teorie sull’arte del trattare; finché il guidatore rotolò via in silenzio l’asfalto a buche appendendosi al volante. Lui, invece, sobbalzando il fiato senza parole.

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