scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"L'iter diagnostico del signor Quid" pag.2

Invece, una volta giunti nella sala d’aspetto e constatato che ci sono molti altri come te, ognuno preceduto dal suo bravo onorevole o alto prelato, s’insinua il tarlo del dubbio e prende corpo il sospetto d’essere un comune mortale, cui il Grande Luminare farà il favore di controllare con sguardo distratto i risultati delle analisi e forse, di tastare qualche frattaglia dolente.
E proprio in quell’istante, in cui l’infermiera sta per rispondere, liberando un sospiro di sollievo dai molti petti in attesa, un tizio fa il suo ingresso nella sala d’attesa.
L’entrata è goffa, rumorosa, quasi non si tenesse in alcun conto la sacralità del luogo. Il tizio indossa abiti chiassosi, in cui predominano il giallo, l’arancio e il viola e reca con se un gregge di buste e pacchetti regalo, di colori ancor più vivaci del suo abbigliamento, ove fosse possibile.
Individuato il Grande Luminare, impietrito da tanto abuso cromatico, si rivolge subito a lui, ignorando l’infermiera.
Buonasera professore, mi chiamo Quid. Mi manda il signor XY.
E queste due consonanti, per altro vuote d’ogni significato, stanno a rappresentare un nome così grosso, un personaggio talmente influente, che la folla in attesa si fa sfuggire un collettivo respiro di sgomento, come a pensare che se il tizio appena entrato gode di siffatta raccomandazione e/o protezione, c’è poco da sperare che il Grande Luminare s’occupi dei loro miseri casi prima di qualche lustro.
Senza curarsi dello sgomento procurato intorno a se, Quid depone con gran trambusto sporte e pacchi sul pavimento e comincia a frugare nelle numerose tasche del suo vestito.
Qualche regalino per i compaesani, spiega indicando le buste. Ecco professore, questa lettera è per lei, casomai pensasse di trovarsi in presenza di un millantatore.
La lettera, sporca di marmellata, ditate di cioccolato e dio sa che altro, invoglierebbe certo il Grande Luminare ad una smorfia di disgusto, seguita molto probabilmente da un’indignata reazione verbale, ma basta l’aver semplicemente nominato XY, affinchè una mano diafana e curatissima si protenda verso l’orrida e sozza busta, senza nemmeno un sospiro di commento.
Solo la prontezza dell’infermiera, finalmente ridestatasi dallo shock, salva il Grande Luminare dal contatto con quell’immonda superficie cartacea. Strappa la lettera a Quid e in un batter d’occhio ne lacera l’involucro esterno, porgendo quindi al professore l’intonso contenuto.
La missiva, dal tono asciutto ed inequivocabile, contiene soltanto alcune semplici parole :

Chiarissimo Professore

Affido alle sue cure il latore della presente, persona a me molto cara e nei cui confronti, in gioventù, contrassi un enorme debito di riconoscenza.

Cordiali saluti
Vostro aff.mo
XY

Il tutto condito con il caratteristico svolazzo finale nella firma, svolazzo che peraltro il Grande Luminare conosce benissimo, perché, come s’è già detto, il firmatario della lettera è personaggio d’estrema influenza e pur essendo il Professore, scienziato di chiara fama e in gran spolvero di notorietà, non vi sono dubbi su chi dei due possa, con una semplice occhiata di biasimo, stroncare la carriera dell’altro.
Quindi, presa mentalmente nota di quelle parole, il Grande Luminare si rivolge all’infermiera, dicendola di pregare i pazienti in attesa, ove ve ne fossero, d’aver pazienza appunto, ch’egli visiterà tutti, nessuno escluso, lavorando fino all’alba, se necessario, ma un caso più urgente dimanda adesso la sua attenzione.
E dopo quelle parole, mentre il Grande Luminare introduce Quid nel suo studio con ogni riguardo, molti dei presenti si danno di gomito e si scambiano occhiate colme di sottintesi, che si sa cosa è urgente e cosa non lo è dalle nostre parti e spesso un banale raffreddore, con il giusto padrino, diventa ben più grave d’un male incurabile, se quest’ultimo è sprovvisto di adeguata segnalazione.
Nel frattempo, il Grande Luminare sprofonda nella sua enorme poltrona in elegante cuoio marrone, dono di esclusivo mobilificio lenito da occasionali aritmie ed invita Quid a fare altrettanto, in una della due austere sedie in palissandro, collocate davanti all’immensa scrivania.
Tutt’intorno è un profluvio di nere librerie, colme, zeppe, sovraccariche di libri, avvolti in pregiate rilegature, che narrano ed elencano ogni possibile affezione corporea, dalla a di abasia alla u di unghia incarnita, che se esistono malattie con la zeta, son talmente poche e risibili, che già ci si fa disturbo di curarle, figuriamoci d’elencarle in questa sede.
Allora, mi esponga il caso, sembrano dire gli occhi del Grande Luminare, mentre Quid estrae innumerevoli fasci di carte, dall’unica busta che ha recato con sé fin dentro lo studio, avendo abbandonato le altre sul pavimento della sala d’aspetto, a maggior gloria dell’invidia altrui e con gran scorno dell’infermiera, la quale si sarà premurata, nel frattempo, di rimuovere tutte quelle paccottiglie, affinchè non si scambi lo studio del Grande Luminare per un mercato rionale o per un bazar mediorientale.

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